Storia della filosofia (idealismo)
«In
questo torbido inizio di secolo, scrivere un libro su Hegel, potrebbe
allora servire ad attivare la memoria all’uomo comune di ritrovare
il punto di vista del pensiero speculativo che non è […] il
pensiero che si pone al di sopra delle cose, ma il pensiero che
entra, scende in mezzo ad esse, nella cosa stessa, nel processo della
sua attuazione» (p. 8).
In
queste poche righe introduttive l’autore dichiara l’intento che
l’ha mosso alla stesura oggi di un testo su Hegel: promuovere un
pensiero che non disconosca il proprio esserci nel mondo, ma che se
ne faccia consapevole e che di questo mondo si assuma la
responsabilità. Attraverso l’idea di dialettica e filosofia
come conciliazione del pensiero con la realtà, Hegel ci può
insegnare proprio questo. Religione e filosofia in Hegel
insegue, attraverso l’analisi di tre delle coppie fondamentali
della riflessione di Hegel (religione-filosofia, pensiero-essere,
diritto-libertà) la genesi e i tratti fondamentali della
Versöhnung hegeliana.
Nella
prima parte del testo l’autore cerca di mostrare il tentativo di
Hegel di unificare la religione con la filosofia. Il giovane Hegel
ritiene la religione una delle manifestazioni della salute di un
popolo: a seconda di come una popolazione si serve di questo
strumento, è possibile giudicare di essa. Scrive Bianco: «La
religione come strumento d’azione è il solco di lettura
della storia per Hegel» (p. 21) e, a questo stadio della
riflessione hegeliana, tale strumento è utilizzato per
denigrare la stanchezza e la vecchiaia dell’età presente,
dominata dal cristianesimo, rispetto alla forza e giovinezza del
popolo greco che liberamente esprime il proprio genio nella religione
popolare.
Col
procedere della riflessione hegeliana Bianco rileva il sorgere di un
interesse sempre più storicistico: l’antica religione
popolare e il cristianesimo non sono più contrapposti, ma
vengono ricondotti al medesimo sviluppo storico: lo sviluppo della
società civile.
La
religione realizzata si distingue da ciò che essa è
nella sua teorizzazione solo razionale perché costretta ad
adattarsi ai bisogni della società. Tali considerazioni
portano Hegel, da un lato, a rivalutare il cristianesimo nel suo
piano filosofico, in quanto in esso è posta la mediazione tra
divinità e uomo, tra infinito e finito; dall’altro lato
Hegel continua a rifiutare il cristianesimo nella sua realizzazione
storica poiché qui esso si è posto come positività,
si è scissa la mediazione tra finito ed infinito e l’uomo ha
subito Dio come autorità.
Bianco
ritiene che Hegel rintracci le cause della positivizzazione del
cristianesimo nella storia, o meglio, nell’evoluzione politica
delle nazioni; ed è proprio in questa relazione tra
universalità dello stato e singolarità del cittadino
che è possibile scorgere, secondo Bianco, il motore e il fine
della storia hegeliana: la conciliazione del singolo con
l’universale.
L’autore
rintraccia la successiva tappa dell’elaborazione della concezione
hegeliana di religione nel saggio Fede e sapere. Qui Hegel
distingue tra fede e religione: la prima è solo la risposta
all’alienazione dell’uomo nel mondo reale, la fuga da questo in
un al di là; la religione, invece, è il divenire dello
spirito cosciente del proprio esserci reale. Pensare la religione
come spirito autocosciente significa attribuirle il più alto
grado di dignità filosofica e proprio in merito a questo Hegel
giungerà, secondo Bianco, ad eguagliare filosofia e religione.
Nelle
Lezioni sulla filosofia della religione assistiamo ad
una nuova valutazione positiva del Cristianesimo: questo è ora
indicato coma la religione assoluta dello Spirito. Bianco ritiene
che, da questo momento in poi, Hegel voglia mostrare la coincidenza
della religione con la filosofia; il farsi concreto dello spirito, il
suo temporalizzarsi, esprimerebbe proprio l’essere uno di Dio e
mondo. Scrive Bianco: «lo spirito che si fa concretezza nel suo
farsi vivente, chiarisce che cos’è questo spirito, e indica
il punto in cui Hegel vuole far coincidere religione e filosofia»
(p. 44). La positività della religione, così duramente
attaccata negli scritti giovanili di Hegel, trova ora la propria
legittimazione logica nella manifestazione dello spirito che, appunto
perché vero assoluto, richiede anche il lato della finitezza
sensibile. La fede sarebbe, quindi, il momento finito ma necessario
della religione assoluta. Hegel eguaglia la religione con la
filosofia perché, spiega l’autore, pensa lo spirito come il
Dio cristiano.
