Filosofia della scienza, Storia della filosofia (moderna)
Il testo di Pellicanò è estremamente articolato: si compone, infatti, di un ampio contributo introduttivo, del testo di Galileo Trattato delle fortificazioni e del brevissimo lavoro di Giulio Savorgnan Venticinque regole per la fortificazione, presentato da una nota di Pellicanò. Un notevole contributo apportato alle riflessioni filosofiche consiste nella riproposizione del giovanile trattato galileiano - finora edito solo nell'edizione nazionale delle Opere a cura di Favaro (Firenze 1890-1909, ristampata nel 1929-39 e nel 1968) - e soprattutto nella sottolineatura del suo valore fondativo nei confronti della disciplina urbanistica, nonché nell'edizione del lavoro di Savorgnan, finora quasi sconosciuto anche agli specialisti.
L'intento di Pellicanò è protologico. Non a caso, nel titolo e nel sottotitolo ricorrono termini che si richiamano all'"origine": si vogliono infatti esplicitamente mettere a tema il periodo "giovanile" di Galileo, dunque l'origine della sua riflessione filosofico-scientifica, e le "radici" del pensiero scientifico e dell'urbanistica moderni. Questa volontà di risalire all'inizio temporale e logico viene esplicitata in chiave autobiografica dall'autore fin dalle prime righe dell'Avvertimento: "Questo libro prende le mosse dal lontano 1982, quando avvertii la necessità di andare alle radici della materia nella quale mi ero laureato nel 1975" (p. 15). Se numerosissimi studi sono stati dedicati alla fondazione della cinematica, della dinamica, dell'astronomia a partire del pensiero di Galileo, meno diffusa è la considerazione dell'origine della "scienza della città" e in particolare "città fortificata" nelle pagine galileiane. Questa trascuratezza viene spesso denunciata dall'autore, che non manca di evidenziare la propria insoddisfazione verso gli studi galileiani a cui fa riferimento.
L'interesse del lavoro di Pellicanò è anche di ordine metodologico, perché intorno alla città si incrociano diverse discipline, e l'autore stesso segnala la "necessità dell'integrazione tra le diverse componenti disciplinari che contribuiscono allo studio della città" (p. 29). Nella trattazione della questione della fortificazione della città confluiscono considerazioni di ordine balistico, strategico, politico, artistico, architettonico, ambientale, geometrico, fisico, e l'autore non manca di alludere a ciascuna di queste tracce.
La convinzione epistemologica di fondo viene così esplicitata: "La scienza non può essere presentata come un sapere di fatto, senza curarsi di spiegare il processo che l'ha prodotto" (p. 20). In questo caso, ripercorrere il processo che ha portato alla moderna scienza urbanistica significa per Pellicanò risalire a Galileo, nonché cercare di capire dove è nato il pensiero urbanistico di Galileo e perché può essere considerato innovativo nella tradizione. Il contesto in cui viene prodotto è l'Italia del '500, periodo in cui la difesa e la sicurezza portano a un complesso di opere di fortificazioni che l'autore ritiene peculiare: "Il '500 ha [...]costituito il periodo di maggior rigoglio dell'arte delle fortificazioni, e l'Italia ne ha avuto il primato, diffondendo trattati e progettisti in tutta Europa. I trattati e le esperienze che si formavano non erano univoci" p. 26. L'Autore distingue tre scuole di pensiero, una più direttamente derivata dal lavoro di architetti tradizionalisti, un'altra di carattere più militare, basata sul lavoro di soldati, uomini di guerra e inventori di macchine belliche, una terza, infine, che coglie soprattutto l'evoluzione delle due precedenti e contribuisce alla specializzazione e all'apertura di nuovi metodi. Inoltre vengono segnalati almeno tre eventi contestuali determinanti: l'invenzione della stampa; l'uso di tutte le specializzazioni e delle tecniche disponibili; lo sviluppo delle artiglierie.
