Filosofia teoretica (ermeneutica)
È possibile vivere senza pregiudizi?
Attenzione però, non è mia intenzione riferirmi ai pregiudizi negativi nei confronti
di gente di diversa razza o fede; al contrario, la mia domanda nasce da una
delle situazioni più banali e quotidiane: ci troviamo a camminare lungo una
strada poco affollata, quasi deserta e ad un tratto vediamo qualcuno che ci
viene incontro dall’altro capo del marciapiede. Immediatamente, oserei dire
fisiologicamente, scatta in noi un automatismo atavico. Come faceva notare
William James nei suoi Principi di Psicologia: ”Ognuno di noi divide
l’Universo intero in due metà, e per ognuno di noi quasi tutti gli interessi si
riferiscono all’una o all’altra di queste metà […] Basta che io dica che tutti
chiamiamo le due metà con gli stessi nomi, cioè me e non me,
rispettivamente, perché si veda a colpo d’occhio ciò che intendo” (Milano 1909,
p. 222). Questo dicotomizzare deriva dal fatto che psicologicamente parlando
quanto proviamo e quanto sentiamo è esclusivamente nostro, non abbiamo
possibilità di instaurare una specie di contatto wireless per comunicare
con l’altro e far uscire dall’isolamento i flussi di pensiero. Pertanto,
da questa relazione naturalmente privilegiata con se stessi e dalla
impossibilità di una condivisione diretta di coscienza con l’altro,
nasce quella immediata registrazione di input sensoriali relativi all’età,
razza, genere, corporatura e al modo di incedere di quella persona, quindi
elaboriamo una serie di pre-giudizi (n.b. uso questa connotazione per
indicare l’accezione tecnico-giuridica di sententia praecedens o
kantianamente vorläufiges Urteil) in base ai quali giungiamo ad una
conclusione circa una persona che non abbiamo mai conosciuta né mai vista prima
nella nostra vita. Sicché, c’è proprio da chiedersi se sia possibile
trascorrere anche un solo giorno senza pre-giudizi. Evidentemente non è
possibile perché sono proprio questi pre-giudizi che consentono
un’apertura verso ciò che deve essere compreso. Essi agiscono da strutture
anticipatorie che permettono di afferrare in una forma preliminare quanto deve
essere interpretato o compreso. Comunque, tenendo presente che anche nell’altro
deve essersi attivato un identico meccanismo, c’è da sperare che i reciproci pre-giudizi
vengano messi alla prova nel processo conoscitivo in modo che si realizzi la
gadameriana Horizontverschmelzung
(fusione di orizzonti).
Da questa accezione positiva di
pregiudizio si può passare facilmente alla sua accezione negativa, cioè quella
intesa come opinione formata o accolta in modo sfavorevole. L’elaborazione
‘privata’ dei dati che riceviamo dall’esterno può degenerare trasformando il
necessario pre-giudizio in egotismo puro e semplice: vediamo una parte,
e la consideriamo per il tutto; ci frulla in testa qualcosa di casuale e
frammentario e vorremmo comunque che il mondo intero sostenesse la nostra
opinione, in modo da sentirci più saldi nella nostra conclusione; formuliamo un giudizio dal nostro ristretto
punto di vista senza sentire ragioni o accogliere l’altrui sentire e ci
arrovelliamo sul perché tutti gli altri non seguano il nostro stesso modo di
pensare.
Il significato del termine pregiudizio
inteso come giudizio affrettato, senza fondamento e fallace diventa oggetto
consueto del dibattito filosofico e genera una feconda discussione in
particolare nel periodo che intercorre fra il ‘600 e il ‘700 e in special modo,
come fa notare Paola Rumore – curatrice dell’edizione italiana – “attraverso il
ductus cartesiano il termine pregiudizio viene consegnato alla modernità
grosso modo con il significato di errore ovvero di opinione accolta in
maniera precipitosa e fonte di ulteriori giudizi fallaci” (p. vii). Mi
permetto, comunque, di far notare la mancanza di rimando ad un caposaldo fra
“le origini più prossime di questa concezione del pregiudizio”(p. vi)
ravvisabile nella lotta portata avanti da Spinoza contro ogni tipo di
pregiudizio e in particolar modo contro il “pregiudizio finalista” fonte anche
di tutti i pregiudizi etici ed estetici. Riflettendo un attimo, è probabile che
su questa assenza abbia influito il paradigma leibnitziano-wolffiano in cui si
colloca il filosofo Georg Meier autore dei Contributi alla dottrina dei
pregiudizi, opera che è oggetto di questa breve nota.
