ReF - Recensioni Filosofiche Recensioni

Marraffa, Massimo, Filosofia della psicologia.
Roma, Laterza (Biblioteca essenziale), 2003, pp. 162, € 10,00, ISBN 88-420-7065-3.

 

Recensione di Francesco Armezzani - 16/01/2004

 

Filosofia della mente, Psicologia

Indice - L'autore - Links

Il testo di Marraffa, pubblicato per la “Biblioteca essenziale” di Laterza, si presenta, in linea con lo spirito della collana, come un agile manuale di taglio introduttivo e divulgativo, ma associa a queste caratteristiche redazionali spazio per analisi accurate e prospettive interessanti anche perun pubblico, come si usa dire con un termine tanto usato quanto poco raccomandabile, di “specialisti”. Ne viene fuori un libretto particolarmente denso, ricco di sintetiche ma al contempo articolate esposizioni di modelli teorici, con una copiosa serie dischemi descrittivi ed esemplificativi ed un ricco apparato bibliografico (i riferimenti a materiale disponibile in rete vengono segnalati nella sezione dei link di questa nota).
L’intento generale di Marraffa è di dimostrare la rilevanza filosofica degli sviluppi della psicologia scientifica, sia per la vastità dei temi trattati sia per le conseguenze che essi hanno sulla filosofia in quanto tale.

1. Il progetto computazionale in psicologia

Il cognitivismo in particolare, avendo nei fatti proposto una rielaborazione del mentalismo filosofico classico, resta prossimo nelle pratiche e negli interessi alla filosofia. Per i cognitivisti la “mente” e il “mondo” sono posti in relazione tra loro da concetti, idee o rappresentazioni; a differenza dell’empirismo classico e del positivismo, i cognitivisti abbandonano le ipotesi associazionistiche e introducono quelle computazionali.
Rispetto alla psicologia del senso comune i cognitivisti assumono posizioni opposte: per Fodor ad esempio la psicologia del senso comune va assunta come punto di partenza per una psicologia scientifica, in particolare riconoscendo ai qualia e all’intenzionalità due proprietà ineliminabili e imprescindibili del “mentale”, mentre per Stich la psicologia del senso comune non può rappresentare un buon punto di partenza e va superata, per Patricia e Paul Churchland questa va eliminata. Quel che ne consegue è il cosiddetto eliminativismo, che si propone per l’appunto di eliminare ogni traccia del mentale dalla spiegazione psicologica e dallo studio del comportamento umano.