Tutto ciò concorre a un'evoluzione interna alla produzione trattatistica: "Le conoscenze e gli usi applicati del sapere tecnico-matematico che via via si sviluppano, si fanno luce con difficoltà, convivendo con la conoscenza degli eruditi e degli umanisti, allora depositari - tendenzialmente dogmatici - del potere; e c'è come un momento di 'surplace' in cui sembrano prevalere indirizzi confusi, talvolta negativi, anche a livello dei rapporti di lavoro, che, prima tramandati attraverso la presenza in bottega e in cantiere, adesso, per affermarsi (e per codificare teoricamente il loro valore), hanno bisogno di un fondamento teorico unificato da leggi e principi universali; e se, tra i trattatisti, molti usano il trattato come manualistica, per trasmettere il sapere pratico, sono molti quelli che usano i trattati anche come momento di riflessione teorica e di principio, e anche qui c'è una cesura tra il vecchio e il nuovo" (pp. 17-18).
La novità apportata da Galileo consiste innanzitutto nell'attraversamento di tante specializzazioni e tecniche: Pelllicanò sottolinea "il tentativo di mediare l'apporto di tutte le specializzazioni e di tutte le tecniche disponibili" (p. 19), in una situazione in cui "lo scienziato ha poi preso il posto dell'architetto" (ibid.). Soprattutto la questione urbanistica consente di sottolineare il rapporto fra teoria e tecnica: "Galileo viveva un momento in cui veniva avvertito particolarmente il bisogno di superare il solco, esistente da secoli, tra la scienza speculativa e il lavoro di ricerca sperimentale, e il campo militare mostrava di essere senz'altro tra i più fecondi, comportando la necessità di valorizzare le arti meccaniche sollevandole al livello scientifico, con l'aiuto del discorso matematico e del discorso letterario: un obiettivo culturale ambizioso, e strettamente personale solo sul piano della realizzazione pratica" (p. 41).
Ma il vero elemento di novità consiste nell'uso delle matematiche, la "matematizzazione del mondo" è del resto il contributo determinante recato da Galileo nel mondo del sapere: "A questo punto, nei trattati si innestano le matematiche quale elemento di novità" (p. 27).
La questione della matematizzazione consente di affrontare il nucleo centrale delle nuove scienze: ovvero il rapporto tra ideale e reale, ed è la geometria a consentire, secondo le parole di Pellicanò, il "raccordo tra la città ideale e la città realmente costruita, tra impianto urbano e fortificazione" (p. 28).
Le questioni dell'esperimento, del modello e del laboratorio, nodi epistemologici inaggirabili, ricevono nel contesto della città fortificata una particolare declinazione: "In questo universo concettuale, 'la macchina' è il simbolo-laboratorio, certo non figurato, di tutto quello in cui può essere adottato il metodo meccanico.[...] A questo punto gli architetti, anche quelli militari, hanno già scoperto la possibilità di trattare lo spazio come un laboratorio" (p. 69). Inoltre la questione del moto, che è la questione fisica per eccellenza, è nodale all'interno dell'urbanistica fortificata. Ricordiamo che la domanda centrale sul moto dei corpi è proprio di carattere "balistico": a quo moveantur proiecta? "Il problema del moto era centrale in tutti i filosofi del tempo; esso era considerato il punto di partenza di qualunque trattato scientifico relativo ai fenomeni naturali. Il problema del moto, poi, veniva ad essere trattato anche nell'ambito dei problemi di balistica che venivano studiati dalle matematiche applicate" (p. 39).
Lo studio delle matematiche applicate si svolge e si esplica mediante il disegno geometrico. Questo si segnala non solo come progetto, ma come modello conoscitivo: "Il disegno acquista così, in campo militare, una valenza tutta particolare; sul disegno viene applicata la forza congiunta del pensiero derivante dall'applicazione dei ritrovati scientifici: matematica, geometria, balistica [...] E questa è una capacità che nasce in questo momento, mentre, in precedenza, era direttamente collegata con la concezione del disegno come imitazione, invenzione o selezione" (p. 61).
