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Recensioni Filosofiche

Pogge, Thomas, Povertà mondiale e diritti umani. Responsabilità e riforme cosmopolite.
A cura di Luigi Caranti, Bari, Laterza, 2010, pp. 401, € 28,00, ISBN 9788842089605.
[Ed. or.:World Poverty and Human Rights. Cosmopolitan Responsabilities and Reforms, IIed. Polity Press, Cambridge UK 2008]

Nota di Giuliano Manselli – 05/03/2011

Filosofia politica – Globalizzazione – Povertà mondiale – Diritti umani – Teoria della giustizia globale - Cosmopolitismo

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Quello affrontato da Thomas Pogge in Povertà mondiale e diritti umani, è un problema tanto enorme quanto tragicamente complesso. I dati riportati e analizzati nel libro delineano, infatti, lo scenario estremamente drammatico in cui più di 3 miliardi di persone (ossia circa il 48% della popolazione mondiale) vivono in una condizione di così grave povertà, che ogni anno, tra queste, più di 18 milioni muoiono prematuramente. Ben più della metà di questi decessi, in media 29.000 al giorno, riguarda bambini sotto i 5 anni. Mentre questa immane catastrofe umanitaria si perpetua quotidianamente, 1 miliardo di persone invece prospera, usufruendo dell’80% dei consumi globali.
Come argomenta Pogge, trasferire solo 1/42 di tale spesa totale al consumo annuo dei poveri basterebbe a permettere loro di sfuggire almeno alla povertà più estrema. Eppure il trasferimento del reddito globale continua a procedere inversamente: la parte benestante è sempre più ricca, mentre la disuguaglianza avanza progressivamente, portando sempre più poveri al di sotto del livello di sussistenza.

A fronte di un tale scenario per Pogge diventano ineludibili interrogativi etici di estrema importanza. Come mai, infatti, si chiede, nonostante l’enorme progresso economico e tecnologico, le norme morali e i valori illuminati della civiltà occidentale, su metà dell’umanità continua a gravare una povertà così estrema? Perché i cittadini degli Stati ricchi occidentali non trovano moralmente preoccupante il fatto che un mondo da questi stessi Stati fortemente dominato gravi in maniera così pesante su milioni di persone con posizioni di partenza così inferiori e inadeguate?

Secondo Pogge la povertà grave nel mondo sussiste proprio perché la maggior parte dei cittadini occidentali non ritiene la sua estirpazione moralmente rilevante.  Senza dover necessariamente rispolverare il materialismo storico di Marx, per il quale le concezioni di giustizia e i valori dominanti sarebbero forgiati dagli interessi dei gruppi sociali che detengono il controllo di capitali e risorse, e di conseguenza i progressi morali sarebbero del tutto incidentali al modificarsi degli interessi di costoro, egli reputa del tutto evidente che gli interessi e la condizione economico-sociale degli individui tendano, inevitabilmente, ad influenzarne in maniera significativa le idee su quanto sia degno di attenzione morale. Proprio su questa naturale tendenza razionalizzante si radicherebbero, infatti, a parere di Pogge, comuni giudizi morali che concorrono al mantenimento, se non addirittura all’aggravamento, di tale miseria. Ossia, che la persistenza di questa grave povertà, poiché al di fuori dei propri confini nazionali, non richieda, appunto, alcuna attenzione morale, e, cosa ancora più sbagliata,  che ciò sia dovuto al fatto che, in relazione a tale povertà, non vi sia alcuna responsabilità da parte delle politiche e delle istituzioni economiche globali forgiate dai paesi benestanti stessi.

Eppure, un chiaro e lampante esempio di come tali convinzioni siano in palese contraddizione col reale e quotidiano aggiramento delle norme morali, perpetuato in ambito internazionale dagli Stati più ricchi, è facilmente deducibile dal fatto che, nonostante il processo di trasformazione da ex- colonie in Stati indipendenti compiuto dai paesi del cosiddetto mondo in via di sviluppo, in tali nazioni molti abitanti continuino ad essere poveri e oppressi, mentre gli Stati più avanzati, che continuano ad accaparrarsi le risorse naturali a prezzi iniqui, alimentano la corruzione e il potere di governanti e società locali, nel più totale disprezzo della condizione di miseria e disagio esistenziale della popolazione del luogo.
Questa situazione permette, infatti, ai forti di massimizzare i profitti attraverso una conformità a norme morali di pura facciata. Tanto che, i paesi occidentali, pur non praticando più la schiavitù, il colonialismo o il genocidio, proprio in virtù dello schiacciante dominio economico, politico e militare, di cui godono all’interno del contesto globale, finiscono per essere i maggiori beneficiari di un mondo in cui, di fatto, tali pratiche ancora esistono.

