Filosofia del linguaggio
Uno degli aspetti cui si deve fare l’abitudine quando si lavora
nell’ambito della filosofia di stampo analitico è il vizio, forse
tipicamente anglosassone, che vorrebbe affibbiare a ogni posizione
teorica un’etichetta uscente in “ismo”. Lo studioso non deve certo
perdere la pazienza davanti a questo fenomeno, né tanto meno deve
privarsi del piacere di considerare certi temi, che senza ombra di
dubbio sono riccamente sviluppati dagli autori appartenenti alla
suddetta corrente.
Con il suo lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di dottorato,
Sara Dellantonio ci accompagna, come una guida esperta, nella selva dei
vari “ismi” che s’intrecciano attorno a uno degli argomenti più
ampiamente trattati all’interno di questa tradizione, il tema del
significato delle espressioni linguistiche, dipanandone gli intrichi e
presentandoci un percorso ordinato e dalla panoramica completa.
Infatti, l’autrice ci fornisce una presentazione delle principali
teorie inerenti al tema, delle quali mette in luce pregi e difetti,
valutandone la forza di fronte ad alcuni problemi centrali.
Lo spunto che dà il via alla discussione è la nozione di contenuto
proposizionale, presentata nel primo capitolo. Si definisce contenuto
proposizionale la proposizione cui un atteggiamento proposizionale –
ossia, una credenza, un desiderio, etc. – è relativo: ad esempio, se io
credo che Chiara abbia dei bellissimi riccioli, si può dire che il
contenuto del mio atteggiamento proposizionale di credenza sia dato
dalla proposizione “Chiara ha dei bellissimi riccioli” che altro non è
che la proposizione oggetto di credenza.
L’autrice considera gli atteggiamenti proposizionali, in quanto essi
hanno il pregio di mettere in luce una peculiare difficoltà nella
caratterizzazione semantica dei contenuti, difficoltà dovuta al fatto
che essi generano i cosiddetti “contesti opachi”, ossia contesti che
non permettono la intersostituibilità dei termini coreferenziali salva
veritate. Un esempio chiarirà il tecnicismo: in un enunciato semplice
come “Aristotele era greco” le parole possono essere usate in modo
puramente referenziale (l’enunciato è vero considerando solo ciò a cui
le parole si riferiscono). Infatti, sostituendo il nome “Aristotele”
con un altro termine dallo stesso riferimento (come “il maestro di
Alessandro Magno”), si ottiene ancora un enunciato vero: “il maestro di
Alessandro Magno era greco”. Invece nei casi degli atteggiamenti
proposizionali, come in “Pietro crede che Aristotele sia greco”, è
evidente che l’intersostituibilità dei termini coreferenziali non
garantisce la verità dell’enunciato: l’enunciato “Pietro crede che
Aristotele sia greco” può essere vero, mentre potrebbe non esser vero
“Pietro crede che il maestro di Alessandro Magno sia greco”, in quanto
Pietro potrebbe non essere a conoscenza del fatto che Aristotele fu
maestro di Alessandro Magno.
La considerazione di questa difficoltà sembra mostrare come, almeno in
alcuni casi, il significato non dipenda in primo luogo dal riferimento
delle parole, quanto invece dai contenuti mentali dei soggetti che
impiegano e comprendono tali parole. Tutto ruota attorno a come si
sceglie di determinare il contenuto proposizionale.
La filosofia contemporanea contempla due famiglie di risposte a tale
questione. Da un lato troviamo la posizione secondo la quale il
contenuto è determinato in base a “criteri larghi”, ossia considerando
come stanno le cose nella realtà, indipendentemente da quanto può
credere il parlante. Dall’altro lato, invece, vi è la posizione secondo
la quale il contenuto è definito con “criteri stretti”, tenendo conto
dell’ambito delle credenze del soggetto e di come questo concepisce e
conosce il mondo. Le due posizioni che si ottengono sono definite
rispettivamente esternismo ed internismo: “L’esternismo sostiene che il
contenuto dipende dal mondo nella sua caratterizzazione fisica e
sociale; che esso, quindi, è determinato da fattori esterni alla mente.
L’internismo sostiene invece che il contenuto dipende da fattori
interni alla mente, quali le strutture mentali e le relazioni fra
contenuti” (p. 43).
La discussione sulla determinazione dei contenuti, tuttavia, non si
ferma a questo livello, ma si estende anche al tema più specifico del
modo in cui le parole stesse assumono significato, essendo, infatti, i
concetti, che dalle parole sono espressi, a comporre i contenuti. Di
conseguenza, un sostenitore dell’esternismo riterrà che anche i
concetti si determinano a partire da fattori esterni ai soggetti, come
la realtà e le convenzioni dei linguaggi sociali e scientifici che
sanciscono le regole di applicazione dei termini linguistici, mentre un
internista dirà che i concetti si determinano sulla base di fattori
interni agli individui, a seconda di come la mente rielabora gli
stimoli sensoriali e di come le credenze soggettive interagiscono tra
loro. La distinzione tra esternismo ed internismo è quindi una
distinzione che non si esaurisce nel mero ambito dei contenuti
proposizionali, ma si trasmette e si estende anche al piano della
determinazione dei significati delle parole.
