Recensioni Filosofiche

Montanari, Moreno, La filosofia come cura.
Milano, Unicopli, 2007, pp. 129, € 12,00, ISBN 9788840012155.

Recensione di Dario Di Dato - 18/12/07

Consulenza filosofica

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Nel suo libro La filosofia come cura, percorsi di autenticità, Moreno Montanari spiega come la filosofia possa prestare idee utili per affrontare molte delle problematiche esistenziali che sempre più diffusamente riguardano la società dei nostri giorni. In particolare l’autore indica nella filosofia una cura e non una terapia, cioè un prendersi a cuore le sorti dell’altro.

In primo luogo la filosofia non pretende di curare, non prescrive farmaci, ma cerca di creare le condizioni affinché il singolo abbia cura di sé, ovvero rifletta sulla propria esistenza, decidendo autonomamente cosa vuole essere. Al contrario della medicina, che rende le persone dipendenti dal farmaco e dalla terapia, la filosofia intende richiamare gli individui a scegliere la propria vita più autentica, ovvero più vicina al loro carattere e disposizione, ricorrendo alle capacità e alle energie che ogni singolo individuo conserva dentro di sé.

Ovviamente questo discorso, precisa Montanari, non intende negare l’importanza dei farmaci nella cura della salute, ma vuole mettere in guardia contro la medicalizzazione dell’esistenza, per cui qualunque forma di disagio esistenziale viene immediatamente ridotto a malattia che, come tale, necessita di trattamento farmacologico.

Un cambiamento di rotta nella tendenza alla medicalizzazione dell’esistenza è l’imparare a interrogare e a interrogarsi. La conoscenza filosofica fin dal suo inizio - spiega l’autore riprendendo le tesi di Hadot - vuole essere utile alla cura del sé, non si pone cioè come ricerca di una verità oggettiva, ma piuttosto come un pensiero finalizzato a trasformare il soggetto che lo esercita. Tale trasformazione permette al soggetto non di cambiare la propria identità, ma piuttosto di diventare ciò che egli è. Alla base c’è dunque una riflessione sul proprio sé, non per modificarlo, ma per impostare le premesse nella vita quotidiana affinché l’esistenza sia autentica, ovvero adeguata alla natura del soggetto. Riprendendo il pensiero di Heidegger, l’autore afferma che «[...] l’autenticità non è solo il frutto della consapevolezza che si guadagna interrogandosi sul proprio stile di vita ma anche l’effetto della decisione di appropriarsi della propria vita, progettandola a partire dalle nostre peculiarità più proprie, ovvero da ciò che più ci caratterizza» (p. 25).

Nel secondo capitolo Montanari riflette sul vuoto e sul peso che esso ha nell’esistenza. Egli parte dalla considerazione dell’uomo come di un essere manchevole, che non può fare a meno di tentare di colmare il vuoto che lo caratterizza; il desiderio altro non è che la manifestazione di questa mancanza e assume due forme possibili: il desiderio spirituale, che si può colmare solo tramite “l’altro” e il desiderio materiale, che può essere soddisfatto solo tramite gli oggetti. La nostra società ha finito per privilegiare il secondo tipo, così da rendere l’individuo un soggetto narcisista, perché nella soddisfazione dei desideri materiali esso si relaziona soltanto con il proprio io, dimenticando l’altro; in questa autoreferenzialità narcisistica il vuoto, inutilmente colmato tramite gli oggetti, riemerge con tutta la sua forza perché il soggetto, circondato dalle proprie cose, ha finito per crearsi un’immagine di sé falsa, priva di quei limiti che pur egli ha e lontana dalla realtà. Visto che tale vuoto non è né ineliminabile né colmabile, tanto vale, ci suggerisce l’autore, prenderne atto e vedere se esso possa invece diventare una risorsa verso la cura di sé. In questo, suggerisce Montanari, dovremmo prendere esempio dalla cultura orientale, che basa il benessere della persona sulla meditazione, che serve a creare le condizioni per una più profonda consapevolezza di sé, premessa indispensabile per una vita autentica.