Entrando nello specifico del trattato riproposto da Pellicanò, occorre segnalare il confronto con un analogo testo scritto in precedenza da Galileo (Breve Istruzione sull'architettura Militare) e con le Regole di Savorgnan, trovate fra le carte di Galileo. Pellicanò trova delle differenze importanti fin dalla prime righe dei due trattati galileiani: "La grande differenza tra l'incipit del primo trattato che riecheggia più città rinascimentali da adeguare con nuove e più robuste fortificazioni (e il richiamo al Dürer ne stabilisce in qualche modo la data) che non l'attualità della produzione trattatistica che ormai vedeva desueta la figura del teorico puramente descrittivo delle generiche cose da fare in senso didattico e didascalico" (p. 60). Ma è soprattutto l'impostazione metodologica a essere diversa: "Nel secondo (trattato) [invece] la descrizione è anche affidata ai disegni, ma essi non sono più "teorici" come quelli del primo trattato, anzi qui ogni forma è di spiegazione di una funzione; si nota perciò che la differenza non è data tanto dalla descrizione geometrica, che è costante nella rappresentazione, e nel tener conto dei siti di acqua, che ci fa capire che Galileo aveva assorbito la lezione di Venezia, quanto piuttosto nell'avvicinarsi di questi disegni al territorio e ciò nel senso della necessità di riprodurre con precisione qualsiasi territorio, preludio alla cartografia scientifica, e gli strumenti di misura che si andavano via via sviluppando, non faranno che progredire e precisare la conoscenza del territorio" (p. 70).
Il testo delle Regole di Savorgnan, "la cui datazione risale al 1594, ma che fu redatto già diversi anni prima (in varie forme)" (p. 73), è particolarmente interessante perché legato alla costruzione di Palmanova, "che si presenta come un esempio di compiutezza del modello urbanistico rinascimentale" (p. 75). Sottolinea Pellicanò: "Qui già abbiamo il primo riscontro del rapporto esistente tra il progetto e il territorio, in cui il progetto parte ancora da una conoscenza presunta scientifica astratta (e lo è, secondo la conoscenza relativa agli sviluppi delle tecniche costruttive dei vari materiali e delle funzioni geometriche conseguenti) e che in realtà, è inadeguata a tutti gli altri aspetti che costituiscono la compiutezza della costruzione, dalla composizione della città al rapporto tra la società civile ed economica con lo spazio disponibile all'evoluzione umana" (ibid.).
Pellicanò ritiene importante il Trattato di Galileo per affrontare la questione delle specializzazioni. La scienza moderna nasce come sapere specializzato, tuttavia l'urbanistica fortificata si presenta come intrinsecamente pluridisciplinare e l'Autore ritiene che proprio a proposito della relazione tra arte, scienza ed esperienza "il Trattato di fortificazione rappresenta un particolare unicum nella storia del pensiero" (p. 82). Ancora più chiaramente, egli afferma che il Trattato di Galileo non pone separazioni entro il mondo del sapere sulla città, ma piuttosto entro la sua struttura politica: "Una continua ricerca - quella di Galileo - di spazi in cui collocare le sue ricerche e una estraniazione del lavoro scientifico dalle attività più specificamente politiche, individuandone e specificandone le competenze. Non quindi divisione tra ingegnere e architetto, ma tra architetto e militare quella che Galileo effettua" (p. 94).
Ribadiamo che il grande merito di questa opera di Pellicanò è l'aver posto all'attenzione un testo veramente prezioso per comprendere la genesi dell'urbanistica e per riflettere in generale sulla modalità delle scienze galileiane, che si presentano come un sapere che vuole essere nuovissimo pur affrontando consapevolmente un oggetto antichissimo.
Presentazione di Alessandro Bianchi
Prefazione di Enrico Musacchio
Introduzione di Rosario Giuffrè
Avvertimento dell'Autore
1. Le origini (1.1 Le matematiche e le applicazioni pratiche; 1.2 Strumenti e progetti)
2. Gli studi e la formazione (2.1 Pisa e il Mazzoni; 2.2 Il contesto culturale; 2.3 Padova: i trattati e la
critica)
3. Galileo Architetto
Conclusioni
Galileo Galileo, Il trattato di fortificazioni
Introduzione alle Venticinque regole per la fortificazione
Giulio Savorgnan, Le "Venticinque regole per la fortificazione"
Tavole
Indice dei nomi
Antonino Pellicanò (Reggio Calabria, 1947), si è laureato in architettura all'Università di Firenze nel 1975 e ha svolto attività di ricerca e docenza presso università italiane (Firenze e Reggio Calabria) e straniere (Alberta, Canada). Attualmente lavora presso l'Università di Reggio Calabria e collabora con l'Unione Europea per le politiche del territorio, dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile. È autore di articoli e saggi dedicati a storia e teorie dell'urbanistica, storia e uso del territorio.