Estetica, Filosofia politica, Storia della filosofia (contemporanea)
Chi è Alexandre Kojève? Porre questa domanda non solo è legittimo da parte di chi non ha ancora avuto modo di conoscere questo scrittore; ma ritengo che essa ricorra anche sulle labbra di chi ha già avuto modo di conoscerne l'opera, e pur tuttavia si vede ancora nella necessità di porsela. Innanzitutto, dal punto di vista fenomenico, lo descriverei come una scheggia dell'intelligencija distaccatasi dalla madre Russia e atterrata quasi per naturale attrazione nella Francia degli anni Trenta del Novecento, dopo aver attraversato la Germania arricchendosi di materiali intellettuali, laureandosi in filosofia sotto la guida di Jaspers presso l'università di Heidelberg. In secondo luogo, si potrebbe senz'altro accettare la definizione formulata da Antonio Gnoli: Kojève, l'occulto maestro del '900, come viene descritta nella nota in appendice all'inedita raccolta di saggi, che qui presentiamo, intitolata Il silenzio della tirannide. Questa definizione trova piena giustificazione in un evento che ancora oggi affascina per la sua unicità oltre che per le conseguenze 'pedagogiche' a lungo termine derivatene: i seminari sulla Fenomenologia di Hegel tenuti a Parigi fra il 1933 e il 1939 alla presenza di pochi uditori, ma tra di loro c'era gente che rispondeva al nome di Maurice Merleau-Ponty, Jacques Lacan, Raymond Queneau, Georges Bataille, Raymond Aron, André Breton, Roger Caillois...
Le parole pronunciate in quelle lezioni erano destinate a fare di Kojève il 'tutor' di una intera generazione di intellettuali francesi, oltre che svolgere a lungo termine una capillare influenza sulla filosofia postmoderna. La sua lettura della Fenomenologia hegeliana non si ridusse ad una semplice esegesi del pensiero del filosofo tedesco, bensì si presentò come una radicale e originale re-interpretazione della filosofia della coscienza di Hegel, focalizzando in modo particolare l'attenzione sulla dialettica Signore/Servo. Infatti, Kojève riesce a porre in collegamento e ad ingranare tra loro le linee di pensiero di Hegel, Marx e Heidegger in un modo prima di allora inimmaginabile, al punto di attivare luoghi dormienti nella mente e nell'animo di schiere di intellettuali e filosofi scatenando pensieri, e di conseguenza azioni, su cui mai si era riflettuto. Da Hegel viene presa la nozione di processo storico universale entro cui si dispiega la riconciliazione per mezzo di una dialettica intersoggettiva che risulta in un esito unitario. Da Marx viene tratta una antropologia filosofica secolarizzata, de-teologizzata e produttivistica che colloca al centro della scena nel processo storico l'attività trasformatrice del desiderio. Di Heidegger, che per Kojève è il prosecutore della filosofia antropocentrica della Fenomenologia dello spirito, viene utilizzato l'antagonismo umanità/natura nell'accezione di una decisa dialettica ontologica che è ragione della libertà e dell'azione dell'uomo. L'attenta combinazione dei tre ci fornisce una visione della storia in cui l'uomo ben stretto alla sua libertà dà forma a se stesso e al suo mondo nella continua identificazione e realizzazione dei suoi desideri (L'histoire humaine est l'histoire des Désirs désirés, dirà Kojève nella sua Introduzione ad Hegel), e così facendo indirizza la Storia verso la sua fine (intesa sia come culmine od esaurimento, sia come obiettivo o completamento).
Dopo circa centocinquanta anni da quando il giovane Hegel vide nella vittoria di Jena da parte di Napoleone nel 1806 il completamento della storia, Kojève, nonostante che si fosse usciti da un conflitto mondiale e se ne stesse per avviare un secondo, fu capace di riprendere il tema e dimostrare che l'analisi del filosofo tedesco risultava essenzialmente corretta. Come nel caso di Hegel, nonostante che nel 1806 ci fosse ancora un gran da fare nel mondo (c'era da abolire ancora la tratta degli schiavi, c'era da estendere il diritto di voto a donne, operai e minoranze razziali ecc.), si poteva parlare di fine della Storia perché la vittoria degli ideali della rivoluzione francese era considerata preludio alla imminente universalizzazione d'uno Stato che realizzava i principi di legalità e di libertà; così nel XX secolo Kojève, nonostante gli eventi bellici, le rivoluzioni ("La rivoluzione cinese non rappresenta che l'adozione del Codice napoleonico in Cina", p. 238) e i rovesciamenti di fronte, riteneva che tali fatti avessero solo il compito di estendere il campo di applicazione dei principi fondamentali di uno Stato democratico liberale e quindi le stesse località sedi di conflitti (le province in fase di allineamento) erano da considerare come avamposti che obbligavano le società europee e nord americane ad essere più pronte a mettere in opera il loro liberalismo. Se è vero, come è vero, che il carattere conflittuale della storia umana si fonda su radicate 'contraddizioni': la ricerca del reciproco riconoscimento, la dialettica del signore e del servo, la trasformazione e il soggiogamento dell'ambiente naturale, la lotta per il riconoscimento universale dei diritti, la dicotomia proletariato/capitalismo; pur tuttavia il traguardo assegnato all'umanità è uno Stato homogène universel in cui tutte le contraddizioni vengono risolte e tutti i bisogni umani sono soddisfatti.
