parole chiave: Kierkegaard, Nietzsche, Cristo, Anticristo, Idealismo, Hegel, Paradosso, Contraddizione, Sinistra hegeliana, Spiritualità, Jaspers, Löwith, Farisei, Massa
Il libro di Emanuele Mariani, Kierkegaard e Nietzsche. Il
Cristo e l'Anticristo, Milano-Udine, Mimesis edizioni, 2009 si presenta
sin dalle prime pagine come la virtuosa simulazione di un dialogo “a
distanza” tra due autori, appunto S. Kierkegaard e F. Nietzsche, in
apparenza del tutto lontani. Sulla scorta di alcuni grandi interpreti,
su tutti K. Löwith e K. Jaspers, il tentativo di Mariani si configura
anzitutto come un'attenta analisi dei due pensatori, delle
problematiche di fondo e delle questioni più scottanti che
determinarono il loro personale cammino filosofico. Il libro è
particolarmente apprezzabile anzitutto per la lucidità e l'onestà
interpretativa nei confronti dei due filosofi tanto discussi, che
durante lo svolgimento dell'argomentazione vengono spesso lasciati
parlare direttamente grazie alle numerose citazioni in corpo o in nota.
Questa “fedeltà” di Mariani alla letteratura primaria dei filosofi
offre l'impressione di un testo trasparente e chiaro, ma soprattutto
scevro da sovrastrutture interpretative che, seppur lecite, avrebbero
al contrario moltiplicato inutilmente le categorie e le riduzioni in
gioco. Vogliamo dunque rassicurare i fedeli lettori di Kierkegaard e
Nietzsche: il libro di Mariani non offre alcuna interpretazione
aggiuntiva dei due, ma si limita a farne emergere le distanze o le
affinità attraverso un continuo rimbalzare nei testi dell'uno e
dell'altro; per questo procedere, lo stile non appare accademico,
essendo, tra l'altro, volontariamente povero di letteratura secondaria.
Eppure nella nostra breve introduzione siamo forse ingiusti nei
confronti della mole del libro, il cui merito maggiore non è certo
nella semplice (seppur non banale) giustapposizione dei concetti e
degli spunti di Kierkegaard e Nietzsche; difatti probabilmente
l'effetto più stimolante e gradevole che offre la lettura di questo
libro è il figurarsi progressivo dello sfondo culturale nel quale
scrivono i due autori, ovvero della fine del diciannovesimo secolo.
D'altronde se è vero, come scriveva Jaspers, che tra Kierkegaard e
Nietzsche «non c'è stato alcun influsso dell'uno sull'altro» (p. 11), è
altrettanto vero che i due vissero la stessa temperie culturale e
assistettero insieme alla dissoluzione dell'hegelismo, che aveva
segnato i cinquant'anni precedenti: i due si troveranno così ad essere
i protagonisti del futuro prossimo della filosofia europea, in cui il
focus filosofico tornò prepotentemente sul Singolo, sulla sua fragilità
interiore e sulle sue angosce, nonché sulla nuova speranza
(nietzschiana) di un adveniens finalmente nobile e libero dalle catene
del passato – una speranza che si dipanò anche dal punto di vista
politico grazie all'avventura marxiana e alla nascente tradizione
marxista, che sgorgò anch'essa non a caso dalle ceneri dell'hegelismo.
La svolta è precisamente in questa idea: la Verità non è più una
questione legata ad un “conoscere puro” del divino in noi, che pensa un
“uomo astratto” e metafisicamente stabile, ma è un fatto di tutto
l'uomo, che chiama in causa la realtà concreta del Singolo
(Kierkegaard), oppure che è appannaggio di uno “spirito libero”
(Nietzsche) non più re-legato alle strettoie dell'illusione metafisica
e del potere costituito; esse, come i pesi sostenuti dal cammello, non
sono altro che le testimonianze più pregnanti della società di fine
ottocento, che, dicevamo, deve essere recuperata come il vero teatro
delle esperienze di vita dei due filosofi. Il bisogno di una nuova
spiritualità e, al contempo, la veemente critica alla società loro
contemporanea, portano Kierkegaard e Nietzsche ad un atteggiamento
schivo e a volte rancoroso nei confronti di un mondo asservito al
potere costituito: «la folla e il pubblico in Kierkegaard, la massa, il
gregge in Nietzsche – scrive Mariani – sono l'espressione
dell'omologazione che deriva dall'assenza di personalità e di
spiritualità, la verità oggettiva negata dal primo negli scritti
filosofici, e dal secondo in quelli genealogici diviene, nel suo
aspetto soggettivo, qualcosa che deve essere assimilato, che vuole e
deve trovare consistenza, essere reduplicato nella prassi concreta.