Il primo passo di Pogge consiste, quindi, proprio nel tentativo di abbattere, attraverso una serrata quanto attenta riflessione critica, questo muro di indifferenza morale, sconfessando alcune comode ragioni che i cittadini dei paesi ricchi sovente adottano come alibi riconciliativi per ignorare la povertà mondiale.

La prima tra queste ragioni analizzata da Pogge è la ricorrente tesi della futilità, ossia la tesi secondo cui tutti i nostri sforzi caritatevoli sia come individui che come società per sradicare la miseria dal mondo, e in particolar modo gli aiuti economici, per quanto nobili,  di fronte a un problema tanto enorme ed endemico quale quello della povertà globale, siano ineluttabilmente destinati al fallimento. Questa tesi del resto, come sottolineato anche da Luigi Caranti nell’ottimo saggio introduttivo, ha recentemente trovato un indiretto sostegno nella ben più fondata preoccupazione per la “dannosità” spesso causata dagli aiuti umanitari di tipo economico. Suffragata, ad esempio, dai dubbi sollevati da Dembisa Moyo, in Dead Aid. Why Aid Is Not Working and How There Is a Better Way for Africa (2009), sulla dipendenza e corruzione che in molti casi tali aiuti hanno prodotto.
Ma alla conclusione sbrigativa e interessata secondo cui ogni possibile progetto di riduzione della povertà sarebbe del tutto inefficace, e a tutti gli argomenti a suo sostegno, Pogge risponde semplicemente che il contributo finanziario destinato a tali paesi non deve necessariamente assumere la forma di un banale trasferimento di denaro, il che eroderebbe alla radice anche le problematiche sollevate da Moyo, ma potrebbe invece avvenire tramite l’alleggerimento del grave fardello imposto alle popolazioni di questi paesi tramite interessi, rimborso debiti e rendite sul monopolio della proprietà intellettuale di farmaci o sementi. Non solo, già l’interruzione dell’importazione di denaro corrotto dai paesi poveri nei sistemi bancari dei paesi più ricchi, o la sospensione dei finanziamenti a giunte militari e tiranni che conducono i loro paesi verso l’indebitamento e la svendita delle risorse naturali, basterebbero ad incidere in maniera significativa sul problema.

Tuttavia, come si è detto, la tesi della futilità non è l’unica delle ragioni addotte dagli scettici; spesso, infatti, vengono sollevate alcune obiezioni che fanno invece riferimento all’insostenibilità di certi tipi di intervento. Ossia, la tesi secondo cui l’eliminazione della povertà nel mondo, abbattendo drasticamente il reddito delle persone che vivono nei paesi ricchi ne metterebbe a serio rischio la sopravvivenza, e quella secondo cui la diminuzione vertiginosa delle morti causate da povertà produrrebbe un sovrappopolamento tale, da eccedere di gran lunga la capacità abitativa del pianeta. Ma riguardo a tali problemi di insostenibilità, Pogge fa semplicemente notare che le riforme da lui proposte, numeri alla mano, comporterebbero una riduzione del solo 1% dello standard di vita dei cittadini dei paesi ricchi, e considerando il fatto che finora, ovunque sia diminuita la povertà, i tassi di natalità siano calati sensibilmente, e questo anche grazie a un migliore accesso alle informazioni di ambito contraccettivo e riproduttivo nonché alle migliori opportunità economiche ottenute dalle donne, accelerare il progresso contro la povertà e la subordinazione delle donne, potrebbe in realtà risultare la strategia migliore anche contro il problema del sovrappopolamento.

Riportando dunque la discussione a un livello più generale, quello che vuole sottolineare Pogge è che risolvere il problema della povertà globale non richiede alcuno sforzo eccessivo, perché l’istituzione di condizioni meno lucrative sul commercio internazionale e sui sistemi finanziari, magari accettando di ristrutturare l’ordine istituzionale globale per renderlo capace di favorire il governo democratico, la crescita economica, la giustizia, l’assistenza sanitaria e l’istruzione alla portata di tutti nei paesi più poveri, favorirebbero la riduzione della povertà nel mondo, pagando solo quei costi di opportunità dovuti al fatto di non aver sfruttato il proprio maggior potere contrattuale per ottenere termini a noi più favorevoli sulla pelle di altri.

