Recensioni Filosofiche

Benoist, Jocelyn, I confini dell’intenzionalità. Ricerche fenomenologiche e analitiche.
Milano, Bruno Mondadori, 2008, pp. 215, € 28,00, ISBN 9788842420293.

Recensione di Silvano Zipoli Caiani - 25/05/2008

Filosofia teoretica (fenomenologia), Filosofia analitica

Indice - L'autore - Links

Il percorso intrapreso da Benoist prende le mosse dal contesto dell’analisi linguistica, scegliendo di affrontare in prima istanza i problemi legati all’identificazione tra atteggiamento intenzionale e sensatezza, un tema per altro già presente all’interno delle ricerche logiche husserliane. Nel tentativo di mettere in luce il legame che accomuna il senso linguistico a un contesto oggettivo e non arbitrario, senza perdere di vista il ruolo fondante ricoperto da una prospettiva in prima persona, l’autore si sofferma inizialmente sull’analisi della filosofia del linguaggio di Peter Strawson. Seppur riconducibile a una tradizione di pensiero non strettamente fenomenologica, quanto piuttosto di estrazione analitica, la proposta di Strawson risulta in grado di mettere in luce l’intreccio che lega ogni atteggiamento linguistico referenziale a un certo contesto d’uso. In Strawson il riferimento linguistico assume la connotazione di qualcosa che si fa con il linguaggio, un vero e proprio agire che permette di spostare l’attenzione dal contesto della pura analisi logica a quello delle circostanze contestuali e pragmatiche all’interno delle quali un enunciato viene proferito.

Come nota Benoist, proprio perché l’enunciazione di una frase è un evento reale, databile e contestualizzato, parlare di un atto linguistico significa avere di mira qualcosa che avviene all’interno di un contesto esistenziale definito da precise condizioni ontologiche. Proprio a questo livello s’inserisce il ruolo della descrizione intenzionale, precondizione di ogni riferimento linguistico è infatti, secondo l’autore, la presenza di un substrato di credenze riguardo al mondo appartenenti al soggetto parlante, a partire dalle quali è possibile specificare i differenti tipi di atto linguistico e il riferimento a essi associato. Proprio grazie al presupposto di una simile “vita mentale”, fatta di credenze e motivi non linguistici che sottendono alla nostra attività linguistica, gli enunciati acquisterebbero la specifica proprietà di potersi riferire a un mondo.

Porre l’accento sul ruolo giocato dall’intenzionalità nella definizione del contesto linguistico non significa per Benoist concedere alla soggettività un potere assoluto nella determinazione dei riferimenti. La tesi di partenza secondo la quale le condizioni di validità di ogni enunciato rimandano a un fondamentale contesto di assunzioni circoscritte dall’atteggiamento intenzionale del parlante, permette di mettere in luce i fondamentali problemi che contraddistinguono la definizione di una teoria dell’intenzionalità che voglia evitare la circolarità di una prospettiva esclusivamente immanentistica.

Il problema può essere colto facendo riferimento alla concezione linguistica presente all’interno dell’opera husserliana, qualora posta a confronto con la teoria del riferimento messa a punto da Frege. Nell’impostare la descrizione delle due diverse vie d’accesso al problema del riferimento, quella fenomenologica e quella logico-analitica, Benoist concentra l’attenzione sulle controversie generate dalla separazione tra senso e significato, affermatasi a cavallo tra XIX e XX secolo. La problematicità definita dall’assunzione di un’indipendenza del significato, relativamente al senso con il quale si presenta un enunciato, risulta evidente qualora si guardi alle modalità con le quali si delinea la possibilità di un riferimento collegato all’uso di termini concettuali. Se in Husserl Benoist osserva la tendenza a considerare i concetti quali particolari tipi di oggetto rispetto al quale termina l’atto di riferimento linguistico rivolto a termini concettuali, mancando in questo modo di chiarire il rapporto tra un certo concetto e gli oggetti che ricadono all’interno di esso, in Frege è possibile individuare una strategia alternativa in cui i termini concettuali rappresentano dei medium tra il pensiero e gli oggetti.

Secondo Benoist, la soluzione funzionale fregeana si scopre un mezzo estremamente potente rispetto al problema del riferimento posto dai termini concettuali. L’esistenza o meno di un riferimento oggettivo da assegnare a ciascuno di essi non dipenderebbe infatti dalla sola dimensione linguistica come nel caso husserliano, quanto piuttosto da condizioni esterne che permettono di distinguerne l’esistenza o meno. Proprio la mancanza di un potere referenziale diretto connesso alla sensatezza linguistica, o nel caso husserliano all’intenzionalità espressa dagli enunciati, permette a Frege di mantenere in primo piano il ruolo determinate di una polarità oggettiva indipendente dal soggetto e indispensabile alla costruzione dei significati linguistici. Ciò che si configura problematico è adesso comprendere l’effettiva configurazione del rapporto che lega sensatezza e intenzionalità al domino dei riferimenti.

Banco di prova per una teoria dell’intenzionalità è rappresentato, secondo Benoist, dal confronto con il dominio dei discorsi fittizi e immaginari, là dove alcuni termini linguistici sembrano non indicare la stessa posizione di esistenza che contraddistingue gli oggetti reali. Muovendo dal riscontro di sensatezza attribuibile a enunciati di finzione, l’analisi di Benoist si spinge a mettere in luce il legame che indissolubilmente connette ogni atteggiamento linguistico dotato di senso a una sua corrispettiva dimensione referenziale, quest’ultima da considerarsi indipendente dalle molteplici modalità linguistiche con le quali è possibile rivolgersi a essa.