Ecco come hanno affermato direttamente, ma soprattutto indirettamente,
il valore del Singolo, del suo isolamento a fronte di una società
oramai in declino, dominata dai bisogni e dalle esigenze del momento»
(p. 208). Entro questo quadro umano – anzitutto, appunto, umano – di
«una umanità in frantumi» (p. 209) si aprono allora gli spazi per le
singolari esperienze filosofiche, per i personalissimi “naufragi”
(Jaspers) che hanno trovato nei Nostri dei nuovi punti cardinali, a
partire proprio dalla creazione di un nuovo registro linguistico, che
passa persino per nuovi termini e nuove espressioni nonché nella
rielaborazione virtuosa di antiche metafore e citazioni. A questo punto
dell'argomentazione, dopo averne presentato lo scenario, possiamo
scendere lungo il testo di Mariani: egli si sofferma ad analizzare una
serie di temi e questioni che man mano ci mostrano i vari vòlti di
Kierkegaard e Nietzsche, vòlti non sempre coerenti anche al loro
interno, ma diretti sempre «sul piano di esperienze originarie,
profonde, uniche, poiché entrambi nella loro vita seppero tenere in
grandissimo conto la virtù dell'onestà» (p. 224); ed è proprio questa
virtù, questa radicale vita filosofica che spinge entrambi contro il
pensiero violento e totalizzante della metafisica: «Kierkegaard e
Nietzsche dunque, rompendo gli argini di tale [idealistico]
orientamento sistematico della filosofia, seppure secondo modalità
assai differenti, hanno tentato la rottura totale con la speculazione e
col sistema stesso: il primo contrapponendo ad esso la categoria del
“Singolo”, ed il rapporto intimo di questo con l'etica e la fede
cristiana, il secondo proponendo un nuovo ideale di “spirito libero”,
un ideale non più astratto ma concreto nel continuo divenire del tempo»
(p. 27). Queste due opzioni anti- (o post-) hegeliane si riflettono
anzitutto sulla scelta dei loro modelli e sullo sguardo al passato
greco della civiltà occidentale, letto da Nietzsche (come noto) grazie
alle due polarità di apollineo e dionisiaco; allora a nostro avviso fa
bene Mariani ad isolare la figura enigmatica di Socrate: colui che per
Kierkegaard è stato «l'unico riformatore che io conosca» (cit. da
Kierkegaard, p. 51), per Nietzsche fu continuo motivo di confronto e
oggetto di un giudizio non sempre coerente. Il filosofo “di” Nietzsche
fu difatti Eraclito, «che con il suo stile oscuro, profetico, misterico
e colmo di contraddizioni tra loro irriducibili sembra in parte
anticipare il carattere dello Zarathustra. Riguardo l'ammirazione di
Nietzsche per Eraclito è per molti versi interessante notare come
questi lo scelga come punto di riferimento attribuendogli, seppur con
linguaggio a volte differente, alcune delle caratteristiche
esistenziali che Kierkegaard ritrovava in Socrate» (p. 55). Insomma,
quelle due opzioni, attraverso lo specchio dei loro modelli, si
rivelano in fondo non troppo distanti; ma, ancora, l'affinità profonda
appare meno sfumata nel paradossale e discusso rapporto tra i due con
il Cristianesimo e la Chiesa del loro tempo. Il celebre adagio
nietzschiano secondo il quale alle spalle del Dio cristiano si celi
soltanto la logica oppressiva del rapporto colpa-debito viene
facilmente posta in dialettico pòlemos con le riflessioni
kierkegaardiane sul peccato inteso come una «chiusura esistenziale» (p.
