Questo volumetto raccoglie la trascrizione, lievemente riveduta, di sei conversazioni radiofoniche condotte dall'autore su richiesta della BBC (Radio 4).
Per prima cosa, si può osservare che l'autore, attraverso il suo intero discorso, riprende con nettezza alcune distinzioni importanti sull'arte della parola. L'oggetto della riflessione è la conversazione, in quanto distinta dalla "chiacchiera educata" (p. 87), dal semplice "parlare" (p. 25) e dalla "discussione" o disputa (p. 60).
Conversare è molto di più del semplice "inviare e ricevere comunicazioni" (p. 27): è quella pratica dialogica della parola nella quale le persone sono "disponibili ad uscirne un po' cambiate" (ibid.). È la parola in quanto espressione determinante dell'essere dell'uomo, animale culturale in quanto parlante, prima di tutto; ed è la pratica della parola che permette, in quanto tale, di trasformare lo stesso mondo umano per renderlo più vivibile (nelle parole di Zeldin, per "cuocere il mondo insieme agli altri, per dargli un gusto meno amaro", ibid.). Si tratta della conversazione che, cambiando il modo in cui vediamo il mondo (la nostra mentalità), cambia noi stessi nel mondo e cambia così il mondo stesso. Zeldin è consapevole che questo punto di vista è per sua natura obliquo e sfuggente, perlomeno rispetto a quelle che si ritengono comunemente le forze che governano il mondo (economia, politica). Ma gioca comunque la sua scommessa sul fatto che l'essere umano non è semplicemente un animale, che è un "animale parlante" e che il modo di parlare non è qualcosa di acquisito e scontato, bensì occorre che ogni nuova generazione lo riconquisti e riplasmi in nuove possibilità. Confida nel fatto che la parola tra gli uomini non ha solo valore di moneta di scambio, né quella di arma con la quale dominare l'altro: può avere anche un versante positivo da riscoprire e coltivare, ossia quello attraverso il quale gli esseri umani dialogano, ascoltano, e ascoltando si rispettano e possono "sviluppare l'eguaglianza" (p. 55).
La conversazione è così "scambio tra menti" e contemporaneamente trasformazione e rimodellamento dei fatti (pp. 39-40), è un "esplorare nuovi territori" (p. 71) e infine una possibilità per "trasformare la nostra esistenza in un'opera d'arte originale" (p. 77). È una risorsa per le persone più ordinarie: a tutti può offrire la possibilità di contribuire a cambiare la società.
Nel primo capitolo, dedicato a Come ogni epoca cambia gli argomenti di conversazione, si illustra come gli uomini abbiano già ripetutamente cambiato il mondo cambiando il modo di conversare (p. 31). Dopo aver riconosciuto diversi "oggetti" di conversazione e diversi modelli di conversazione nella storia, Zeldin in particolare si sofferma su alcuni processi legati al dominio della retorica e al successivo dominio del linguaggio scientifico, mostrando come entrambi possano divenire oscuri: come esistono rischi a una rigida de-retoricizzazione, esistono rischi altrettanto seri nel campo dei linguaggi scientifico-tecnici. Il rapporto tra semplice e persuasivo, tra semplice e vero non è sempre così diretto e immediato. Zeldin si dichiara fiducioso nella possibilità di un "nuovo Rinascimento", e si prodiga nel mostrare quanto e come questa nuova possibile era dipenda da una "nuova conversazione".
In seguito, Zeldin si sofferma sulla "conversazione d'amore" e illustra le ragioni che indicano il bisogno odierno di una "lingua" nuova nelle relazioni tra i generi, essendo chiaramente inadeguate quelle inventate nel corso della storia (dalla "lingua della conquista" a quella del "corteggiamento" e della "civil conversazione", fino a quella romantica). Nessuna di queste lingue della conversazione d'amore del passato soddisfano, secondo Zeldin, gli uomini contemporanei, che "stanno facendo qualcosa di nuovo perché questa è la prima volta nella storia che uomini e donne ricevono un'educazione paritaria e fanno gli stessi lavori" (p. 56): oggi l'"arte suprema" è appunto quella di creare conversazioni paritarie, capaci di farci sperimentare anche un'arte della convivenza finora intentata.