Nella
seconda parte del testo è indagato il compito della filosofia
di conciliare pensiero e realtà e il rapporto tra questo
compito e la dialettica. Si mostra il movimento della dialettica
hegeliana, movimento che non procede unicamente dal pensiero puro, ma
che muove dalla “cosa stessa”. La dialettica hegeliana è
fondata sul rifiuto di una scissione tra essere e pensiero: la cosa
deve superare la particolarità empirica nella quale si mostra
immediatamente, per cogliere in sé il movimento concettuale
che la pone in rapporto con il suo altro. Il concetto è la
verità della cosa in quanto è l’identità
dell’universale (il pensiero) con il particolare (la realtà).
La dialettica è il motore attraverso il quale la verità
viene alla luce: dialettica e filosofia secondo Bianco vengono così
a coincidere.
La
filosofia muove dal bisogno di unificare pensiero ed essere; questo è
stato lo scopo anche della Critica del giudizio kantiana.
Hegel riconosce il merito di quest’opera kantiana, ma giudica
fallito il suo obbiettivo: Kant non è riuscito ad innalzare
l’intelletto soggettivo e limitato alla ragione. Bianco espone
quindi i tratti fondamentali della lettura hegeliana di Kant. Ciò
che Hegel giudica positivamente della Critica del giudizio
kantiana è il tentativo di riconciliare la frattura che
Kant stesso ha posto tra mondo sensibile e mondo spirituale: l’idea
della bellezza è il luogo indicato da Kant per tale
riconciliazione. Hegel giudica però la bellezza una falsa
soluzione, perché ancora soggettiva: l’unione di sensibilità
ed intelletto è in essa solo estrinseca. Lo schematismo
kantiano, quindi, non riuscendo a conciliare la frattura tra pensiero
ed essere, lascia ancora sussistere il bisogno della filosofia.
Il
contrasto tra Kant ed Hegel è ricondotto dall’autore al
divergente modo di fondazione dei concetti: per Kant si tratta di
deduzione (Gesetzmässigkeit), per Hegel di posizione
(Gesetzsein). La peculiarità della fondazione hegeliana
è che il porre è allo stesso tempo porre il concetto e
la realtà di un’idea. Con questo duplice movimento fondante,
spiega Bianco, Hegel riesce ad uscire dall’impasse di un’obbligata
e limitante scelta tra razionalismo ed empirismo: «la Setzung
è il divenire del concetto come unità di pensiero ed
essere» (p. 79). Bianco avanza la tesi che la Setzung
hegeliana possa risolvere il compito di unificazione della filosofia,
in quanto unità immediata che conserva però in sé
i due momenti della frattura tra concetto e realtà.
Nella
Critica del giudizio kantiana il compito del giudizio
riflettente è quello di mediare tra sapere deterministico e
sapere critico. Hegel però critica il tentativo kantiano, in
quanto l’unità ambita da Kant di determinismo e finalismo è
solamente postulata, non viene dall’oggetto, ma è una fede
del soggetto. In questo modo il sapere degenera in fede: tale,
secondo Hegel, è il risultato di una filosofia del dover
essere. Bianco ritiene essere la trasformazione kantiana del sapere
in fede una scelta consapevole, compiuta da Kant per evitare il
“dogmatismo della metafisica”: il dogmatismo è frutto
della presunzione dell’uomo di poter risolvere il reale; la natura
umana ci porta, invece, a riconoscere l’impossibilità di un
sapere assoluto. Così l’autore paragona il rapporto tra
ragione kantiana e ragione hegeliana al rapporto tra speranza e
realtà: la ragione kantiana mantiene sempre vivo il bisogno
della filosofia, bisogno che più che epistemico è
pratico, perché rinvia la comprensione della totalità
ad un futuro sempre irraggiungibile; Hegel, invece, pone l’idea in
un «essere “sostanziato”, l’essere che porta in sé
la concretezza del presente» (p. 90).
Bianco
non si limita però ad affermare il carattere di presenzialità
della filosofia hegeliana, ma sostiene la necessità di vedere
accanto alla datità posta del presente il lato
dell’alienazione: l’alienazione è ciò che rende
possibile, anche nel sistema hegeliano, l’apertura all’altro.
Nella
terza e ultima parte del testo l’autore si propone di indicare la
conciliazione nella filosofia hegeliana di realtà e di
libertà, di mondo naturale, esterno e di mondo pratico,
interno.
