Recensioni Filosofiche

Delacroix, Christian - Dosse, François - Garcia, Patrick (sous la direction de), Paul Ricœur et les sciences humaines.
Paris, Éditions la Découverte, 2007, pp. 250, € 23,50, ISBN 2707151919.

Recensione di Vinicio Busacchi – 25/09/2007

Storia della filosofia (contemporanea)

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Una delle originalità del parcours di Ricœur – leggiamo nell’introduzione di Delacroix, Dosse e Garcia, i curatori – è di aver condotto “un dialogo costante della filosofia con il suo altro, e specialmente con le scienze umane” (p. 7). Paul Ricœur è “uno dei rari filosofi ad essersi dato la pena […] di leggere i lavori degli storici e dell’insieme delle scienze umane” (ib.), rispetto alle quali si è sempre posto nella posizione modesta e “metodologicamente” fertile dell’ascolto (una posizione che gli è stata sempre caratteristica, anche personale).

Il libro raccoglie gli interventi di dodici studiosi di diverse aree con la finalità di mostrare l’attualità del suo contributo riflessivo nell’ambito delle scienze umane. Occasionato da una serie di seminari tenuti presso la Faculté de théologie protestante de Paris1 rappresenta la seconda tappa di un dibattito interdisciplinare attorno al pensiero di Ricœur ospitato nel numero di marzo-aprile 2006 della rivista Esprit (numero interamente dedicato al filosofo2).

Una “lunga via” per la filosofia, tra psicologia empirica, psicoanalisi, storia, linguistica, congnitivismo…

Il primo contributo è quello di François Dosse, storico, autore di un’importante monografia dal titolo Paul Ricœur. Les sens d’une vie (La Découverte, Paris 1997, 2001). “Anzitutto, Paul Ricœur è un filosofo dell’agire” (p. 13), scrive Dosse in apertura, ricordando il recente libro di Johann Michel3. “Tutta la filiazione di Gabriel Marcel, Maurice Blondel, Louis Lavelle o René Le Senne porta il giovane Ricœur verso una filosofia dell’atto piuttosto che dell’Essere, a partire da un cogito spezzato (brisé), da un’affermazione originaria che non coincide mai con se stessa e si trova dunque sempre spinta in avanti, verso una fragile identità che non è mai ciò che ha da essere” (ib.).

Il tema dell’azione attraverserà tutta l’opera del filosofo, trovando però in Spinoza, secondo Dosse, la fonte principale nel pensiero della maturità. La filosofia deve (spinozianamente) “favorire la potenza dell’essere, la sua produttività, la sua potenza d’esistere, la sua potentia”; “favorire le forze di affermazione di questa potenza” fuggendo “gli affetti tristi” (p. 14). Da qui l’opposizione radicale di Ricœur all’idea heideggeriana dell’”Essere-per-la-morte”; idea mortificante, alla quale il filosofo francese contrappone “il tema spinoziano [appunto] della gioia” (ib.), dell’affermazione, del “si”. E da qui, anche, secondo Dosse, la ragione dell’interesse di Ricœur per le scienze umane. “Le scienze umane – scrive –, nella loro ricerca di determinazioni, di casualismi, esprimono questi limiti che si impongono alla potentia. Esse costituiscono dunque un détour imperativo per cogliere i punti di resistenza all’espressione della potenza. Le scienze umane rappresentano […] una sfida per Ricœur” (p. 15). Una sfida che egli accetta di buon grado; che, meglio, cerca – fedele alla lezione del suo primo maestro di filosofia, Roland Dalbiez, ma anche di Karl Jaspers (da cui apprende il valore delle aporie e delle “tensioni” filosofiche).

La prima sfida (con l’altro non filosofico) rimonta, ci ricorda l’autore, ai tempi della tesi dottorale. Un lavoro che intende realizzare una descrizione in stile husserliano della volontà (sull’esempio della Phénoménologie de la perception di Merleau-Ponty) e che sul tema del corpo, incontra la biologia e la psicologia. Il dualismo tra la dimensione vissuta del corpo – quella descritta dal fenomenologo – e la dimensione oggettiva – quella studiata dallo scienziato – resta sostanzialmente insuperabile; come riflesso della non unificabilità dei differenti universi di discorso. Tuttavia il fenomenologo può superare il distacco radicale accogliendo nel suo metodo i dati scientifici a titolo di diagnostica (Ricœur [1950] 1988, p. 16).

