Filosofia del diritto
Come altre riabilitazioni avvenute in ambito filosofico, anche la riabilitazione della retorica ha subito, negli anni, un graduale ridimensionamento: inevitabile, date le pretese eccessive con cui Perelman aveva dato il via alla rinascita degli studi retorici, intraprendendo un percorso che, a partire dal Trattato dell'argomentazione, doveva condurre, nelle intenzioni, a indicare nella retorica una nuova logica per la filosofia e, in generale, le discipline umanistiche. L'unico ambito disciplinare in cui l'influenza della retorica (o della neoretorica) è invece rimasta considerevole è, con ogni probabilità, il diritto. D'altra parte, è ovvio che sia così: nata nei tribunali, codificata dall'attività dei logografi greci e degli avvocati latini, la retorica ha prosperato nelle corti, anche e soprattutto in epoche e luoghi in cui le assemblee e i parlamenti mantenevano poca o nulla importanza. Una volta venuta gradualmente meno la pretesa di ridurre il diritto a un'attività esclusivamente deduttiva, la retorica ha ritrovato pieno diritto di cittadinanza tra gli studi giuridici. Evoluta nelle (in genere) più rassicuranti “teorie dell'argomentazione”, depurata dalle sue connotazioni più schiettamente sofistiche e machiavelliche, ristrutturata con ampi inserti di dialettica e neodialettica, la retorica è così, oggi, un ingrediente essenziale in molti studi dedicati al ragionamento e all'argomentazione giuridica. Tra questi, si segnalano da tempo i contributi di Francesco Cavalla, sia come autore che come curatore di volumi collettanei, come questo Retorica processo verità, comparso in una seconda edizione, riveduta e ampliata rispetto alla precedente, che raccoglie, oltre ad un ampio saggio introduttivo dello stesso Cavalla, i contributi di A.G. Conte, S. Fuselli, M. Manzin, P. Moro, C. Sarra, P. Sommaggio, D. Velo Dalbrenta e F. Zanuso.
Il corposo e interessante contributo di Cavalla, in prima linea, dà il tono al volume, nel quale si contano saggi di taglio tecnico (come quelli di Paolo Moro o Daniele V. Dalbrenta) accanto ad altri di analisi “in corpore vili” (quelli di Claudio Sarra e di Francesca Zanuso) e ad altri ancora dedicati al tema, centrale, della verità (come quelli di Stefano Fuselli e di Amedeo G. Conte). Cavalla difende infatti una concezione dell'argomentazione giuridica marcatamente declinata in senso dialettico, nella quale la componente retorica è sostanzialmente legata alla necessità di argomentare di fronte a un uditorio. Una posizione certo non isolata, nel panorama delle teorie dell'argomentazione contemporanee, e le cui radici si possono trovare nella riforma, antiaristotelica, della retorica compiuta da Pietro Ramo, fondendo dialettica e retorica e conservando, di quest'ultima, l'inventio, la ricerca degli argomenti, e la dispositio, la loro disposizione. Quest'ultima operazione, inoltre, la dispositio appunto, veniva reinterpretata secondo un atteggiamento razionalista, attribuendo al sillogismo (dialettico) un ruolo centrale. Perdeva così di rilevanza, dal punto di vista di Ramo, l'elocutio, così come ne perdevano tutti gli aspetti accentuatamente sofistici della retorica, che il logico francese doveva rinvenire nella stessa retorica aristotelica.
Reinterpretata in una scenografia giudiziaria, questa posizione si traduce qui nella convinzione che il dibattito processuale costituisca un “formidabile laboratorio di ricerca della verità” (p. 15): un laboratorio il cui punto di avvio è la topica, intesa come «l'arte di trovare le premesse per l'esercizio della dialettica le cui conclusioni, ove sia il caso, vengono diffuse persuasivamente attraverso la retorica». Ecco quindi la divisione del lavoro: alla topica il compito di rinvenire i luoghi comuni, alla dialettica (al sillogismo dialettico) quello di svolgere l'argomentazione, alla retorica, infine, quello di “diffondere persuasivamente” le conclusioni.
Ovvio che una concezione simile rigetti ogni modello esclusivamente strategico della retorica giudiziaria: qui non si parla di tecniche buone per far passar per vera qualsiasi opinione. Si parla, invece di un metodo rigoroso che, partendo da un repertorio comune a entrambe le parti, consente di superare il contrasto, per giungere a un risultato per entrambe accettabile. Come già nel modello del “discorso critico” di Walton, il modello di retorica cui guarda Cavalla sa andare al di là del livello superficiale di un confronto apparentemente eristico, individuando uno scopo principale, la ricerca della verità, al cui raggiungimento coopererebbero le parti, secondo una variante argomentativa dell'eterogenesi dei fini.