Un discorso a parte deve essere fatto infine in merito a una quarta tesi, basata sulla convinzione, questa volta ottimistica, secondo cui la povertà mondiale, nell’attuale sistema globalizzato, sarà presto sconfitta. La povertà e la disuguaglianza economica nel mondo, come sostengono molti economisti starebbero infatti rapidamente scomparendo, come dimostrato anche dal recente exploit di crescita economica delle cosiddette Tigri asiatiche (Cina, Corea del sud, Taiwan…) o dell’India, che avrebbe permesso a molti cittadini di tali paesi di fuoriuscire dalla soglia di povertà estrema. Del resto, per dovere di cronaca, è opportuno riportare che proprio nel corso dell’ultimo World Economic Forum, tenutosi a Davos a gennaio 2011, secondo uno studio della Brookings Institution dal titolo Poverty in Numbers: The Changing State of Global Poverty, sarebbe emerso che nell’ultimo quinquennio, a seguito dello straordinario successo economico di una serie di paesi, come Tanzania, Etiopia, Uganda, Bangladesh, Vietnam, Mozambico e Uzbekistan, che fino al 2005 concentravano i 2/3 degli abitanti più poveri della Terra, circa mezzo miliardo di persone sarebbero uscite dalla miseria più estrema. Come denunciano dunque gli autori della ricerca, L.Chandy e G.Gertz, il dibattito sulla povertà mondiale sarebbe del tutto anacronistico in quanto basato su dati prodotti dalla Banca Mondiale precedenti al 2005.
Dati sui quali, a dire il vero, per motivi squisitamente cronologici, si basa anche il libro di Pogge. Tuttavia, al di là del fatto banale, spesso sottolineato non solo da Pogge, per cui, data l’estrema varietà di criteri esistenti per misurare la povertà, da sempre circolano stime tese a dimostrare l’esistenza di miglioramenti, tutto ciò, per quanto da un lato possa apparire confortante, non può ignorare il fatto che si tratterebbe di un fenomeno la cui stabilità e progressione resta tutta da dimostrare, e che per di più esclude ancora una massa tanto sterminata di persone il cui dramma esistenziale resta ancora un’inaccettabile vergogna mondiale. Ma cosa ancor più importante, non intacca in alcuna maniera quella che è la tesi centrale e più forte del j’accuse di Pogge, ossia che per quanto un eventuale calo della povertà possa essere dovuto anche a fattori indipendenti da un nostro impegno in tal senso, si tratterebbe solo di una riduzione contingente che favorisce in maniera del tutto casuale quanto arbitraria solo alcuni gruppi a danno di altri, mentre, al contrario, vi sarebbe una responsabilità diretta da parte delle istituzioni economiche globali, imposte dai paesi sviluppati, alla base della povertà e mortalità esistente che ogni giorno continua a mietere decine di migliaia di vittime. Quindi, proprio una modificazione dell’attuale ordine globale potrebbe e dovrebbe diventare il vero e importante fattore causale, nonché il principale imperativo morale, dell’estirpazione della povertà  e della disuguaglianza tuttora esistente nel mondo.

Due aspetti concreti su cui concentra la sua attenzione Pogge sono ad esempio il privilegio sulle risorse e il privilegio sul prestito, conferiti a livello internazionale, anche a quei governi giunti al controllo del paese attraverso un colpo militare o esercitando una dittatura. Considerando valido il diritto di tali gruppi ad agire in nome dei popoli che governano, si consente, infatti, a costoro di disporre liberamente delle risorse naturali di quelle nazioni, fornendo potenti incentivi ai colpi di Stato e alle guerre civili in tutti quei paesi che di tali risorse sono ricchi. Chiunque, con qualsiasi mezzo, prenda il potere in questi paesi può infatti contare su un flusso di entrate per arricchirsi e consolidare la  propria posizione senza dipendere dal consenso popolare, e senza quindi alcun interesse nell’estirpare la povertà o favorire la crescita economica del proprio paese. Lo stesso discorso vale per il privilegio internazionale sul prestito, che permette alle élites di governo di prendere in prestito fondi a nome di tutta la loro comunità, imponendo obblighi giuridici che spesso ricadono anche su governi regolarmente eletti dopo una drammatica rottura con il passato, ma che sono comunque costretti, con punizioni e sanzioni da parte delle banche degli altri paesi, ad onorare debiti contratti da predecessori corrotti e anticostituzionali.