La seconda sfida è la psicoanalisi, che da vita al celebre De l’interprétation. Essai sur Freud, pubblicato nel 1965. Attraverso di essa, spiega Dosse, Ricœur prende coscienza dei “limiti del programma fenomenologico che fallisce sul piano della scoperta dell’inconscio” (p. 21).

Al rapporto tra Ricoeur e Freud è dedicato il contributo dello psicanalista Jacques Sédat, tanto interessante – per il tentativo di riportare la psicoanalisi sul terreno che gli è proprio (quello del non filosofico e della clinica) –, quanto deludente per la lettura dell’interpretazione ricœuriana di Freud “entro i limiti” del solo De l’interprétation. (Oggi continua a non essere adeguatamente misurata la rilevanza della psicoanalisi nel pensiero di Paul Ricœur. Essa di fatto attraversa da parte a parte tutta la sua opera occupando una posizione preminente anche in fasi successive rispetto a quella degli anni Sessanta). Ad alcune delle tesi più note del filosofo Sédat oppone, come in un gioco di contrappunto, i dati dell’esperienza o i testi stessi del “grande viennese”. Un gioco critico attraente ma troppo serrato per non tradire il punto di vista particolare, – oltre che una certa ignoranza della tradizione psicoanalitica stessa, e del pensiero dello stesso Ricœur. Un esempio del primo caso: “Ricœur parla della “struttura dialogica della relazione analitica”; ora la relazione analitica non è una struttura dialogica, ma una struttura proiettiva” (p. 100).

Qui non è riconosciuta, nello specifico, la filiazione lacanaina ed è, in generale, negata indirettamente la linea psicoanalitica ermeneutica. Un esempio del secondo caso: “Se si considera il debutto del De l’interprétation (nell’edizione originale) dove Ricœur definisce il suo metodo, è evidente che egli è ereditario del suo maestro di filosofia, Roland Dalbiez (un cattolico tomista fervente), che aveva scritto nel 1936 […] La Méthode psychanalytique et la doctrine freudienne; ma è impossibile contrapporre metodo e dottrina, in psicanalisi” (p. 101).

L’autore non considera che è la lettura de Il volontario e l’involontario a porsi, sul tema dell’inconscio, sotto l’orizzonte del libro di Dalbiez. E che già nel 1960, in occasione del celebre congresso di Bonneval, Ricœur aveva indicato nel problema dell’epistemologia della psicopatologia un compito urgente, sottolineando come non ci si poteva accontentare più della distinzione tra metodo e dottrina teorizzata vent’anni prima, in quanto si era bene consapevoli del carattere non contingente della teoria e della sua costitutività in relazione all’oggetto.

Al confronto con la psicoanalisi segue – ritorniamo alla ricostruzione di Dosse – quello con lo strutturalismo, che pur avendo una rilevanza diversa nel pensiero del filosofo rappresenta una tappa di notevole importanza. Già con la pubblicazione de La Pensée sauvage (1962) di Claude Lévi-Strauss, Ricœur “riconosce la fecondità dell’antropologia strutturale in quanto metodo e la sua possibilità di avere accesso alle logiche del segno” (p. 23); tuttavia, resta nell’”orizzonte del senso, del comprendere ed il fatto che la lingua non si attualizza che nell’atto di parola” (ib.). Da qui un nuovo détour che, attraverso il passaggio per la filosofia analitica (in particolare, sul tema della filosofia dell’azione), e la mutazione dell’ermeneutica testuale (già ermeneutica simbolica) in ermeneutica narrativa, porterà alla realizzazione de La métaphore vive (1975) e della trilogia Temps et récit (1983-1985).

Approfondisce questo discorso del confronto con lo strutturalismo Daniel Becquemont, il cui intervento si focalizza particolarmente sulla nuova semiologia portata avanti dalla corrente strutturalista in antropologia; evidentemente un punto delicatissimo per il pensiero di Ricœur – che se da una parte otteneva dallo strutturalismo un approfondimento linguistico sul senso, dall’altro subiva l’attacco del “disfacimento del soggetto”. Luogo emblematico di questo confronto scontro il dibattito tra Lévi-Strauss e Paul Ricœur organizzato dalla rivista Esprit nel 1963. (Come è noto, Ricœur raccoglierà i suoi studi sullo strutturalismo nel volume Le conflit des interprétations. Essais d’herméneutique, pubblicato nel 1969 e in nuova edizione nel 1993).

