Recensioni Filosofiche

Ferrarin, Alfredo (a cura di), Passive Synthesis and Life-World. Sintesi passiva e mondo della vita.
Pisa, Ets, 2006, pp. 374, € 23,00, ISBN 978-884671632-3.

Recensione di Giuseppe Di Liberti – 20/08/2007

Fenomenologia

IndiceIl curatore

Molti dei temi cruciali del pensiero di Husserl pongono spesso un centrale problema di lettura e interpretazione: da un lato, infatti, ci si confronta con nozioni che hanno avuto nel corso del Novecento un successo e degli sviluppi che travalicano non di rado la fenomenologia husserliana per essere usati sia da altri modelli del pensiero filosofico sia in altre scienze umane. Dall’altro lato, si impone la necessità di comprenderne la funzione precisa e specifica che rivestono all’interno dell’architettura del pensiero husserliano che nel suo complesso processo di costruzione impedisce sovente definizioni esaustive e stabili capaci di evitare equivoci. È questo il caso di due nozioni profondamente interconnesse, quali quelle di mondo della vita (Lebenswelt) e di sintesi passiva, che la raccolta introdotta e curata da Alfredo Ferrarin intende esplorare ed articolare. Il volume raccoglie i contributi presentati in un convegno internazionale intitolato Problemi attuali della fenomenologia: mondo della vita e sintesi passiva organizzato da Ferrarin a Pisa nel maggio del 2006, e offre inoltre alcuni commenti che danno la possibilità di comprendere la complessità e la ricchezza del dibattito. E l’introduzione di Ferrarin ha proprio il merito di presentare con chiarezza le principali questioni che si sollevano intorno alle due nozioni, la loro fondamentale unità e le domande alle quali i diversi interventi tentano di rispondere.

