ReF - Recensioni Filosofiche Recensioni

Toulmin, Stephen E., Return to Reason.
Cambridge (MA), Harvard University Press, 2003, pp. 253, $ 16,95, ISBN 0-674-01235-6.

 

Recensione di Salvatore Stefanelli - 01/02/2004

 

Filosofia teoretica (pragmatismo)

Indice - L'autore - Links

Sulle soglie del terzo millennio e con alle spalle o, rectius, ‘stando sulle spalle’ di schiere di pensatori eccelsi, ci si arrovella ancora sulla ragione per cui non siamo riusciti - con il tanto decantato canone della Razionalità, gli ispirati discorsi sull’Universale e sull’Eterno e gli allettanti sogni della Certezza e del Metodo -a ritagliarci un mondo sereno e stabile o quanto meno a padroneggiare, se non a trovare pratiche soluzioni ai dubbi, alle ambiguità e alla molteplicità delle credenze. In pratica, con tutto il rispetto dovuto a Galilei, siamo ancora al livello del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo nei panni del povero Simplicio, che resta a bocca aperta nell’udire le parole di Salviati mentre tratteggia l’immagine di un mondo fisico ideale, in cui la razionalità è sovrana e i principî matematici sono universalmente applicabili e incontestabili. Cosa sarebbe accaduto se Simplicio non avesse accettato la proposta di un coerente, ideale reame galileiano e avesse richiesto una spiegazione del comportamento e delle interazioni effettive degli oggetti nel mondo di tutti i giorni, oppure avesse preteso un effettivo e pratico modo di pensare da usare come guida pratica in un mondo concreto, contingente e complesso qual è quello in cui ci è toccato vivere? Gli esiti del Dialogo sarebbero stati ben diversi. E invece, anche nel campo delle scienze e della filosofia, come in quello della storia: vae victis! La voce dei Simplicio difficilmente si riesce a udire dall’angolo in cui sono stati ricacciati, con l’accusa infamante di voler fornire una spiegazione del mondo che è soltanto una ben misera e falsa versione di quella proposta dall’incensurabile Salviati di turno.
In Return to Reason, Toulmin è determinato ad amplificare queste fievoli voci e a dimostrare la giustezza delle loro perplessità. Viene rivolto un impellente invito a praticare un vero e proprio ‘ritorno alla ragione’, un ritorno a casa da un luogo in cui si è incappati in un’overdose di razionalità. Ma, si faccia attenzione, lungi dal filosofo l’intento di disconoscere l’uso e il valore insito nella razionalità; al contrario, ne auspica un uso ragionevole, in special modo in quei numerosi settori di studio che appaiono a tutt’oggi esserne soggiogati. Per comprendere questo atteggiamento di Toulmin, bisogna rifarsi alla sua formazione culturale e ai suoi maestri in campo filosofico, in particolare Wittgenstein (con l’analisi filosofica del senso comune), Berlin (con la necessità di un “historical grasp of social, political and scientific ideas” (p. vii) per poter capire sia la modernità in generale sia la filosofia moderna in particolare) e Rorty (che ha tracciato una utile distinzione fra il ruolo che svolge nella filosofia la Teoria e l’utilità pragmatica di singole teorie da porre in uso in differenti attività per scopi differenti). Secondo Toulmin, la moderna filosofia, soprattutto quella della morale e della scienza, ha in sé qualcosa di deviato, derivante da un ristrettissimo interesse specialistico, da una rozza presunzione e da un’esasperata autoreferenzialità. Il voler porre al centro di tutto la razionalità, con le sue autoritarie teorie e l’illusione dell’assoluta certezza, è fuori di luogo in molti campi delle umane imprese e dell’umano pensiero. È necessaria anche di una buona dose di senso comune, cioè di ragionevolezza. Questo modo di vedere, secondo cui l’errore non consiste nel mancare di applicare i metodi delle scienze naturali ad altri settori della vita dell’uomo, bensì nell’applicarli più del necessario se non addirittura a sproposito, è un insegnamento che Toulmin ha recepito da Berlin, di cui rievoca le seguenti parole poste proprio all’inizio del libro: “To be rational in any spere, to apply good judgement in it, is to apply those methods which have turned out to work best in it. [To demand anything else] is mere irrationalism” (p. viii).
In che momento collocare e a chi attribuire la preparazione di questo farmaco ‘ragione’, che doveva curare l’umanità afflitta dallo scetticismo che incrinava l’autorità e l’unità della conoscenza laica e religiosa e che, invece, con un cattivo uso ha ripreso uno dei significati originari del termine greco, cioè ‘veleno’? Il periodo è quello delle guerre di religione del XVI e XVII secolo e il reo confesso è Descartes, che propose metodiche soluzioni alla crisi della conoscenza; lo stesso scopo, anche se con proposte diverse, si proposero Hobbes, Spinoza e Leibniz. Nomi illustri e benemeriti che seppero imbastire una campagna pubblicitaria senza pari per lanciare questa panacea.
