Filosofia teoretica (pragmatismo)
Sulle soglie del terzo millennio e con alle spalle o, rectius, ‘stando sulle
spalle’ di schiere di pensatori eccelsi, ci si arrovella ancora sulla ragione
per cui non siamo riusciti - con il tanto decantato canone della Razionalità,
gli ispirati discorsi sull’Universale e sull’Eterno e gli allettanti sogni
della Certezza e del Metodo -a ritagliarci un mondo sereno e stabile o quanto
meno a padroneggiare, se non a trovare pratiche soluzioni ai dubbi, alle ambiguità
e alla molteplicità delle credenze. In pratica, con tutto il rispetto
dovuto a Galilei, siamo ancora al livello del Dialogo sopra i due massimi
sistemi del mondo nei panni del povero Simplicio, che resta a bocca aperta
nell’udire le parole di Salviati mentre tratteggia l’immagine di un mondo
fisico ideale, in cui la razionalità è sovrana e i principî
matematici sono universalmente applicabili e incontestabili. Cosa sarebbe
accaduto se Simplicio non avesse accettato la proposta di un coerente, ideale
reame galileiano e avesse richiesto una spiegazione del comportamento e delle
interazioni effettive degli oggetti nel mondo di tutti i giorni, oppure avesse
preteso un effettivo e pratico modo di pensare da usare come guida pratica
in un mondo concreto, contingente e complesso qual è quello in cui
ci è toccato vivere? Gli esiti del Dialogo sarebbero stati ben diversi.
E invece, anche nel campo delle scienze e della filosofia, come in quello
della storia: vae victis! La voce dei Simplicio difficilmente si riesce a
udire dall’angolo in cui sono stati ricacciati, con l’accusa infamante di
voler fornire una spiegazione del mondo che è soltanto una ben misera
e falsa versione di quella proposta dall’incensurabile Salviati di turno.
In Return to Reason, Toulmin è determinato ad amplificare queste fievoli
voci e a dimostrare la giustezza delle loro perplessità. Viene rivolto
un impellente invito a praticare un vero e proprio ‘ritorno alla ragione’,
un ritorno a casa da un luogo in cui si è incappati in un’overdose
di razionalità. Ma, si faccia attenzione, lungi dal filosofo l’intento
di disconoscere l’uso e il valore insito nella razionalità; al contrario,
ne auspica un uso ragionevole, in special modo in quei numerosi settori di
studio che appaiono a tutt’oggi esserne soggiogati. Per comprendere questo
atteggiamento di Toulmin, bisogna rifarsi alla sua formazione culturale e
ai suoi maestri in campo filosofico, in particolare Wittgenstein (con l’analisi
filosofica del senso comune), Berlin (con la necessità di un “historical
grasp of social, political and scientific ideas” (p. vii) per poter capire
sia la modernità in generale sia la filosofia moderna in particolare)
e Rorty (che ha tracciato una utile distinzione fra il ruolo che svolge nella
filosofia la Teoria e l’utilità pragmatica di singole teorie da porre
in uso in differenti attività per scopi differenti). Secondo Toulmin,
la moderna filosofia, soprattutto quella della morale e della scienza, ha
in sé qualcosa di deviato, derivante da un ristrettissimo interesse
specialistico, da una rozza presunzione e da un’esasperata autoreferenzialità.
Il voler porre al centro di tutto la razionalità, con le sue autoritarie
teorie e l’illusione dell’assoluta certezza, è fuori di luogo in molti
campi delle umane imprese e dell’umano pensiero. È necessaria anche
di una buona dose di senso comune, cioè di ragionevolezza. Questo modo
di vedere, secondo cui l’errore non consiste nel mancare di applicare i metodi
delle scienze naturali ad altri settori della vita dell’uomo, bensì
nell’applicarli più del necessario se non addirittura a sproposito,
è un insegnamento che Toulmin ha recepito da Berlin, di cui rievoca
le seguenti parole poste proprio all’inizio del libro: “To be rational in
any spere, to apply good judgement in it, is to apply those methods which
have turned out to work best in it. [To demand anything else] is mere irrationalism”
(p. viii).