Il primo saggio The Archaeology of Perception di Nicolas de Warren propone un paragone tra alcuni esiti recenti della riflessione di McDowell, in particolare in Mind and World, e Husserl intorno alla nozione di datità e al rapporto tra spontaneità e recettività, in un serrato confronto con una comune matrice kantiana. Lo stesso de Warren sintetizza così le sue conclusioni: “Husserl’s general strategy is to ground the transcendental analytic in the transcendental aesthetic, whereas McDowell follows the route of Neo-Kantians, who seek to absorb the aesthetic in the analytic. McDowell operates within the scope of a transcendental analytic without a transcendental aesthetic, whereas Husserl takes this insight into the ‘saddling of receptivity’ with spontaneity in the direction of fashioning a transcendental aesthetic” (p. 54). Il secondo intervento di Dieter Lohmar si concentra invece sul rapporto tra mondo della vita e tempo, e sul come il tempo soggettivo sia a fondamento della costituzione del tempo oggettivo e sulle differenti articolazioni che tale rapporto assume in fasi diverse del pensiero husserliano (dalla costituzione del tempo oggettivo in termini di costituzione dello spazio nelle Lezioni del 1904/1905 al ruolo della storia percettiva privata nei manoscritti di Bernau del 1917/1918). In Egoity without Ego Jeffrey Bloechl focalizza la sua attenzione sul valore dell’affezione nella fenomenologia genetica proprio per ciò che riguarda l’analisi della nozione di sintesi passiva. Bloechl pone la questione in questi termini: “In order for a world of objects to be given to a subject, such a world and its objects will have first possessed the ‘affective force’ (affecktiver Kraft) necessary to awaken that subject to them. From her, one may ask what it means for an object to have the capacity to affect us, but also […] what it means that we are susceptible to being affected” (p. 99). Segue il saggio di Vincenzo Costa, nel quale l’autore intende analizzare la forma che l’esperienza dell’altro assume in una prospettiva fenomenologico-trascendentale, vale a dire, scrive Costa, “che la forma non è cercata in qualcosa che struttura dall’esterno l’esperienza” (p. 110) e che “la forma che caratterizza l’esperienza dell’altro è interna alla maniera in cui certi fenomeni si strutturano” (p. 111). L’esperienza dell’altro, a partire da Husserl, si caratterizza non tanto attraverso ciò che collega i soggetti ma, in primo luogo, attraverso ciò che rende distinti gli ego: l’esperienza dell’altro assume quindi la forma dell’esperienza della separazione, in quanto ogni io è un qui-ora che non può mai coincidere con un altro qui-ora: “La trasposizione appercettiva consiste nel vedere l’altro come un altro qui-ora. Un qui e ora come me, ma che non può essere lo stesso qui e ora che sono io. La stessa forma, ma che non può in linea di principio avere gli stessi contenuti” (p. 122). Ne L’idéal de rationalité dans le monde de la vie, Pierre Kerszberg affronta invece la questione del rapporto tra mondo della vita e mondo naturale. “Du point de vue du monde de la vie, la concrétude de l’unité concrète du monde s’étend plus loin que celle des choses données purement et simplement dans l’expérience empirique, et elle a l’ambition de s’étendre jusqu’à une subjectivité absolument universelle opérant de manière ultime. La Nature dont la science ne s’occupe plus vraiment, tant elle est obnubilée par ses propres constructions symboliques, est-elle un de ces mondes? Telle est la question à penser en profondeur, et peut-être à resoudre” (p. 140). Il pensare in profondità tale questione conduce, secondo l’itinerario husserliano tracciato da Kerszberg attraverso la lettura di Patocka, alla necessità di un’ontologia del mondo della vita come unica risposta alla crisi delle scienze oggettive moderne. Massimo Barale, in Transcendental Phenomenology and Life-World, intende mostrare come a partire dal 1918 Husserl intraprenda una svolta trascendentale che lo conduce verso una forma del tutto inedita di idealismo trascendentale, a completamento - e non più in opposizione - del progetto kantiano di una critica alla ragione. Nel suo saggio Lost Horizon: an Appreciative Critique of Enactive Externalism, Daniel Dahlstrom mette in prospettiva, individuando profonde differenze, alcuni temi della fenomenologia husserliana in rapporto ad alcuni recenti approcci delle scienze cognitive alla questione della percezione e in particolare a quelli proposti da Noë (‘enactive realism’ e ‘enactive externalism’), Thomson (‘enactive or embodied cognitive science’) e Sean Kelly (‘applied philosophy’). Paolo Spinicci ritorna invece alla Crisi delle scienze europee per osservare la relazione che si instaura tra mondo della vita e l’insieme delle certezze alla base della nostra esperienza del mondo e di conseguenza la funzione di fondamento che il mondo della vita ha per la costituzione del mondo obiettivo e scientificamente vero: “L’immagine obiettiva del mondo ci si dà come vera, ma non può per questo cancellare la nostra certezza nel mondo della vita – ed è questo il primo punto su cui Husserl ci invita a riflettere” (p. 234). Il conflitto che si apre nel rapporto tra mondo della vita e il mondo che le scienze obiettive ci mostrano consiste nel fatto che questi due mondi sono, allo stesso tempo, irriducibili l’uno all’altro e intimamente connessi, poiché i concetti e le costruzioni di cui ci serviamo per la conoscenza scientifica del mondo hanno il loro fondamento nelle strutture dell’esperienza. Rudolf Bernet in Intentional Consciousness and Non-Intentional Self-Awareness intende precisare il valore del’intenzionalità, della coscienza e dell’autocoscienza nel dibattito fenomenologico contemporaneo per mostrare come l’intenzionalità si riveli insufficiente a spiegare il carattere dinamico della percezione e dell’auto-consapevolezza. Il percorso che Bernet segue si divide in quattro momenti: la percezione senza coscienza intenzionale di un oggetto; l’autocoscienza come coscienza dei propri movimenti corporei; l’autocoscienza come appropriazione e liberazione di un’esperienza traumatica; la fantasia come coscienza intenzionale. Si concentra invece sul tema della passività l’intervento di James Dodd intitolato appunto The Passivity of Logic. La domanda che si pone fin da principio Dodd è: “What is the path in Husserl that takes us from formal to transcendental logic? Does it follow Kant’s course, from what he called ‘general logic’ to ‘transcendental logic’?” (p. 291). Questa questione conduce Dodd ad esplorare la relazione tra un carattere retrospettivo della categorialità e la passività nella logica e nella teoria del giudizio husserliana e nella sua teoria del giudizio (in particolare in Formale und transzendentale Logik e in Erfahrung und Urteil). Ritorna invece al quesito epistemologico della nozione di mondo della vita Francesco Saverio Trincia nel suo Il “problema di una scienza del mondo della vita” che già dal titolo fa quindi esplicito riferimento al paragrafo 34 della Crisi delle scienze europee e all’Appendice XVIII. Scrive Trincia: “Il problema della scienza del mondo-della-vita si innesta esattamente sul rifiuto della ovvietà del passaggio ‘progressivo’ dalla conoscenza imperfetta alla conoscenza ‘obiettiva’ ottenuta attraverso il controllo empirico delle verità e l’esclusione costante delle apparenze” (p. 326) e poco oltre “nel momento in cui la nozione di mondo della vita spezza l’ovvietà del passaggio progressivo dal meno al più di scientificità e di incondizionata validità, il ‘passo in avanti’ husserliano si configura piuttosto come un ‘passo indietro’ verso quella nozione di ‘scienza in generale’ che la distinzione tradizionale occulta” (p. 327).

