Filosofia orientale, Etica
Confucio,
latinizzazione di K’ung
fu tzu, è forse il saggio più noto e meno letto della filosofia
cinese.
Secondo Simon Leys, curatore di questa nuova edizione per i tipi di
Adelphi,
“in tutta la storia del mondo nessun libro ha esercitato maggiore
influenza,
per un periodo di tempo più lungo e su un ampio numerosi persone, di
questo
volumetto. Dando voce ad un etica umanistica e alla fratellanza
universale tra
gli uomini, è stato fonte d’ispirazione per tutti i paesi dell’Asia
orientale,
diventato il fondamento spirituale della civiltà più popolosa e più
antica
della terra” (p. 17). Ma si tratta anche di uno dei testi più travisati
e
strumentalizzati politicamente da quella stessa cultura che lo ha
adottato,
enfatizzandone le frasi nelle quali Confucio invitava a rispettare le
autorità
costituite e l’ordine sociale, ma passando sotto silenzio i passi nei
quali
riconosceva il diritto-dovere degli intellettuali di criticare il
sovrano e li
esortava a rischiare persino la propria vita pur di non compromettersi
con un
governo che non era giusto: “Quando uno Stato segue la Via (Tao),
bisogna
mettersi al suo servizio: servire uno Stato che ha smarrito la Via.
Ecco cos’è
vergognoso” (p. 105).
Il
cuore di questo piccolo trattato,
redatto dopo la sua morte dai suoi discepoli (Confucio, come Socrate e
come il
Buddha, suoi contemporanei, non scrisse mai nulla) e composto di venti
brevi
capitoli, che costituiscono quasi la metà esatta delle pagine di
quest’edizione
correlata da un’analoga sezione di note e interpretazioni, è l’etica
dell’umanità (Ren), di cui la politica è solo un’estensione: “Il
governo
è sinonimo di rettitudine” (p. 26). Proprio il concetto di Virtù (Ren)
ci offre la possibilità di comprendere l’insegnamento dell’antico
maestro che,
pur considerandosi uomo che si limitava a recuperare gli insegnamenti
degli
antichi maestri, coloro che, a differenza di lui, avevano davvero
inventato
qualcosa, non si limitò a tramandarli ma intervenne elaborandoli e
rielaborandoli in funzione di quelle che gli sembravano essere le reali
esigenze dell’uomo: “Chi dal vaglio dell’antico estrae il nuovo è
adatto ad
essere insegnate” (p. 43). Così Ren, che originariamente
indicava
l’atteggiamento virile e marziale di un eroe, acquisì con Confucio un
senso
etico riferito all’uomo considerato nel complesso delle sue relazioni
morali,
con gli altri e con sé stesso, così fortemente ribadito da divenire “la
pietra
angolare dell’umanesimo cinese” (Leys, p. 168). Allo stesso modo
l’espressione
“gentiluomo” (Junzi), figura simbolo dell’incarnazione della più
alta
virtù, non indica più, con Confucio, l’appartenenza al più alto rango
sociale
ma si riferisce a un’aristocrazia puramente etica, spogliata di
qualunque
connotazione sociale. Ideale di saggezza e di giustizia, solo perché
massima incarnazione
dell’etica, il gentiluomo “predica solo quel che pratica” (p. 43);
“arricchisce
il proprio sapere grazie alla letteratura e si disciplina grazie a i
riti”;
“porta alla luce ciò che c’è di buono nella gente, non quel che c’è di
cattivo”
(p. 95); “stringe amicizia grazie alla sua cultura e con gli amici
sviluppa la
sua umanità” (p. 97); “cerca l’armonia, ma non la conformità”; “mostra
autorità, ma non arroganza” (p. 103), e ovviamente rispetta i riti
(usanze
civili, convenzioni morali e comune senso del pudore) e i propri
genitori.
Mentre prima di Confucio gentiluomini si nasceva ma non si poteva
divenire,
dopo il suo insegnamento gentiluomo indicò la persona di rettitudine
morale
caratterizzata dai quei valori ai quali abbiamo qui appena accennato.
Il
gentiluomo costituisce l’ideale morale e intellettuale a cui ciascuno
dovrebbe
tendere, pur sapendo che solo pochi sapranno realizzarlo. Ma la
possibilità
d’incarnarne l’essenza è aperta a tutti, esattamente come
l’insegnamento di
Confucio, che “si rivolge a tutti, senza distinzione” (p. 118). Si
tratta di un
insegnamento che si basa anche su un uso eloquente del non detto,
proprio della
tradizione cinese, e che tiene conto della necessità di conferire
spessore e
coerenza a quanto s’insegna con la testimonianza della propria vita, e
di un
sapere dialettico che ricerca interlocutori che possano costringerci a
essere
critici nei confronti di ciò che crediamo: “Yan Hui non mi è di nessun
aiuto,
qualsiasi cosa io dica l’approva” (p. 85). Confucio, come Socrate,
incarna un
ideale di saggezza che è tale specie perché è innanzitutto consapevole
di non
sapere - “la vera sapienza consiste nel riconoscere di sapere quello
che si sa
e di non sapere quello che non si sa” (p. 43) - perché ritiene di poter
apprendere qualcosa d’importante da chiunque incontri - “mettetemi
insieme a
due persone a caso, avranno certamente qualcosa da insegnarmi. Le loro
qualità
mi faranno da modello e i loro difetti mi saranno da ammonimento” (p.
67). Come
ha scritto altrove François Jullien, i suoi aforismi e discorsi brevi
hanno
carattere incitativo, tendono cioè a risvegliare lo spirito del
destinatario, e
indicativo, perché non spiegano ma si accontentano d’indicare la strada
a chi
li legge (Il saggio è senza idee, Torino 2002, p. 34) e possono
ancora
essere da sprono a chiunque abbia la necessaria pazienza per non
leggerli
superficialmente ricordando, con Nietzsche, che gli aforismi vanno
“ruminati” a
lungo.
Prefazione
Introduzione
I
detti di Confucio
Note
Indice
analitico
Confucio nacque in Cina nel 551 a.C. e vi morì nel 479. Fu uno dei principali filosofi cinesi. Cercò senza fortuna un incarico politico dal quale educare il popolo ai valori della virtù etica e dell’umanità. Per duemila anni fu canonizzato “primo e supremo insegnate della Cina”. Il suo compleanno, che cade il 28 settembre, è tuttora celebrato come il giorno degli insegnanti.