In che momento collocare e a chi attribuire la preparazione di questo farmaco
‘ragione’, che doveva curare l’umanità afflitta dallo scetticismo che
incrinava l’autorità e l’unità della conoscenza laica e religiosa
e che, invece, con un cattivo uso ha ripreso uno dei significati originari
del termine greco, cioè ‘veleno’? Il periodo è quello delle
guerre di religione del XVI e XVII secolo e il reo confesso è Descartes,
che propose metodiche soluzioni alla crisi della conoscenza; lo stesso scopo,
anche se con proposte diverse, si proposero Hobbes, Spinoza e Leibniz. Nomi
illustri e benemeriti che seppero imbastire una campagna pubblicitaria senza
pari per lanciare questa panacea.
Il ‘farmaco-veleno’ ha esercitato la sua azione nefasta sulla razionalità
tramite i metodi della meccanica e della matematica, che hanno deformato la
nostra idea di cosa dovrebbe essere un’intelligente soluzione di un problema.
Il ragionamento deduttivo secondo la geometria euclidea, le leggi rigorose
e prevedibili secondo la meccanica galileiana e newtoniana, la certezza inconfutabile
secondo il sigillo cartesiano del ‘Je pense, donc je suis’, hanno nel complesso
esercitato un’influenza maligna al punto da oscurare il concetto più
duttile, più pragmatico e meno astratto di ragionevolezza. Solo richiamando
dall’oblio, afferma Toulmin, una ragionevolezza più aperta e informale,
nonché utilizzando in modo più appropriato la razionalità
matematica senza farla tracimare oltre i suoi giusti margini, potremo far
riguadagnare all’idea di ragione il suo più esatto significato. In
pratica, per usare la terminologia toulminiana, bisogna riportare le operazioni
della ragione, “desituated”, cioè estirpate dalla loro “occasion of
use” da parte delle “general theoretical abstractions [that], by contrast,
claim to apply always and everywhere” e ‘risituarle’ in “the world of how,
where and when” (pp. 14-28).
La ricerca della certezza avviata nel XVII secolo si è trasformata
col tempo in una tirannia e in una malattia cronica del pensiero moderno.
Nel quarto capitolo, intitolato significativamente Economics, or the Physics
that never was, Toulmin presenta, in modo particolare, un esempio di scienza
sociale che più di tutte ha risentito di un inappropriato approccio
‘scientifico’: nel XIX secolo gli economisti si piccarono di essere definiti
“the Newtons of the human sciences” (p. 55), perché sicuri di poter
elaborare le idee dell’analisi economica neoclassica sulla falsariga del modello
razionale e predittivo delle orbite dei corpi celesti presentato nei Principia
Mathematica da Newton. In pratica gli studiosi di scienze sociali, così
facendo, speravano di conseguire tre obiettivi in un sol colpo sviluppando:
“a) an abstract theory with a rigorously valid axiom system, b) deductions
of the nature of human institutions from its universal principles, and c)
scientific explanations of the character of particular social institutions”
(p.54). A dimostrazione che questo triplice obiettivo non aveva alcuna possibilità
di essere conseguito, è sufficiente rifarsi a quanto Henri Poincaré
nel 1860 dimostrò nel rianalizzare il problema dei tre corpi risalente
alla querelle tra Leibniz e Newton: il fisico francese dimostrò l’impossibilità
di una completa prevedibilità in sistemi fisici molto meno complessi
di quello economico. Sia detto per inciso che nell’opera La Science et l’Hypothèse
del 1902, Poincaré diede il via al passaggio dal determinismo fisico
alle nozioni di caos e complessità che assillano gli scienziati contemporanei.
Naturalmente quanto è accaduto con l’economia si è ripetuto
in altri settori professionali, dal diritto alla medicina, dove la specifica
conoscenza dell’esperto e l’utilizzo di modelli astratti vengono sopravvalutati
rispetto al riferimento a culture diverse e alla singola esperienza pratica.
