[Ed. or.: Culture, Thought and Social Action. An Anthropological Perspective, Harvard U.P., Cambridge (MA) 1985]
Rituali e cultura raccoglie sette saggi brevi scritti durante l’arco di
un ventennio (1967-1984) da parte di uno degli antropologi più esperti
del panorama dell’Asia Meridionale. La costante del lavoro di Tambiah, sia
negli scritti teorici che nelle sue ricerche sul campo, è la volontà
di soffermarsi sui rapporti tra religione e ordine sociale, tra potere politico
e ordine religioso. A tale proposito particolare rilevanza è dedicata
all’analisi dei sistemi cosmologici e degli schemi interpretativi di classificazioni,
attraverso i quali, afferma l’autore, l’elemento progettuale del pensiero
trova una sua corrispondenza sul piano attuativo della prassi.
Rituali e cultura è suddiviso in due parti. La prima parte è
concentrata sullo sforzo di Tambiah di fornire dei modelli di interpretazione
profonda dei rituali soprattutto facendo uso delle teorie dello strutturalismo
prese in prestito da Lévi-Strauss e dalla linguistica di De Saussure,
insieme al concetto di “atto performativo” di Austin e di “segno indessicale”
di Peirce. Un tale approccio teorico interdisciplinare permette di conciliare
semantica e pragmatica ed è perciò particolarmente adatto a
decifrare l’identità molteplice e variegata di un rituale. Infatti
è proprio il rituale l’esempio più significativo di questa unità
tra pensiero e azione, una presenza simultanea di comunicazione (a livello
olfattivo, tattile, uditivo e visivo) e di presentazione (canto, danza e musica).
Lo scopo è anche quello di decifrare quanto dei rituali è riconducibile
ai valori di una cultura ed alle preferenze di una collettività e quanto
è funzionale al prestigio ed al potere che quei riti conferiscono in
quella determinata forma di vita. Tambiah invita perciò a considerare,
nell’analisi del rituale, non solo una logica causale di tipo scientifico,
ma anche una modalità performativa che è guidata da convenzioni
sociali e, più in generale, da sistemi di classificazione. La seconda
parte è dedicata invece alla descrizione del significato delle cosmologie
e delle classificazioni. Tali sistemi si occupano della descrizione del mondo
non solo da un punto di vista teorico, ma anche pratico, perché da
essi derivano tabù, divieti, atteggiamenti emotivi e principi morali,
che vengono in questo modo messi in atto. Secondo Tambiah essi sono “progetti
di vita” (p.25), che vengono pensati e vissuti. In particolare l’autore se
ne occupa partendo dalle classificazioni degli animali, i sistemi di parentela
e i sistemi amministrativi e di potere. Nel I capitolo, Il potere magico delle
parole, Tambiah, partendo da alcuni esempi etnografici malinowskiani, dà
inizio alla sua analisi delle varie componenti del rituale valutando il ruolo
dell’espressione verbale. All’interno di un rito il sistema complesso delle
invocazioni, benedizioni, elencazioni ecc. non può essere trattato
come una componente indifferenziata. Innanzitutto esso si presenta come un
insieme strutturato e sistematizzato e, aspetto non secondario, è molto
spesso prodotto in una lingua incomprensibile agli spettatori e a volte agli
attori stessi del rituale. Ciò è naturale laddove una religione
fonda la sua autorità sulla modalità della sua rivelazione e
pertanto continuerà a farsi rappresentare dalla lingua arcaica con
la quale la prima volta si è manifestata. Ma al di là di questo,
nel rituale assistiamo ad un vero e proprio trasferimento di significato paragonabile
al funzionamento retorico di una metafora, soltanto qui espresso attraverso
“(...)il modo operazionale e manipolativo dell’azione pratica; essa unisce
sia il concetto che l’azione, sia la parola sia il gesto” (p.79).
