Filosofia della mente, Psicologia
Il testo di Marraffa, pubblicato per la “Biblioteca essenziale” di Laterza,
si presenta, in linea con lo spirito della collana, come un agile manuale
di taglio introduttivo e divulgativo, ma associa a queste caratteristiche
redazionali spazio per analisi accurate e prospettive interessanti anche perun
pubblico, come si usa dire con un termine tanto usato quanto poco raccomandabile,
di “specialisti”. Ne viene fuori un libretto particolarmente denso, ricco
di sintetiche ma al contempo articolate esposizioni di modelli teorici, con
una copiosa serie dischemi descrittivi ed esemplificativi ed un ricco apparato
bibliografico (i riferimenti a materiale disponibile in rete vengono segnalati
nella sezione dei link di questa nota).
L’intento generale di Marraffa è di dimostrare la rilevanza filosofica
degli sviluppi della psicologia scientifica, sia per la vastità dei
temi trattati sia per le conseguenze che essi hanno sulla filosofia in quanto
tale.
1. Il progetto computazionale in psicologia
Il cognitivismo in particolare, avendo nei fatti proposto una rielaborazione
del mentalismo filosofico classico, resta prossimo nelle pratiche e negli
interessi alla filosofia. Per i cognitivisti la “mente” e il “mondo” sono
posti in relazione tra loro da concetti, idee o rappresentazioni; a differenza
dell’empirismo classico e del positivismo, i cognitivisti abbandonano le ipotesi
associazionistiche e introducono quelle computazionali.
Rispetto alla psicologia del senso comune i cognitivisti assumono posizioni
opposte: per Fodor ad esempio la psicologia del senso comune va assunta come
punto di partenza per una psicologia scientifica, in particolare riconoscendo
ai qualia e all’intenzionalità due proprietà ineliminabili e
imprescindibili del “mentale”, mentre per Stich la psicologia del senso comune
non può rappresentare un buon punto di partenza e va superata, per
Patricia e Paul Churchland questa va eliminata. Quel che ne consegue è
il cosiddetto eliminativismo, che si propone per l’appunto di eliminare ogni
traccia del mentale dalla spiegazione psicologica e dallo studio del comportamento
umano.
All'inizio degli anni '50 Chomsky fornì prove empiriche che garantivano
a sufficienza l'argomento della “povertà dello stimolo”, secondo il
quale gli uomini imparano a parlare ricevendo dall'esterno solo mozziconi
di informazioni linguistiche, parziali, incomplete e comunque insufficienti
a giustificare la realizzazione dell'apprendimento nelle forme osservate.
Il soggetto ci doveva per forza mettere qualcosa di suo. E' alla luce di questa
posizione che Marraffa riporta la celebre definizione di psicologia cognitiva
data da Neisser nel 1967: “Essa è la scienza che studia i processi
di elaborazione di informazioni negli organismi complessi, ossia tutti quei
processi per mezzo dei quali l'input sensoriale viene trasformato, ridotto,
integrato, immagazzinato, recuperato e infine utilizzato” (p. 13).
Il funzionalismo esprime in questo contesto l'idea per cui 1) gli stati mentali
del soggetto hanno potere causale sul suo comportamento, mentre il computazionalismo
ritiene che 2) il soggetto elabori i dati che provengono dal mondo esterno
attraverso computazioni, appunto, “in conformità a regole, su strutture
dati (le rappresentazioni mentali) che mediano le risposte comportamentali
di un organismo agli stimoli sensoriali” (p.15). L'unione di questi due principi,
che ha dato vita alla teoria computazionale e rappresentazionale della mente,
è dovuta essenzialmente all'introduzione del calcolo algoritmico di
Turing e quindi all'introduzione nelle scienze cognitive moderne dell'uso
del calcolatore.
Di fronte a questa situazione c'è da domandarsi come è possibile
per una psicologia cognitiva di tipo computazionale che gli stati mentali
siano effettivamente efficaci o, detto diversamente, che le leggi intenzionali
siano vere.
Gli stati intenzionali hanno valutabilità semantica (credo che Roma
sia a sud di Torino e ciò è vero se Roma è in realtà
a sud di Torino) ed efficacia causale (il mio desiderio di una pizza verrà
soddisfatto se in realtà avrò una pizza per cena): in questo
caso è la natura proposizionale ad essere suscettibile di verifica.