All'inizio degli anni '50 Chomsky fornì prove empiriche che garantivano a sufficienza l'argomento della “povertà dello stimolo”, secondo il quale gli uomini imparano a parlare ricevendo dall'esterno solo mozziconi di informazioni linguistiche, parziali, incomplete e comunque insufficienti a giustificare la realizzazione dell'apprendimento nelle forme osservate. Il soggetto ci doveva per forza mettere qualcosa di suo. E' alla luce di questa posizione che Marraffa riporta la celebre definizione di psicologia cognitiva data da Neisser nel 1967: “Essa è la scienza che studia i processi di elaborazione di informazioni negli organismi complessi, ossia tutti quei processi per mezzo dei quali l'input sensoriale viene trasformato, ridotto, integrato, immagazzinato, recuperato e infine utilizzato” (p. 13).
Il funzionalismo esprime in questo contesto l'idea per cui 1) gli stati mentali del soggetto hanno potere causale sul suo comportamento, mentre il computazionalismo ritiene che 2) il soggetto elabori i dati che provengono dal mondo esterno attraverso computazioni, appunto, “in conformità a regole, su strutture dati (le rappresentazioni mentali) che mediano le risposte comportamentali di un organismo agli stimoli sensoriali” (p.15). L'unione di questi due principi, che ha dato vita alla teoria computazionale e rappresentazionale della mente, è dovuta essenzialmente all'introduzione del calcolo algoritmico di Turing e quindi all'introduzione nelle scienze cognitive moderne dell'uso del calcolatore.
Di fronte a questa situazione c'è da domandarsi come è possibile per una psicologia cognitiva di tipo computazionale che gli stati mentali siano effettivamente efficaci o, detto diversamente, che le leggi intenzionali siano vere.
Gli stati intenzionali hanno valutabilità semantica (credo che Roma sia a sud di Torino e ciò è vero se Roma è in realtà a sud di Torino) ed efficacia causale (il mio desiderio di una pizza verrà soddisfatto se in realtà avrò una pizza per cena): in questo caso è la natura proposizionale ad essere suscettibile di verifica. Resta la difficoltà di considerare le proposizioni, di norma considerate oggetti astratti, dotate di potere causale, cosa che appartiene alle proprietà degli oggetti concreti: per questo motivo Quine ha definito gli stati intenzionali creature delle tenebre. Né meno problemi sollevano i processi intenzionali, per cui sono i contenuti delle nostre intenzioni a causare determinati comportamenti (se io vedo che fuori piove, il fatto che io creda che con l'ombrello mi posso riparare mi farà prendere l'ombrello quando uscirò). Qui è in agguato la fallacia dell'homunculus, la supposizione che nella mente ci sia un agente in grado di interpretare quello che io vedo (la pioggia di fuori) e di produrre una serie di rappresentazioni (non voglio bagnarmi, l'ombrello ripara dalla pioggia) che produca poi l'effetto osservato (prendo l'ombrello).
La soluzione offerta da Fodor, con il funzionalismo rappresentazione e computazionale, viene considerata da Marraffa una gloria della filosofia contemporanea. Molto brevemente questa teoria consiste nel considerare la mente dotata di un linguaggio (mentalese), cioè di simboli con proprietà sia semantiche che intenzionali. Il simbolo è la rappresentazione mentale che accompagna una determinata relazione psicologica tra soggetto e atteggiamento proposizionale. Ogni simbolo ha un determinato significato e solo quello, in quanto è causato solo da quell'oggetto (il simbolo “cavallo” è causato dall'oggetto cavallo). Questi simboli a loro volta sono messi in relazione tra loro dalle proprietà sintattiche dei simboli stessi (un po' come per il computer che manipola i dati sulla base di leggi di calcolo). In logica formale la teoria della dimostrazione si occupa proprio delle espressioni di un linguaggio definito a prescindere dal loro significato (dalla semantica) e permette di calcolare tutti i tipi “validi” di espressioni derivabili dai simboli atomici di partenza. Come dimostra il teorema della completezza di Gödel per il calcolo dei predicati del primo ordine “mediante assiomi e regole di derivazione si possono ricostruire tutti, e solo, gli schemi di argomentazione valida (ossia forme di argomentazione in cui se le premesse sono vere, la conclusione non può essere falsa)” (p. 31). Se a questo insieme di derivazione si potesse associare un sistema formalizzato non solo di tipo deduttivo ma anche induttivo e abduttivo (anche se si dubita che ciò sia effettivamente possibile) si avrebbe così una formalizzazione dei diversi modi di ragionare dell'uomo. In questo senso è possibile ipotizzare una macchina universale di Turing, cioè una macchia fisicamente realizzabile, in grado di realizzare inferenze deduttive e (si auspica) non-deduttive, in grado di rispettare la semantica delle espressioni senza ricorrere all'homunculus. Dalla sintassi all'efficacia causale, attraverso l'imitazione della semantica: questo è lo scopo della soluzione di Fodor.

