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Piazzesi, Chiara, Abitudine e potere. Da Pascal a Bourdieu.
Pisa, ETS, 2003, pp. 147, Euro 11,00 ISBN 88-467-0835-0.

Recensione di Beniamino Soressi - 01/04/2004

Filosofia politica, Sociologia

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Il termine "abitudine" del titolo non si riferisce semplicemente all'abitudine nell'accezione comune di ripetizione quotidiana di pensieri o azioni: il discorso verte infatti principalmente su un'idea di schema cognitivo (certo, acquisito per abitudine e appreso nell'interazione sociale quotidiana) che influisce sulla percezione, l'attività teoretica e tutte le forme dell'agire non determinandole rigidamente come nel modello stimolo-risposta, ma orientandole e delimitandole entro il cerchio delle sue possibilità "lecite". Il sé è dunque oggetto di una continua elaborazione per opera del contesto sociale. L'autrice intende sviluppare intuizioni espresse prima da Pascal, parlando di coutume, e successivamente rielaborate da Pierre Bourdieu parlando di habitus, ma affrontate anche da Dewey parlando di "habit" e da Gregory Bateson attraverso il termine "Gestalten" e associato a quello che chiama "apprendimento di grado 2" o "apprendimento ad apprendere" e che potrebbe trovare un parallelo anche nell'idea di "precomprensione" di Gadamer. L'abitudine, in questo contesto, è uno schema cognitivo appreso che determina gli apprendimenti successivi, una precomprensione del mondo che determina le comprensioni successive. Un'abitudine è generalmente costituita da un sistema di simboli quali per esempio, nel caso dell'abitudine relativa al potere regale, "gli abiti, gli ermellini, gli ornamenti, i palazzi dei magistrati". (p. 26)

Un cambiamento di "abitudine" quale può essere il passaggio a un sistema simbolico di tipo democratico (in cui compaiono, per esempio, la scheda elettorale personalizzata, la privacy della cabina elettorale, la confluenza alle urne della cittadinanza in ogni suo strato sociale, ecc.) comporta un cambiamento di precomprensione che è in grado di determinare un radicale mutamento - a base dunque prevalentemente culturale - del modo di rapportarsi di un essere umano con la società o anche con il mondo nel suo complesso. L'autrice rileva che l'antropologia pascaliana mira a far piazza pulita dell'idea che esista una natura umana stabile e indipendente dalla società: sebbene il sopraccitato schema cognitivo sia percepito o immaginato come innato o connaturato, esso è contingente e perfettamente malleabile, esso è appunto, nella sua essenza, abitudine. Quella che per Aristotele era la "prima natura" dell'uomo, è in realtà una prima abitudine. In Pascal la stessa conversione cristiana non è data dalla sola illuminazione di un'anima: come suggerisce la Piazzesi, quest'illuminazione deve investire l'ambito pratico quotidiano, deve dunque farsi habitus, coutume. Dunque l'abitudine non è certo relegata esclusivamente all'ambito dell'inautenticità: la coutume svolge infatti anche una funzione di conservazione e riproduzione e stabilizzazione sociale. Eppure Pascal s'impegna a suggerire modi per fronteggiare l'arbitrarietà della coutume e del potere a essa associato. Uno di questi modi è la double pensée, il pensiero non convenzionale da tenere nascosto per non destabilizzare improvvisamente l'ordine, ottenendone in cambio l'attuazione della violenza potenziale del sistema di potere: il singolo non può, attraverso semplici atti coscienti isolati, opporsi al potere che un organismo politico o una società esercitano su di esso. Ma occorre conservare la double pensée con la massima cura, come nel solitario "retrobottega" di cui parlava Montaigne: solo la double pensée permette di rivelare la storicità, l'arbitrarietà e la fondamentale violenza con cui si istituisce il potere che ci governa sia materialmente che simbolicamente. Il singolo infatti non delibera coscientemente e razionalmente un accordo, un alleanza con la società: è la società che lo dispone per lui.

La double pensée demistifica l'origine di un'autorità che riesce a far percepire come naturale al dominato il rapporto di dominio che essa ha instaurato. Ci riesce in quanto il rapporto di dominio implica una violenza simbolica (come la chiama Bourdieu), una forma di violenza dolce e impercettibile che induce il dominato a incorporare schemi conoscitivi che svolgono una funzione di legittimazione del dominatore. Uno degli esempi più illuminanti di violenza in cui l'aspetto simbolico ha giocato un ruolo centrale risiede nel dominio maschile, che è affrontato, seguendo le tracce di Bourdieu, nell'undicesimo capitolo e ripreso - nel senso della simbologia maschile associata al dominio - nell'analisi della Medea di Christa Wolf (in appendice: "Medea: capro espiatorio atipico").

Insomma, questo testo mostra efficacemente, sebbene con qualche insistenza e ripetizione di troppo, quale sia la portata e la rilevanza dell'eredità del pensiero pascaliano. D'altro canto l'autrice sembra lasciare aperta la questione della linea morale suggerita dalla ricostruzione storico-concettuale che propone. Se semplici prese di coscienza da sole non possono liberare dalle violenze del potere, cosa possono farlo (se lo possono)? Infatti molte delle soluzioni morali proposte da Pascal appaiono ormai antiquate. Cosa infatti di queste soluzioni possiamo ereditare, oggi, e come? Esse erano rivolte principalmente a un pubblico limitato di cristiani e i cittadini di una monarchia assoluta. Per esempio, l'idea stessa della double pensée sembra aver perso buona parte della sua rilevanza nel mondo occidentale odierno, in una società pluralistica dove vige una certa libertà di parola e in una società che ambisce a strutturarsi secondo idealità democratiche.

Ma i problemi posti da Pascal sono ancora scottanti. Sono gli stessi posti oggi dal pensiero sociologico più radicale e rigoroso.

torna all'inizioIndice

Vol. I
Introduzione
1. La coutume tra irrazionalità e ragionevolezza
2. L'abitudine secondo Dewey: corredo mentale senza un pensiero attento
3. Pre-giudizio e percezione pre-orentata
4. Utilità della coutume e sua connotazione rispetto al potere
5. La condizione dei grands e la double pensée
6. Respect d'établissement contro estime: dovere sociale e libertà
7. All'interno di un'"economia" dei timori e delle speranze
8. Aspetti della coutume come funzione del potere: i giochi dell'apparenza e i giochi dell'onore
9. Forza e giustizia: coutume e legittimazione del potere
10. Habitus e violenza simbolica: la perpetuazione del potere
11. L'esempio del dominio maschile
12. Critica della 'ragion pratica'
Conclusioni
Appendice. Medea: capro espiatorio atipico
Bibliografia

torna all'inizioL'autrice

Chiara Piazzesi (Firenze, 1977) si è formata all'Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi in filosofia. È attualmente dottoranda di ricerca all'Università di Lecce. Tra le sue pubblicazioni, Nietzsche: fisiologia dell'arte e décadence (Lecce, 2003).

torna all'inizioLinks

Articoli su Pascal nella rassegna stampa di SWIF: http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/pascal.htm

Intervista a Bourdieu nella rassegna stampa di SWIF: http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/020127d.htm

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