Chiude la raccolta il saggio, tra tutti il meno strettamente husserliano, di Maurizio Ferraris intitolato Perché la sintesi è meglio che sia passiva, che apre le questioni affrontate nel volume a un più ampio dibattito recente tra estetica e ontologia. Ferraris offre un’articolazione del tema della passività – e il rapporto tra illusione e delusione - seguendo tre linee teoriche: la prima è data dal ruolo della percezione (“la sfera della passività per eccellenza”, p. 350) in cui appunto il tratto di sorpresa o delusione diviene l’elemento proprio dell’aisthesis; la seconda è nella necessità di distinzione tra ontologia ed epistemologia; infine la terza è offerta dalla scelta ontologica di comprendere tre tipi differenti di oggetti, fisici, ideali e sociali. Il saggio di Ferraris si conclude con un post-scriptum che invita alla lettura di Paolo Bozzi, che proprio sul tema della sintesi passiva molto darebbe da pensare.

Ai saggi che qui abbiamo sinteticamente presentato, corrispondono dei puntuali commenti che offrono la possibilità di comprendere la vitalità del dibattito, l’eterogeneità di posizioni e prospettive, nonché le molte implicazioni metodologiche che le letture di queste due nozioni comportano.

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Alfredo Ferrarin, The Unity of Life-world and Passive Synthesis. An Introduction         
Nicolas de Warren, The Archaeology of Perception: McDowell and Husserl on Passive Synthesi
Dieter Lohmar, Konstitution der objektiven Zeit auf der Grundlage der subjektiven Zeit
Luigi Pastore, Antwort auf de Warren und Lohmar                    
Jeffrey Bloechl, Egoity without Ego                                    
Vincenzo Costa, L’esperienza dell’altro: per una fenomenologia della separazione    
Barbara Henry, Commentary on Bloechl                                
Barbara Henry, Commento a Costa                                    
Pierre Kerszberg, L’idéal de rationalité dans le monde de la vie                
Massimo Barale, Transcendental Phenomenology and Life-world                
Roberta Lanfredini, Commentary on Kerszberg                        
Roberta Lanfredini, Commentary on Barale                            
Daniel Dahlstrom, Lost Horizons: An Appreciative Critique of Enactive Externalism        
Paolo Spinicci, Il mondo della vita e il problema della certezza. Riflessioni per una diversa lettura della Crisi delle scienze europee                                
Claudio La Rocca, Commentary on Dahlstrom                            
Claudio La Rocca, Commento a Spinicci                                
Rudolf Bernet, Intentional Consciousness and Non-Intentional Self-Awareness        
James Dodd, The Passivity of Logic                                 
Alfredo Ferrarin, Commentary on Bernet and Dodd                        
Francesco Saverio Trincia, Il “problema di una scienza del mondo della vita”            
Maurizio Ferraris, Perché la sintesi è meglio che sia passiva                    
Paolo Godani, Commento a Trincia e Ferraris    

Il curatore

Alfredo Ferrarin è professore di Filosofia Teoretica all’Università di Pisa dopo avere insegnato per nove anni alla Boston University. Per i tipi dell’ETS ha pubblicato Hegel interprete di Aristotele (1990), Artificio, desiderio, considerazione di sé. Hobbes e i fondamenti antropologici della politica (2001), Saggezza, immaginazione e giudizio pratico. Studio su Aristotele e Kant (2004) e ha curato una raccolta di saggi a partire da Goodbye Kant di Maurizio Ferraris (Congedarsi da Kant? Interventi sul Goodbye Kant di Ferraris, 2006). Per la Cambridge University Press ha pubblicato nel 2001 il volume Hegel and Aristotle. È autore di più di una trentina di articoli di filosofia antica e moderna.

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