Logica,
Filosofia del linguaggio
1. La
riflessione sulla natura del paradosso e le sue origini.
La
riflessione sulla natura del paradosso ha rappresentato un tema di
costante
interesse sia nella storia della logica formale – a iniziare dalla
riflessione
dei filosofi megarici (IV secolo a.C.), ai quali dobbiamo la
riformulazione del
paradosso di Epimenide – sia nella più recente storia della matematica –
si pensi
al Bertrand Russel de I principi della matematica. (Un’utile
introduzione a questa storia è nel breve saggio di Piergiorgio Odifreddi,
Storia
apocrifa di un mentitore, pubblicato su Kos, aprile 1999,
pp. 50-55,
e disponibile all’indirizzo www.vialattea.net/odifreddi/paradossi/paradossi2.htm).
È
tuttavia noto che l’interesse verso il paradosso nacque nella filosofia
delle origini,
con i filosofi eleatici, quando questi posero per primi il problema
della
natura degli enti, del loro essere e delle sue determinazioni.
E nacque
con preoccupazioni che non erano di carattere formale: nella filosofia
eleatica, il paradosso era anzitutto uno strumento euristico, che
rendeva
visibile ciò che allo sguardo dei più restava celato. L’incapacità del
linguaggio di dar conto coerentemente di fenomeni "evidenti" – come la molteplicità
degli enti e il loro essere
soggetti al mutamento
– era la dimostrazione indiretta del loro carattere meramente
“apparente”.
L’argomentazione paradossale serviva a svelare agli occhi della mente
ciò che i
sensi non vedevano. L’interesse per la forma del paradosso
venne dopo:
venne con la sofistica e soprattutto con le scuole socratiche, e venne
dopo che
era stato abbandonato ogni riferimento alla natura della conoscenza
intellettiva, ma anche ogni preoccupazione di carattere etico, e
politico.
2.
Semplicità insormontabili.
La
recente pubblicazione per l’economica Laterza del libro di Roberto
Casati e
Achille C. Varzi, offre al lettore di cose filosofiche un’utile
occasione per
tornare a riflettere su questo tema. Le “storie” di cui il libro si
compone
hanno la funzione di “mettere in scena”, semplificandole, situazioni
concettuali che, da punti di vista differenti, sembrano rovesciare
molti dei
“luoghi comuni” legati all’esperienza. Protagonisti di queste storie,
narrate
in forma di dialoghi, sono personaggi dall’identità sottile, quasi solo
verbale
(di solito un “Lui” e una “Lei”). E non manca uno strano personaggio,
una
“ineffabile Ficcanaso” che compare qui e là, di sorpresa, e che sembra
divertirsi a complicare le cose. Di essa il lettore scoprirà la reale
identità
solo alla fine.
Le 39
“storie” sono raggruppate in otto capitoli (oltre a un’importante
“coda” o
conclusione), ciascuno dei quali è dedicato a un tema particolare, che merita
ogni volta tutta l’attenzione del lettore. Si comincia con i temi della
comprensibilità del reale (nel primo capitolo), della soggettività
(nel secondo), dell'ordine (nel
terzo), del tempo e dello spazio (nel
capitolo
quarto, dove si invita il lettore ad una prima ricognizione di una
strana ma
affascinante concezione, non lontana da quella di Einstein, per la
quale spazio
e tempo, solitamente ben distinti, tali non sarebbero affatto).
Si
prosegue quindi (nel capitolo quinto) ad analizzare quelle coppie di
concetti –
come Uno e Molteplice, Identità e Differenza – a cui
“la
Metafisica” ha sempre fatto riferimento, per poi stringere l’attenzione
(nel
capitolo sesto) proprio sul linguaggio e (nel capitolo
settimo)
sulle leggi che regolano la vita associata (dove si mostra come
esse
richiedano legislatori esperti, “legislatori [che] lavorino da
filosofi
nel cercare di trovare un Linguaggio che metta in relazione il rigore
della
Legge e le forme imprecise dell’Intuizione”, p. 152).
E si approda infine (nel capitolo ottavo)
ad una messa in discussione dei principi
della logica
(delle “difficoltà assolutamente insormontabili” ad essi legate), a cui
segue,
a mo’ di conclusione, una importante “coda” a effetto, sorta di
“pirotecnico
finale” nel quale viene mostrato al lettore l’ultimo, e il più
importante, dei
paradossi (e dove finalmente si svela l’identità del personaggio
“ficcanaso”).