Innanzitutto, un grazie va rivolto alla
Edizioni ETS per aver proposto questa co-edizione critica dei Contributi
(Beyträge) di Meier, senz’altro stuzzicante per il tema trattato ma
anche gratificante l’interesse antiquario, spesso non soddisfatto in termini di
accessibilità per la maggioranza degli appassionati. La kantiana “liberazione
dai pregiudizi” prende avvio nell’Illuminismo tedesco con Christian Thomasius,
secondo il quale l’attività cognitiva richiede aufräumen, laddove
si deve porre ordine e strutturare le proprie opinioni e quindi si deve
decidere della loro validità. Per raggiungere ciò che per Kant sarà il Selbstdenken,
Thomasius sollecita a porre in essere una attività di autocritica verso i praejudicia
praecipitationis e i praejudicia auctoritatis, consigliando contro
questi morbi dell’intelletto l’uso della Logica quale farmaco d’elezione. Nella
scia thomasiana, che attribuisce alla Vernunft-Lehre la competenza in
materia di analisi dei pregiudizi, troviamo Wolff e i wolffiani che, tuttavia,
per cieca fiducia nella ragione peccarono di “brama di onniscienza, di superbia
filosofica”, se non incorsero addirittura nel “più riprovevole tra i pregiudizi
dell’uomo: il praejudicium infallibilitatis” (p. xiii).
Con Georg Meier si sviluppa un modo
differente di considerare il pregiudizio. Infatti, benché egli riconosca il
dovere da parte di ogni persona istruita di scoprire la verità mediante il Selbstdenken,
tuttavia accetta l’inevitabilità di alcuni dei nostri pregiudizi, dato che non
possiamo, in ogni preciso momento, sottoporre tutta la nostra conoscenza al
tipo di critica richiesta proprio dal Selbstdenken. La riflessione
meieriana sui pregiudizi assume toni antropologici ed al proposito è
rinvenibile un’intonazione da manifesto nel §2 dei Contributi nella
parte in cui recita: “L’utilità della dottrina generale dei pregiudizi del
genere umano consiste dunque in ciò: mediante essa si può far luce sulla
conoscenza della natura umana in generale meglio di quanto non sia possibile
fare in sua assenza” (p. 15). Nell’articolare la sua sottile argomentazione, l’autore
individua un punto di svolta nel §15 relativo al pregiudizio fondamentale della
conoscenza empirica in base al quale “si suppone che le nostre sensazioni ci
rappresentino la qualità e la quantità degli oggetti delle nostre sensazioni”
di modo che “ognuno denomina gli oggetti sulla base della qualità delle
sensazioni che ne ha” (p. 49). Al riguardo, viene correttamente fatto notare
dai curatori del testo meieriano come questa individuazione di un tale
pregiudizio abbia “esercitato un’influenza decisiva sull’elaborazione della
dottrina kantiana delle antinomie della ragione e dei fondamenti del criticismo
in generale” (p. xxxv). Oltre alla puntuale identificazione di influenze e
nessi riconducibili al trattato meieriano, a quale conclusione si può giungere
alla fine della lettura di questo scritto? La risposta, che è più vicina al
pensiero di Meier, è rintracciabile in Reflections
on the French Revolution (1790) laddove Edmund Burke afferma: ”You think
you are combating prejudice, but you are at war with nature” (Collier, 1914, §
80). Se è vero come è vero che noi riusciamo a fare bene qualcosa solo quando
non poniamo più mente a come si fa a fare quello che facciamo, se dovessimo
pensare a come i muscoli funzionano nell’atto del camminare rimarremmo bloccati
come delle statue di sale, altrettanto vero è che in tutto ciò che facciamo,
sentiamo o pensiamo c’è del lievito che si chiama pregiudizio (in forma
più o meno estesa); un qualcosa di implicito di cui non conosciamo o abbiamo
dimenticato la causa. Senza l’aiuto di pregiudizio e consuetudine, non sapremmo
come comportarci in ogni circostanza, né cosa provare in una qualsiasi
relazione umana. Quindi va senz’altro ascritto a merito di Meier l’aver posto
in essere questa “riabilitazione del pregiudizio” ante litteram,
cercando di eliminare ogni dualismo mediante l’impostazione di un concetto
generale di pregiudizio che è parimenti riscontrabile nella conoscenza comune
come in quella erudita e dichiarando apertamente nel §48: ”Spero tuttavia di
dimostrare a sufficienza che spesso è assai ragionevole risparmiarsi
quella coscienziosità senza cui nessun pregiudizio potrebbe essere evitato, e lasciarsi
quindi andare in qualche caso alla precipitazione, cadendo vittima del
pregiudizio” (p. 141, c.m.).
Introduzione
Nota al testo e alla
traduzione
Indice dei Beyträge
Testo originale a fronte e
traduzione
Emendazioni
Glossario italiano-tedesco
Glossario tedesco-italiano
Indice dei nomi dei Beyträge
Sigle delle opere
Georg Friedrich Meier (1718 – 1777)
filosofo tedesco che con il suo insegnamento si prefisse di rendere accessibile a tutti il pensiero di
Leibniz già reso praticabile da parte di Wolff. I suoi interessi di studio
furono rivolti all’ermeneutica e alla logica. L’oggetto della sua opera più
nota Vernunftlehre e della edizione ridotta ad uso universitario Auszug
aus der Vernunftlehre, non consiste solo nell’elaborazione degli aspetti
formali della logica, bensì nell’individuazione degli elementi del pensiero e
del linguaggio che rendono possibile la conoscenza. Meier ha svolto ricerche
sull’epistemologia, l’estetica e sui pregiudizi con i Beiträge. Va ricordato che la Logik e la Kritik
der reinen Vernunft dello stesso Kant risentirono della influenza del
pensiero di Meier.