Il terzo capitolo tenta una risposta alla domanda "Come fa la conversazione in famiglia a salvarsi dalla noia". Zeldin si dice convinto che "il teatro più interessante" oggi sia quello che si recita nelle nostre case, durante le nostre conversazioni improvvisate, quando scopriamo che non siamo solo "creature ignobili", ma quando ci riveliamo a noi stessi, conversando, "interessanti, coraggiosi, addirittura capaci di sperare" (p.57). Non potevano mancare, prima di tutto, riflessioni sul legame tra il pasto familiare, i suoi riti e la pratica della conversazione (i "discorsi a tavola", ancora rari, purtroppo): come a riscoprire quella "fame speciale" che permette alle persone di "cucinare il mondo" e le proprie stesse relazioni, trasformandole e condividendole, prima di tutto entro il cerchio ristretto delle relazioni familiari. Ma Zeldin suggerisce altresì estese considerazioni attorno alla possibilità di riconoscere la famiglia come un luogo in cui persone notevolmente differenti tra loro possono incontrarsi anche se non si sono scelte (i parenti e i cugini, di età, a volte di nazionalità o classe sociale diversa", p. 66), un luogo in cui persone di temperamento e di età diversa vivono insieme. Zeldin sottolinea, ad esempio, come l'esclusione dei bambini dalla conversazione degli adulti non possa che impoverire le conversazioni stesse e la qualità della vita in famiglia (cfr. p.74). La famiglia è un territorio di relazioni in cui possiamo sperimentare la possibilità di parlare con persone con cui apparentemente non abbiamo niente in comune (cfr. p.76): cosa che è valida poi altresì nell'apertura ad ambiti più vasti rispetto a quello della famiglia. Il capitolo si conclude con alcune riflessioni sui conflitti con persone "con le quali non riusciamo proprio ad andare d'accordo", mediante la curiosa metafora sulla "trattabilità" dei "diavoli senza corna" (pp. 77-80).
Ne La conversazione sul posto di lavoro, Zeldin guida il lettore alla scoperta di quanto sia importante il modo in cui parliamo nei luoghi di lavoro. E, d'altra parte, la questione è: "Che effetti ha il lavoro sulla nostra conversazione e, di conseguenza, su di noi?" L'autore affronta un tema che gli è familiare perché affine alle questioni che egli incontra nelle sue più recenti sperimentazioni in vista del Future College. Tratta infatti i problemi legati alla crescente specializzazione dei discorsi tecnici e scientifici, e mostra come tali discorsi possano rappresentare una gabbia che impedisce lo sviluppo della creatività. Lo scollamento fra il senso del lavoro come esperienza vissuta e come spazio di creatività rispetto alla funzione tecnica normativamente definita, noiosa, ripetitiva e chiusa: nel lavoro, secondo Zeldin, occorre bilanciare la specializzazione con il suo opposto. Il problema che si pone per chi intende educare le generazioni future è così espresso: "Chiediamoci [...] che tipo di esseri umani vorranno essere gli individui della nuova generazione, e vediamo se si possano concretamente inventare dei lavori che facciano per loro; dei lavori che facciano per le persone, anziché costringerle ad adeguarsi a un meccanismo o a un'istituzione" (p. 90).
Zeldin in seguito indaga gli effetti della tecnologia sulla conversazione e anzitutto nota che "la tecnologia non migliora automaticamente la conversazione, la comunicazione o il comportamento". Dopo aver analizzato alcuni esempi, conclude rilevando come ogni tecnologia può avere effetti positivi o negativi, "causando benefici e disastri inaspettati" (p. 114), e mostra come una considerazione delle conseguenze delle tecnologie sull'esistenza potrebbero indurci anche a considerare quest'ultima come un territorio di sperimentazione, visto che dopotutto la tecnologia stessa non rappresenta altro che il tentativo "di sposare l'intelligenza umana ai misteri della natura" (p. 117). E ribadisce che "le più grandi rivoluzioni scientifiche non sono state le invenzioni di nuove macchine ma di nuovi modi di parlare delle cose" (p. 118).