3.
Tensioni concettuali e scenari fantastici.
Si tratta
come si vede di un quadro estremamente ricco e stimolante, che
costituisce
senza dubbio un interessante e utile strumento per il lettore che voglia cominciare
ad
addentrarsi entro alcuni dei più importanti momenti della riflessione
filosofica, non solo contemporanea. Eppure, qualche perplessità questo testo la
suscita. A cominciare dalla scelta
stilistica della “narrazione”.
Colpirà
infatti il lettore il fatto che la paradossalità delle argomentazioni
si
associ, fin dalle prime pagine, al carattere “fantastico”, talora
palesemente
inverosimile o forzatamente “concettoso”, degli scenari in cui le
storie e i
dialoghi “prendono corpo”. Per esempio, il primo capitolo si apre con
la storia
di un uomo, solo in una camera d’albergo, che scopre il suo doppio
attraverso
una parete di specchi, che “non è affatto uno specchio”;
di un
poeta “del secolo scorso” che un bel giorno riceve la visita di uno
strano
personaggio vissuto nel futuro; di un “Lui” e una “Lei” che riflettono
su chi
sia l’autentico autore di un gol durante una partita di calcio, e così
via…
“Casi come questi – notano gli autori – sono sintomi di una tensione
concettuale profonda” (p. 18), e “la filosofia nasce spesso da tensioni
concettuali, ovvero dalla difficoltà di applicare a situazioni nuove o
strane i
concetti che sappiamo maneggiare in molte situazioni normali del
vivere”.
Dunque è necessario “saper saggiare l’elasticità della trama dei
concetti, ma
per far ciò si debbono a volte inventare scenari fantastici, in cui
tali
concetti sono portati all’estremo” (p. 21).
4. La
logica e il commiato del filosofo.
Più interessante è notare come dietro questo gusto quasi compiaciuto per il fantastico e le sue bizzarrie paradossali, dietro questa presa di distanza così netta nei confronti della realtà, vi sia una precisa concezione circa la funzione, il ruolo, l’identità del filosofo, che gli autori accortamente hanno cura di mettere in chiaro. E a più riprese.
Per esempio nel terzo capitolo, quando mettono in guardia il lettore su quali debbano essere le domande della filosofia: in un mondo “che sembra ormai alfabetizzato e numerizzato”, ma che “poi tanto alfabetizzato non è”, c’è da temere – scrivono – “che domande strane come quelle sul Senso della Vita continueranno a sembrare le domande filosofiche per eccellenza e a riempire i tomi di illustri toccabodoni della filosofia. Per nostra parte non riusciamo a capire nemmeno quale sia il senso di tali domande” (p. 55). Ma soprattutto nella introduzione alla coda finale, quando osservano come compito della filosofia sia anzi quello di insegnare a porle, le domande, attraverso la pratica di quella scienza delle forme del pensare, che sin dai tempi di Aristotele è stata intesa “come un vero e proprio organon, uno strumento pratico per la formulazione del Ragionamento Corretto, che è poi il ragionamento che ci consente di procedere dal Vero al Vero (o dal Noto al Vero) e giammai al Falso”. Fino al punto di invocare “un sobrio ma meticoloso ripasso delle leggi della logica”, che vada a tutto vantaggio dei giovani e della loro educazione (p. 183).
È questa identificazione di
logica e
filosofia che consentirà finalmente alla ficcanaso di rivelare la propria
identità:
“io faccio solo il mio dovere di filosofa della ditta - dichiara il nostro
personaggio -. E la questione
che
stiamo discutendo non è di scienza e nemmeno di marketing: è una
questione di
logica” (p. 187).
5. Le
domande della filosofia.
Ora, questa
identificazione di logica e filosofia non è priva di conseguenze. Lo
scenario stranamente fantastico entro il quale le parole del filosofo
sembrano
essersi rifugiate, e quella strana ineffabile veste che egli ha deciso
di
indossare, nascono da una scelta precisa. Una scelta che egli ci
ricorda con
nettezza (e non senza una certa solennità): “La Logica, ci sia concesso
di
dirlo, non è solo una pratica. È anche una teoria: è quella teoria il
cui
oggetto non coincide col mondo Reale, come nel caso delle altre teorie
(la
Fisica, ma anche la Psicologia e la Sociologia), bensì si slancia ad
abbracciare l’universo di tutti i mondi Possibili” (p. 183).