2. La spiegazione psicologica e la struttura della mente

Al di là delle critiche che da altri cognitivisti sono state rivolte alla convinzione di Fodor della fondamentale giustezza della psicologia del senso comune, il modello cognitivista assume da Fodor in poi uno spiccato aspetto “modulare”. Ci si basa cioè sulla convinzione che il nostro cervello funzioni suddiviso in parti indipendenti e autosufficienti. Questo permetterebbe di “scaricare” definitivamente l'ipotesi dell'homunculus. Il sistema modulare del funzionamento della visione evita cioè il processo introspettivo, per cui il soggetto, mentre i suoi organi di senso vengono colpiti dal riflesso luminoso proveniente da un corpo esterno, diciamo un tavolo, dovrebbe “interpretare” gli stimoli sensibili esterni come un “tavolo”.
Anche nel caso della concezione modulare del funzionamento dell'attività psichica, Fodor introduce alcune particolari proprietà al modello modulare-computazionale chomskiano. Per Fodor i modelli modulari innati sono quelli periferici di input, altamente specializzati, isolati informativamente, di modo che i sistemi cognitivi centrali (p.e. concettualizzazione) non possano attingere alle informazioni intermedie ma solo a quelle finali, e incapsulati informativamente, cioè nel funzionamento interno ai moduli, questi non attingono ad altra informazione esterna (come nella famosa figura ambigua di Müller-Lyer, dove l'illusione visiva persiste anche dopo aver constatato l'identica dimensione delle due frecce).
A differenza del moduli periferici, i sistemi cognitivi centrali hanno natura olistica e quindi non sono computazionalmente trattabili. In questo senso la natura sintattica delle operazioni computazionali è limitata al livello periferico: i sistemi cognitivi centrali sono isotropici, cioè attingono in ogni parte del sistema informazioni potenzialmente utili alla conferma di ipotesi formulate induttivamente o abduttivamente sullo “stato del mondo”. A questo proposito Marraffa parla di modello quineano di conferma scientifica: l'elaborazione di un output fornito dai moduli periferici deve cioè convivere con l'insieme delle mie conoscenze precedenti, con l'insieme dell'apparato scientifico o para-scientifico acquisito.

3. Psicologia ingenua e razionalità naturale

In questa parte Marraffa affronta le teorie massivamente modulari, cioè quelle teorie che sostengono l’estensione della modularità al sistema cognitivo centrale. Le varie ipotesi di architettura della mente vengono poi poste in relazione alla psicologia comune e al confronto tra razionalità scientifica e razionalità naturale. Marraffa definisce la psicologia del senso comune (o “psicologia ingenua”) come la teoria con cui l’uomo comune spiega i propri stati mentali. Il cognitivismo è in questo senso una parte della Theory of Mind, cioè della teoria della teoria, e come tale cerca di descrivere ciò che fa l’uomo comune quando spiega i suoi stati mentali.
In questo ambito Marraffa dedica particolare attenzione all’esposizione della teoria elaborata dallo psicologo dello sviluppo Alan Leslie. Questo studioso utilizza un modulo chomskiano-computazonale (quindi non solo “chomskiano”, inerte e attivabile da elementi cognitivi esterni, come nel linguaggio in cui input esterni vengono rielaborati da moduli innati chiusi), vale a dire un modulo in grado di effettuare, su un determinato dominio di input, proprie computazioni. Questo modello detto ToMM (Theory of Mental Mechanism) consiste in un macromodulo chomskiano-computazionale, diviso in tre sottomoduli, uno dedicato ai movimenti fisici, gli altri in grado di interpretare sia gli scopi e le finalità sia gli atteggiamenti proposizionali delle azioni di un agente.
ToMM in relazione alla psicologia del senso comune formula un’ipotesi secondo la quale le credenze e le intenzioni dell’organismo sono prodotte da moduli chiusi specifici: la falsa credenza si spiega definendo non ancora maturo il modulo specifico. La falsa credenza è la situazione in cui si trova l’organismo quando non è in grado di riferire correttamente la credenza altrui come diversa dalla propria: l’esempio notoè quello di due marionette A e B che entrano successivamente sulla scena: A mette una pietra in un cestino e B (A è fuori scena) mette la pietra dal cestino in una scatola. Quando A torna sola sulla scena, chiediamo ad un bambino di 3 anni se A cerca la pietra nella scatola o nel cestino: nella stragrande maggioranza dei casi il bambino dirà che la pietra si trova nella scatola, dove cioè effettivamente sta ma dove A non può sapere che stia. Attribuire una falsa credenza come tale è una cosa che il bambino di 3 anni non sa fare, perché il suo modulo credenza non è ancora sufficientemente maturo.
Un altro ambito di discussione sull’utilizzo massivo o moderatamente massivo di moduli chomskiani computazionali riguarda il dibattito sulla natura della ragione. In linea generale si sostiene che l’uso della ragione si sviluppa darwinianamente dalla comparsa dell’Homo sapiens fino a noi come forma di adattamento della specie all’ambiente circostante. La ragione umana sarebbe dunque il risultato dell’evoluzione. Nell’analisi empirica però si notano errori logici così gravi e frequenti nel corso di ragionamenti di non irrilevante importanza per la vita umana, da indurre molti ricercatori al pessimismo: i modi con cui gli esseri umani conducono il proprio modo di pensare non è di tipo logico (quindi nomologico) bensì euristico, cioè non sempre efficace. Nell’incertezza la maggioranza degli uomini non segue principi di probabilità, quindi si comporta in maniera irrazionale (tipicamente nel rispondere ad un quesito di tipo probabilistico: se si dà il caso in cui A è stata una brillante studentessa di filosofia, estroversa e impegnata nei movimenti politici contro il nucleare, e si indicano diversi ipotesi sull’attività svolta dopo la laurea la stragrande maggioranza indica all’ultimo posto delle probabilità l’ipotesi che faccia l’impiegata di banca e al penultimo che faccia l’impiegata di banca e l’attivista nel movimento femminista, incorrendo appunto nella fallacia della congiunzione. Infatti dal punto di vista probabilistico non c’è nessuna differenza tra le due possibilità).
Gli psicologi evoluzionisiti di contro propongono modelli massivamente modulari: se la ragione è il risultato dell’evoluzione della specie,allora gli errori compiuti nel ragionamento vanno interpretati, se non tutti almeno in parte, non come errori di competenza, bensì di prestazione. Il modullo a dominio specifico non avrebbe maturato quel tipo di prestazione: dal punto di vista razionale allo stesso quesito posto in termini di frequenza o riformulato in maniera diversa le risposte errate diventano fortemente minoritarie. Marraffa propende però per indebolire l’ipotisi ottimista per cui tutti gli errori di ragionamento sarebbero di prestazione. Molti controesempi portano ad introdurre errori di formulazione e di allocazione. Il problema è che non sappiamo se valutare il modulo specifico su quello che è stato chiamato biologicamente a fare (dominio proprio) oppure su quello che effettivamente fa (dominio effettivo): la conclusione allo stato attuale mostra pertanto una crescente tendenza a modificare in profondità il concetto stesso di ragione umana.

