Eugenetica, genetica, embrioni, miglioramento, cura, terapia, clonazione, dono.
Michael Sandel affronta, con un testo breve, una delle questioni morali più dibattute: le nuove capacità che l'ingegneria genetica promette all'umanità. La ricerca si concentra sulle enormi possibilità di cura che possono essere ottenute tramite la manipolazione dei geni, proprio nel campo delle malattie che oggi sono incurabili e devastanti. L'altra faccia della medaglia è l'abuso di queste capacità per potenziare invece che curare. La dicotomia terapia/potenziamento attraversa le riflessioni di Sandel, presentate in modo semplice anche per il lettore non specialista.
Sandel,
proponendo esempi, prova a chiedersi cosa ci sarebbe di sbagliato
nell'uso non terapeutico delle tecniche genetiche. Si consideri
questo caso: genitori sordi che chiedono che anche il loro figlio sia
progettato per non avere l'udito. Un caso che ci getta brutalmente
nel cuore del discorso: è sbagliato che genitori sordi
vogliano un
figlio sordo? Se si, perché?
Una simile richiesta mette
chiaramente a disagio; compito della filosofia morale è
spiegare le
ragioni di questo disagio: la sordità è intesa dai
genitori in
questione non come un handicap ma come un tratto distintivo,
identitario. Hanno ragione o no? Per coloro che hanno l'udito, la
sordità è la perdita di una capacità, quindi
saremmo portati a
credere che i genitori siano cattivi genitori qualora volessero
privare il figlio di uno dei sensi. Ma Sandel ci mette di fronte al
caso opposto: se i genitori invece chiedessero un figlio alto, bello
e sano, magari biondo e con gli occhi azzurri, intendendo questi
tratti come caratteristiche identitarie, sarebbero ugualmente
cattivi? Ci sembra che un figlio con quelle qualità sarebbe
avvantaggiato, non menomato. Ma il professore di Harvard sostiene che
il disagio, nei confronti di una manipolazione, ci sarebbe
ugualmente. La causa del disagio allora è proprio la
manipolazione,
il progetto, la pianificazione: in termini più filosofici, il
figlio
perderà l'autonomia in quanto le condizioni di partenza della
sua
vita, e quindi probabilmente tutta la sua vita, saranno condizionati
da scelte altrui. Ci sono due obiezioni: la prima, anche senza
progetto il caso ci dota di un patrimonio genetico che condiziona la
nostra vita. La seconda, chi cerca miglioramenti solo per se stesso
lo fa in piena autonomia.
"L'inquietudine morale nasce
quando le persone ricorrono a simili terapie non per curare una
malattia, ma per andare al di là della semplice salute,
raggiungendo
un'efficienza fisica o mentale che oltrepassa il mero buon
funzionamento" (p. 24). Sulla base delle attuali conoscenze
scientifiche, sono già disponibili quattro tipi di
miglioramento:
muscoli, statura, memoria e determinazione del sesso dei figli.
Alcuni critici sostengono la tesi secondo la quale il pericolo insito
nella manipolazione genetica è che essa crei non solo classi
sociali
rigidamente distinte, ma addirittura due tipi di umanità: chi
ha
accesso alla tecnica - e quindi sarà bello, sano, forte e via
dicendo, e chi no. Invece Sandel sostiene che "la questione
decisiva non è come garantire la parità di accesso al
miglioramento
genetico, ma se sia giusto aspirare a quest'ultimo" (p. 30).
L'Autore pone una domanda: cosa c'è di sbagliato (o almeno,
cosa percepiamo di sbagliato) nel miglioramento delle capacità
fisiche umane? Egli prova a formulare una risposta analizzando le
concrete modifiche apportate oggi dal doping tra gli atleti, e
suggerisce che doparsi è sbagliato perché va contro
lo spirito del
gioco, che è spirito di dono, gratuità, caso. Un
talento naturale è
per l'appunto qualcosa di inspiegabile, un dono. Ricorrere alla
chimica per ottenere capacità superiori è un peccato
di arroganza,
un sovvertimento del normale corso delle cose.
La
categoria del dono permette a Sandel di spiegare le cause del disagio
che si prova di fronte a ogni modifica eu-genetica: si percepisce
questo sovvertimento non naturale. Nello sport questo aspetto emerge
in maniera più lampante: la categoria che contiene lo sport
non è
lo sforzo, ma l'eccellenza; ammiriamo e amiamo chi eccelle, siamo
profondamente delusi da chi prende scorciatoie (p. 41). Per quanto ci
possa piacere un atleta che si impegna al massimo, non lo
consideriamo comunque migliore di un campione, un talento naturale,
un Michael Jordan - se per un momento ci dimentichiamo che lo stesso
Jordan non ha fatto affidamento solo sul suo dono naturale ma ha
lavorato duramente.
"Il vero problema, con gli atleti
geneticamente modificati, è che corrompono la competizione
atletica
in quanto attività umana che onora la coltivazione e
l'espressione
del talento naturale. Da questo punto di vista il miglioramento
può
essere considerato l'espressione ultima dell'etica dello sforzo e
della tenacia, una guerra ad alta tecnologia con i nostri stessi
limiti. L'etica della tenacia e le risorse biotecnologiche che
attualmente ha arruolato sono entrambe schierate contro le
rivendicazioni del possedere doni naturali" (p. 42).
Allora
perché non abbiamo problemi con tutte le tecnologie
migliorative?
Sandel distingue tra tecnologie che creano la prestazione (doping,
miglioramento genetico, e simili) e tecnologie che permettono di
resistere a certi livelli (possiamo pensare a certi tipi di calzature
che non si distruggono in corsa, per semplificare). Solo le prime
sollevano il problema morale. La tecnica rimuove ostacoli, ma ce ne
sono alcuni che non vanno rimossi perché sono ciò che
costituisce
la sfida dello sport, ed eliminandoli si elimina lo sport
stesso.