Quarta sfida (da non intendere in senso cronologico) – e ritorniamo ancora al testo di Dosse –, la storia; un ambito al quale Ricœur si interessa già a partire dagli anni Cinquanta. L’autore mette qui l’accento su un punto particolare: l’epistemologia – di estrema rilevanza, in Ricœur, sia in relazione alla storia e alla storiografia, sia rispetto al rapporto tra filosofia e scienze, e nel quadro della riflessione epistemologica. Di fatto il filosofo, mostrando come la storia sia dotata di una doppia epistemologia, esplicativa e comprensiva, apre sul fenomeno del “fare storia” una problematica che ritrova, poi, in modo diverso, nella psicoanalisi di Freud – dall’epistemologia bifronte – e nell’ermeneutica testuale, e che lo porterà a elaborare la “teoria dell’arco ermeneutico”, ovvero una nuova concezione epistemologica tesa tra l’esplicazione e la comprensione – secondo la formula “spiegare di più per comprendere meglio” (vero e proprio motto ricœuriano).

La quinta tappa è rappresentata dalla filosofia analitica, con cui Ricœur viene in contatto negli anni Settanta e “che vuole contribuire a far conoscere in Francia” (p. 27). Un altro passaggio che segna profondamente il filosofo e che marca ben più profondamente dello strutturalismo il suo pensiero. In Soi-même comme un autre (1990), infatti – un’opera che raccoglie in sintesi maggiore gli esiti di più di quarant’anni di riflessione – “egli prosegue la sua discussione con la filosofia analitica sulla questione maggiore del soggetto” (p. 28).

Tocca in parte questo aspetto l’intervento del linguista fenomenologo Jean-Calude Coquet (che è più interessato, tuttavia, alla filosofia del linguaggio).

“Segue” l’incontro con le neuroscienze, un passaggio che Dosse suggerisce di leggere come passaggio per il cognitivismo, in generale, e che ha comunque la sua tappa più significativa nel dialogo intrapreso alla fine degli anni ’90 con Jean-Pierre Changeux, neuroscienziato di fama internazionale. Il libro La nature et la Règle – che raccoglie questo dialogo – suscitò, sin dal suo esordio (1998), grande interesse e un certo numero di critiche. “Ricœur oppone al riduzionismo potenziale delle neuroscienze un dualismo semantico” che non vuole solo superare gli infelici amalgami di espressione, frutto di sintesi impossibili tra differenti universi di discorso – un esempio emblematico è offerto dall’”ossimoro” “il cervello pensa” (cfr. Ricœur, in Changeux et Ricœur 1998, p. 25) – , ma che proprio partendo dalla diversità e legittimità di questi discorsi intende aprire al pluralismo delle prospettive. (Ritorna qui la problematica della prima opera filosofica e tutta la questione epistemologica). “Egli – scrive Dosse – distingue in effetti tre regimi discorsivi che restano incommensurabili: il discorso del corpo-oggetto […] ma anche il discorso del corpo proprio con le sue incitazioni etiche ed infine il discorso normativo, giuridico-politico” (p. 29).

Sul tema del cognitivismo ritorna il sociologo Louis Quéré, nel suo contributo dal titolo Sciences cognitives et herméneutique. L’autore non ha come intento di trattare della (plurisecolare) contesa per il “controllo” delle “scienze dello spirito” (p. 145), quanto piuttosto presentare uno studio attorno a “dei tentativi recenti di “naturalizzazione” della confiance da parte delle neuroscienze” (p. 146). Diventato un classico delle scienze sociali (da Simmel in poi), questo tema della “fiducia” gli permette di ritrovare alcune delle obiezioni mosse da Ricœur a Changeux. “I tentativi attuali di naturalizzazione dell’esprit – scrive – sono spesso molto ingenui perché adottano come strategia fondamentale l’idea di mettere in relazione due domini straordinariamente eterogenei come la fiducia e l’attività neuronale; e sono spesso votati al fallimento poiché improntano in modo molto poco critico ad altre discipline la concettualizzazione del fenomeno che intendono mettere in rapporto con l’attività neuronale, senza riflettere sul fatto che molto spesso queste concettualizzazioni falsano profondamente la natura del fenomeno” (p. 163).