Resta la difficoltà di considerare le proposizioni, di norma considerate
oggetti astratti, dotate di potere causale, cosa che appartiene alle proprietà
degli oggetti concreti: per questo motivo Quine ha definito gli stati intenzionali
creature delle tenebre. Né meno problemi sollevano i processi intenzionali,
per cui sono i contenuti delle nostre intenzioni a causare determinati comportamenti
(se io vedo che fuori piove, il fatto che io creda che con l'ombrello mi posso
riparare mi farà prendere l'ombrello quando uscirò). Qui è
in agguato la fallacia dell'homunculus, la supposizione che nella mente ci
sia un agente in grado di interpretare quello che io vedo (la pioggia di fuori)
e di produrre una serie di rappresentazioni (non voglio bagnarmi, l'ombrello
ripara dalla pioggia) che produca poi l'effetto osservato (prendo l'ombrello).
La soluzione offerta da Fodor, con il funzionalismo rappresentazione e computazionale,
viene considerata da Marraffa una gloria della filosofia contemporanea. Molto
brevemente questa teoria consiste nel considerare la mente dotata di un linguaggio
(mentalese), cioè di simboli con proprietà sia semantiche che
intenzionali. Il simbolo è la rappresentazione mentale che accompagna
una determinata relazione psicologica tra soggetto e atteggiamento proposizionale.
Ogni simbolo ha un determinato significato e solo quello, in quanto è
causato solo da quell'oggetto (il simbolo “cavallo” è causato dall'oggetto
cavallo). Questi simboli a loro volta sono messi in relazione tra loro dalle
proprietà sintattiche dei simboli stessi (un po' come per il computer
che manipola i dati sulla base di leggi di calcolo). In logica formale la
teoria della dimostrazione si occupa proprio delle espressioni di un linguaggio
definito a prescindere dal loro significato (dalla semantica) e permette di
calcolare tutti i tipi “validi” di espressioni derivabili dai simboli atomici
di partenza. Come dimostra il teorema della completezza di Gödel per
il calcolo dei predicati del primo ordine “mediante assiomi e regole di derivazione
si possono ricostruire tutti, e solo, gli schemi di argomentazione valida
(ossia forme di argomentazione in cui se le premesse sono vere, la conclusione
non può essere falsa)” (p. 31). Se a questo insieme di derivazione
si potesse associare un sistema formalizzato non solo di tipo deduttivo ma
anche induttivo e abduttivo (anche se si dubita che ciò sia effettivamente
possibile) si avrebbe così una formalizzazione dei diversi modi di
ragionare dell'uomo. In questo senso è possibile ipotizzare una macchina
universale di Turing, cioè una macchia fisicamente realizzabile, in
grado di realizzare inferenze deduttive e (si auspica) non-deduttive, in grado
di rispettare la semantica delle espressioni senza ricorrere all'homunculus.
Dalla sintassi all'efficacia causale, attraverso l'imitazione della semantica:
questo è lo scopo della soluzione di Fodor.
2. La spiegazione psicologica e la struttura della mente
Al di là delle critiche che da altri cognitivisti sono state rivolte
alla convinzione di Fodor della fondamentale giustezza della psicologia del
senso comune, il modello cognitivista assume da Fodor in poi uno spiccato
aspetto “modulare”. Ci si basa cioè sulla convinzione che il nostro
cervello funzioni suddiviso in parti indipendenti e autosufficienti. Questo
permetterebbe di “scaricare” definitivamente l'ipotesi dell'homunculus. Il
sistema modulare del funzionamento della visione evita cioè il processo
introspettivo, per cui il soggetto, mentre i suoi organi di senso vengono
colpiti dal riflesso luminoso proveniente da un corpo esterno, diciamo un
tavolo, dovrebbe “interpretare” gli stimoli sensibili esterni come un “tavolo”.
Anche nel caso della concezione modulare del funzionamento dell'attività
psichica, Fodor introduce alcune particolari proprietà al modello modulare-computazionale
chomskiano. Per Fodor i modelli modulari innati sono quelli periferici di
input, altamente specializzati, isolati informativamente, di modo che i sistemi
cognitivi centrali (p.e. concettualizzazione) non possano attingere alle informazioni
intermedie ma solo a quelle finali, e incapsulati informativamente, cioè
nel funzionamento interno ai moduli, questi non attingono ad altra informazione
esterna (come nella famosa figura ambigua di Müller-Lyer, dove l'illusione
visiva persiste anche dopo aver constatato l'identica dimensione delle due
frecce).