Ma nel contesto storico quale ruolo svolge il filosofo? Per tale quesito una risposta la si può già trovare in Isocrate, che nell'orazione A Nicocle evidenziava come fosse molto meglio per il filosofo intervenire direttamente nelle funzioni dell'apparato statale e vederne subito i risultati, invece che scrivere solo una teoria dello Stato come fece Platone con la Repubblica. Secondo Kojève è il soggetto hegeliano a fare la storia, e quindi l'affermazione che "non vi è differenza essenziale fra il tiranno e il filosofo"(p.43) non può che derivare dal fatto che la filosofia deve essere politica e impegnata nel mutare il mondo, e quindi il tiranno non è altro che uno statista che cerca di realizzare un'idea filosofica nel mondo.
Il rapporto fra il filosofo e il tiranno, tra sovranità e silenzio è oggetto del saggio Tirannide e saggezza scritto da Kojève in risposta allo studio sul Gerone di Senofonte, pubblicato nel 1948 da Leo Strauss col titolo De la Tyrannie. Quest'opera susciterà in Alexandre Kojève, amico di gioventù dell'autore, delle reazioni che saranno alla base di una discussione estremamente interessante tra il filosofo francese quale difensore di una posizione modernista hegeliana o marxista e Strauss nelle vesti di paladino della filosofia politica classica sul tema della tirannia e il ruolo della filosofia, avendo sullo sfondo le tirannie moderne quali il nazismo e il comunismo.
Il confronto fra Kojève e Strauss è tutto da seguire alla pari di un fuoco pirotecnico.
Nella disamina del commento di Strauss all'opera di Senofonte, Kojève chiarisce la composizione della
propria peculiare e incredibile miscela del pensiero, rispettivamente, di Hegel, Marx e Heidegger con l'intento
di difendere l'intrinseca unità del suo saggio Tirannide e saggezza nella prospettiva della fine
della Storia, e in più aggiungerà alcune dilettevoli considerazioni sulla tendenza di Strauss ad
impostare un culto filosofico. La tirannia moderna (alias: stalinismo, per Kojève) è razionale
perché conduce alla realizzazione dello Stato universale e omogeneo. Lo Stato in cui tutti - la gente, i
politici e i filosofi - saranno soddisfatti. Questo Stato, in cui la gente si sentirà al sicuro, i
politici goderanno di chiara fama e i filosofi saranno affascinati dalla razionalità di tutto ciò
che li circonda, si realizzerà come risultato dell'azione, o del lavoro, della storia. Noi vivremo in un
mondo fatto con le nostre mani. Man mano che i conflitti della storia andranno eliminando sempre più le
irrazionalità, ci sentiremo sempre più a casa in questo mondo tecnologico.
Ma, a parte il caso specifico di Kojève che indicava nella tirannide il prodromo dell'hegeliano traguardo della fine della Storia, cosa ha spinto e spinge molti e qualificati filosofi (inutile starne qui a ripetere i nomi) a praticare la filotirannia? Come è possibile che una tradizione occidentale di pensiero politico, che ha le sue radici nella critica della tirannia, giunga al punto di sostenere che la tirannia è un bene? Cosa attira e può tenere uniti il filosofo e il tiranno, due tipi umani nettamente antitetici per il senso comune? Questa attrazione reciproca può essere spiegata tramite l'opinione platonica secondo la quale è l'eros che, accomunandoli, attira certi uomini verso la tirannia e certi altri verso la filosofia. Per Platone, essere uomo vuol dire essere una creatura che lotta per ottenere qualcosa, uno che non vive semplicemente per soddisfare i bisogni più elementari bensì che è spinto ad accrescere quei bisogni e a volte nobilitarli per contenuto, sicché essi diventano oggetto di ulteriori contese. Questa brama struggente, questo eros, lo si può rinvenire in tutti i nostri buoni e sani desideri, sia in quelli del corpo che in quelli dell'anima. Mentre certa gente soddisfa i propri desideri fisicamente, altri divengono filosofi o poeti oppure si preoccupano di porre ordine nelle città e nelle comunità, cioè si impegnano nella politica intesa nel senso più elevato. In poche parole, secondo Kojève, perché ci possa essere "progresso storico e dunque storia nel senso stretto del termine"(p.67) occorre che i filosofi diano consigli politici agli uomini di Stato, e, d'altro canto, perché ci possa essere "progresso filosofico (verso la Saggezza o la Verità) e dunque filosofia in senso stretto"(ivi), gli uomini di Stato devono realizzare con l'azione politica quotidiana i 'consigli' fondati sulla filosofia. A riprova del suo impegno in una filosofia della praxis, Kojève cinque anni dopo il suo ciclo di lezioni divenne realmente un filosofo/uomo-di-azione assumendo un incarico di notevole prestigio e influenza presso il Ministère des Finances et des Affaires Economiques a Parigi, posizione che tenne fino alla sua morte. Data la sua tendenza isocratica, c'è poco da meravigliarsi che "il tentativo dell'intellettuale di mostrarsi disinteressato od obiettivo non abbia alcuna importanza per Kojève, che, al contrario, sottolinea il ruolo che il desiderio svolge in tutte le opere e le contese. L'attaccamento al Bene, al Vero e al Bello quali eterni valori da parte dell'intellettuale viene schernito da Kojève come un tentativo disonesto di sottrarsi alla storia" (M. S. Roth, Knowing and History: Appropriations of Hegel in Twentieth-Century France, 1988, p.106).