tra filosofia e sociologia…

Michaël Fœssel mette a tema il discorso sociologico. Il suo denso contributo – Penser le social: entre phénoménologie et herméneutique – è un esame delle condizioni di possibilità di una ermeneutica del sociale focalizzato sul tema della dialettica di comprensione ed esplicazione nell’interpretazione (che chiama in causa anche Merleau-Ponty). Il merito principale di questo contributo è mostrare la rilevanza della riflessione di Ricœur nei riguardi di una disciplina che il filosofo non ha considerato in modo organico ma solo indirettamente o attraverso incursioni specifiche (ad es. Max Weber, uno dei suoi autori privilegiati). Il primo aspetto è di carattere propriamente epistemologico. La problematica della “posizione dell’interprete” guadagna ampiamente (in termini di chiarificazione, articolazione e risoluzione) dalla complementarietà instaurata da Ricœur tra esplicazione e comprensione.

Di altro stile, ma sempre nell’orizzonte delle scienze sociali, è il saggio di Laurent Thévenot che prende in considerazione l’ultimo grande lavoro di Paul Ricœur, Parcours de la reconnaissance (2004), sviluppando il tema della reconnaissance [riconoscimento/riconoscenza] in Ricœur attraverso il confronto con Axel Honneth (confronto che lo stesso Ricœur stabilisce nella terza parte [o terzo studio] del suo libro).

tra storia, storiografia e politica...

Il lavoro di Patrick Garcia – Paul Ricœur et le guerre des mémoires – si focalizza sull’opera La mémoire, l’histoire et l’oubli (2000) e propone un uso possibile delle tesi ricœuriane in relazione alla problematica delle “guerre delle memorie” (O. Mongin 2000).

Viene qui data indirettamente occasione di sondare il rapporto stabilito da Ricœur con le scienze storiche e storiografiche. Un rapporto che non è senza ricadute in senso politico: di fatto, come dimostra Garcia, si può “triangolare” l’opera ricœuriana tra storia, storiografia e politica.

Nell’Avvertissement Ricœur parla di una “preoccupazione civica” alla base de La mémoire, l’histoire et l’oubli, accanto a una “preoccupazione pratica” (riempire il vuoto di memoria e oblio, nella dialettica di tempo e racconto, lasciato ancora aperto in Soi-même comme un autre) e una considerazione “professionale” (il fatto di voler proseguire – ed anche segnare – un percorso di dialogo ininterrotto con gli storici; Ricœur 2000, p. I).

Ed è attorno alla situazione paradossale espressa nella “preoccupazione civica” di Ricœur che ruota l’indagine di Garcia; un Ricœur che si dichiara sconvolto davanti al paradosso del nostro tempo, diviso tra “eccessi di memoria” ed “eccessi di oblio”, in cui il problema della “giusta memoria” si pone con estrema urgenza. Un concetto, questo della “giusta memoria” che ha incontrato numerose contestazioni: giudicato da Robin un ideale regolatore “impossibile” (Robin 2003, p. 28), da Lapierre “una nozione assolutamente introvabile” (Jewsiewicki e Joutard, 2004) e da Rochlitz una nozione “rassicurante”, l’espressione di un “souci d’apaisement” (Rochlitz 2001, p.175).

Nonostante queste critiche – ricorda Garcia – il libro è stato largamente accolto dagli storici e le sue idee diffuse in modo estremamente rapido.