Nella parte conclusiva dell'opera, Zeldin affronta il tema della conversazione con sé stessi e del silenzio: senza che questo muti la sua opinione secondo cui l'apertura ad altri è più stimolante, significativa e creativa della ricerca interiore: "Si tratta di invitare altre persone alle proprie conversazioni interiori, per scoprire che ti vedono molto diversamente da come ti vedi tu" (pp. 123-124). Le conversazioni più importanti, ripete Zeldin, sono quelle che si manifestano al confine dell'incomprensibile e nascono dall'incontro con persone diverse; questa prospettiva si dilata fino a illustrare il cammino che porta a "conversazioni con ogni continente e civiltà" (pp. 127-130). Zeldin poi si chiede, inevitabilmente, se l'arte della conversazione possa essere insegnata e se debba esserlo: il che ovviamente non può accadere mediante modelli e libri, quanto piuttosto con un contatto personale, "uno scambio intimo tra due menti con affinità diverse, e, soprattutto si una ricerca sul significato della vita e sui comportamenti da tenere" (p. 133): il che, come si vede, sembra qualcosa che nelle scuole faticherebbe a trovar spazio. E la conclusione è un aperto richiamo a dare inizio a "conversazioni che dissipino le tenebre, conversazioni intavolate per creare uguaglianza, per infondere in noi i coraggio, per farci aprire agli estranei, e, in terminipratici, per rifare il nostro mondo del lavoro in modo tale da non essere più isolati dal gergo o dalla noia professionale" (p.133-34): tutto questo è la "Nuova Conversazione", un possibile nuovo rinascimento, "il tentativo reale di produrre un cambiamento nel modo in cui viviamo" (ibid.).
L'opera si conclude con la proposta di un elenco di Trentasei argomenti di conversazione, definiti mediante sei gruppi di sei quesiti ciascuno, secondo un riferimento ai sei capitoli dell'opera stessa. Per prima cosa si conferma che il fil rouge di tutto il percorso è una estesa e chiara attenzione alle possibilità della conversazione "sulla" conversazione. L'autore sembra implicitamente suggerire che entro le conversazioni quotidiane, un elemento utile per indirizzare verso la "nuova conversazione" auspicata è precisamente l'attenzione alla conversazione stessa, alle sue implicazioni, alle sue dinamiche. Alcuni quesiti muovono dalla presa in carico di differenti contesti comunicativi di cui l'autore ha parlato nel testo stesso. Molti potrebbero essere anche gli spunti per dialoghi in contesti non formali come i caffè letterari o i caffè filosofici (ambiti peraltro in cui questo tipo di conversazione a volte sembra presente). Sono fili e tracce che il lettore può eventualmente seguire, se intendesse lasciarsi coinvolgere in una sperimentazione aperta e consapevole a partire dalle proprie conversazioni quotidiane, nella fiducia che "le persone possano produrre grandi cambiamenti migliorando il modo in cui si relazionano tra di loro nella vita quotidiana" (p. 136).
Nato come testo radiofonico, il libro di Zeldin ne conserva i limiti, ma pure le potenzialità. Va aggiunto che si tratta di un testo strano, obliquo: nonostante colga aspetti banali dell'esistenza, solleva questioni intriganti, che spaziano a diversi livelli di lettura in un interrogare aperto, a tratti anche insolito. Un'opera curiosa, che affascina proprio con il suo lasciarci spesso in sospeso su prospettive al contempo banali ed enormi: è uno di quegli scritti senza note a piè di pagina, ma in cui l'autore comunica il succo vitale di esperienze e meditazioni, di una vita alla ricerca del dialogo e, con passione, pone interrogativi non sempre immediatamente perspicui e ovvii - e che costringono a guardare all'esistenza, a sé stessi ed alle cose con sguardo nuovo -, altre volte semplici e diretti come quelli che potrebbe porsi un bambino. Un discorso che mostra una paziente attenzione a cogliere prospettive inedite del dialogo e delle conversazione tra umani a tutti i livelli dell'esperienza e dell'esistenza, incrociando pubblico e privato, e mescolando punti di vista e prospettive spesso non comunicanti. Non si tratta certo di un testo per addetti ai lavori della cosiddetta "scienza della comunicazione": un semplice libro-conversazione che invita alla sperimentazione di forme nuove di dialogo, a una nuova attenzione alla comunicazione e ai suoi aspetti meno praticati (quali l'ascolto, ad esempio). Dedicato a farci pensare "a" e pensare "su" quelle forme di parola non sottoposte alle regole dello scambio utilitario, e che - essendo la parola consustanziale alla nostra esistenza di esseri umani - ci possano trasformare, aprano i nostri orizzonti e la consapevolezza di noi stessi e del nostro esserci, così come i nostri atteggiamenti e comportamenti.
