Il
libro di Guido Zingari intende, come icasticamente si evince dal
titolo, “interrogarsi sull’essere e sull’essenza di ciò
che viene definito rifiuto e sul significato che tale concetto
riveste nelle sue pratiche quotidiane” (p. IX). Tuttavia il testo,
che per ammissione dello stesso autore è una commistione di
pensiero filosofico e poesia, risulta spesso frammentario, poco
coerente, lacunoso per ciò che riguarda la definizione del
concetto di ‘rifiuto’. Emergono comunque, agli occhi del lettore,
due dati problematici: la distinzione tra rifiuto ‘rifiutante’ e
rifiuto ‘rifiutato’, ovvero tra rifiuto come gesto attivo, come
soggettività, e rifiuto come oggetto passivo, vittima del
gesto di rifiutare; l’idea che il rifiuto sia soltanto un altro
degli innumerevoli sinonimi per descrivere gli ultimi/umili, i
reietti (per Zingari i ‘deietti’), i subalterni. Se con
riferimento alla prima delle due idee messe in luce non c’è
molto da dire, dato che risulta difficile rintracciare nel testo una
cristallizzazione dei due concetti complementari di ‘rifiuto’
(non si va al di là di espressioni sinonimiche come
‘allontanamento’, ‘rigetto’, ‘deiezione’, ‘anime
dannate e agonizzanti’, etc.), qualche domanda – che getti luce
anche sulla prima questione – sorge invece con riferimento alla
lettura, da me avanzata, del rifiuto come sinonimo del ‘dannato
della terra’. Proprio con riferimento a quest’ultima espressione,
è doveroso notare, con Dipesh Chakrabarty (La storia
subalterna come pensiero politico, in «Studi culturali»,
I, 2004, 2, pp. 242 sgg.), che Frantz Fanon la mutuò
dall’Internazionale Comunista, la canzone, e che ciò
rappresenta il paradigma di una vicenda politico-filosofica molto
rilevante. Quando il giovane Marx elabora il concetto di
‘proletariato’, in tale categoria c’è una precisione
filosofica che si va successivamente perdendo attraverso la
sostituzione di esso con concetti come ‘contadini’, ‘masse’,
‘subalterni’, ‘dannati della terra’. In tale continuo
slittamento dal termine originario (e dalla sua cogenza filosofica)
si dispiega il fallimento dell’idea marxiana di proletariato, in
quanto essa, profondamente eurocentrica, sembra non possedere
capacità euristiche per interpretare la realtà non
europea, tanto da richiedere un continuo slittamento da quel termine
verso concetti analoghi ma ‘piegati’ alle esigenze di un pensiero
filosofico-politico che provincializza l’Europa (per parafrasare il
titolo di un fortunato libro di Chakrabarty): “termini come
«contadini» (Mao), «subalterni» (Gramsci),
«dannati della terra» (Fanon), «il partito come
soggetto» (Lenin/Lukács) non hanno nessuna precisione
filosofica né tanto meno sociologica” (p. 243). Lasciando da
parte l’analisi di quel fallimento, ovvero se sia possibile pensare
che lo slittamento produca finalmente un soggetto rivoluzionario (la
risposta di Chakrabarty delude quando egli si affida alle sirene
della moltitudine negriana), resta il dato della pressoché
totale inservibilità filosofica e politica di un concetto
(quello di ‘rifiuto’) che non ha alcuna precisione filosofica e
che, sul piano sociologico, fatica a fornire una chiave di lettura
della realtà. A ciò si aggiunga che tale concetto
tende, nel saggio di Zingari, a proiettare degli ultimi della terra
un’immagine di autenticità, di accesso immediato alla