L’autore dunque ci invita, sulla scorta dell’insegnamento filosofico, a sottrarci a quella esasperazione a cui siamo condannati nella società contemporanea, che ci vuole sempre al massimo dell’efficienza e della realizzazione, facendoci dimenticare che la vita è fatta anche di vuoto, malessere e angoscia, che non hanno affatto un valore unicamente negativo, ma che possono invece servire anche come campanelli d’allarme che segnalano un’esistenza non autentica, non coincidente con le scelte del soggetto, ma risultato piuttosto di un adeguamento della persona alle richieste della società privo di motivazione interiore. Ecco dunque tutta l’attualità del motto delfico “conosci te stesso”, che però, ci dice Montanari, rappresenta solo metà dell’opera. «l’altra metà consiste nel prendersi cura di sé, lavorando per sviluppare le proprie potenzialità, per armonizzare le proprie virtù, per imparare a riconoscere e rispettare i propri limiti intervenendo su di essi [...] al fine di valorizzare i propri talenti e rinunciare a rincorrere quelli che non ci sono propri» (p. 57).

Questa definizione di sapere, scrive Montanari, si rifà alla phronesis aristotelica, cioè a un sapere che non è solo conoscenza ma anche ricerca di un’azione “buona” che, come tale, rende “migliore” chi la fa. Tale sapere è anche un’abitudine, un esercizio della ricerca del bene e del male; una saggezza dunque pronta a decidere anche quando non si conoscono tutte le variabili della situazione: « in essa risulta dunque essere dominante la decisione di decidere, ossia la deliberazione di scegliere, abilità che si può acquisire e consolidare solo con l’abitudine a farlo, smettendo di delegare ad altri la responsabilità di decidere del nostro destino e prendendocene personalmente cura» (p. 58).

Quindi, secondo l’autore, la phronesis potrebbe rappresentare una risposta a quella che Montanari, riprendendo il titolo di un libro di Ehrenberg, chiama “la fatica di essere se stessi”, fatica derivante dalla responsabilità della scelta alla quale siamo chiamati in maniera ossessiva dalla società, che nel momento in cui afferma la libertà dell’individuo nell’operare le sue scelte, dall’altro lo responsabilizza al punto da provocarne la paralisi della capacità deliberativa, a causa dell’angoscia derivante dal peso delle scelte stesse. È soltanto tramite il confronto con la realtà e la scelta che l’individuo può realizzare la propria identità e, riprendendo le parole di Nietzsche, “dire sì alla vita”.

Successivamente il discorso dell’autore affronta il tema del tempo: ciò che noi siamo è il risultato di una serie di possibilità che si danno nel tempo, ovvero nel passato, nel presente e nel futuro. La capacità dell’individuo di costruire un’esistenza autentica dipende anche dalla sua capacità di pensare e di rapportarsi a queste tre estasi del tempo.

Il presente configura l’orizzonte entro il quale si svolge la nostra esistenza e ci rende consapevoli, attraverso la sua scansione, del trascorrere del tempo e del farsi passato delle nostre esperienze. Quanto al futuro, anche se esso giungerà indipendentemente dal nostro prendercene cura, esso dipende da come noi ci disponiamo nei suoi confronti nel presente: solo dando vita a un progetto, espressione della nostra volontà e personalità, avremo la possibilità di vivere un futuro autentico. Se dunque il futuro non dipende, come ovvio, esclusivamente da noi, ciò non esclude che le nostre scelte possano incidere nel dargli forma e nel fare in modo che esso assomigli alla personalità del soggetto. Infatti è l’elaborazione di un progetto da realizzarsi nel futuro che dà senso al presente, in quanto ci spinge ad agire sulle cose, nel limite delle nostre capacità, scongiurando il pericolo di un presente impersonale.

Anche il passato non è un corpo morto da accettare passivamente così com’è. Se gli accadimenti del passato sono immodificabili nella loro oggettività, non la stessa cosa può dirsi del loro senso nel presente. Già Freud ci ha dimostrato come un evento traumatico passato possa continuare a incidere nel presente dell’individuo, finendo in quella parte che è il “rimosso”. Solo un lavoro di comprensione e rielaborazione di quell’evento può permettere un’accettazione e quindi una liberazione da quel trauma.