76) alla libertà e alla vita. Dunque poco importa se Nietzsche intenda
l'accesso all'autentica libertà come essenzialmente a-teo, come
questione di uno spirito libero capace di creare valori, mentre per
Kierkegaard essa si riveli come la possibilità più propria del
Cristianesimo autentico; ciò che importa è che per entrambi la libertà
sia una possibilità da attraversare radicalmente nella propria
esistenza concreta, lontana da morali teologiche di rinuncia alla vita
– per Nietzsche, «Kant, l'inventore della cosa in sé, non è altro che
uno scaltro teologo che ha articolato in modo ingannevole la propria
riflessione». Si apre così il capitolo forse più denso del volume di
Mariani: lo specchio in cui riluce l'aenigma della vita concreta con
cui è necessario fare i conti è, per entrambi, il Cristo, colui che sa
appellare l'uomo all'autentica libertà. Kierkegaard vive il Cristo alla
maniera di Agostino, ovvero come l'esperienza dell'eterno che irrompe
nel tempo, ma anche per Nietzsche Egli è «il termine di paragone, per
certi versi “il modello” e un costante riferimento esistenziale» (p.
153). Allora se da un lato la figura del Cristo costituisce la frattura
più ampia tra il cristianesimo di Kierkegaard e la polemica
nietzschiana, per un altro verso è proprio lì che i due trovano una
inaspettata concordia: Gesù non è un elemento teologico, da inserire e
armonizzare in una costruzione idealistica o in una qualche teologia,
ma è una testimonianza viva di Verità (Kierkegaard), uno spirito libero
e forse, di più, “l'unico cristiano” mai esistito, come sentenzia
Nietzsche nelle pagine de L'Anticristo. La polemica di Gesù contro i
“farisei” è richiamata totalmente, anche dal punto di vista
linguistico, nei continui attacchi di Nietzsche contro «atteggiamento
arrogante e violento» (p. 159) dei “buoni e giusti del suo tempo”,
contro quella morale che «in realtà uccide la vita e immola a sé, al
proprio potere, alla propria bassezza interiore, ogni avvenire
dell'uomo» (p. 159). Ebbene, letto in questo senso allora si intende la
vicinanza di Nietzsche con Kierkegaard, quando scrive che «essere
cristiani nel senso della speculazione significa non esserlo affatto»
(p. 30). Gesù è dunque per entrambi l'immagine del pòlemos
dell'esistenza: la Fede è allora rischio, timore e tremore, e – ancora
Kierkegaard – è quel “concreto” che richiama alla Verità interiore, una
Verità da “testimoniare” e non da inserire in un sistema; per
Nietzsche, Gesù è il radicale materializzarsi del paradosso del
Cristianesimo, che per un verso è il peggiore nemico della vita, mentre
per un altro – appunto, per il Cristo – è quel movimento nato da un
“proprio precursore”, da un uomo che seppe appellare l'umanità alla
lotta e alla vita, che la chiamò ad esistere dinanzi a lui,
ante-Christum. Ecco perché «il doppio movimento contraddittorio Cristo
– cristianesimo, anticristianesimo – Cristo sembra rivelare
inaspettatamente in Nietzsche la rivendicazione di un rapporto
assolutamente personale e interiore con Dio» (p. 176), sembra figurare
un ligamen sul quale, a nostro avviso, tanta teologia del nostro secolo
deve ancora meditare.
IndiceIntroduzione
L'impasse filosofica tra crisi e ripresa della ragione
Tra fede e coscienza intellettuale: un nuovo dovere
Tempo e compito: il Cristianesimo e l'Anticristianesimo
L'amore per l'eternità: Kierkegaard e Nietzsche
Bibliografia
L'autoreEmanuele Mariani, nato a Palermo nel 1976, si è
laureato
in Filosofia presso l'Università degli studi di Palermo.
Consulente
Filosofico, dopo avere conseguito con successo il titolo in Counseling
a seguito di Master Biennale, é idoneo al Dottorato di Ricerca in
Filosofia. Si dedica allo studio e alla ricerca. Socio del CRIF (Centro
di Ricerca per l’Indagine Filosofica) insegna presso la Scuola
Primaria. Ha all’attivo diversi articoli e ha collaborato con il
Periodico Bimestrale “Agrigento Nuove Ipotesi” edito dalla Provincia
Regionale di Agrigento.
Linkshttp://www.mimesisedizioni.it/archives/001322.html
http://andreafiamma.blogspot.com/2008/08/laquila-una-messa-per-nietzsche.html
