Filosofia del
linguaggio, Logica
A partire dalla fine
degli anni ‘50, con i
pionieristici lavori di Toulmin e Perelman, si è diffusa una crescente
attenzione verso la teoria dell’argomentazione, un campo di studi
complesso e
dalla forte valenza interdisciplinare, e che racchiude al suo interno
molteplici interrogativi filosofici di ampia portata, che spesso
travalicano il
puro e semplice interesse logico-linguistico, arrivando a toccare campi
quali
le neuroscienze e l’intelligenza artificiale, l’etica, la politica, e
la
riflessione giusfilosofica.
Alla base di questi
studi c’è innanzitutto un
rinnovato interesse per l’argomentazione quale pratica dialogica e
dialettica,
che si può contrapporre alla (o considerare un necessario ampliamento
della)
stretta visione della razionalità cartesiana, monologica e formale, e
comporta,
quindi, anche un ripensamento della razionalità umana e delle forme in
cui essa
si esprime.
L’argomentazione è
generalmente intesa come la
pratica di addurre e contestare ragioni all’interno di uno scontro
dialogico.
La teoria che se ne occupa potrà rendere conto di un aspetto descrittivo,
quale l’analisi delle argomentazioni della vita quotidiana
(specificando se e
in quale modo vadano ricostruite logicamente), di un aspetto normativo,
quale l’indicazione di regole e standard da seguire per poter condurre
un’argomentazione razionale, di un aspetto fondativo, nel caso
in cui un
approccio voglia giustificare gli schemi adottati per valutare o
ricostruire
gli argomenti. Queste le direzioni fondamentali della rassegna di Cantù
e
Testa, gli snodi teorici che opportunamente vengono ricordati e
riassunti anche
lungo il corso del testo.
Perelman e
Olbrecht-Tyteca riaprono questo
campo di studi con la loro “nuova retorica” (1958), dall’intento
prevalentemente descrittivo, cercando di rivalutare il discorso
retorico, persuasivo,
dalla razionalità diversa rispetto alla pura logica deduttiva. Nello
stesso
anno, Toulmin ripensa l’intera logica quale “giurisprudenza
generalizzata”, e
cioè come una dialettica del dare e testare ragioni, ma - a
differenza
di Perelman - studiata normativamente, fornendo cioè schemi
normativi di
corretta argomentazione.
Il rifiuto della
riduzione di ogni ragionamento
razionale alla logica deduttiva ha invece generato quel vasto movimento
noto
come “informal logic”. Nella varietà degli autori e delle prospettive
di questi
movimenti, si possono tenere fermi alcuni punti, tra i quali il rifiuto
del
riduzionismo deduttivista, un atteggiamento prevalentemente normativo
nello
studio dell’argomentazione, un’attenzione particolare verso
l’atteggiamento
pragmatico di Peirce e agli studi pionieristici di Grice sulle
implicature
conversazionali e convenzionali.
Fra gli approcci
indirizzati a cogliere
l’aspetto specifico della logica “dialogica”, si può ricordare la
scuola di
Erlangen con Lorenzen, Kamlah e Schwemmer, che tenta di produrre il
significato
delle formule logicamente valide attraverso la procedura dialogica; i
lavori di
Hamblin, nei quali un sistema dialettico è concepito come orientato
verso
obbiettivi (goal) sia generali che specifici; e la riflessione
di Barthe
e Krabbe, particolarmente interessante per il tentativo di pragmatizzare,
cioè di riformulare la logica degli ambiti teorici particolari in una
prospettiva pragmatica, e per il principio di esternalizzazione
della
dialettica, per il quale la pratica argomentativa del dare e contestare
ragioni
deve unicamente indirizzarsi alle parole effettivamente espresse (e
quindi agli
impegni pubblicamente assunti), e non alle “intenzioni” dei
partecipanti al
dialogo.
Con un intento più
radicale, Hintikka considera
la logica l’unico mezzo di argomentazione razionale, ma intendendola
principalmente come dialettica - come era concepita già in
Aristotele -,
comprendente non solo regole “difensive” per evitare illeciti logici,
ma anche
buone strategie per vincere il confronto. In questo senso possono
essere anche
giudicate correttamente le fallacie, intese non solo come
“mosse
illegali” logicamente, ma anche come “mosse stupide”, cioè non adatte
alla
strategia del confronto.
L’indirizzo della Pragma-dialectics
di
Van Eemeren e Grootendorst vorrebbe conciliare l’aspetto “descrittivo”
(l’analisi dei ragionamenti quotidiani) con un aspetto spiccatamente
“normativo”, che si specifica in alcune meta-regole dell’argomentazione
e in
“dieci comandamenti” che elencano gli atti linguistici permessi durante
un
confronto, e il loro lecito ed efficiente utilizzo. Il dialogo è qui
concepito
come il confronto fra due posizioni contrastanti che ha lo specifico
compito di
raggiungere un consenso. Anche in questo caso le fallacie sono intese
principalmente nel loro ruolo dialettico: fallacia è ciò che impedisce
il
raggiungimento del consenso.
Il complesso modello di
Walton e Krabbe tiene
conto in particolare delle peculiarità contestuali dell’argomentazione,
e
caratterizza in modo articolato quegli impegni (commitments) che
ogni
parlante assume nel corso di un’argomentazione (caratterizzandoli come dark
side/light side commitments, a seconda del loro essere impliciti o
espliciti), e introduce anche la nozione di shift (spostamento)
all’interno di uno stesso dialogo, fra un modello di argomentazione
“rigoroso”
e uno “permissivo” (quotidiano). In maniera molto interessante, le
fallacie
vengono lette come usi inappropriati di tale shift.