Garcia sottolinea il ruolo strategico esercitato dal modello psicoanalitico nel libro del 2000. Un ruolo che non si riduce a un uso metaforico e si lega strettamente al progetto che lo anima: “quello di una terapia della memoria” (p. 60). “In effetti, non solo Paul Ricœur utilizza i concetti derivati dalla psicoanalisi in una densa trattazione sulla “memoria ostacolata”, ma, nella dinamica del progetto di una giusta memoria, prende la cura analitica stessa come modello” (ib.). Attraverso un lavoro su se stessa di fatto la società può mettere a distanza la propria patologia della memoria (cfr., H. Rousso, 1987, 2002) operando un lavoro del lutto analogo a quello individuale. La messa a distanza è la problematica in chiave “psico-sociale” della “giusta memoria”. In una tale prospettiva l’eccesso di oblio si lascia facilmente leggere come un analogo della rimozione e l’eccesso di memoria un analogo della compulsione. Ma ciò che è più importante è che lo spazio pubblico di rimemorazione non è più solo spazio di espressione del lutto ma di lavoro su di esso (p. 61).

La ricerca di una giusta memoria fa comunque problema - Garcia lo ricorda – soprattutto oggi, che stiamo nel mezzo di una già ricordata “guerra di memorie”. Guerra che si esprime in una decolonizzazione della storia e in una frammentazione dei quadri di intelligibilità del passato (P. Nora, 2002), che se può essere spiegato con il “cambiamento generale di sensibilità” e con la “mondializzazione della memoria”, trova in realtà la sua più profonda radice nel presentismo (Hartog 1995) – nel carattere disorientato e senza futuro del nostro presente –, e il suo punto di massima tensione nelle tensioni politiche attorno a questioni (lotte) di (per il) riconoscimento. Un esempio fra tutti: la pressione esercitata sulla Turchia da parte della comunità internazione perché riconosca il genocidio armeno – vera e propria conditio sine qua non nel processo di riconoscimento come Stato democratico (p. 70).

Garcia ricorda che il concetto ricœuriano di “giusta memoria” rinvia a una definizione pratica (è “orientato verso l’azione”; p. 73) e chiama in causa il politico. La ricerca di una memoria giusta, infatti, costituisce senza dubbio per Garcia una preoccupazione della politica.

Offre un ulteriore approfondimento del rapporto di Ricoeur con gli storici il saggio di Roger Charter, Mémoire et oubli. Lire avec Ricœur, evidentemente ancora centrato sull’opera del 2000, sulla quale ritorna anche Christian Delacroix che propone un’analisi della lettura ricœuriana degli storici degli Annales in Temps et récit e ne La mémoire, l’histoire, l’oubli. Entrambi confermano la rilevanza del pensiero ricœuriano nel contesto della riflessione storiografica. Malgrado la diffidenza di molti storici nei riguardi della filosofia, infatti – scrive Delacroix –, Ricœur “è ormai considerato da un numero crescente di storici come un filosofo “leggibile” ed utile” (p. 209); e questo perché egli “legge veramente gli storici (le loro opere, i loro lavori empirici e non solamente i loro discorsi o saggi riflessivi)”, ed è “a partire dall’analisi delle loro pratiche che avanza delle posizioni epistemologiche che questi posso a loro volta fare proprie per riflettere sulla loro disciplina” (ib.).

l’ermeneutica delle tradizioni e la storia letteraria...

Il saggio di Stéphane Zékian tocca il tema dell’ermeneutica testuale. “Cosa è leggere un testo del passato? A quale tipo di appropriazione queste letture danno luogo? Se le proposizioni di Paul Ricœur in materia di ermeneutica delle tradizioni sono logicamente nutrite da queste questioni, la loro inserzione primaria in un dialogo serrato con gli strutturalisti le ha lungamente mantenute su un terreno paradossalmente prossimo e lontano dalle preoccupazioni della storia letteraria” (p. 78).