Ancora una volta è bene specificare che Toulmin individua la causa
del sorgere delle distinte discipline dell’umano sapere a partire dal XVIII
secolo, nel fatto che si siano voluto tracciare confini tra le scienze umanistiche
da un lato e quelle naturali dall’altro alla luce del motto: ‘Noi non ci interesseremo
di ciò che voi fate se voi non vi interesserete di ciò che noi
facciamo’. Questa specie di applicazione del principio della divisione del
lavoro ha condotto alla creazione, senz’altro positiva, delle specializzazioni
con i relativi addetti. Tuttavia, secondo Toulmin, la nostra società
sta pagando un caro prezzo per una specializzazione esasperata e fuori controllo
a causa dell’imperversare del teorico sul reale, dell’apparente mascherato
da pertinente.
La razionalità esasperata conduce a forme di prepotenza e per questo
esercita un fascino da sirena tentatrice, al contrario della ragionevolezza
che ha bisogno di essere difesa e pubblicizzata. Toulmin, in qualità
di filosofo, storico delle scienze, umanista nel senso della migliore tradizione,
con una fede cieca nel potere della ragionevolezza, svolge egregiamente il
compito di suo paladino in un’epoca dalle caratteristiche espressamente irragionevoli
e popolata all’inverosimile di esseri irragionevoli. La razionalità
è il nucleo di questo problema, perché viene utilizzata come
arma preferita per difendere i propri irragionevoli propositi. L’invito di
Toulmin alla moderazione negli approcci razionalistici e al conseguimento
di un equilibrio già conosciuto, non è utopico, è soltanto
difficile da portare a compimento dopo secoli di “wounds inflicted on the
Reason by the seventeenth-century obsession with Rationality” (p. 214). È
tempo di restituire alla Ragionevolezza quell’attenzione di cui per tanto
tempo è stata privata a causa di una infatuazione per un ideale di
razionalistico rigore.
In buona sostanza, si potrebbe dire che Toulmin, in qualità di uno
degli ultimi allievi di Wittgenstein, abbia voluto con questo testo mettere
in pratica l’invito del maestro a procedere a una pulizia delle stalle di
Augia dell’intelletto. Questo intervento di igiene filosofica in gran parte
è stato ben svolto dall’autore, anche se precise soluzioni non ne vengono,
e altresì non possono venirne, prescritte. L’esortazione finale è
che quell’equilibrio tra ragionevolezza e ragione venga ripristinato tenendo
presente che “Warm hearts allied with cool heads seek a middle way between
the extremis of abstract theory amd personal impulse” (ibid.).
Preface
1. Introduction: Rationality and Certainty
2. How Reason Lost Its Balance
3. The Invention of Disciplines
4. Economics, or the Physics That Never Was
5. The Dreams of Rationalism
6. Rethinking Method
7. Practical Reason and the Clinical Arts
8. Ethical Theory and Moral Practice
9. The Trouble with Disciplines
10. Redressing the Balance
11. The Varieties of Experience
12. The World of Where and When
13. Postscript: Living with Uncertainty
Notes
Index
Stephen Toulmin (Londra 1922) attualmente insegna presso la University of Southern California. Laureatosi in matematica e fisica al King’s College, dopo la II guerra mondiale conseguì il dottorato in filosofia presso l’università di Cambridge con una dissertazione basata su di una analisi, di tipo wittgensteiniano, di argomenti di etica: An Examination of the Place of Reason in Ethics. Nel 1958 pubblicò la sua opera fondamentale, The Uses of Argument, che inizialmente fu snobbata dai filosofi, ma che successivamente è divenuta una pietra angolare della nuova retorica e della teoria dell’argomentazione. Il metodo di Toulmin si dimostra una via efficace per giungere ai livelli del come e del perché degli argomenti, consentendo di dissezionare un’argomentazione nelle sue parti costituenti (pretesa, ragioni, fatti), in modo da consentire una valutazione sul come le diverse parti funzionino nel complesso.
Sito universitario dell’autore:
http://www.usc.edu/dept/LAS/CMTS/Toulmin.html
http://www.usc.edu/academe/faculty/teachers.html
Il metodo argomentativo di Toulmin:
http://writing.colostate.edu/references/reading/toulmin/index.cfm