A differenza del moduli periferici, i sistemi cognitivi centrali hanno natura
olistica e quindi non sono computazionalmente trattabili. In questo senso
la natura sintattica delle operazioni computazionali è limitata al
livello periferico: i sistemi cognitivi centrali sono isotropici, cioè
attingono in ogni parte del sistema informazioni potenzialmente utili alla
conferma di ipotesi formulate induttivamente o abduttivamente sullo “stato
del mondo”. A questo proposito Marraffa parla di modello quineano di conferma
scientifica: l'elaborazione di un output fornito dai moduli periferici deve
cioè convivere con l'insieme delle mie conoscenze precedenti, con l'insieme
dell'apparato scientifico o para-scientifico acquisito.
3. Psicologia ingenua e razionalità naturale
In questa parte Marraffa affronta le teorie massivamente modulari, cioè
quelle teorie che sostengono l’estensione della modularità al sistema
cognitivo centrale. Le varie ipotesi di architettura della mente vengono poi
poste in relazione alla psicologia comune e al confronto tra razionalità
scientifica e razionalità naturale. Marraffa definisce la psicologia
del senso comune (o “psicologia ingenua”) come la teoria con cui l’uomo comune
spiega i propri stati mentali. Il cognitivismo è in questo senso una
parte della Theory of Mind, cioè della teoria della teoria, e come
tale cerca di descrivere ciò che fa l’uomo comune quando spiega i suoi
stati mentali.
In questo ambito Marraffa dedica particolare attenzione all’esposizione della
teoria elaborata dallo psicologo dello sviluppo Alan Leslie. Questo studioso
utilizza un modulo chomskiano-computazonale (quindi non solo “chomskiano”,
inerte e attivabile da elementi cognitivi esterni, come nel linguaggio in
cui input esterni vengono rielaborati da moduli innati chiusi), vale a dire
un modulo in grado di effettuare, su un determinato dominio di input, proprie
computazioni. Questo modello detto ToMM (Theory of Mental Mechanism) consiste
in un macromodulo chomskiano-computazionale, diviso in tre sottomoduli, uno
dedicato ai movimenti fisici, gli altri in grado di interpretare sia gli scopi
e le finalità sia gli atteggiamenti proposizionali delle azioni di
un agente.
ToMM in relazione alla psicologia del senso comune formula un’ipotesi secondo
la quale le credenze e le intenzioni dell’organismo sono prodotte da moduli
chiusi specifici: la falsa credenza si spiega definendo non ancora maturo
il modulo specifico. La falsa credenza è la situazione in cui si trova
l’organismo quando non è in grado di riferire correttamente la credenza
altrui come diversa dalla propria: l’esempio notoè quello di due marionette
A e B che entrano successivamente sulla scena: A mette una pietra in un cestino
e B (A è fuori scena) mette la pietra dal cestino in una scatola. Quando
A torna sola sulla scena, chiediamo ad un bambino di 3 anni se A cerca la
pietra nella scatola o nel cestino: nella stragrande maggioranza dei casi
il bambino dirà che la pietra si trova nella scatola, dove cioè
effettivamente sta ma dove A non può sapere che stia. Attribuire una
falsa credenza come tale è una cosa che il bambino di 3 anni non sa
fare, perché il suo modulo credenza non è ancora sufficientemente
maturo.
Un altro ambito di discussione sull’utilizzo massivo o moderatamente massivo
di moduli chomskiani computazionali riguarda il dibattito sulla natura della
ragione. In linea generale si sostiene che l’uso della ragione si sviluppa
darwinianamente dalla comparsa dell’Homo sapiens fino a noi come forma di
adattamento della specie all’ambiente circostante. La ragione umana sarebbe
dunque il risultato dell’evoluzione. Nell’analisi empirica però si
notano errori logici così gravi e frequenti nel corso di ragionamenti
di non irrilevante importanza per la vita umana, da indurre molti ricercatori
al pessimismo: i modi con cui gli esseri umani conducono il proprio modo di
pensare non è di tipo logico (quindi nomologico) bensì euristico,
cioè non sempre efficace. Nell’incertezza la maggioranza degli uomini
non segue principi di probabilità, quindi si comporta in maniera irrazionale
(tipicamente nel rispondere ad un quesito di tipo probabilistico: se si dà
il caso in cui A è stata una brillante studentessa di filosofia, estroversa
e impegnata nei movimenti politici contro il nucleare, e si indicano diversi
ipotesi sull’attività svolta dopo la laurea la stragrande maggioranza
indica all’ultimo posto delle probabilità l’ipotesi che faccia l’impiegata
di banca e al penultimo che faccia l’impiegata di banca e l’attivista nel
movimento femminista, incorrendo appunto nella fallacia della congiunzione.