È dunque
qui, in questo “slancio ad abbracciare l’universo di tutti i mondi
Possibili”,
che il filosofo smette di occuparsi della realtà. È qui che hanno
origine le
tensioni concettuali ed i paradossi dei suoi mondi illusori. Le sue
“storie”
fantastiche. Non smetta tuttavia il lettore di porre domande, e non si
lasci
abbagliare dalla solennità delle affermazioni. Davvero spetta al
filosofo
compiere questo salto ardito? E da dove viene questa strana pretesa?
Non s’è
forse detto che la filosofia, e anzi la stessa logica, prima ancora di
essere
una teoria, è una pratica? E che cosa individua la pratica del
filosofo?
Del logico? Quali strumenti, quale insieme di regole, di accorgimenti?
Non è
vero infatti che ogni pratica è individuata da una tecnica e
dall’insieme delle
norme che ne regolano l’uso? E la pratica del filosofo, non deriva
forse dalla
piena padronanza di quella particolare tecnica di espressione del
linguaggio
verbale che è l’alfabeto: l’alfabeto greco e gli altri alfabeti e
tecniche di
“formalizzazione” che ne sono derivati? Non è grazie all’alfabeto che il
filosofo
ha imparato a ragionare, “a imboccare la corretta via ogni qualvolta i
sentieri
si biforcano” (p. 183)? E non è vero forse che l’idea stessa che il
filosofo ha
di una teoria e di un modo di vedere, non avrebbero alcun senso fuori
di quel
mondo? E che perfino l’ambiziosa questione intorno alla “totalità dei
mondi
possibili” è nata lì, in quel suo “mondo pienamente alfabetizzato e
numerizzato”?
Ma se è
così, fra quei mondi possibili a cui si rivolge il filosofo, non
dovremo porre
– come sembra ragionevole – anche quelli in cui la tecnica
dell’alfabeto e le
sue pratiche, inclusa naturalmente la pratica della logica e le sue
audaci
questioni sulla totalità dei mondi possibili – sono semplicemente "sconosciuti"? E non vale questo a concludere che la riflessione intorno
alla
totalità dei mondi possibili ha senso solo e unicamente all’interno di
uno di
questi mondi: di quel particolare mondo rappresentato dai filosofi, o
meglio
dai logici alfabetizzati? Mentre è del tutto priva di senso e
incapace
di dire alcunché negli altri? E dunque di dire alcunché degli altri?
Rinchiuso
nelle ineffabilità dei suoi mondi fantastici, sembra così che il
filosofo abbia
perso la capacità non soltanto di raccontarci storie, ma anche di farci
vedere
la paradossalità più importante. Quella dell’unico mondo in cui
pretende di
vivere.
Uno
Stanza 88
Di un progetto inutile
L’artista da giovane
La catena che conduce in porta
Due
Sonnifero Zombie SPA
Amnesia parziale
Trapianto di persona
I sapori del gelato
Tre
Il gioco del Lotto nella città di Rovesci
I numeri della fortuna
Il disordine invisibile
Quattro
Missiva sul tempo da Valle finale
Bollicine
Date di nascita
L’Isola delle Quattro Stagioni
Un viaggio annullato
Hic sunt leones
Riflessioni
Cinque
L’ultimo caso del Presidente delle Amebe
La stampa nascosta
La credenza fatta a pezzi
Holter monitor
Fila tredici
Treno soppresso
I nuovi satelliti
Sei
Alla lettera
Il Dizionario Intelligente
Pittolibro per turisti
Tracce d’inchiostro
Sette
Scelta obbligata
Che cosa vuole la maggioranza?
La regola numero uno
Otto
Complimenti ai terzi
Effetto placebo
Interessante!
L’autoriferimento si spiega da sé
Una visita imprevedibile
La torta stregata
Coda
Acido Universale
Postilla
Roberto
Casati è direttore di ricerca del centro del CNRS presso l’Istitut
Nicod a
Parigi. - Informazioni bio-bibliografiche dettagliate si trovano al
seguente
indirizzo: http://roberto.casati.free.fr/casati/CV2000.htm.
Achille
C. Varzi insegna al Dipartimento di filosofia della Columbia University
a New
York.
Informazioni
bio-bibliografiche dettagliate si trovano al seguente indirizzo:
http://www.columbia.edu/~av72/complete.html.