Filosofia della religione (teologia), Storia della filosofia (medioevale)
Oltre al saggio omonimo Il Dio nascosto, il testo riporta altri tre scritti di Cusano: La ricerca di Dio, La filiazione di Dio e Quattro prediche nello spirito di Eckhart.
Il presupposto sul quale essi si fondano è duplice: "la ricerca di Dio" quale condizione costitutiva dell'uomo e l'impossibilità di conseguire razionalmente un sapere assoluto su Dio. L'apparente contraddizione era già stata affrontata da Cusano nella sua opera principale La dotta ignoranza: dal momento che il nostro sapere prende le mosse dalla realtà finita colta dai sensi, qualsiasi nome o attributo riferito all'Essere infinito non può che risultare inadeguato. Dio è nascosto perché trascende ogni definizione data dalla ragione, quindi è un Dio ignoto e senza nome.
Di fronte all'impossibilità di costruire una scienza di Dio, all'uomo non rimane che la dotta ignoranza: "Per quanto riguarda il vero, noi non sappiamo altro se non che esso è incomprensibile nella sua realtà in maniera precisa; che la verità è come la necessità più assoluta, che non può essere né di più né di meno di ciò che è, e il nostro intelletto è come la possibilità. L'essenza delle cose, che è la verità degli enti, è inattingibile nella sua purezza, ricercata da tutti i filosofi, ma da nessuno scoperta nella sua realtà in sé. E quanto più a fondo saremo dotti in questa ignoranza, tanto più abbiamo accesso alla verità stessa" (De docta ignorantia, I, 3.10, h/I, p. 9).
Paradossalmente l'ammissione del proprio non sapere pone l'uomo sul giusto cammino che conduce alla conoscenza di Dio: mediante l'intelletto, quale intuizione della verità divina, egli afferra Dio nel fondo della sua anima.
Prendendo le mosse dal De Docta ignorantia, i quattro saggi de Il Dio nascosto ne rappresentano una specificazione, esemplificando al lettore i temi già trattati.
Composto tra il 1440 e il 1445, il saggio si presenta come un dialogo tra un Gentile e un Cristiano. Questi sottopone a un'opera di rimozione una serie di concetti riferiti a Dio, partendo dal presupposto che la verità assoluta possa essere colta solo in se stessa, non mescolata alle cose del mondo. In questi termini egli spiega la differenza tra i pagani e i cristiani: "Noi onoriamo la stessa verità assoluta, non mescolata ad altro, eterna e ineffabile; voi, invece, onorate la verità non come essa è in sé, ovvero assoluta, ma come è nelle sue opere; non l'unità assoluta, ma l'unità nel numero e nella moltitudine. Ed è in questo modo che cadete in errore, perché la verità, che è Dio, non è comunicabile all'alterità" (p. 7).
Sebbene il mondo in ogni sua parte sia stato creato da Dio, la creatura conosce solo ciò che è conforme alla sua natura, quindi Dio non può che esserle ignoto. La relazione che intercorre tra il Creatore e la creatura è simile a quello tra la vista e il colore: solo la vista è in grado di percepire i colori e di distinguerli assegnando loro un nome, ma per poter fare ciò non deve essere un colore. Dunque per il mondo del colore, dove tutto è colorato, la vista non esiste: "La regione del colore non percepisce l'essere al di fuori di se stessa, ma afferma l'esistenza di tutto ciò che è contenuto nel suo ambito. Qui non si trova la vista. Dunque la vista, che esiste senza colore, non ha nome nella regione del colore giacché non le si addice alcun nome di colore. Eppure è proprio la vista che, mediante la sua facoltà di distinguere, attribuisce un nome a ciascun colore [...]. Ebbene: Dio sta a tutte le cose come la vista sta alle cose visibili" (pp. 9-10).
Approfondendo il tema della dotta ignoranza, il saggio, composto nel 1445, è incentrato sull'ascesa dell'intelletto a Dio.
Se è vero che la ricerca di Dio è il fine dell'esistenza umana e che l'uomo non è in grado con le sue sole forze di accedere alla Verità, sarà Dio stesso a rivelarsi donando il suo lume ad ogni intelletto.
Illuminato dalla luce divina che si irradia dalla grazia, l'intelletto è allora in grado di risalire gradatamente dalla realtà sensibile e razionale fino a Dio: "E quando ascendiamo alla sua conoscenza, quantunque egli ci sia ignoto, non ci muoviamo se non nel suo lume, che si introduce nel nostro spirito proprio affinché, per suo tramite, possiamo indirizzarci verso di lui. Come, dunque, da Dio dipende l'essere, così, ancora da Dio, dipende l'esser conosciuto" (p. 24).
Poiché il lume è un dono divino, nessuna opera umana, per quanto virtuosa, è in grado di garantire l'ascesa a Dio. Le opere sono piuttosto signa fidei che attestano che colui che agisce spinto dall'amore per Dio e per il prossimo sta percorrendo il giusto cammino. "Nessuna virtù ci giustifica, cosicché conseguiamo, per nostro merito, questo dono altissimo, né sono in grado di giustificarci il culto, la legge o la disciplina" (p. 27).
Composto anch'esso nel 1445, il saggio prende le mosse dal Prologo del Vangelo di Giovanni al fine di spiegare il concetto di filiazione. Essa è la visione di Dio alla quale giungeremo nell'altra vita, il grado ultimo di conoscenza e di perfezione dell'intelletto. È proprio l'intelletto illuminato dalla grazia che consente all'uomo di risalire dalla condizione creaturale alla visione di Dio. Perché ciò si verifichi sono necessarie due condizioni: la discesa del Verbo sulla terra e nel cuore di ogni uomo, e la fede autentica.