Il secondo capitolo è invece ispirato a Evans-Pritchard ed offre a
Tambiah l’opportunità di argomentare su di una questione molto dibattuta
come le differenze di fondo tra i modi di pensiero della società “tradizionale
prescientifica” e quello “moderno scientifico”. In particolare l’autore si
sofferma sulle presunte somiglianze che guidano il pensiero magico-rituale
e quello scientifico. La chiave di lettura è per Tambiah nel differente
uso dell’analogia e soprattutto nell’evitare di sottoporre la validità
del pensiero magico alle stesse verifiche cui si sottopone il pensiero scientifico.
Evans-Pritchard cade appunto in questo “errore” e si sforza, lungo tutta l’opera,
di tenere separato l’aspetto rituale (e mistico) da quello empirico, sottoponendo
la magia e la medicina zande ai criteri occidentali di induzione e verifica,
seguendo lo schema di una operatività basato sulle relazioni causali.
Tambiah sottolinea come la magia, e di conseguenza anche il rituale magico,
sia piuttosto basata soprattutto sull’uso dell’analogia. Ma l’analogia che
sottende la magia è più del tipo persuasivo che non causale
e quindi “scientifico-predittivo”. Ciò vuol dire che la logica delle
operazioni si basa sulla volontà di trasferire le proprietà
desiderabili da un termine all’altro della relazione che non si trova nella
stessa condizione. La “persuasione” avviene non solo con le parole, ma anche
con il contatto di oggetti che hanno il compito di trasferire degli effetti.
A supporto delle sue teorie, Tambiah utilizza le teorie di Austin sugli atti
verbali perfomativi e illocutori “gli atti rituali e i riti magici sono di
tipo illocutorio o performativo e, per il semplice fatto di essere eseguiti
(nelle condizioni appropriate), ottengono un cambiamento di stato, o rendono
effettivo qualcosa” (p. 112). L’atto magico rituale nella sua interezza è
spesso un insieme di discorso e azione che attua un’operazione su di un simbolo
oggetto per effettuare un trasferimento realistico e imperativo delle sue
proprietà al destinatario. Insistere quindi nel porre sullo stesso
piano attività scientifica e magica equivale a non vedere che “gli
atti rituali hanno delle conseguenze e provocano dei cambiamenti; essi strutturano
le situazioni non secondo i canoni della scienza e della razionalità
occidentale, ma nei termini della convenzione e del giudizio normativo, e
per risolvere dei problemi esistenziali e dei dilemmi intellettuali” (p. 117).
Inoltre la credenza in un rituale non esclude la conoscenza empirica di rapporti
causa-effetto, ma il suo scopo è invece quello di fornire un metodo
sociale e culturale per agire nel mondo.
Nel capitolo III, Tambiah parte da un altro classico dell’antropologia, “The
Andaman Islanders” di Radcliff-Brown che gli consente di esplorare a fondo
il tema dei diversi mezzi e dei diversi effetti che si combinano in un rituale.
Innanzitutto esiste una difficoltà oggettiva nell’isolare le azioni
comuni e quotidiane dal rituale che Tambiah descrive come “un sistema di comunicazione
simbolica costruito culturalmente” (p. 130). Allo stesso tempo il rituale
è anche una complessa performance che ha in sé forma e contenuto
e dalla quale si ricava la sua efficacia. Il contenuto è spesso la
cosmologia di quella determinata società, la sua visione del mondo,
che si paleserà in maniera capillare in tutte le sue manifestazioni,
e soprattutto nei suoi rituali. La costante rintracciabile in quest’ambito
è la necessità di un’accettazione indiscussa dei contenuti fondanti
di una cosmologia che in effetti non potrebbero essere discussi e giudicati.