Ciò che tocca di primo acchito l’interesse dell’”historien des postérités littéraires” è il modo in cui Ricœur si serve di Gadamer (cfr. p. 79). “Il nodo di questo dialogo è costituito dal valore e dal peso che queste due ermeneutiche riconoscono alle nozioni di appartenenza e di distanziazione” (p. 80). Se a quest’ultima Ricœur riconosce una funzione positiva, per Gadamer essa rappresenta una pura e semplice “degradazione del nostro rapporto primordiale di appartenenza ad una tradizione” (ib.). E tuttavia, dalle analisi di Temps et récit emerge con chiarezza la possibilità di un ripensamento della distanziazione, tale da farne, nella dialettica di appartenenza e distanziazione, “la chiave della via interna dell’ermeneutica” (Ricœur 1986, p. 403). “Tutto il suo proposito – scrive Zékian – è di articolare l’”efficienza della storia” o “lavoro della storia” (Grondin 1981) in una vera e propria teoria del testo, al fine di riabilitare il ruolo ermeneutico della distanziazione, senza per questo fare credito all’idea di una coscienza sovrana, maestra del senso” (p. 82). In altre parole, realizzare un’ermeneutica “media” “sottratta agli scogli simmetrici dell’obbiettivazione e del sostanzialismo” (p .83). è nell’intessere questo lavoro – ricorda Zékian – che la via di Ricœur incontra Hans-Robert Jauss e Reinhart Koselleck. Con il primo condivide la medesima “ammirazione dissidente” nei riguardi di Gadamer; e non può che leggere con vivo interesse le proposizioni di Jauss sul “ruolo creatore di una comprensione evolutiva, includente necessariamente sia la critica della tradizione che l’oblio” [Jauss 1978, p. 63]” (p. 85). Quanto a Koselleck, l’attrazione di Ricœur per le sue tesi è ben nota: “le categorie di campo d’esperienza e d’orizzonte d’attesa sono alcune delle passerelle gettate tra Temps et récite e La mémoire, l’histoire, l’houbli”. “Le sue nozioni permettono di apprendere un passato elastico e […] d’articolare un rapporto al passato d’ordine non quantitativo, ma qualitativo” (ib.). “L’expérience, c’est le passé actuel”, ricorda Koselleck. In linea con ciò, Ricœur: “La distanza temporale che ci separa dal passato non è un intervallo morto, ma una trasmissione generatrice di senso. Prima di essere un deposito, la tradizione è un’operazione che non si comprende che dialetticamente nello scambio tra il passato interpretato ed il presente interpretante” (Ricœur 1985, III, p. 399-400).

Questo scambio avviene anche nell’atto di lettura. Ricœur dà uno spazio rilevante, nella sua concezione, al lettore; alla lettura come “supporto dell’avventura di sé e vettore privilegiato di una critica del reale” (p. 90). E questo sembra essere il punto di maggiore interesse per lo specialista. “Esplicitando la distanza che separa il testo prodotto dal testo recepito […] [Ricœur] esplora i differenti scarti risultanti dalla fissazione della parola (del discorso) nella scrittura, scarti la cui somma costituisce ciò che si è convenuto chiamare l’autonomia del testo. Il primo di essi e d’ordine psicologico, Ricœur rinuncia a fare dell’intenzione dell’autore l’orizzonte insuperabile della significazione del testo. Il secondo, che ci importa più da vicino, fa apertamente riferimento ad una differenziazione sociologica e storica: “Il proprio dell’opera d’arte, dell’opera letteraria, dell’opera tout court, è […] di trascendere le sue condizioni psicosociologiche di produzione e di aprirsi così ad una serie illimitata di letture, esse stesse situate in contesti socioculturali sempre differenti; in breve, è proprio dell’opera di decontestualizzarsi, sia dal punto di vista sociologico che psicologico, e di potersi ricontestualizzare altrimenti; ciò è quanto fa l’atto di lettura” [Ricœur 1986, p. 405]” (p. 88).

fino a questioni di “urbanistica”

Infine, un posto a sé occupa il saggio di Thierry Paquot – professore di “philosophie de l’urbain” all’Institut d’urbanisme de Paris (Paris-XII). Se, da una parte, ci troviamo davanti a un tema marginale del pensiero di Ricœur, dall’altra proprio questa sua marginalità, rivela ancora meglio di altri temi, la ricchezza della riflessione ricœuriana e l’apertura verso sentieri poco frequentati dalla filosofia4. Due sono i contributi ricœuriani concernenti direttamente il terreno dell’urbano: Urbanisation et sécularisation del 1967 e Architecture et narrativité, scritto trent’anni più tardi (nel 1998). Su di essi si concentra l’analisi dell’autore. Il primo fu occasionato dalla pubblicazione del libro di Harvey Cox, The Secular City. A Celebration of its Liberties and an Invitation to its Discipline (1965). (“Con un’incredibile chiarezza d’espressione, Paul Ricœur presenta l’opera di Cox, che legge in inglese, la commenta e vi aggiunge le sue convinzioni e le sue interrogazioni. Questo testo denso, preciso, aperto mi lascia subodorare le letture annesse che il suo autore ha potuto effettuare e del quale si è certamente nutrito […]” [p. 175]). Il secondo testo fu presentato alla Triennale di Milano (in occasione della XIX Esposizione Internazionale: Integrazione e pluralità nelle forme del nostro tempo. Le culture tra effimero e duraturo); Ricœur sviluppa qui un’interessante parallelo tra l’architettura e la narratività. “L’architecture serait à l’espace ce que le récit est au temps, à savoir une opération “configurante””.