Fra l'attento uditorio delle sue lezioni hegeliane, Kojève influenzò in modo particolare Georges Bataille e Raymond Queneau, con i quali conservò in seguito una affettuosa amicizia. Queneau fu senz'altro l'ascoltatore e l'interlocutore più attento nel corso dei seminari hegeliani di Kojève come si evince da questa confidenza di Georges Bataille:"Queneau non si è accontentato di prendere nota del messaggio della saggezza kojeviana, per diventarne il conservatore e l'editore, bensì si è appropriato di quel messaggio per trasporlo nelle proprie opere, sotto delle forme che sono tutte da analizzare" (riportata in P. Macherey, À quoi pense la littérature?, 1990). I romanzi di Queneau (si veda nella raccolta, lo scritto: I romanzi della saggezza. Raymond Queneau) presentano una visione del mondo che deve molto a Kojève, infatti in molti dei suoi famosi libri -ricordo uno per tutti: Les fleurs bleues nel quale, attraverso la contrapposizione tra l'homo historicus rappresentato dal Duc d'Auge e l'uomo statico sonnecchiante su di una chiatta immobile sulla Senna rappresentato da Cidrolin, è esplicitata in modo netto l'immagine kojeviana della 'uscita dalla Storia', attraverso la conquista della Saggezza - Queneau dipinge la vita alla fine della storia: non vi è più alcun divenire, non è previsto alcun progresso o trasformazione ed i suoi personaggi vivono in una specie di eterno presente mentre svolgono le loro attività. Queneau riesce a farci intravedere l'hegeliana "domenica della vita che livella tutto e allontana ciò che è cattivo" (p. 101). Forse la "'Domenica' vissuta dagli eroi di Queneau può apparire all'esteta opaca e banale, per non dire ridicola. Ma il ridicolo uccide solo coloro che vogliono farsi uccidere." (p. 114) La storia, ormai, si presenta come qualcosa che può essere utilizzata solo come una attrazione turistica, come una visione onirica del passato, mentre viene osservata dalla posizione favorevole della sua fine.