Questi esempi dimostrano come fattori causali quali tirannia, corruzione, colpi di Stato e guerre civili, spesso addotti come fattori nazionali estranei all’azione dei governi delle società ricche, sono in realtà incoraggiati e sostenuti proprio dall’ordine economico globale imposto da queste stesse società, spesso anche attraverso complessi negoziati intergovernativi che, pur prescindendo dal livello di corruzione dei paesi poveri a cui si rivolgono, riflettono gli interessi dei governi e delle compagnie dei paesi ricchi facendo leva sullo schiacciante vantaggio contrattuale goduto da questi ultimi nelle trattative.

Quella che propone Pogge è quindi una riforma istituzionale globale tendente alla realizzazione di un ordine globale più democratico, finora impedito proprio dall’ordine internazionale esistente promosso dalle democrazie ricche e dalle loro politiche estere. Per esempio, una riforma istituzionale in direzione di una Costituzione Globale che, per ridurre i vantaggi di acquisizioni di potere antidemocratiche, adotti emendamenti specifici per invalidare il riconoscimento del privilegio sulle risorse a predatori autoritari e corrotti, o che permetta a una nascente democrazia di non dover onorare il debito contratto da un predecessore incostituzionale, non solo impedirebbe di gravare in maniera iniqua sul nuovo governo senza minacciarne più alla base lo sviluppo e la stabilità, ma renderebbe anche le banche più riluttanti nel concedere prestiti a governi autoritari e a dittatori. Proposte come queste, che le si condividano o meno, evidenziano infatti come nell’attuale ordine economico mondiale le popolazioni povere siano ritenute responsabili per debiti contratti dai loro governanti illegittimi, e siano anzi spesso costrette, paradossalmente, dopo un lungo calvario di brutale oppressione, a pagare con gli interessi proprio il costo di quelle stesse armi usate contro di loro.

Ma a livello più generale la proposta di Pogge si articola attraverso una riforma istituzionale globale capace, proprio a partire da una prospettiva morale cosmopolitica basata sul riconoscimento di alcuni diritti umani universali, di strutturare, anche attraverso la messa a punto di precisi vincoli legali, le linee guida di una repubblica universale in grado di indicare i diritti e doveri tra Stati in ambito internazionale. Tale struttura, fatta di più livelli, e che prevede una dispersione dell’autorità politica dei singoli Stati a favore di unità territoriali interconnesse, ha l’obbiettivo finale di ridurre la lotta per il potere e la ricchezza negli e tra gli Stati, affievolendo così l’incidenza di guerre, povertà e oppressione nel mondo.

Certamente sorgono molte perplessità, è bene dirlo, riguardo all’attuabilità dell’architettura complessiva delle sue proposte. Esse riguardano da un lato, sia l’apparente fragilità degli Stati che quella degli attuali organi internazionali di fronte al crescente strapotere di Lobby e Corporations multinazionali, dall’altro, il rifiuto che le stesse democrazie ricche potrebbero opporre a tali cambiamenti, proprio perché allettate dalla possibilità delle loro banche di effettuare prestiti redditizi a governi autoritari, o perché fortemente dipendenti dall’importazione di risorse da questi ultimi gestite. Tali perplessità tuttavia, che del resto potrebbero riguardare anche la possibilità di agire in risposta a problemi fondamentali ben più ampi, come ad esempio le stesse incertezze sul futuro del genere umano o del pianeta legate alle grandi questioni relative al diritto di accesso a risorse necessarie alla vita umana, come l’acqua, o relative al surriscaldamento e inquinamento del globo, in realtà, come sottolinea lo stesso Pogge, sembrano mettere in crisi l’essenza stessa delle cosiddette democrazie reali, così come le nostre responsabilità individuali come cittadini di fronte a questi temi.

Il suo intento è anche quello di costruire una coscienza civile globale capace di fare pressione su governi e istituzioni affinché adottino almeno alcune delle riforme minime da lui proposte. In tale prospettiva la democrazia, egli ci ricorda, oltre a importanti diritti comporta anche importanti responsabilità, cosicché nel momento in cui si abdica al controllo del potere esercitato in nostro nome dai propri rappresentanti politici, ammonisce Pogge, si abdica alle proprie responsabilità democratiche di cittadini, e scegliere di non interessarsi al modo in cui viene acquisita la grande quantità di risorse che si consumano, e dell’impatto che queste acquisizioni hanno nei paesi da dove queste risorse provengono, significa non solo essere in qualche misura complici dei gravi danni inflitti dalle pratiche economiche e politiche poste in essere da chi ci rappresenta, ma significa anche rinunciare alla possibilità di agire politicamente e concretamente nella direzione di un qualche miglioramento possibile.

