Filosofia politica
Paolo Vernaglione si cimenta con la spinosa
attualità del tramonto del sistema politico rappresentativo imperniato sulla
delega. E affronta la balbuzie democratica inserendola opportunamente nella
decennale crisi dello Stato-nazione, sottoposto a una duplice offensiva:
dall’alto e dal basso. Processo di erosione della sua assoluta centralità e
della intima equivalenza con i regimi democratici noti, che affonda le proprie
radici negli ultimi lustri del XX secolo, aggravandosi quando, con lo
sfarinamento degli equilibri cristallizzati nel bipolarismo della guerra
fredda, la globalizzazione, diventando sinonimo di “american way of life”,
perde ogni contrappeso politico, venendo a coincidere con la supremazia del
libero mercato, ovviamente assoggettato, ben oltre la retorica ufficiale, alle
priorità messe in agenda dalla superpotenza rimasta in piedi, militarmente ed
economicamente senza pari al mondo. La permeabilità dei confini dinanzi
all’offensiva neoliberista pone in seria discussione la salute degli Stati,
naturalmente offrendo l’occasione per il rilancio di prospettive cosmopolitiche
destate dal letargo a cui erano state ridotte per anni. E l’Unione Europea si
delinea con sempre maggiore chiarezza quale laboratorio per la sperimentazione
di modelli istituzionali originali, se analizzati assumendo come territorio di
paragone il singolo Stato-nazione. Orizzonte, questo, affrescato assai
chiaramente dall’autore, sebbene a prezzo di una ricostruzione storico-politica
che soffre di qualche salto logico, di una non sempre ariosamente dispiegata
capacità di motivare le proprie posizioni mettendo a frutto il pur ampio
bagaglio di riferimenti filosofici e sociologici.
In particolare, nella prima parte del libro
Vernaglione ascrive troppo frettolosamente il pensiero di alcuni grandi maestri
delle scienze umane contemporanee a “scuole” varie, svilendone, più ancora che
l’originalità intellettuale, l’autonomia, le loro posizioni essendo ricondotte,
persino oltre le esplicite intenzioni dei protagonisti, a “politiche” lette con
sospetto, con ostilità, tralasciando di approfondire – o di imbastire in
toto – un’analisi filosoficamente ancorata a una severa diagnostica del
loro pensiero (si pensi a come sia stato sorprendentemente obliato il Rawls
discusso autore de Il diritto dei popoli).
Probabilmente, a conti fatti, è altresì elusa una
necessaria riflessione sull’agibilità di soft modes of governance,
suonando tale termine come una vaporosa prospettiva, incapace di offrire spunti
per uscire dall’impasse dell’esercizio del potere esecutivo non attraverso
soluzioni carismatico-cesaristiche, riduttive del coinvolgimento popolare,
bensì mediante la pratica di un potere rizomaticamente orizzontale, non più
concentrato nelle mani di ristrette oligarchie, ma realmente a disposizione di
tutti i cittadini. L’urgenza di ripensare l’esercizio dei poteri mediante
strategie di coinvolgimento della popolazione viene trattata piuttosto
apoditticamente, aggirando alcuni approfondimenti scientificamente robusti,
accontentandosi talvolta di petizioni di principio, con l’auspicio di
ricostruire una catena di legittimazione del potere politico che, mediante
l’articolazione federale degli stati e dell’Europa, tracci la via attraverso
cui disinnescare i rischi di un’eccessiva concentrazione monocratica, a
vantaggio di uno spazio democratico-costituzionale ripartito tra una pluralità
di soggetti interrelati. E, come già accennato, non semplicemente entro
l’angusto recinto statual-nazionalistico, ma edificando meccanismi decisionali
che, raccogliendo la suggestione di Ingolf Pernice circa la pensabilità di un costituzionalismo
multilivello, ponga al centro del dibattito politico odierno l’approdo
verso una multi-level democracy, in grado di sfilarsi dal cul de sac
rappresentato da un confuso impasto di localismo reattivo, virando in favore di
una poderosa inversione di tutti i processi top-down monodirezionali.
Tramontata la visione organicistica della società, nonostante retrive
resistenze di alcuni settori comunitaristici, la crisi della democrazia, alla
cui salute nuoce tremendamente l’elevazione ad alibi per l’imposizione
neo-coloniale di un modello di sviluppo fondato sull’approvvigionamento
famelico del petrolio, impone, tanto più nel turbolento secolo che si è da poco
aperto, di creare laboratori di partecipazione diretta in grado di bypassare la
sperimentazione che ne ha decretato il successo, anche per la capacità di
garantire libertà e sviluppo economico, nel trentennio d’oro 1945-1975.