4. Psicologia e neuroscienza

Se il cognitivismo massivamente modulare e quello “pessimista” fodoriano occupano un ruolo centrale nel confronto interno al cognitivsmo, a fianco di questo dibattito se ne è posto un altro di non minore importanza, che riguarda la natura dei rapporti tra cognitivismo e biologia. Dalla posizione antibiologista di Fodor degli inizi degli anni ’80 si è passati, grazie al poderoso sviluppo delle neuroscienze, a quello che Marraffa definisce neuroscienza cognitiva che ha “ormai spodestato l’intelligenza artificiale quale fonte primaria di ispirazione per la scienza cognitiva” (p. 110).
Storicamente il funzionalismo di Fodor nasce in contrasto con le ipotesi riduzionistiche di tipo fisicalistico, che con Nagel sostenevano la totale riducibilità dello psichico al fisico. Questa era la famosa teoria dell’identità di tipo, per cui a ciascuna tipo di proprietà psichica corrisponderebbe un tipo di proprietà neurologica.
Putnam mise in discussione questa teoria ipotizzando la possibilità per altri esseri viventi (ma anche creature di silicio come i robot o i marziani) di avere stati mentali implementati da altre caratteristiche “fisiche” rispetto a quelle umane.
Questa opposizione aprì a sua volta la strada alla realizzabilità multipla, per cui un tipo di proprietà psichica poteva essere implementato da diversi tipi di proprietà neurologiche.
Su questa base per Fodor le proprietà psichiche restavano quindi del tutto irriconducibili a quelle fisiche, in quanto la loro accettata riducibilità fisica non svolgeva alcun ruolo nella loro comprensione psicologica.
La neuroscienza cognitiva attuale, invece di ricorrere al fisicalismo, procede per una strada riduzionista più promettente: attraverso reti di calcolatori in parallelo, reti neurali, i ricercatori hanno elaborato, attraverso )il ricorso al calcolo vettoriale, sistemi in grado di riprodurre anche solo parzialmente e in maniera del tutto incompleta il funzionamento dei neuroni.
Quello che conta non è fornire una descrizione adeguata del funzionamento del nostro cervello, bensì eliminare la convinzione per cui la teoria funzionalista della psicologia ingenua avrebbe ragione nell’affermare l’autonomia della leggi mentali dalle leggi fisiche. Queste reti neurali sarebbero in questo senso comparti separati e incaricati di svolgere compiti specifici fortemente interconnesse e massicciamente retroattive. In questa forma il connessionismo è l’aspetto più promettente delle scienze cognitive: dall’eliminativismo dei coniugi Churchland, che ritengono il connessionismo la più aggiornata forma di mediazione tra psichico e fisico, preparatoria di una più aggiornata descrizione del cervello in grado di eliminare ogni “residuo” psicologico, fino alla definizione di modelli euristici, cioè a dire modelli neurologici ipotizzati a partire dalla scomposizione della funzione degli stati mentali. Riconoscendo alla psicologia ingenua l’isolamento di determinate funzioni svolte da determinati stati mentali, ci si può servire di queste come guide per la conduzione delle ricerche dei neuroscienziati. Questo approccio euristico finisce con il riportare in auge, in forma rivista e corretta, proprio la dottrina dell’identità di tipo ed elimina sia la teoria dell’identità di occorrenza, sia la realizzazione multipla che erano alla base del funzionalismo fodoriano. Dal funzionalismo metafisico per cui il mentale è essenzialmente distinto dal fisico, si passa così alla “scomposizione funzionale”: in questo modo il funzionalismo cessa di essere metafisico e diventa materialistico: se al mentale viene riconosciuto un ruolo causale ciò serve per descrivere meglio le caratteristiche che dovrà avere il sistema fisico riducente.