I maggiori ostacoli più che intellettuali, sottolinea Pogge, sono infatti politici. Sia i governi autoritari che le società di consumo hanno forti interessi comuni nel bloccare tali riforme, e, come anche gli stessi avvenimenti di questi giorni, con la rivolta democratica dalle ancora imprevedibili conseguenze in Tunisia, in Egitto e in Libia, hanno messo a nudo, la compiacenza ai regimi autoritari finora mostrata da parte dei governi occidentali e delle istituzioni internazionali, spesso mascherata non senza imbarazzo da ripetuti appelli a necessità di stabilità politica e ad esigenze di real politique, solleva importanti interrogativi sulla natura delle relazioni internazionali promosse dalle nostre democrazie. Vi sono timide speranze che l’aver messo in risalto questi fatti, a livello mondiale, possa portare ad una rivalutazione dei rapporti internazionali finora intessuti dai nostri governanti con dittatori e tiranni, e far si che questi temi, compresi quelli urgentissimi argomentati da Pogge, assumano un peso sempre più crescente in seno all’opinione pubblica internazionale, operando come sorta di catalizzatore per una mobilitazione più attiva da parte di tutti.
Ma se le motivazioni di fondo e le proposte di riforma di Pogge, in direzione di un assetto istituzionale cosmopolita più giusto, sono ben comprensibili e più che condivisibili, molto più ardua e difficoltosa può risultare invece una loro valutazione da un punto di vista più specificatamente filosofico. Poiché, nel delineare il suo progetto di una teoria della giustizia globale, egli va inevitabilmente a confrontarsi e ad impattare con una varietà di argomenti e temi, non solo tuttora molto controversi e dibattuti, ma ancora al centro di importanti quanto accese dispute all’interno del mondo accademico e non solo.

La sua opera si inserisce, infatti, in quel solco tracciato dal filosofo americano John Rawls che, assegnando un rinnovato ruolo pratico alla filosofia politica, il cosiddetto approccio normativo, aveva inaugurato, fin dalla pubblicazione nel 1971 di Una teoria della giustizia(A Theory of Justice) un nuovo modo di guardare ai problemi etici e politici, la cui originalità e novità consisteva nell’affrontare il problema della giustizia interna alle società liberali attraverso il celebre esperimento mentale della posizione originaria. Ossia un espediente argomentativo di ispirazione kantiana che, attraverso un consistente rinnovamento delle teorie classiche del contratto sociale di Hobbes, Locke e Rousseau, veniva a costituirsi come un processo deliberativo razionale in cui degli individui auto-interessati posti sotto ad un velo di ignoranza, senza sapere cioè quale posizione essi stessi occuperanno in seguito nella società, sono chiamati a scegliere quali principi di giustizia adottare. Questa sorta di astrazione, da parte di ciascun individuo dalla propria identità economico-sociale, serviva naturalmente a garantire l’imparzialità dei principi scelti.

L’impatto sul pensiero politico di tale approccio aveva avviato una stagione importante di nuovo e intenso dibattito filosofico che, col tempo, ha finito per espandersi ramificandosi in diversi ambiti di specializzazione e di ricerca, non ultimo quello della giustizia internazionale. Anche lo stesso Rawls infatti, successivamente, si era cimentato nella difficile impresa di individuare principi di giustizia appropriati per regolare anche i rapporti tra Stati, con argomentazioni che troveranno una loro definitiva sistemazione nell’altrettanto famoso libro Il diritto dei popoli (The Law of Peoples , a livello mondiale, 1999). Un testo nel quale, l’autore, preoccupato forse più dalla volontà di bilanciare le esigenze del liberalismo con quelle di un mondo culturalmente plurale, ossia interessato più alla legittimità della coercizione globale che non all’arbitrarietà della sorte degli individui che era invece al centro del suo primo libro, pur individuando importanti obblighi da parte delle società avvantaggiate nei confronti di quelle svantaggiate, sembrava mostrare una certa mancanza di attenzione nei confronti di quegli individui attualmente indigenti in altri paesi.

Ora, un aspetto centrale della teoria della giustizia globale di Pogge, riguarda proprio il suo forte accento critico nei confronti di quello che egli definisce il doppio standard morale adottato da Rawls nei due differenti contesti, da lui ritenuto assolutamente ingiustificato. Infatti, pur se profondamente debitore dell’impostazione originaria di Rawls,  di cui è stato anche un proficuo allievo, Pogge, fin dai sui primi scritti, come ad esempio Realizing Rawls (1990) o l’articolo An Egalitarian Law of Peoples (1994), aveva riscontrato talune incongruenze da parte del maestro nell’applicazione del suo metodo speculativo all’ambito internazionale. E in effetti, benché sia Una teoria della giustizia che Il diritto dei popoli facciano entrambi riferimento ad una posizione originaria, i principi affermati nei due libri sono molto diversi tra loro, mancando soprattutto l’estensione alla sfera dell’arena internazionale di quel famoso principio di differenza che, nel primo libro, aveva in qualche modo lo scopo di rispondere a quelle ineguaglianze economiche dovute esclusivamente all’arbitrarietà della sorte.