Ciò dimostra che il passato incide sul presente e anche sul futuro, non solo tramite il “rimosso” ma anche tramite il senso di colpa: qui l’unica via d’uscita è il perdono, o meglio, quella che Nietzsche chiama “redenzione”. La nostalgia, il senso di colpa o il desiderio di vendetta, rappresentano le diverse forme che può assumere la prigione del passato, perché quest’ultimo, inteso come un corpo morto che non può essere modificato, riduce il presente a una continuità monotona, senza attesa, senza progettualità e apertura al futuro. L’esito è una perdita di interesse per la vita.

Solo il saper “perdonare” il passato può dare slancio al presente lanciandolo progettualmente verso il futuro, facendo del passato il punto di partenza e del presente lo spazio del kairòs, ovvero di quell’attimo opportuno che spezza la prevedibilità dell’esistenza aprendo un nuovo scenario; novità che non scaturisce come creazione dal nulla ma come risultato di premesse poste nel passato e che spingono verso il futuro.

Se seguiamo la ricostruzione di Montanari, che si rifà al pensiero di Nietzsche e Heidegger, il tempo perde il senso di un logorante e irreversibile avvicinarsi alla morte, come invece è oggi comunemente percepito. Anche sul senso della morte la filosofia, secondo l’autore, ha molto da dire. Ampiamente rimossa dalla società contemporanea, la riflessione sulla morte è invece utile per prenderci cura della nostra vita. Contrariamente a quella visione che la concepisce come il contrario della vita, la morte accompagna ogni istante di essa e spinge a riflettere e a scegliere la vita stessa. Cosa vuol dire riflettere e scegliere, se non agire e cambiare e dunque lasciar morire ciò che della nostra vita non sentiamo più appartenerci, e così permettere al nuovo di venire alla luce? Non è questo forse la prova che la morte non è la semplice negazione della vita ma anche ciò che le permette di cambiare e di cercare un senso?

Se è così, scrive Montanari, occorre abituarsi all’idea della morte, prendere familiarità con essa, perché così facendo « se utilizzeremo la vita per prepararci alla morte questa ci renderà il favore preparandoci alla vita già adesso, per non apprezzarla solo quando ormai è troppo tardi» (p. 114).

Ecco dunque emergere, in conclusione del percorso intrapreso da Montanari sulla possibilità della filosofia di porsi come cura di sé, il tema principale: “diventare ciò che si è”, ovvero scegliere tra le molte possibilità alla nostra portata quelle che più corrispondono alla nostra volontà.

In questa prospettiva, la filosofia potrà presentarsi come cura di sé solo se si affermerà come un sapere che non sia la semplice conoscenza della verità e dell’errore, ma che sia anche la guida verso un’azione consapevole e accompagnata dalla ragione, in grado di permettere il raggiungimento di quella che i greci chiamavano eudaimonia, ovvero il benessere e la realizzazione delle proprie qualità, come nel caso della phronesis aristotelica.

La filosofia rappresenta dunque un approccio alla vita che, diversamente da altre soluzioni, non mette il soggetto al riparo dai rischi e dai problemi, ma al contrario lo abitua a riflettere e a problematizzare sugli aspetti più complessi dell’esistenza. La guarigione che la filosofia è in grado di promettere non prospetta una felicità immaginaria priva di sofferenze e problemi, ma insegna ad affrontare quelle sofferenze e quei problemi, considerandoli non come eventi esclusivamente negativi, ma come possibilità che possono tracciare anche nuove vie all’esistenza.

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Dalla medicalizzazione della vita alla sua cura autentica
Vuoto a (p)rendere
La fatica di essere se stessi
Il peso più grande
Nichilismo e cominciamento
Paura di morire, paura di vivere
Bibliografia

L'autore

Moreno Montanari, è dottore di ricerca, consulente filosofico e membro di Phronesis, Associazione italiana per le pratiche filosofiche. Svolge attività di ricerca e formazione per associazioni, scuole di alta formazione e master universitari in consulenza filosofica.

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Sito dell’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica

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