conoscenza attraverso la sofferenza, seguendo un cliché che
vorrebbe gli umili, gli sfruttati, i diseredati come portatori della
‘corona di spine della rivoluzione’ (Majakovskij)
poiché intrinsecamente ‘buoni’: “Quel mitico
mondo arcaico e contadino scomparso in Italia e in Occidente,
Pasolini l’avrebbe ritrovato, in parte, altrove nel suo incessante
peregrinare nel Paesi arabi o in Oriente. Laddove, accanto ai
rifiuti, alla povertà, al dolore e alla gioia, si erano
conservati ancora la dignità, il valore e
quindi il significato di vite sofferte e più autentiche”
(p. XV, c.m.). A questo proposito, ma en passant, mi sembra
invece utile richiamare un concetto (espresso, mutatis mutandis,
da autori come Elster, Nussbaum, Spivak, Bourdieu) che potremmo
condensare nel sintagma ‘violenza simbolica’ (o, seguendo Spivak,
‘epistemica’): non vi è nessuna certezza che i subalterni,
gli umili, i diseredati posseggano una visione più ‘autentica’
della realtà (data loro dalla sofferenza e dall’assenza di
sovrastrutture); al contrario, come dimostra in particolare Spivak, i
dominati partecipano dell’ideologia dei dominanti, ne condividono
le finalità, gli scopi, e spesso sono complici dei loro stessi
‘carnefici’, poiché le loro strutture cognitive subiscono
l’aggressione da parte dei codici semantici del dominio. In altre
parole, i dominati (i rifiutati) spesso parlano con la ‘lingua’
che i dominanti hanno fornito loro.
IndiceAvvertenza
Premessa
Prefazione
alla vita dei rifiutati
Perché
il rifiuto
Cosa
e chi è il rifiutato?
Perché
Pasolini
Principia
philosophie reiectionis ovvero la filosofia e l’Occidente
La
filosofia di fronte al rifiuto
La
cultura è spazzatura?
Rifiuto,
cacciata e caduta
La
cultura del rifiuto
Pier
Paolo Pasolini. Il poeta del rifiuto. Per una poetica del rifiuto
L’umanità
rifiutata
La
parola ‘rifiuto’: parola interdetta
La
grande macchina del rifiuto
L’umanità
abusiva
Pensiero,
filosofia e ontologia del rifiuto
Litania
L’abbandono
e il rifiuto
I
rifiuti materiali. Luoghi e paesaggi
Intermezzo
classico
J.S.
Bach, Die Kunst der Fuge (BWV 1080)
Una
rivoltante ipocrisia del rifiuto capovolta nel chiaro rifiuto di
essa. Fare finta di niente e fingere di non vedere e di non capire
Una
serena viltà
Il
destino fondamentale del rifiuto di sé. Ancora sull’essere
del rifiuto
Il
linguaggio del rifiuto e il potere incontrastato della chiacchiera
Estetica
e mimetica del rifiuto
Tragicità
e comicità dei rifiutati
Intermezzo.
Il rock del rifiuto
Considerazioni
per una storia delle pratiche del rifiuto
Resti
di verità. Lo specchio in frantumi
Il
rifiuto come impurità
Conclusione
Rifiutarsi
di accettare
Appendice
L’impossibile
sapere del poeta
Il
relitto
Riferimenti
bibliografici
Insegna dal 1996 Filosofia del Linguaggio presso la Facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Roma «Tor Vergata». Ha pubblicato, tra l’altro: Heidegger. I sentieri dell’essere, Roma, Studium, 1983; Leibniz Hegel e l’Idealismo tedesco, Milano, Mursia, 1991; Oscenità interiori. Verità ambigue e retoriche perverse, Genova, Costa & Nolan, 1996; Il pensiero in fumo. Giordano Bruno e P.P. Pasolini. Gli eretici totali, Genova, Costa & Nolan, 1999; Speculum possibilitatis. La filosofia e l’idea di possibile, Milano, Jaca Book, 2000; Il dono e l’Occidente. Conversazione su un gesto inspiegabile, Roma, Le nubi edizioni, 2005.