Ciò determina la fissità e rigidità di alcuni rituali
che così ribadiscono quei contenuti e proiettano nel presente il tempo
mitico. La sua formalità e rigidità rendono il rituale un atto
convenzionale, fatto di parole e azioni fisse che incutono nei partecipanti
un distanziamento psichico dall’azione scenica del rituale. La comunicazione
rituale non è improvvisata e spontanea perché non dà
libera espressione ai sentimenti, ma li codifica, li articola come in una
“ripetizione disciplinata di atteggiamenti corretti” (p. 139). Infatti, più
che trasmettere nuovi contenuti ed informazioni, il rituale punta alla integrazione
sociale ed alla continuità. Tambiah indaga anche il ruolo del rituale
come entità che legittima e realizza le gerarchie sociali, sostenendo
che grazie al suo simbolismo ed in base alle sue stesse esigenze esso conferma
e attua le caratteristiche interpersonali del rango sociale.
La seconda parte dell’opera viene dedicata dall’autore al rapporto che intercorre
tra le grandi ed elaborate cosmologie e i sistemi di classificazione del mondo
e le loro ripercussioni sulle azioni pratiche e quotidiane degli individui,
attraverso alcuni esempi del panorama del Sud-est asiatico. Si parte con la
classificazione degli animali e dei tabù alimentari che ne conseguono
(cap. IV: Tabù alimentari e schemi di classificazione degli animali)
ma parallelamente anche dei legami tra questi tabù e quelli che regolano
il sesso e il matrimonio in un villaggio thailandese. Il complesso sistema
parentale e le sue suddivisioni trovano una loro precisa applicazione pratica
nella suddivisione della casa che riprende sia le categorie del mondo umano
che di quello animale. In essa si rivela chiaramente l’intenzione di dividere
la generazione giovane da quella vecchia, ordine che viene severamente rispettato
tranne in casi di particolari celebrazioni (morte, matrimoni). Le norme che
regolano il matrimonio ed i rapporti sessuali indicano la distanza sociale,
le categorie spaziali della casa invece regolano la distanza spaziale con
le relative implicazioni sociali e le regole alimentari riguardo gli animali
domestici e selvatici indicano la loro commestibilità.
Il tema dei rapporti maschio/femmina è presente anche nel cap. VI (Streghe
volanti e canoe volanti: il codice maschile e di valori femminili) dedicato
all’analisi di un aspetto della società trobriandese: le logiche di
attribuzione di potenza al maschio ed alla femmina in relazione al traffico
del kula. Nel pensiero trobriandese i due generi hanno doti stabili e mutevoli
che però possono combinarsi e scontrarsi in situazioni particolari.
Tambiah parte da vari resoconti etnografici per giungere alla conclusione
che “nel pensiero trobriandese donne e uomini hanno ambedue doti stabili e
mutevoli loro specifiche [… ma …] che queste doti sono sottoposte a tensioni
differenziali” (p. 300). Ancora una volta Tambiah ricorre alla comparazione
tra un sistema di classificazione (gli eventi mitici) e le norme sociali della
vita quotidiana, ma anche a quello delle pratiche magiche.
Nel capitolo V Tambiah sposta la sua attenzione dal sistema familiare-sociale
a quello della politica e vi rintraccia una classificazione, che egli chiama
sistema politico-galattico, che nel Sud-est asiatico modella gli aspetti cosmologici,
topografici e politico-economici. Esiste anche un concetto che esprime questo
tipo di organizzazione ed è quello di mandala, l’equivalente dei satelliti
disposti intorno ad un centro. Tale modello è utilizzato nel Sud-est
asiatico sia nelle piccole aree tribali che nei sistemi politici più
complessi. Per Tambiah queste strutture geopolitiche non hanno origine nei
fattori ecologici o nei vincoli logistici relativi all’organizzazione sociopolitica.
Tambiah invece parte dalla cosmologia intesa “come cornice ai processi politici
e come risultato di certe pulsioni” (p. 261). La geometria del sistema politico-galattico
ricorre a vari livelli; cosmologico, territoriale, amministrativo e politico-economico.