Si
è già detto che il compito della filosofia è la
conciliazione tra realtà e ragione: la filosofia è la
cosa stessa nel suo disvelarsi. La verità della cosa che la
filosofia lascia emergere è una verità completa di
tutti gli aspetti del reale, è una verità esteriore,
della natura, così come è una verità interiore
della moralità.
Bianco
rintraccia nei Lineamenti di filosofia del diritto la miglior
esplicazione del rapporto tra mondo oggettivo e mondo spirituale.
Egli ritiene che nella filosofia del diritto, e solo in essa, compaia
quel nesso tanto rincorso di essere e pensiero, perché in
questa opera tale nesso si compie su un piano reale e non nella
freddezza della forma logica.
La
visione hegeliana del reale come intrinsecamente identico al
razionale non può non scontrarsi con la visione kantiana del
diritto come dovere e della volontà pratica come tensione
verso la realizzazione di questo dovere astratto. La volontà
di Hegel, spiega Bianco, è la volontà immanente alla
realtà nella quale agisce, in essa il volere e il suo oggetto,
il suo contenuto determinato, sono uniti. La libertà, che è
la volontà realizzata, è pertanto nella presenza del
contenuto, non è quella vuota astrazione intesa come
“libertà-da” un qualche oggetto ritenuto ostacolo
(passioni, stimoli, vincoli ecc.). Il riferimento è
chiaramente la libertà ancora astratta del cristianesimo, che
è l’espressione della libertà come libertà
negativa, come astrazione dal contenuto.
Con
la filosofia del diritto Hegel mostra la verità del concetto
partendo dal dato stesso, questo è il punto di vista
speculativo: «la volontà libera è la volontà
che ha in sé concetto e realtà» (p. 117). In
questo modo, scrive Bianco, l’attuazione della volontà
libera è possibile solo attraverso il superamento della
scissione tra soggetto e oggetto: la filosofia pratica è
intimamente unita e dipendente dalla filosofia speculativa,
interiorità ed esteriorità, morale e natura sono
finalmente unite.
L’autore
indica il luogo di rottura tra la morale kantiana e quella hegeliana
nel rapporto tra volontà individuale e volontà
universale: in Kant la volontà individuale è limitata
dal volere universale, dal diritto. Il diritto è un compito da
realizzare, è un dover essere; nella comunità kantiana
le libertà individuali rimangono separate da ciò che
deve essere, dall’universale. Questa comunità, nota Bianco,
è profondamente differente dalla totalità hegeliana
perché in essa il singolo trova la propria realizzazione
nell’universale. La volontà, realizzandosi nel mondo, si fa
libertà, così la libertà non è più
astrazione dal contenuto, fuga nell’al di là, come lo è
ancora per la fede, ma è immanente al reale.
Introduzione
PARTE
PRIMA: HEGEL E LA RELIGIONE
Religione
popolare e Cristianesimo
Il
concetto di “positività”
Fede
e sapere
Filosofia
e religione nelle “Lezioni sulla filosofia della religione”
PARTE
SECONDA: FILOSOFIA E DIALETTICA
Logica
e Dialettica
La
dialettica come “bisogno della filosofia”
La
filosofia di Kant nella critica di Hegel
Il
problema della “fondazione” in Kant e Hegel
Il
giudizio riflettente teologico nella critica di Hegel e la
dualizzazione kantiana della conoscenza
Il
Glauben kantiano e il Wissen hegeliano
PARTE
TERZA: RAGIONE E LIBERTÀ
Il
compito della filosofia secondo Hegel
La
dialettica della volontà
La
realizzazione dialettica della volontà
La
volontà come azione dell’idea etica
Michele Bianco (Baselice 1966) è collaboratore delle Cattedre di Filosofia Morale, Bioetica e Etica Sociale nell’Università degli Studi di Bari. Ha conseguito il baccalaureato in Filosofia e in Teleologia presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma, specializzandosi in Teleologia dogmatica con indirizzo cristologico alla Pontificia Università Gregoriana. Con nomina del Vaticano è perito in re historica et archivistica. Laureatosi in Lettere e Filosofia all’Università di Palermo, ha approfondito i rapporti tra la teologia scolastica e le teologie e filosofie contemporanee, dedicandosi in particolare allo storicismo tedesco. Redattore di «Sintesie», ha pubblicato, tra gli altri, Letture filosofiche. Saggi su Hegel, Sohn-Rethel, Bonaventura e Agostino, Guida, Napoli 2004.