Ora, nel presente libro, Pogge, tornando sull’argomento, accusa Rawls di non aver fornito giustificazioni adeguate per questa sua reticenza nell’estendere tale requisito di giustizia economica interna anche all’ambito dei rapporti tra Stati. Rawls, infatti, con argomentazioni relative alla diversità culturale e all’autonomia delle singole società, aveva limitato i doveri fra popoli differenti alla non violazione di alcuni diritti umani fondamentali, delegando alla sovranità nazionale di ogni singolo paese la scelta dei requisiti di giustizia economica più appropriati da adottare al proprio interno. Una tesi del resto sostenuta con una certa efficacia, in un articolo relativamente recente dal titolo È possibile una giustizia globale? (The Problem of Global Justice, 2005) anche da Thomas Nagel, un altro importante epigono di Rawls. In esso Nagel, pur riconoscendo la profonda ineguaglianza presente nel mondo, così come la necessità per la filosofia politica di offrire una risposta a una situazione tanto grave, affermava tuttavia, in linea con Rawls, che la giustificazione e legittimità di una teoria della giustizia globale debba presupporre l’esistenza di istituzioni e pratiche sociali condivise. Ossia che venga soddisfatta quella condizione minimale, da lui definita hobbesiana, di un’istituzione globale capace non solo di imporre e far valere i requisiti internazionali di giustizia sull’intero pianeta, cosa secondo Nagel per ora alquanto difficile, ma soprattutto di giustificare un tale potere coercitivo sulla base di principi morali di portata universale.

Ora, sia per Nagel che per Rawls, benché esistano diritti negativi che fissano limiti universali e pre-politici all’uso legittimo del potere, ossia diritti indipendenti da forme speciali di associazione politica effettiva, riguardanti ad esempio la libertà o l’invulnerabilità degli individui, altri diritti positivi come quelli riguardanti l’alleviamento dell’iniquità nella distribuzione di beni sociali ed economici, trovano invece una loro legittimazione solo all’interno del contesto socio-politico in cui si collocano. Ed allo stato attuale, un requisito minimale hobbesiano come quello descritto da Nagel sarebbe di fatto del tutto assente, non solo, ma anche alquanto difficile da ipotizzare in un futuro prossimo. Di conseguenza, se nel delineare dei requisiti ragionevolmente giusti di interazione tra Stati si desidera elaborare un’utopia realistica come ha fatto Rawls, si dovrebbero fare necessariamente i conti con i limiti imposti da quelle che sono alternative attuali realmente praticabili.

Ebbene, la replica di Pogge a questo tipo di argomentazioni è piuttosto articolata e profonda. Egli, infatti, non si limita soltanto a riscontrare l’incoerenza di fondo di questo doppio standard morale adottato da Rawls e Nagel nei due differenti ambiti. Come aveva fatto ad esempio il filosofo australiano Peter Singer, in One World. The Ethics of Globalization (2002), sostenendo che, a rigor di logica, un’applicazione coerente a livello globale del modello della posizione originaria avrebbe dovuto comportare l’estensione del velo di ignoranza anche sull’eventuale appartenenza ad uno Stato ricco o povero. Pogge non si limita a sostenere cioè, come altri egualitaristi della sorte (luck egalitarians), che i principi di giustizia non debbano essere influenzati da fattori arbitrari quali la nazione d’appartenenza o di residenza. Ma, accusando Rawls di aver abbandonato il precedente individualismo normativo di matrice kantiana in favore di una sorta di nazionalismo esplicativo che attribuisce un peso eccessivo ai fattori locali nel determinare le condizioni di povertà dei singoli Stati, egli, più che su un dovere positivo di assistenza e di redistribuzione delle ricchezze nei confronti dei paesi poveri, insiste sulla responsabilità morale negativa da parte delle istituzioni internazionali nel determinare tali condizioni di povertà. Pone l’accento dunque sulla necessità di una cessazione del danno perpetrato nei confronti dei paesi più poveri, da parte di quegli Stati ricchi e sviluppati che guidano le dinamiche economiche del pianeta.