Tale sistema mette d’accordo simultaneamente la spinta innata dei concetti
indigeni verso la polivalenza e dall’altro il tentativo di ricondurre tutto
ad un’unica cornice fornita dal modello a mandala. Questo è, per certi
versi, anche l’argomento del cap. VII, una riflessione sull’ordinamento politico
ed i suoi legami con le classificazioni culturali, questa volta partendo dall’opera
di Clifford Geertz “Negara: The Theater State in Nineteenth Century Bali”.
Prendendo le mosse dal concetto geertziano di stato-teatro ovvero dalle rappresentazioni
dei rituali cosmici del regno della corte e dello stato, Tambiah ritorna al
modello dell’atto performativo di Austin e si sofferma sulla relazione governante-regno.
In particolare l’autore è alla ricerca di quel legame che mantiene
unito, in molti regni tradizionali del Sud-est asiatico, il re e la sua corte,
impegnati principalmente nell’azione rituale - riflettere sulla verità
cosmica - e l’azione pratico-economica della popolazione delle campagne. Le
conclusioni, (Una professione di fede dell’antropologo), riproducono il discorso
che l’autore ha tenuto in apertura della terza conferenza decennale degli
antropologi sociali, a Cambridge, nel 1983. In esso l’autore formula degli
auspici e delle indicazioni sul ruolo che l’antropologia deve avere come agente
di cambiamento e di riforma positiva nel mondo moderno. A differenza dello
scienziato politico e dell’economista che concepisce l’intervento dell’Occidente
nel Terzo Mondo come volto ad un avvicinamento forzato ai propri valori ed
istituzioni, l’antropologo non ha una chiara vocazione o missione trasformatrice
nei confronti dell’oggetto del suo studio. Al contrario, l’antropologo non
può conciliare la sua attività con una missione modernizzatrice.
Tuttavia sono proprio gli antropologi a fornire le informazioni più
concrete, contestualizzate e particolari di una determinata comunità,
opera che Tambiah riconosce come necessaria e determinante laddove proprio
le previsioni degli economisti e degli statisti hanno dimostrato la loro debolezza.
L’autore auspica perciò una collaborazione attiva ed interdisciplinare
tra gli antropologi e gli altri studiosi impegnati nei piani di sviluppo per
il Terzo Mondo gestiti dalle grandi organizzazioni internazionali sottolineando
come determinante, in siffatte operazioni, sia l’atteggiamento della base
sociale della popolazione urbana e rurale povera di fronte ai cambiamenti
imposti dall’alto. E’ importante allora che il contatto sia morbido e le conseguenze
meno nocive possibili.
Prefazione all’edizione italiana, di Luisa Leonini
Introduzione. Dal generale al particolare e la costruzione di totalità
PARTE PRIMA: IL RITUALE COME PENSIERO E AZIONE
1. Il potere magico delle parole
2. Forma e significato degli atti magici
3. Un approccio performativo al rituale
PARTE SECONDA. COSMOLOGIE E CLASSIFICAZIONI COME PENSIERO E AZIONE
1. Tabù alimentari eschemi di classificazione degli animali
2. Il sistema politico galattico nel Sud-est asiatico
3. Streghe volanti e canoe volanti: il codice maschile e i valori femminili.
4. Una riformulazione della concezione geertziana dello stato-teatro.
Conclusioni. Una professione di fede dell’antropologo
Stanley Jeyaraja Tambiah (Sri Lanka, 1929) insegna antropologia nella Harvard University. È autore di Buddhism and Spirit Cults in Northeast Thailand (1970), World Conqueror and World Renouncer (1976), The Buddhist Saints of the Forest and the Cult of Amulets (1984), Sri Lanka: Ethnic Fratricide and the Dismantling of Democracy (1986), Levelling Crowds (1996). In italiano è disponibile Magia, scienza, religione (Napoli 1993).