Raccolti in un capitolo
specifico, tre
importantissimi autori che legano la loro riflessione sul dialogo a un
progetto
filosofico di ampia portata. Jürgen Habermas
elabora una teoria della comunicazione linguistica generale, che vale
come
“pragmatica universale”, valida per ogni possibile comunicazione.
L’argomentazione assume inoltre il valore di teoria generale della
razionalità
umana, che è quindi essenzialmente comunicativa. L’argomentazione è
concepita
come lo scontro fra impegni dialogici contrastanti - chiamati da
Habermas
“pretese di validità” - che cercano di essere soddisfatti mediante
argomenti.
Le norme meta-contestuali individuate da Habermas sono universali e
isolano le
condizioni di possibilità di un argomento razionale rispetto a una
“situazione
ideale”, che deve essere tenuta presente dai partecipanti alla
discussione almeno
controfattualmente, come impegno reciproco.
La struttura
essenzialmente pragmatica del
linguaggio può essere invece individuata, per Robert Brandom,
attraverso il
gioco fra impegni dialogici e “titoli” (entitlements), cioè le
ragioni
che siamo pronti a dare per sostenere i nostri impegni. Brandom
sostiene
inoltre una concezione olistica e argomentativa del significato, per la
quale
la comprensione del significato di un termine coincide con la capacità
di
saperlo utilizzare in contesti argomentativi. La formalizzazione delle
inferenze valide avviene sempre “dopo” la loro istituzionalizzazione
nelle
pratica sociale dell’argomentazione. Il parlante razionale deve inoltre
essere
capace di essere uno “scorekeeper” dei suoi “impegni” e
“titoli”,
aggiornando in modo razionale il suo virtuale “deposito”, e mantenendo
una
coerenza interna.
La pragmatica
trascendentale di Apel non si
fonda su ragioni pragmatiche, ma su pure considerazioni di ordine
trascendentale: le regole dell’argomentazione sono condizioni
inaggirabili, non
violabili a meno di incappare in una autocontraddizione performativa.
Apel
risolve così brillantemente il trilemma di Münchausen di Albert
(l’impossibilità di una qualunque fondazione a causa della caduta nella
petitio
principi, nel regresso all’infinito o in una presupposizione
arbitraria) ma
la sua proposta sembra non essere verosimile nel ricavare tutti gli
impegni
discorsivi a partire da un solo assunto. La proposta di Apel e quella
di
Habermas hanno anche una valenza morale: i vincoli da loro individuati
per la
gestione del discorso assumono anche il ruolo di una morale minimale,
che nel
caso di Apel è fondata a livello trascendentale, mentre in Habermas è
fondata
tramite la ricostruzione delle intuizioni dei parlanti.
Lo studio
dell’argomentazione si intreccia così
con la riflessione pratica in genere, per individuare anche per la
morale
modelli di razionalità (ad esempio con R.M. Hare), liberandola dalla
condanna
di insensatezza dell’emotivismo neopositivista. Infatti, autori quali
Perelman
e MacCormick legano la pretesa di correttezza del ragionamento
giuridico alla
correttezza dell’argomentazione razionale. Per Robert Alexy, il
ragionamento
giuridico non è altro che un “caso particolare” della ragione pratica,
che
sottostà quindi alle sue norme e che si specifica per particolari
condizioni.
Habermas rifiuta invece la teoria del “caso particolare” per non
sottoporre il
diritto alla morale, concependo il discorso morale (legato al principio
di
universalizzabilità) e quello giuridico, come istanze di un contesto
più
generale di imparzialità di tutti i discorsi razionali (principio “D”,
e cioè
la validità delle norme per l’azione che sarebbero approvabili da tutti
gli
interessati partecipando ad un discorso razionale).
Infine, per Ronald
Dworkin, il diritto è inteso
come pratica interpretativa sulla base di certi valori della società
quali
l’equità e la giustizia, espressi dal principio dell’integrità.
Si
comincia a dipanare in tal modo il collegamento fra teoria
dell’argomentazione
e l’ordinamento democratico costituzionale, legato cioè all’ideale di
una
società in cui sia garantita la libertà di discussione e la legittimità
dell’ordinamento democratico attraverso la capacità di prendere
decisioni
razionali giustificate pubblicamente. Sotto questo aspetto sarebbe
stato
interessante inserire anche un riferimento alla democrazia deliberativa.
Il campo di studi è
molto ampio, ma l’agile
volume di Cantù e Testa riesce a fornire una panoramica ragionata,
seppur
sintetica, dei problemi e degli autori, accompagnandosi con una buona
scelta
bibliografica e rivelandosi un ottimo testo introduttivo in questo
ambito, che
è tanto interessante quanto complesso.
Introduzione
La rinascita novecentesca
La logica informale
Dialogo e dialettica
Pragmatica e dialettica
Intersoggettività e impegni dialogici
Razionalità e fondazione
Argomentazione e pratiche sociali
Bibliografia
Indice dei nomi
Paola Cantù è dottore
di ricerca in Filosofia
della scienza all’Università di Genova, e svolge attività di ricerca in
storia
della logica presso l’Università degli Studi di Milano. È autrice di Giuseppe
Veronese e i fondamenti della geometria.