torna all'inizioIndice

Premessa
1. Il progetto computazionale in psicologia (1. La psicologia del senso comune; 2. Dentro la scatola nera: le vicissitudini dell’informazione; 3. Il funzionalismo rappresentazionale e computazionale; 4. Dire di più di quello che possiamo sapere)
2. La spiegazione psicologica e la struttura della mente (1. Dalle leggi ai meccanismi; 2. La modularità della mente; 3. Il problema della cognizione centrale)
3. Psicologia ingenua e razionalità naturale (1. La psicologia della psicologia ingenua; 2. Razionalità normativa e razionalità naturale)
4. Psicologia e neuroscienza (1. L’autonomia della psicologia; 2. Computazioni cerebriformi; 3. La dialettica della scomposizione e della localizzazione)
Cos’altro leggere
Bibliografia
L’autore

torna all'inizioL'autore

Massimo Marraffa (Roma, 1961) svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Roma Tre. Ha contribuito ai volumi collettanei Fondamenti di cognitivismo clinico (Bollati Boringhieri, Torino, 2001); Storia della filosofia analitica (Torino, Einaudi, 2002); Normatività, fatti, valori (Quodlibet, Macerata, 2003). E’ autore del saggio Scienza cognitiva. Un’introduzione filosofica (Cleup, Padova, 2002)

torna all'inizioLinks

Quaderno di Filosofia della mente dello SWIF (a cura di Luca Malatesti)
http://www.swif.uniba.it/lei/mind/index.htm

A Field Guide to the Philosophy of Mind
http://host.uniroma3.it/progetti/kant/field/
(editori Marco Nani & Massimo Marraffa)

Segnalati da Marraffa in bibliografia e disponibili in rete:

Aydede, M. (1998), Language of thought hypothesis, in E. Zalta (a cura di), The Stanford Encyclopedia of Philosophy:
http://plato.stanford.edu/entries/language-thought/

Bickle, J., (1997), Multiple Realizability in E. Zalta (a cura di), The Stanford Encyclopedia of Philosophy:
http://plato.stanford.edu/entries/multiple-realizability/

Bickle, J., (2001), Concepts of Intertheoretic Reduction in Contemporary Philosophy of Mind, in Marraffa, M., Nani, M. (a cura di), A Field Guide to the Philosophy of Mind:
http://host.uniroma3.it/progetti/kant/field/cir.htm

Bickle, J., Mandik, P., (2002), The philosophy of neuroscience, in E. Zalta (a cura di), The Stanford Encyclopedia of Philosophy:
http://plato.stanford.edu/entries/neuroscience/

Home page
Torna alla home page Recensioni