Estetica
Le Muse affronta la questione del paradossale statuto dell’arte, che – per usare il titolo di un altro noto libro di Nancy – è al contempo “singolare-plurale”. La domanda provocatoria lanciata è infatti: “Perché ci sono più arti e non una sola?”.
Nancy prende le mosse dalla connessione platonica tra eros e poiesis, per poi rivisitare alcuni nodi tematici della riflessione di Kant, Hegel e Freud. Come emerge già dalla radice del nome, la Musa ha a che fare con una tensione, con un’eccitazione che, pur scaricandosi di volta in volta in una forma determinata, serba il ricordo della sua origine multipla ed eterogenea. A confermarlo è la mitologia stessa: «Le Muse sono figlie di Mnemosyne – frutto non di un unico concepimento ma di nove notti passate con Zeus – e portano la memoria dei tempi precedenti l’ordine divino» (p. 58). Ciò significa che, in ogni configurazione artistica determinata, sopravvive una dimensione primigenia, aorgica e multipla. Nancy non nutre alcun dubbio al riguardo: l’opera d’arte, nel darsi in una singolarità, fa emergere dal suo stesso interno una molteplicità di possibili, che le impediscono di chiudersi in una definizione assoluta. Emblematico a proposito è quanto affiora da un passo della Teoria estetica di Adorno: «Le opere d’arte dimostrano quanto poco un concetto universale di arte sia adeguato alle opere d’arte […]; l’arte non è il superconcetto dei propri generi» (p. 21). Tale inadeguatezza circa l’impossibilità per l’opera d’arte di risolvere il molteplice sensibile in un concetto universale è ciò che la rende capace di produrre stupore, sempre di nuovo. Si tratta allora non di mettere un super-ordine tra super-concetti – per dirla con Wittgenstein – ma piuttosto di riconoscere la tensione fra identità e differenza, che si inarca fra l’arte e le diverse modalità del suo darsi. Di qui la necessità di mettere in questione la nozione romantica di un’arte unica e totalizzante, per scorgere quella molteplicità che si stratifica nel concetto artistico e che corrisponde alla pluralità dei sensi. Per Nancy, il pathos estetico, connesso al sensibile, non si lascia affatto circoscrivere in una rappresentazione determinata, ma rivendica la sua irredimibile alterità. A essere in gioco è allora una continua oscillazione tra l’uno e il molteplice, tra il singolo e la pluralità. Tale reciproco costellarsi dei due poli restituisce anche la cifra dello scarto tra la produzione (infinita) e il prodotto artistico (finito), laddove il primo momento non si esaurisce mai nel secondo, non si dà mai come compiuto e una volta per tutte. Nancy si riferisce all’abbozzo che deve andare oltre ogni piano possibile, scompigliando la pretesa definizione assoluta di ogni forma contingente. Ma questa impotenza a una totale risoluzione non si traduce affatto in una rinuncia alla forma, quanto semmai – per riprendere ancora una nota adorniana – nella consapevolezza della necessità di una rappresentazione capace di confrontarsi con il caos primigenio (elemento patico) che la sottende.
In questa cornice vengono collocate
le riflessioni sulla Morte della Vergine di
Caravaggio, cui è
dedicato il capitolo dal titolo “Sulla soglia”. Riprendendo
un motivo già affrontato nel Regard du portait,
Nancy indaga la connessione tra arte ed esistenza, tra opera
e
vita, tra eternità e finitudine, tra rivelazione e opacità
. Il soggetto della tela, come noto, è la morte, in
quanto oggetto di rappresentazione che ci ri-guarda. Osservando il
dipinto, ci collochiamo in un non-luogo che è al contempo
dentro e fuori la scena dipinta, ovvero al confine tra l’al di qua
e l’al di là. Ma tale soglia non è osservabile e
indicabile a dito, quanto piuttosto partecipata: siamo noi, i vivi,
che “nella morte non ci siamo mai, ci siamo sempre” (p. 88). Il
frammezzo è la pittura stessa, che ci rende accessibile
l’inaccessibile: «La grande tela come la nostra palpebra, non
un velo che svela, non una rivelazione, ma il potere e l’intenzione
di vedere [...] Questa pittura dipinge la soglia dell’esistenza»
(p. 89). Nessuna rivelazione, dunque, ma semmai una ri-velazione,
ossia la presentazione di un sottrarsi.
La polarità concettuale di
partecipazione e distacco costituisce anche il leitmotiv
del
capitolo dedicato all’atto di origine della pittura nella grotta di
Lascaux. Si tratta di un ‘ri-trarsi’, da intendersi come anelito
verso il senso, nella consapevolezza che «la struttura della
ricerca è una struttura di fuga e di perdita» (p. 126).
È proprio questo libero gioco di attrazione e repulsione che
caratterizza la dimensione estetica, come Nancy precisa all’inizio
del capitolo successivo, “Le arti si fanno le une contro le altre”.
Le arti si stimolano l’un l’altra, e in questa pulsione erotica
anche al contempo delimitano i loro confini: si danno l’una
all’altra senza per questo annullarsi. Ma questa apparente
incompletezza del loro reciproco donarsi è anche l’unica
compiutezza possibile. Di qui Nancy ribadisce la connessione tra arte
ed eros, al centro dell’ultimo capitolo, Prasens:
«L’amore compiuto è quello che non è saturo, né
appagato, ma è sempre desiderio e ritorno eterno del
desiderio. Desiderio che gode del desiderare» (p. 155). È
infatti il richiamo all’elemento erotico e patico che rende
possibile il rinnovamento artistico. Come in amore così
nell’arte, l’alterità dell’altro resta assoluta e come
tale sfugge a ogni pretesa di unità e di dominio. Resta una
scia come quella di una cometa, una traccia da seguire, sempre e di
nuovo.
Indice
Prefazione all’edizione
italiana
Perché ci sono
più
arti e non una sola?
La
fanciulla che succede alle Muse
Sulla
soglia
Pittura
nella grotta
Il
vestigio dell’arte
Le arti
si fanno le une contro le
altre
Praesens
L'autoreJean-Luc Nancy insegna Filosofia all'Università di Strasburgo. Tra i suo saggi tradotti in italiano: Un pensiero finito (Marcos y Marcos, 1992), La comunità inoperosa e Corpus (Cronopio, 1992 e 1995), L'esperienza della libertà, Essere singolare plurale, La creazione del mondo o la mondializzazione (Einaudi, Torino 2000, 2001 e 2003). Del 2005 è Noli me tangere. Saggio sul levarsi del corpo (Bollati Boringhieri).