Tale posizione permette inoltre a Pogge di portare un argomento valido anche nei confronti di quei teorici libertari come Nozick che, insistendo esclusivamente sulla validità di un nucleo ristrettissimo di diritti individuali inalienabili, criticavano radicalmente qualsiasi forma di redistribuzione economica, compresa quella difesa da Rawls tra concittadini della stessa nazione, considerandola come un’ingiustificabile quanto inaccettabile violazione del diritto alla proprietà privata. Nell’ottica di Pogge infatti non si tratta di re-distribuire una quantità data di risorse in virtù di un ideale arbitrariamente egualitario. Perché, se è vero, come da lui sostenuto, che l’attuale ordine economico globale produce e impone coercitivamente un modello diffuso di malnutrizione e mortalità tra i poveri, significa che ci troviamo di fronte a un’evidente violazione di alcuni diritti umani tra i più elementari. E nonostante la mancanza di un’istituzione globale, la succitata condizione minimale hobbesiana descritta da Nagel, in grado di imporre e far valere i requisiti internazionali di giustizia sull’intero pianeta, le gravi responsabilità collettive dei governi più potenti e degli organi internazionali da essi controllati (come la UE, la NATO, l’ONU, il WTO, l’OCSE, la Banca Mondiale e l’FMI) nell’ imposizione dell’ordine attualmente esistente, cosi come nel fallimento nel riformarlo in vista di un miglior soddisfacimento dei diritti umani, sono più che sufficienti ad imporre loro obblighi diretti nei confronti di tutti quei paesi che ingiustamente ne subiscono le conseguenze.
Come si diceva prima, tuttavia, queste sono solo alcune delle importanti questioni filosofiche affrontate da Pogge all’interno del suo libro, e già rendono esaurientemente conto della profondità e complessità del suo approccio. Ma ne rimangono molte altre ad esse collegate, relative ad esempio alla natura stessa della sua concezione di diritti umani e al concetto di fioritura umana da questa incorporata, così come anche al tema dell’universalismo morale, che diventa alquanto difficile approfondire del tutto all’interno di una recensione. Senza considerare inoltre la varietà di posizioni che dominano il panorama nei rispettivi campi di indagine, e che Pogge stesso sovente si preoccupa di richiamare nel libro, spesso aiutando il lettore con numerose quanto ricche note bibliografiche.

Basti dire allora che all’interno della prospettiva di Pogge fin qui delineata, una concezione dei diritti umani istituzionale, ossia una concezione di diritti umani che guarda a come le istituzioni nazionali e internazionali si relazionano con, ed influenzano, la vita di individui e gruppi, sembra essere a suo parere la candidata più adatta a rivestire il ruolo di criterio di giustizia universale da lui cercato. In quanto, non soltanto abbastanza sostanziale per poter sostenere una critica forte e costruttiva allo status quo, ma anche rispettosa verso altre concezioni più specifiche di fioritura umana.

Il concetto di fioritura umana, che vede una varietà straordinaria di interpretazioni, svolge un ruolo centrale, non solo nelle riflessioni etiche sulla vita nostra e degli altri, ma anche nel discorso politico sulle istituzioni e decisioni politiche. Pertanto, quando associato all’idea stessa di giustizia, tale concetto, indicando l’idea di trattamento moralmente appropriato ed equo nei confronti delle persone e dei gruppi, si riferisce alla valutazione morale delle istituzioni sociali che regolano le interazioni tra agenti individuali e collettivi, nonché al loro accesso alle risorse materiali.

Ora, per Pogge, forgiare istituzioni sociali avendo in mente una qualsiasi concezione di fioritura umana o di giustizia, pur comportando inevitabilmente una certa dose di paternalismo, può tuttavia diventare un’operazione più accettabile se nel farlo si cerchi di onorare alcuni impegni. Ossia, che anzitutto il criterio universale di giustizia cercato possa funzionare con una concezione debole (thin) della fioritura umana, formulabile quindi nei termini di mezzi non-specifici per raggiungerla (alimentazione, vestiario, alloggio, alcune libertà fondamentali…), che istituzioni giuste devono garantire per tutti. Fatto salvo, tuttavia, il rispetto per l’autonomia delle diverse culture nel presentare una vasta gamma di concezioni più specifiche di fioritura umana. Deve poi essere un criterio modesto e minimale, che definisca la giustizia come una soglia concreta compatibile con diversi sistemi istituzionali. Il requisito fondamentale adeguato per tutti i sistemi istituzionali coercitivi potrebbe essere allora, per Pogge, quello di permettere a ogni essere umano l’accesso sicuro a quote minimamente adeguate di libertà fondamentali e di partecipazione, di alimenti, bevande, vestiario, alloggio, istruzione e assistenza sanitaria. Solo così tale criterio universale di giustizia sarebbe in grado di funzionare come un nucleo moralmente plausibile e ampiamente accettabile a livello internazionale, sul quale una pluralità di concezioni più specifiche di fioritura umana siano in grado di sovrapporsi. Raggiungere l’elaborazione, nonché l’accettazione e la realizzazione globale di questo requisito, rappresenta così, per lui, il compito morale preminente del nostro tempo.