Per quanto concerne Georges Bataille, decano dell'estetismo e dell'antirazionalismo postmoderno, possiamo dire che è stato forse colui che ha articolato in modo eccellente il pessimismo di Kojève al cospetto della "morte dell'uomo". La esasperata focalizzazione da parte di Kojève della dialettica hegeliana basata sulla diade Signore/Servo ha innescato un paradosso che Bataille fa esplodere dall'interno. La dialettica kojeviana è una lotta mortale fra due uomini che vogliono la medesima cosa. Il più forte, quando è sul punto di uccidere il più debole, si blocca. Tuttavia la soluzione del conflitto è nel conseguimento del riconoscimento insito nell'idea stessa della relazione Signore/Servo. Allorché il servo capisce (Assoluta Conoscenza) che il predominio del signore è tutto nel suo riconoscimento da parte del servo, quest'ultimo uccide il signore e libera se stesso. Per Bataille, la dialettica dipende tutta dal conflitto che si ferma ad un passo dalla morte. La morte del signore configura l'assoluta negatività che non può essere recuperata nel movimento dialettico verso l'Assoluta Conoscenza. Bataille mostra come la dialettica vada in pezzi proprio per il suo interno seguire meticoloso della logica. La critica della dialettica in ultima analisi è per Bataille una critica del soggetto. Per Hegel il problema della morte del Signore non è meritevole di attenzione e viene etichettato come 'astratta negatività', che egli oppone alla negatività dialettica (la negazione che preserva e mantiene ciò che è negato). Per Bataille, invece, il momento della morte del signore è un momento di improvvisa rivelazione e di irrefrenabile risata. Questa negatività della morte è definita assoluta da Bataille perché non vi è nel sistema hegeliano spazio per considerarla. Questa è la 'zona oscura' di Hegel, e per Bataille il filosofo consegue la superiorità proprio quando si rende conto della zona oscura di Hegel e si rende conto come la ragione hegeliana cade spontaneamente a pezzi. Arrivare fin a questo punto per Bataille vuol dire essere hegeliano più di Kojève e dello stesso Hegel, perché seguendolo è arrivato alle estreme conseguenze logiche del ragionamento del filosofo tedesco; in pratica l'opera di Bataille "si colloca al di là del discorso circolare hegeliano" (p. 222). Jacques Derrida riporta un commento di Bataille che a proposito di Hegel diceva che questi "non si era reso conto fino a che punto avesse ragione" e al proposito Derrida continua dicendo che "Hegel vide senza vedere, mostrò nascondendo. Perciò deve essere seguito fino alla fine senza riserva alcuna, fino al punto di essere d'accordo con lui pur contrastandolo e di strappare la sua scoperta dalla troppo coscienziosa interpretazione che egli ne diede" (J. Derrida, Dall'economia ristretta all'economia generale. Un hegelismo senza riserve, in La scrittura e la differenza, 1967).
Le tracce della occulta trama kojeviana riscontrabili nelle opere dei più noti maitres à penser del XX secolo stanno ad indicare che, mentre Hegel cercò di riassorbire le contraddizioni storiche del discorso umano nell'ambito dell'unità sintetica e dialettica di una fenomenologia dello spirito culminando il tutto storicamente con Napoleone e la battaglia di Jena, Kojève, invece, si è dedicato al compito di portare a compimento la Storia dello Spirito, fornendo all'uomo la consapevolezza di essere in grado di comprendersi definitivamente. "Mostrando che Hegel aveva poste tutte le domande e fornite tutte le risposte, Kojève svuotò di tutti i suoi contenuti l'inquietudine filosofica, e poté quindi presentarsi lui stesso nelle vesti del Saggio, di colui che i filosofi avevano cercato di divenire sin dalle origini della filosofia" (D. Auffret, Alexandre Kojève. La philosophie, l'État, la fin de l'Histoire, 1990, p. 249).
Per rispondere alla domanda iniziale circa la persona Alexandre Kojève ritengo ci si possa attenere alle parole di Antonio Gnoli che nella sua postfazione (p.266) sottolinea che "Chiederci ancora una volta chi sia stato veramente quest'uomo mutevole e clandestino [...] ci metterebbe in una situazione paradossale, dal momento che quello che descrisse fu un mondo senza testimoni, di sovrana imprecisione, dal quale non si sarebbe più tornati indietro."
Tirannide e saggezza
L'imperatore Giuliano e l'arte della scrittura
I romanzi della saggezza. Raymond Queneau
L'ultimo mondo nuovo
L'origine cristiana della scienza moderna
Il Concetto e il Tempo (Per una vera storia della filosofia)
Cristianesimo e comunismo
Capitalismo e socialismo (Marx è Dio, Ford è il suo profeta)
L'impero latino (Progetto di una dottrina della politica francese)
Due lettere di Alexandre Kojève a Wassily Kandinsky
Prefazione all'opera di Georges Bataille
Lettere a Georges Bataille
Intervista a Alexandre Kojève di Gilles Lapouge
Nota ai testi
Kojève, l'occulto maestro del '900 di Antonio Gnoli
Alexandre Kojève (1902-1968), filosofo francese, nato in Russia col nome di Aleksandr Vladimirovich Kozhevnikov, studiò in Germania ad Heidelberg dove si laureò nel 1931. Successivamente si stabilì in Francia dove divenne famoso per le sue lezioni sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel tenute a Parigi presso la Ecole Pratique des Hautes Etudes dal 1933 al 1939. Queste lezioni, seguite direttamente e indirettamente dai principali intellettuali e filosofi francesi del periodo, furono raccolte e pubblicate a cura di Raymond Queneau con il titolo di Introduction à la lecture de Hegel nel 1947. Dopo la seconda guerra mondiale Kojève lavorò, fino alla sua morte, per il ministero degli Affari Economici in Francia, come uno dei responsabili del programma del Mercato comune europeo. Continuò, comunque, a scrivere di filosofia con opere, fra le altre, sui presocratici, su Kant, sulla relazione intercorrente fra il cristianesimo e la scienza occidentale.
La voce Kojève sulla Internet Encyclopedia of Philosophy: www.iep.utm.edu/k/kojeve.htm