Il ‘farmaco-veleno’ ha esercitato la sua azione nefasta sulla razionalità tramite i metodi della meccanica e della matematica, che hanno deformato la nostra idea di cosa dovrebbe essere un’intelligente soluzione di un problema. Il ragionamento deduttivo secondo la geometria euclidea, le leggi rigorose e prevedibili secondo la meccanica galileiana e newtoniana, la certezza inconfutabile secondo il sigillo cartesiano del ‘Je pense, donc je suis’, hanno nel complesso esercitato un’influenza maligna al punto da oscurare il concetto più duttile, più pragmatico e meno astratto di ragionevolezza. Solo richiamando dall’oblio, afferma Toulmin, una ragionevolezza più aperta e informale, nonché utilizzando in modo più appropriato la razionalità matematica senza farla tracimare oltre i suoi giusti margini, potremo far riguadagnare all’idea di ragione il suo più esatto significato. In pratica, per usare la terminologia toulminiana, bisogna riportare le operazioni della ragione, “desituated”, cioè estirpate dalla loro “occasion of use” da parte delle “general theoretical abstractions [that], by contrast, claim to apply always and everywhere” e ‘risituarle’ in “the world of how, where and when” (pp. 14-28).
La ricerca della certezza avviata nel XVII secolo si è trasformata col tempo in una tirannia e in una malattia cronica del pensiero moderno. Nel quarto capitolo, intitolato significativamente Economics, or the Physics that never was, Toulmin presenta, in modo particolare, un esempio di scienza sociale che più di tutte ha risentito di un inappropriato approccio ‘scientifico’: nel XIX secolo gli economisti si piccarono di essere definiti “the Newtons of the human sciences” (p. 55), perché sicuri di poter elaborare le idee dell’analisi economica neoclassica sulla falsariga del modello razionale e predittivo delle orbite dei corpi celesti presentato nei Principia Mathematica da Newton. In pratica gli studiosi di scienze sociali, così facendo, speravano di conseguire tre obiettivi in un sol colpo sviluppando: “a) an abstract theory with a rigorously valid axiom system, b) deductions of the nature of human institutions from its universal principles, and c) scientific explanations of the character of particular social institutions” (p.54). A dimostrazione che questo triplice obiettivo non aveva alcuna possibilità di essere conseguito, è sufficiente rifarsi a quanto Henri Poincaré nel 1860 dimostrò nel rianalizzare il problema dei tre corpi risalente alla querelle tra Leibniz e Newton: il fisico francese dimostrò l’impossibilità di una completa prevedibilità in sistemi fisici molto meno complessi di quello economico. Sia detto per inciso che nell’opera La Science et l’Hypothèse del 1902, Poincaré diede il via al passaggio dal determinismo fisico alle nozioni di caos e complessità che assillano gli scienziati contemporanei. Naturalmente quanto è accaduto con l’economia si è ripetuto in altri settori professionali, dal diritto alla medicina, dove la specifica conoscenza dell’esperto e l’utilizzo di modelli astratti vengono sopravvalutati rispetto al riferimento a culture diverse e alla singola esperienza pratica. Ancora una volta è bene specificare che Toulmin individua la causa del sorgere delle distinte discipline dell’umano sapere a partire dal XVIII secolo, nel fatto che si siano voluto tracciare confini tra le scienze umanistiche da un lato e quelle naturali dall’altro alla luce del motto: ‘Noi non ci interesseremo di ciò che voi fate se voi non vi interesserete di ciò che noi facciamo’. Questa specie di applicazione del principio della divisione del lavoro ha condotto alla creazione, senz’altro positiva, delle specializzazioni con i relativi addetti. Tuttavia, secondo Toulmin, la nostra società sta pagando un caro prezzo per una specializzazione esasperata e fuori controllo a causa dell’imperversare del teorico sul reale, dell’apparente mascherato da pertinente.
La razionalità esasperata conduce a forme di prepotenza e per questo esercita un fascino da sirena tentatrice, al contrario della ragionevolezza che ha bisogno di essere difesa e pubblicizzata. Toulmin, in qualità di filosofo, storico delle scienze, umanista nel senso della migliore tradizione, con una fede cieca nel potere della ragionevolezza, svolge egregiamente il compito di suo paladino in un’epoca dalle caratteristiche espressamente irragionevoli e popolata all’inverosimile di esseri irragionevoli. La razionalità è il nucleo di questo problema, perché viene utilizzata come arma preferita per difendere i propri irragionevoli propositi. L’invito di Toulmin alla moderazione negli approcci razionalistici e al conseguimento di un equilibrio già conosciuto, non è utopico, è soltanto difficile da portare a compimento dopo secoli di “wounds inflicted on the Reason by the seventeenth-century obsession with Rationality” (p. 214). È tempo di restituire alla Ragionevolezza quell’attenzione di cui per tanto tempo è stata privata a causa di una infatuazione per un ideale di razionalistico rigore.
In buona sostanza, si potrebbe dire che Toulmin, in qualità di uno degli ultimi allievi di Wittgenstein, abbia voluto con questo testo mettere in pratica l’invito del maestro a procedere a una pulizia delle stalle di Augia dell’intelletto. Questo intervento di igiene filosofica in gran parte è stato ben svolto dall’autore, anche se precise soluzioni non ne vengono, e altresì non possono venirne, prescritte. L’esortazione finale è che quell’equilibrio tra ragionevolezza e ragione venga ripristinato tenendo presente che “Warm hearts allied with cool heads seek a middle way between the extremis of abstract theory amd personal impulse” (ibid.).