Suggerisco qui di seguito alcune osservazioni nate da una libera riflessione sull'opera qui recensita:
a) la parola "conversazione" deriva dal latino conversatio che, come ricorda Etienne Gilson, è un termine chiave nella storia del mondo monastico occidentale (appare nel celebre cap. 58 della Regula Benedicti ed è oggigiorno oggetto di inesauste riflessioni e considerazioni, non solo in ambito monastico, ma anche in quello teologico e filosofico). Il termine conversatio può derivare dall'intransitivo conversari e significa: modo, tenore di vita, condotta; oppure dal transitivo conversare, da convertere, nel senso di rivoltare, rigirare, e allora equivale a conversio, sia in senso proprio che figurato. Il termine conversazione, se letto con uno sguardo attento alla sua origine, apertamente richiama le due fondamentali assunzioni del discorso di Zeldin: 1. il fatto che la parola è la dimensione in cui l'essere umano vive e che senza di essa l'essere umano perderebbe il suo specifico modo di essere, il suo proprio "modo di vivere" (la parola come dimensione primaria della cultura, "nicchia ecologica della specie"); 2. il fatto che la pratica dialogica dell'ascolto dell'altro, della apertura di possibili differenti punti di vista nella conversazione comporta inevitabilmente per l'essere umano trasformazione e cambiamento, e che questa dimensione "produttiva" e consapevolmente "trasformativa" è il senso profondo della stessa cultura;
b) un passo della Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana di don Milani, e precisamente quello in cui si sostiene che l'ideale dell'uguaglianza tra gli uomini va declinato nel senso dell'apertura alla comunicazione e all'uso della parola, come capacità di "esprimersi e intendere l'espressione altrui": per essere "uguale" all'altro, a un essere umano non serve una distribuzione delle ricchezze, "basta che parli". Ciò implica e comporta una profonda fiducia nelle possibilità di trasformazione sociale che la parola può ancora avere, a partire "dal basso" e nonostante i rischi della mercificazione della comunicazione nell'era dei gruppi mediatici a vocazione mondiale;
c) infine, il "manifesto sulla comunicazione" elaborato collegialmente da un gruppo guidato da Danilo Dolci (Variazioni sul tema Comunicare, Milano 1991, 2 voll.), nel quale uno sguardo critico ai processi della comunicazione umana pone interrogativi spesso simili, perlomeno nel "metodo": un'intelligenza critica delle cose non priva di ricche connotazioni emotive.
Il boccone amaro di Achab di Roberto Cagliero
Conversazione. di come i discorsi possano cambiarci la vita
1. Come ogni epoca cambia gli argomenti di conversazione
2. Perché la conversazione d'amore si sta muovendo in una nuova direzione
3. Come fa la conversazione in famiglia a salvarsi dalla noia
4. La conversazione sul posto di lavoro: perché gli specialisti devono trovare un nuovo modo di
parlare
5. Che effetti può avere la tecnologia sulla conversazione
6. Di come la conversazione incoraggi lo scambio da mente a mente
Trentasei argomenti di conversazione
Ringraziamenti
Theodore Zeldin è attualmente Fellow del St. Anthony's College di Oxford, di cui è stato in passato anche decano. Ricercatore originale ed estremamente apprezzato, e membro del BBC "Brains Trust", è tradotto in una ventina di lingue. Specialista dell'età del secondo impero e di storia francese, ha però condotto ricerche - più di recente - anche in territori in cui raramente nelle Università ci si addentra. In italiano è apparsa solo la Storia intima dell'umanità (Milano 1999). La sua opera più importante, in cinque volumi, è A History of French Passions (Oxford U.P. 1979-1981).