Sottolineata l’indispensabilità di mantenere una polarità referenziale indipendente, come già implicito all’interno dell’analisi fregeana, Benoist giunge a proporre una concezione interattiva dove la stessa definizione di sensatezza non possa essere considerata in totale indipendenza dal dominio referenziale verso il quale essa si rivolge. In questa dinamica inizia a configurarsi la specificità della proposta realista dell’autore che si traduce nella concezione di un’intenzionalità, non più donatrice di senso autonoma dal contesto entro il quale il soggetto si trova collocato, quanto piuttosto un’intenzionalità strettamente connessa all’agire nel mondo e per questo anche alle specifiche condizioni esistenziali che lo contraddistinguono. Problema centrale diviene allora, nell’ottica di Benoist, comprendere attraverso quali vie possa effettivamente delinearsi il rapporto interattivo tra intenzionalità e mondo, una ricerca che, come suggerisce lo stesso titolo dell’opera, si colloca ai confini dell’atteggiamento intenzionale allo scopo di comprenderne la natura e i limiti.

Senza passare attraverso un’effettiva discussione delle prospettive naturalistiche che con sempre maggior rilievo sconfinano oggi nel campo della teoria dell’intenzionalità, Benoist cerca di analizzare la possibilità di un contatto tra l’atteggiamento intenzionale e il complesso di fenomeni pulsionali legati alla tradizione d’analisi freudiana. Al centro dell’attenzione si pone così il ruolo della corporeità quale luogo mediano all’interno del quale vita mentale e causale troverebbero una loro propria dimensione di contatto. Il risultato del percorso mette bene in evidenza la peculiare condizione disincarnata tipica del concetto husserliano d’intenzionalità, una connotazione ereditata dalla tradizione brentaniana e a lungo tramandatasi all’interno della tradizione fenomenologica.

Il problema della corporeità e dell’apertura degli atteggiamenti intenzionali al mondo si presenta sotto altra forma all’interno della discussione delle modalità conoscitive associate alla sensazione. Conoscere le proprie sensazioni passa infatti, secondo Benoist, attraverso il riconoscimento di tratti qualitativi e di pattern fenomenologici a partire dai quali diviene possibile una originaria presa sensibile sul mondo. Una capacità che non sarebbe immediatamente disponibile al soggetto nella sua completezza, pertanto distinta da una forma d’intuizione eidetica a priori, e che secondo Benoist passa invece attraverso lo sviluppo di attitudini apprese in un continuo esercizio di relazione con l’esterno, con ciò che gli altri ci dicono dei propri e dei nostri stessi vissuti.

L’opera si conclude con la difesa di una originale prospettiva fenomenologica in grado di accogliere al suo interno aspetti di una concezione realista che non lasci alla sola dimensione intenzionale il compito e la possibilità di determinare i propri riferimenti oggettuali. Luogo privilegiato in quest’ultima parte diviene per Benoist l’opera di Husserl, analizzata nelle sue diverse fasi non sempre omogenee, quanto piuttosto ricche di rielaborazioni e ripensamenti. Nel ricostruire alcuni aspetti del rapporto tra teoria dell’intenzionalità e sensatezza all’interno dell’opera husserliana, Benoist mette bene in rilievo come lo stesso Husserl abbia adombrato la necessità di compiere il passaggio da una “teoria pura del significato”, basata sulla separazione della sensatezza da ogni impegno esistenziale, a una forma di riassunzione ontologica del significato in cui le stesse modalità del mirare intenzionale recherebbero traccia di una genesi fortemente inscritta nel contesto del mondo.

Secondo Benoist l’evolversi delle riflessioni husserliane permette di predisporre la strada verso una concezione che non considera l’intenzionalità quale atto completamente vuoto e indipendente, o una mera anticipazione dell’oggetto. Qualunque realtà rispetto alla quale un atteggiamento intenzionale si rivolge non si riduce infatti ai soli aspetti presi di mira, la possibilità della sconferma appare inscritta secondo Benoist all’interno della stesso atteggiamento intenzionale, aprendolo a un contatto con un mondo esterno e indipendente.

Prendendo le distanze da quello che egli chiama “l’idealismo del senso”, Benoist intende espressamente accantonare la concezione costitutiva che contraddistingue l’atteggiamento fenomenologico che Husserl manifesta rispetto alla nozione di realtà. All’opposto di un essere inteso come noema costituito, Benoist propone una concezione nella quale è l’essere stesso a rappresentare il presupposto per ogni costituzione possibile, là dove ciò che viene costituito non è più la realtà, ma esclusivamente le modalità eidetiche con le quali ci si rivolge al mondo e che del mondo sono esse stesse parte.

torna all'inizioIndice

Prefazione all’edizione italiana

Introduzione (di Lodovica Maria Zanet)
Prima parte: intenzionalità e Linguaggio
Seconda parte: il soggetto ai confini dell’intenzionalità
Terza parte: realismo fenomenologico

Indice dei nomi

torna all'inizioL'autore

Jocelyn Benoist è professore all’Université Paris I Pantheon-Sorbonne, è membro dell’Institut Universitaire de France e membro permanente degli Archives Husserl de Paris. Tra le sue opere: Représentations sans objet. Aux origines de la phénoménologie et de la philosophie analytique (2001), Entre acte et sens (2002).


Links

Pagina personale dell’autore:
http://www.umr8547.ens.fr/Personnels/BENOIST.html

Home page
Torna alla home page