Un’operazione configurante, ma anzitutto prefigurante. Tutte le storie di vita infatti si sviluppano e si realizzano, in primo luogo, in spazi di vita: all’interno di abitazioni, nelle vie, nei giardini pubblici, nelle piazze: la città viene a definirsi come “il primo sviluppo di questa dialettica del riparo e dello spostamento”, offrendo lo spazio all’azione ed aprendo al secondo momento narrativo.

1 Nell’anno accademico 2005-2006 (“Paul Ricœur et les sciences humaines”) sotto l’egida dell’IHTP (Institut d’histoire du temps présent-CNRS) e del Centre d’histoire culturelle des sociétés contemporaines (Università di Versailles-Saint-Quentin-en-Yvelines).

2 Aa.Vv., L’effet Ricœur dans les sciences humaines, “Esprit”, 323 (La pensée Ricœur), mars-avril 2006, pp. 40-64. Ricœur – lo ricordiamo en passant – restò legato per tutta la vita a questa rivista. Vi scrisse con regolarità già negli anni in cui essa era diretta da Emmanuel Mounier, il padre fondatore. Fu Mounier, di fatto, che lo volle nella redazione di Esprit.

3 J. Michel, Paul Ricœur. Une philosophie de l’agir humain, Cerf, Paris 2006.

4 Un paradosso, nel caso dell’urbanistica, perché – come nota l’autore in apertura – “la città e la filosofia sembrano costitutive l’una dell’altra” (già dai tempi della filosofia Greca e di Atene).

Bibliografia

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H. Rousso,
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SOMMAIRE

INTRODUCTION, par C. Delacroix, F.Dosse, P. Garcia

1. La capabilité à l’épreuve des sciences humaines, par F.Dosse

2. Penser le social : entre phénoménologie et herméneutique, par Michaël Fœssel

3. Paul Ricœur et la guerre des mémoires, par P. Garcia

4. Si loin, si proche: Paul Ricœur, l’herméneutique des tradictions et l’histoire littéraire, par Stéphane Zékian

5. Ricœur, Freud et la démarche psychanalytique, par Jacques Sédat

6. Pensée du language, par Jean-Claude Coquet

7. Reconnaissances avec Paul Ricœur et Axel Honneth, par Laurent Thévenot

8. Sciences cognitives et herméneutique, par Louis Quéré

9. Urbanisation et confrontations culturelles, par Thierry Paquot

10. La confrontation avec le structuralisme : signe et sens, par Daniel Becquemont

11. Ce que Ricœur fait des Annales : méthodologie et épistémologie dans l’identité des Annales, par C. Delacroix

12. Mémoire et Oubli. Lire avec Ricœur, par Roger Chartier

LES AUTEURS

BIBLIOGRAFIA

INDICE

I curatori

Christian Delacroix è storico, professore all’Università di Marne-la-Vallée. Con F. Dosse e P. Garcia ha pubblicato Les courants historiques en France aux XIXe et XXe siècle (Armand Colin, Paris 1999).

François Dosse è storico, professore presso l’IUFM di Créteil. Autore di numerosi lavori, tra i quali un’importante Histoire du structuralisme (2 voll., La Découverte, Paris 1991-1992), ha pubblicato presso la stessa casa editrice il libro Paul Ricœur, le sens d’une vie (1997, riedito nel 2001).

Patrick Garcia è storico, maître de conférences all’IUFM di Versailles. Ha pubblicato nel 2000 Le Bicentenaire de la Révolution française, pratiques sociales d’une commémoration (CNRS-éditions, Paris).

Links

http://www.fondsricoeur.fr
Il sito del Fonds Ricœur, ospitato presso la Faculté libre de théologie protestante di Parigi

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