torna all'inizioIndice

Preface
1. Introduction: Rationality and Certainty
2. How Reason Lost Its Balance
3. The Invention of Disciplines
4. Economics, or the Physics That Never Was
5. The Dreams of Rationalism
6. Rethinking Method
7. Practical Reason and the Clinical Arts
8. Ethical Theory and Moral Practice
9. The Trouble with Disciplines
10. Redressing the Balance
11. The Varieties of Experience
12. The World of Where and When
13. Postscript: Living with Uncertainty
Notes
Index

torna all'inizioL'autore

Stephen Toulmin (Londra 1922) attualmente insegna presso la University of Southern California. Laureatosi in matematica e fisica al King’s College, dopo la II guerra mondiale conseguì il dottorato in filosofia presso l’università di Cambridge con una dissertazione basata su di una analisi, di tipo wittgensteiniano, di argomenti di etica: An Examination of the Place of Reason in Ethics. Nel 1958 pubblicò la sua opera fondamentale, The Uses of Argument, che inizialmente fu snobbata dai filosofi, ma che successivamente è divenuta una pietra angolare della nuova retorica e della teoria dell’argomentazione. Il metodo di Toulmin si dimostra una via efficace per giungere ai livelli del come e del perché degli argomenti, consentendo di dissezionare un’argomentazione nelle sue parti costituenti (pretesa, ragioni, fatti), in modo da consentire una valutazione sul come le diverse parti funzionino nel complesso.

torna all'inizioLinks

Sito universitario dell’autore:
http://www.usc.edu/dept/LAS/CMTS/Toulmin.html
http://www.usc.edu/academe/faculty/teachers.html

Il metodo argomentativo di Toulmin:
http://writing.colostate.edu/references/reading/toulmin/index.cfm

Home page
Torna alla home page Recensioni