A partire dall’insofferenza nei riguardi della
gabbia d’acciaio dello stato nazionale, tanto più intollerabile alla luce del
proprio essere foriera di sindromi d’arrocco di taglio xenofobo, Vernaglione
individua opportunamente nell’Unione Europea la chance per tessere la fitta
rete tra le cui maglie cercare di rilanciare prospettive di uguaglianza e di
giustizia sociale. Ossia di declinare quei fondamenti dell’idea democratica
che, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’incedere della globalizzazione con
gli abiti neoliberisti ha destinato nel ripostiglio di una storia in fondo
considerata, sulla scia di Fukuyama, finita. L’Europa, sotto tale profilo, nel
definire la propria identità, ha l’eccezionale occasione di marcare
un’esemplare distanza dagli Stati Uniti, dall’ambiguo liberalismo che ne sta
esasperando tratti pur presenti dalle origini, riducendoli a folli architetti
di un progetto di omologazione, livellamento delle diversità sotto le mentite
spoglie di una sofferta ma inevitabile responsabilità hobbesiana, pregna di un
realismo per la cui presunta assenza Kagan stigmatizza violentemente le
popolazioni del “vecchio continente”, anche al di là delle contingenti scelte
effettuate dai governi che hanno lacerato, con uno smaccato filo-atlantismo,
l’unità d’intenti dell’UE.
Se la novità dell’Europa viene rintracciata da
Vernaglione, con il supporto del compianto Norberto Bobbio, in un pacifismo
costruito comunque con mezzi politici, opposto all’unilateralismo statunitense
da guerra preventiva, è altrettanto doveroso riconoscere che la scommessa del
pacifismo istituzionale non è stata ancora vinta, soprattutto perché, ci
sentiamo di poter scrivere, la sua proiezione internazionale si scontra
roboantemente, anche tra le fila dei movimenti che sono scesi in piazza per
contestare l’aggiramento dell’Onu, con quella domestica, con l’agitazione, non
di rado strumentalizzata dai mezzi di comunicazione, di spettri del disordine
nei cui confronti adottare policies securitarie da “tolleranza zero”
incapaci e disinteressate a ragionare sulle radici del disagio, dell’esclusione
sociale. L’inseguire su questo terreno gli USA non soltanto predispone a un
latente razzismo che trova lievitante traduzione politica in formazioni
neofasciste, ma abitua a un etnocentrismo con cui raccogliere tutto
l’“Occidente” su un versante ben delineato dello scontro tra civiltà che, onde
non essere riprodotto su scala interna, acuisce il dovere di contrarre le
prospettive di cittadinanza secondo una lettura marshalliana visibilmente
inadatta alla destrutturazione dell’omogeneità culturale della nazione.
Per sottrarre l’Europa al risucchio entro tale
vorticoso gorgo, per farne il “qui” dove prenda forma la sovversione della
logica mercantile che mercifica saperi e cultura, è necessario un processo
costituente che non si accontenti di puntare a un contratto sociale e
costituzionale post-nazionale, ma che inclini teleologicamente verso la canalizzazione
delle aspettative dei cittadini entro una cornice valoriale la cui attuale
assenza ci sembra provocare, ancorché in parte, quel fenomeno di allontanamento
dalle sponde della secolarizzazione denunciato dall’autore. Passo indietro,
tuttavia, che non può diventare puntello di un’ipotetica identità europea “in
negativo”, terreno per il passaggio dei valori, della loro trasvalutazione.
Piuttosto, sarebbe da compiersi uno sforzo sinceramente collettivo al fine di
interpretare l’erigenda realtà continentale senza denegare le fondamenta
classiche su cui poggiare sforzi di composizione delle sue componenti, quanto,
viceversa, interpretandone la novità con spirito compiutamente federalistico,
secondo il tragitto e pluribus unum. La Costituzione europea non può
essere concepita, come Vernaglione stesso lascia intuire, in termini di
rinnovato patto in grado di stimolare un novello patriottismo civile senza
alcun sostrato statale. Essa va piuttosto intesa come un’opera ampia e sempre
in divenire di regolazione di una memoria comune, che tragga dagli insegnamenti
del passato la forza per prospettare un futuro di predisposizione al confronto
dialogico tra popoli, alla sentita pratica dell’ospitalità.
La democrazia possibile
In Europa
Strumenti per volare
Bibliografia
Paolo Vernaglione è autore di numerosi saggi e articoli su tematiche di filosofia politica. Collabora al quotidiano “il manifesto” e al settimanale “Carta”. Partecipa al Forum per la Democrazia Costituzionale Europea. Ha scritto Il lavoro in epoca post-fordista e Il sovrano, l’altro, la storia.