Certo, si tratta di una verità il cui statuto non è (né potrebbe essere) quello della verità scientifica, poiché essa è frutto di un processo che, non muovendo da premesse indiscusse, non conduce a una conclusione dotata di un assoluto grado di certezza. Tuttavia tale conclusione, la conclusione retorica appunto, svela l' “autentico potenziale destino” di questa disciplina: non «esercitare una pressione psicologica sulle facoltà dell'uditorio», bensì «aumentarne la conoscenza dicendogli quale sia – nella discussione in atto – la conclusione più congrua al patrimonio di idee, convinzioni ed esperienze di chi lo ascolta» (p. 80), un “dire” che costituirebbe anche, va da sé, la più efficace strategia retorica possibile. Tale verità retorica è allora qualificata da Cavalla come una verità “istantanea”: balena in un istante e impone al retore di adempiere all'impegno critico «di rivedere, ridiscutere, rivalutare quanto gli comparve».
Senza voler apparire degli scettici rassegnati, né tanto meno, si spera, essere inseriti nel novero di quei “pomposi e supponenti di ogni sorta e risma” cui questo testo, per esplicita ammissione di Cavalla, non intende parlare (p. 84), vorremmo avanzare un dubbio. Perché coinvolgere la retorica? Se si ritiene che il dibattito processuale sia, sostanzialmente, un modello di discussione critica, la dialettica dovrebbe essere più che sufficiente. Ma, si dirà, occorre indirizzarsi a un uditorio (giudici, giurie, a volte opinione pubblica...), ed è qui che occorre la retorica. Serve, appunto, in quanto il suo oggetto di studi è la capacità persuasiva dell'argomentazione. E infatti, giusta la lezione di Aristotele (alla cui analisi si dedica il saggio di Stefano Fuselli), la retorica subordina la verità degli argomenti utilizzati alla loro capacità persuasiva. Perciò la possibilità del discorso di essere vero, che per la dialettica è l’elemento fondamentale, dalla retorica viene presa in considerazione soltanto nella misura in cui è in grado di produrre convinzione. Ciò che conta dell’entimema, infatti, è soprattutto che sia creduto vero, poiché ciò cui mira la retorica, non è l’éndoxon, sul cui piano si pone la dialettica, ma il pithanòn, la persuasione, appunto. Allora, se si parla di un metodo rigoroso che, partendo da un repertorio comune a entrambe le parti, consente di superare il contrasto e giungere a un risultato per entrambi accettabile, si parla di dialettica, non di retorica. Se si dice che le conclusioni devono invece essere “dette” di fronte a un uditorio, che deve essere persuaso, si parla di retorica. Se il dialogo è seguito da un uditorio, sia pure composto dal giudice o dalla giuria, ciò riporta in causa la retorica e, quindi, l’argomentazione strategica: se c’è un uditorio, e se l’obiettivo è quello di influenzarlo, siamo di fronte a qualcosa di diverso da una discussione critica tout-court.
IndicePrefazione
alla prima edizione
Prefazione
alla seconda edizione
Francesco
Cavalla, Retorica giudiziale, logica e verità
Maurizio
Manzin, Retorica ed umenesimo giuridico
Paolo
Sommaggio, Il metodo retorico classico.
Analisi di un'"arringa difensiva" di M.T. Cicerone
Claudio
Sarra, La dimostrazione retorica: analisi di
un'arringa contemporanea
Paolo
Moro, Figure retoriche e scrittura forense
Daniele
Velo Dalbrenta, Rilevanza dei brocardi nel
discorso forense
Claudio
Sarra, Cattivi argomenti e fallacie
Francesca
Zanuso, Laicità e laicismo
nell'argomentazione biogiuridica
Stefano
Fuselli, Verità ed opinione nel ragionamento
giudiziale. A partire da un confronto con Aristotele e Hume
Amedeo
G. Conte, Tres vidit. Verità apofantica,
verità eidologica, verità ideologica
Il curatoreFrancesco
Cavalla è dal 1980 professore ordinario di filosofia del diritto
presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università di Padova.
Relatore ufficiale, a più riprese, nei congressi nazionali
dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani e della Società Italiana
di Filosofia del Diritto, nel 2002 ha fondato il Centro studi sulla
metodologia della giurisprudenza (CERMEG) di Trento, di cui è
attualmente presidente. Dal 2005 fa parte del Consiglio Scientifico
della Società Italiana di Filosofia del Diritto. Da molti anni
partecipa attivamente alle iniziative dell’Unione Camere Penali
Italiane tenendo corsi e seminari tanto a livello locale quanto in
sede nazionale presso la scuola di formazione a Roma. Tra le numerose
pubblicazioni si segnalano: La pena come
problema, Padova 1979; La
prospettiva processuale del diritto. Saggio sul pensiero di Enrico
Opocher, Padova 1991; La
verità dimenticata. Attualità dei presocratici nell’epoca della
secolarizzazione, Padova 1996.