La visione divina è partecipata dai singoli intelletti con modalità diverse, secondo l'esempio degli specchi che Cusano riprende in parte dallo Pseudo-Dionigi: esiste uno specchio - il Verbo - perfettamente piano, che riflette la luce divina in tutta la sua infinità; esistono poi altri specchi - i singoli intelletti umani - che diffondono più o meno perfettamente la luce divina a seconda del loro grado di curvatura, perché per mezzo del Verbo colgono Dio ognuno a proprio modo.
Mentre durante la vita terrena l'intelletto umano utilizza i sensi e la ragione per elaborare conoscenze, al momento della filiazione intuisce tutte le cose con un'unica e semplice cognizione intuiva: "Conoscere tutte le cose, pertanto, non è altro che vedere se stesso come similitudine di Dio: e questa è la filiazione" (p. 57).
Si tratta di abbozzi in latino di quattro prediche che Cusano tenne in tedesco tra il 1453 e il 1457 quando era vescovo di Bressanone. Oltre a fare riferimento ad autori quali Agostino e Pietro Lombardo, le prediche si fondano prevalentemente sulla Expositio S. Evagelii secundum Iohannem di Eckhart.
I primi due abbozzi, intitolati entrambi Verbum caro factum est, considerano il Verbo divino quale mediazione tra l'invisibile e il visibile, manifestazione della verità divina, condizione della filiazione umana. Per evitare che l'essere di Dio e del Verbo sia confuso con quello delle creature, Cusano spiega la distinzione tra uguaglianza e analogia: il Verbo era "in principio" ed era "presso Dio" perché è identico nella natura al principio che lo ha originato, pur essendo distinto nella persona. Mentre l'essere del Verbo è univoco a quello di Dio, l'essere delle creature è analogo perché, pur derivando da quell'essere, non è quell'essere.
La terza predica, intitolata Ubi est qui natus est rex Iuadeorum?, fu scritta da Cusano in occasione della festa dell'Epifania del 1456. Mediante una serie di argomentazioni metafisiche, l'autore afferma che Dio è l'essenza che attua il passaggio dal non-essere all'essere, è l'essere pieno da cui tutto ciò che esiste riceve l'essere. A causa dell'infinità del suo essere, Dio non è delimitato da alcun luogo, mentre ogni creatura è "il luogo di Dio" perché ha bisogno della sua presenza per poter essere e vivere: "Tutto ciò che è, in quanto esiste, è nell'essere che è Dio; e del resto Dio, che è l'essere stesso, è in tutto ciò che è, in quanto ciò stesso esiste. Come potrebbero difatti esistere tutte le cose, se l'essere stesso non fosse in esse? Ma l'essere, che è in tutto ciò che esiste, è in ciascuno degli esseri esistenti senza tuttavia essere contratto a questo o a quello" (pp. 83-84).
Lo scopo della quarta predica, Loquimini ad petram coram eis, et dabit vobis aquas, pronunciata il giorno dell'Annunciazione del 1457, è sottolineare la spiritualità della dottrina di Cristo. Partendo dal brano veterotestamentario in cui si narra il miracolo dell'acqua che sgorgò dalla roccia e dal racconto evangelico della Samaritana al pozzo, Cusano presenta Cristo come l'acqua viva che dona la vita eterna, l'acqua spirituale che sostituisce l'acqua materiale, "il pozzo vivo che porta la propria acqua al pozzo morto, cioè alla Sinagoga" (p. 97). L'essere cristiani non comporta l'adesione formale agli atti di culto o il legalismo dei Farisei, ma una trasformazione interiore che si manifesti nell'amore verso Dio e verso il prossimo. Solo così il cristiano adorerà Dio in spirito e verità: "Non si adora Dio con la bocca ma con lo spirito, perché lo spirito si adora con lo spirito. Lo spirito parla con lo spirito in modo spirituale, non in modo sensibile. Infatti il Creatore deve essere adorato nella verità. Si può dunque adorare Dio, che è spirito e verità, nello spirito, che è il solo a poter scorgere la verità" (p. 105).
1. Il Dio nascosto. Dialogo tra un Gentile e un Cristiano
2. La ricerca di Dio
3. La filiazione di Dio
4. Quattro prediche "nello spirito di Eckhart" (a. Verbum caro factum est, et habitavit in nobis; b.
Verbum caro factum est; et vocatum est nomen eius Iesus; c. Ubi est qui natus est rex Iuadeorum?;
d. Loquimini ad petram coram eis, et dabit vobis aquas)
Niccolò Cusano (Kues sulla Mosella, 1401 - Todi, 1464), filosofo e teologo, nominato cardinale (1448), vescovo di Bressanone (1450) e vicario generale dello stato pontificio (1458). Autore di vari trattati teologico-filosofici, fra i quali la sua opera più famosa è il De docta ignorantia (1438-1449). Nel 1453 compose il De pace fidei, messaggio di tolleranza religiosa per l'unità della fede pur nella diversità dei riti.
Rassegna stampa Swif su Cusano: http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/cusano.htm
Intervento di Gadamer su Cusano: http://www.emsf.rai.it/gadamer/interviste/10_cusano/cusano.htm