Nello sport l'etica del dono corre dunque seri rischi,
ma "sopravvive nella pratica dell'essere genitori" (p. 55),
anche se sotto assedio. La progettazione di un figlio trasforma lo
stesso da dono a cosa, e i genitori in moderni semidei arroganti.
Invece i genitori dovrebbero solo aiutare i figli a sviluppare i doni
naturali, non creare superuomini.
"E allora, come
dobbiamo considerare lo status morale del miglioramento genetico? Il
tentativo di migliorare i figli tramite l'ingegneria genetica
assomiglia di più allo studio e all'allenamento sportivo (che
presumibilmente sono buone cose) o all'eugenetica (che
presumibilmente è
una cosa negativa)?"
(p. 60).
La risposta a questa domanda è fondamentalmente
politica: purtroppo la società impone certi standard e
sostiene
un'etica della tenacia, e ciò crea moltissimi problemi, tra i
quali
lo scarto dei non adatti. L'ingegneria genetica è diversa da
sport e
studio, perché sport e studio servono (ancora e
chissà per quanto)
a sottrarsi a pressioni indebite, mentre la manipolazione
migliorativa soddisfa proprio quelle pressioni sociali. Il contagio
sembra ormai essersi diffuso, e la ricerca del successo ha
contaminato anche tali ambiti, quindi moralmente non ci sono grosse
differenze: bisogna smetterla di fare i supergenitori, bisogna
mettere da parte gli impulsi prometeici, bisogna accettare i
doni.
Sandel affronta infine il tema dell'eugenetica, vecchia
e nuova o liberale, e sembra non trovare differenze sostanziali,
anche se alcuni filosofi hanno sostenuto la possibilità di
un'eugenetica liberale (Dworkin, Nozick e Rawls). L'eugenetica
liberale non impone alcuna pratica specifica, tuttavia da un punto di
vista pratico rischia di condurre alle medesime conseguenze: nel
momento in cui le tecniche sono disponibili, un genitore ha un
obbligo morale di fornire al figlio tutti i mezzi per una vita
migliore, e un corpo migliore è senza dubbio un mezzo di
insuperabile qualità (p. 84). Il punto è che i
genitori che
progettano il figlio perderanno molto: ad esempio, la gioia dei
successi del figlio/a non sarà una sorpresa, non sarà
per nulla
emozionante.
Il
contrasto
è dunque tra padronanza
e dono: l'etica del dono permette una vita più bella
poiché più
emozionante. Inoltre, una simile prospettiva morale è
caratterizzata
da tre elementi "chiave del nostro paesaggio morale: l'umiltà,
la responsabilità e la solidarietà" (p. 89).
Sembra
quindi che si debba fare di tutto per bloccare gli studi di genetica.
Obiettori pro-life
potrebbero interpretare in questo senso il breve saggio di Sandel, ma
l'autore stesso nell'Epilogo chiarisce alcuni punti per evitare
questo tipo di strumentalizzazione: soprattutto, l'uso di tecnologie
genetiche per la cura di gravi malattie merita studi approfonditi,
dal momento che la cura non è progettazione ma semplice
ripristino
di una situazione "normale", di buon funzionamento. L'etica
del dono naturale non implica la condanna della ricerca sulle cellule
staminali embrionali. La soluzione, secondo Sandel, è
l'impiego di
embrioni soprannumerari, vale a dire quelli che, generati per
l'impianto in fecondazione assistita, non vengono impiegati e
verrebbero comunque distrutti. Tutto il capitolo finale è
dedicato a
smascherare le ipocrisie e le fallacie delle posizioni contrarie
all'uso di embrioni per le ricerche per curare malattie, mettendo in
evidenza i gravi problemi logici contenuti nei discorsi integralisti
(l'etica del tutto o nulla, come la chiama Sandel nell'ultima pagina
del saggio).
IndicePREFAZIONE
Quando la cultura della perfezione va contro
l'umano di Gianni
Ambrosio
Ringraziamenti
I.
L'etica del miglioramento
Chiarire l'origine del disagio
L'ingegneria genetica
II. Atleti
bionici
L'ideale atletico: sforzo contro dono
Il miglioramento della performance: alta e bassa tecnologia
L'essenza del gioco
Figli progettati, genitori progettanti
Plasmare e
contemplare
La pressione per la performance
Eugenetica vecchia e nuova
La vecchia eugenetica
Eugenetica per il libero mercato
Eugenetica liberale
V.
Padronanza
e dono
Umiltà, responsabilità e solidarietà
Il progetto della padronanza
EPILOGO
Etica dell'embrione: il dibattito
sulle cellule staminali
L'autoreMichael
J. Sandel, uno dei più eminenti filosofi politici e morali
statunitensi, insegna Teoria del governo
all’Università di
Harvard, dove tiene anche corsi su temi quali lo statuto etico delle
biotecnologie, la globalizzazione, il rapporto tra mercati e morale.
Autore di numerosi saggi e volumi (tra cui, tradotto in italiano, Il
liberalismo e i limiti della giustizia,
1994) e di articoli divulgativi pubblicati su testate giornalistiche
quali «The Atlantic Monthly» e «The New York
Times», dal 2002 al
2005 è stato membro del Consiglio presidenziale sulla
bioetica,
organismo istituito dal presidente degli Stati Uniti al fine di
analizzare le implicazioni etiche delle nuove tecnologie biomediche.
Links- Un articolo del 2004 di Sandel su The Altlantic.com, The case against perfection
http://www.theatlantic.com/doc/200404/sandel
- La homepage del suo corso ad Harvard
http://athome.harvard.edu/programs/jmr/