In conclusione, nel giudicare la visione filosofico-politica di Pogge, pur restando che il problema della giustizia internazionale rimane un argomento tanto difficile quanto urgente per l'analisi filosofica o, come l’ha definito Salvatore Veca, il principale rompicapo per la filosofia politica contemporanea, non si può non riconoscerne l’importanza fondamentale in un mondo che, come ricorda Singer, è sempre più interconnesso, e richiede dunque regole maggiormente improntate ad un’etica globale. Il mondo ha infatti bisogno di idee chiare su tali questioni, e possiamo solo sperare che, nel campo della giustizia internazionale, nonostante le difficoltà finora rilevate, queste possano essere col tempo considerate più come un'opportunità per ripensare e migliorare l’ordine esistente, piuttosto che un problema insormontabile.

In tale prospettiva il lavoro di Pogge, prendendo a prestito una felice espressione di Michael Ignatieff, si presenta come una ragionevole apologia dei diritti umani, arricchita dalla proposta di tutta una serie di riforme cosmopolite frutto di un enorme e considerevole lavoro interdisciplinare, che va dai temi più dibattuti e complessi della  filosofia etica, morale e politica, fino alle analisi più raffinate e tecniche di tipo sociologico, economico e politologico. Elementi che hanno permesso a Pogge, grazie anche al suo impegno diretto in diversi quanto concreti progetti direttamente rivolti alla soluzione di tali importanti problemi, riguardanti non solo la povertà globale – progetto ASAP –, ma anche l’accessibilità globale a medicinali e cure mediche – progetto HIF e HIG – (argomento questo a cui è interamente dedicato l’ultimo capitolo del libro ), di uscire dagli spazi angusti del puro dibattito accademico. E questo non solo nel tentativo di portare l’attenzione su tali questioni nella discussione pubblica istituzionale di ambito sia nazionale che internazionale, ma soprattutto cercando di coinvolgere anche la cosiddetta società civile. L’auspicio è che la traduzione italiana del testo di Pogge possa stimolare una più fruttuosa quanto necessaria riflessione su questi problemi anche nel nostro paese.


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Prefazione di Luigi Caranti

Introduzione generale
1. Fioritura umana e giustizia universale - 2. Come devono essere concepiti i diritti umani? - 3. Scappatoie nelle moralità - 4. Universalismo morale e giustizia economica globale - 5. I limiti del nazionalismo - 6. Realizzare la democrazia  - 7. Cosmopolitismo e sovranità - 8. Estirpare la povertà sistemica: istruzioni per un Dividendo Globale delle Risorse - 9. Innovazione farmaceutica: dobbiamo escludere i poveri? - Parole conclusive - Note - Bibliografia - Indice analitico


L'autore

Thomas Pogge, filosofo tedesco, è attualmente docente di Filosofia e Affari Internazionali all’Università di Yale,  Direttore del CSMN (Centre for the Study of Mind in Nature) presso l’Università di Oslo, e Direttore del Global Justice Program. Nonché professore di ricerca presso il Centre for Applied Philosophy and Public Ethics della Australian National University e professsore di filosofia politica alla University of Central Lancashire's Centre for Professional Ethics.
Addottoratosi ad Harvard con una dissertazione supervisionata da John Rawls, è autore di numerose pubblicazioni su Kant e su temi di filosofia morale e politica, inclusi diversi libri su Rawls e sulla giustizia globale. Fa inoltre parte del Patent 2, un progetto per cambiare il regime internazionale dei brevetti farmaceutici secondo un principio di equità dell’accesso alle cure.

Links

Pagina dell’Università di Yale dedicata a Thomas Pogge ricca di ulteriori links e materiali interessanti
http://pantheon.yale.edu/~tp4/index.html

Sito del progetto HIF(Healt Impact Fund) per rendere le medicine accessibili a tutti
http://www.yale.edu/macmillan/igh/

Sito del Global Justice Program
http://www.yale.edu/macmillan/globaljustice/index.html




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