Il secondo capitolo è di conseguenza dedicato all’analisi e alla
presentazione di queste due correnti alternative, le quali si
differenziano tra loro per il modo in cui descrivono l’acquisizione
della conoscenza, che a sua volta influenza il modo in cui si può
rendere conto della dimensione semantica. Si mostra poi come la
corrente dell’esternismo possa essere suddivisa a sua volta in altri
due filoni, a seconda della concezione epistemologica che si assume
sulle rappresentazioni mentali: da un lato, si può infatti escludere
ogni rilevanza delle rappresentazioni mentali nella determinazione del
contenuto o del significato, difendendo così una teoria della mente di
tipo anti-rappresentazionalista; dall’altro lato, invece, un esternista
può farsi anche sostenitore di una posizione rappresentazionalista,
ovviamente a patto che le rappresentazioni mentali che entrano in gioco
non siano una elaborazione attiva del dato sensoriale, in grado di
modificarlo e di reinterpretarlo attivamente, ma una sua semplice
codifica passiva. Come si può invece facilmente intuire, l’internismo,
che pone l’attenzione sul livello cognitivo del soggetto, si limita a
poter sostenere una posizione di tipo rappresentazionalista.
Da questa ulteriore distinzione segue la struttura del testo. Nel terzo
e nel quarto capitolo sono presentate tre forme di esternismo
anti-rappresentazionalista, ossia quelle di Hilary Putnam, Tylor Burge
e Donald Davidson. Le teorie esterniste anti-rappresentazionaliste si
concentrano principalmente attorno al concetto di lingua naturale e
presentano la nozione di contenuto mentale come strettamente dipendente
dalla lingua. Esse non riconoscono alcun valore alla dimensione interna
e mentale del linguaggio, ma interpretano la capacità linguistica come
un processo di assimilazione di regole (sociali o idiolettiche).
In questi capitoli vengono inoltre proposti tre criteri per valutare le
pretese di validità delle teorie presentate nel corso del lavoro: 1) le
teorie devono spiegare l’uso corretto e deviante del significato, 2)
devono fornire una spiegazione adeguata riguardo al modo in cui si
apprendono i significati e 3) devono essere in grado di dire su cosa si
basino le componenti che caratterizzano la competenza semantica. La
debolezza delle teorie anti-rappresentazionaliste appena citate sta
appunto nel non essere in grado di fornire un’adeguata spiegazione al
terzo criterio di valutazione proposto dall’autrice: sono, infatti,
deboli nello spiegare il livello della competenza semantica.
Il quinto capitolo è dedicato invece ad una teoria di stampo internista
rappresentazionalista, la teoria semantica di Ray Jackendoff, la quale
sottolinea l’importanza del contributo attivo da parte della mente e
dei processi cognitivi nella determinazione dei significati e dei
contenuti.
Il sesto capitolo infine considera due teorie di tipo esternista, ma
rappresentazionalista: le teorie di Fred Dretske e di Jerry Fodor.
Queste, sebbene sposino la posizione esternista, ammettono il ruolo
delle rappresentazioni mentali, considerandole come elementi covarianti
con l’informazione presente nel mondo. Le teorie di Dretske e Fodor
risultano essere descrittivamente più forti rispetto alle altre teorie
esterniste non-rappresentazionali. Tuttavia, anch’esse non sono prive
di difficoltà, in particolare nel rendere conto del modo in cui si
formano i concetti e di come si possono spiegare gli errori concettuali.
La teoria che si rivela essere quindi migliore, a fronte dei criteri di
valutazione considerati, è la teoria internista di Jackendoff. Questa,
infatti, riesce a tener conto non solo del livello interno del
contenuto stretto, ma, a partire da un indagine mentale e cognitiva,
contempla anche una dimensione sociale linguistica, che
tradizionalmente viene associata al contenuto largo esternista. Ciò è
possibile in quanto le rappresentazioni postulate da Jackendoff sono
tali da permettere sia l’elaborazione di un contenuto stretto, sia
quella di un contenuto largo.
La parte conclusiva del lavoro è quindi dedicata alla disamina dei
numerosi vantaggi esplicativi di questa teoria rispetto alle altre.
Il valore di questo libro non si ferma alla completezza e alla
chiarezza con cui le tematiche sono presentate. Il suo più grande
pregio sta infatti nell’evidente apertura alle scienze cognitive che
supera un antico pregiudizio, spesso diffuso tra i filosofi analitici,
nei confronti dei dati psicologici e cognitivi. Apertura testimoniata
dalla convincente elezione della teoria di Jackendoff come teoria
semantica più forte tra quelle oggi in circolazione.
Indice
Ringraziamenti
Introduzione
Capitolo Primo: Il contenuto proposizionale: introduzione al problema
Capitolo Secondo: Internismo ed esternismo: i fondamenti del dibattito
Capitolo Terzo: L’esternismo di Putnam e Burge
Capitolo Quarto: Donald Davidson. Esternismo e mente proposizionale
Capitolo Quinto: Rappresentazionalismo e semantica: l’internismo di Ray
Jackendoff
Capitolo Sesto: Esternismo rappresentazionalistico: le teorie di Fodor
e Dretske
Conclusioni: mente e semantica
Bibliografia
L'autriceSara Dellantonio è attualmente assegnista di ricerca presso l’Università di Bari. Già assegnista presso l’Università di Trento, dove ha insegnato Filosofia della scienza e Filosofia e scienza cognitiva, ha conseguito il Dottorato di Ricerca e insegnato filosofia della mente e del linguaggio presso l’Università di Brema (Germania).