Infatti dal punto di vista probabilistico non c’è nessuna differenza
tra le due possibilità).
Gli psicologi evoluzionisiti di contro propongono modelli massivamente modulari:
se la ragione è il risultato dell’evoluzione della specie,allora gli
errori compiuti nel ragionamento vanno interpretati, se non tutti almeno in
parte, non come errori di competenza, bensì di prestazione. Il modullo
a dominio specifico non avrebbe maturato quel tipo di prestazione: dal punto
di vista razionale allo stesso quesito posto in termini di frequenza o riformulato
in maniera diversa le risposte errate diventano fortemente minoritarie. Marraffa
propende però per indebolire l’ipotisi ottimista per cui tutti gli
errori di ragionamento sarebbero di prestazione. Molti controesempi portano
ad introdurre errori di formulazione e di allocazione. Il problema è
che non sappiamo se valutare il modulo specifico su quello che è stato
chiamato biologicamente a fare (dominio proprio) oppure su quello che effettivamente
fa (dominio effettivo): la conclusione allo stato attuale mostra pertanto
una crescente tendenza a modificare in profondità il concetto stesso
di ragione umana.
4. Psicologia e neuroscienza
Se il cognitivismo massivamente modulare e quello “pessimista” fodoriano
occupano un ruolo centrale nel confronto interno al cognitivsmo, a fianco
di questo dibattito se ne è posto un altro di non minore importanza,
che riguarda la natura dei rapporti tra cognitivismo e biologia. Dalla posizione
antibiologista di Fodor degli inizi degli anni ’80 si è passati, grazie
al poderoso sviluppo delle neuroscienze, a quello che Marraffa definisce neuroscienza
cognitiva che ha “ormai spodestato l’intelligenza artificiale quale fonte
primaria di ispirazione per la scienza cognitiva” (p. 110).
Storicamente il funzionalismo di Fodor nasce in contrasto con le ipotesi riduzionistiche
di tipo fisicalistico, che con Nagel sostenevano la totale riducibilità
dello psichico al fisico. Questa era la famosa teoria dell’identità
di tipo, per cui a ciascuna tipo di proprietà psichica corrisponderebbe
un tipo di proprietà neurologica.
Putnam mise in discussione questa teoria ipotizzando la possibilità
per altri esseri viventi (ma anche creature di silicio come i robot o i marziani)
di avere stati mentali implementati da altre caratteristiche “fisiche” rispetto
a quelle umane.
Questa opposizione aprì a sua volta la strada alla realizzabilità
multipla, per cui un tipo di proprietà psichica poteva essere implementato
da diversi tipi di proprietà neurologiche.
Su questa base per Fodor le proprietà psichiche restavano quindi del
tutto irriconducibili a quelle fisiche, in quanto la loro accettata riducibilità
fisica non svolgeva alcun ruolo nella loro comprensione psicologica.
La neuroscienza cognitiva attuale, invece di ricorrere al fisicalismo, procede
per una strada riduzionista più promettente: attraverso reti di calcolatori
in parallelo, reti neurali, i ricercatori hanno elaborato, attraverso )il
ricorso al calcolo vettoriale, sistemi in grado di riprodurre anche solo parzialmente
e in maniera del tutto incompleta il funzionamento dei neuroni.
Quello che conta non è fornire una descrizione adeguata del funzionamento
del nostro cervello, bensì eliminare la convinzione per cui la teoria
funzionalista della psicologia ingenua avrebbe ragione nell’affermare l’autonomia
della leggi mentali dalle leggi fisiche. Queste reti neurali sarebbero in
questo senso comparti separati e incaricati di svolgere compiti specifici
fortemente interconnesse e massicciamente retroattive. In questa forma il
connessionismo è l’aspetto più promettente delle scienze cognitive:
dall’eliminativismo dei coniugi Churchland, che ritengono il connessionismo
la più aggiornata forma di mediazione tra psichico e fisico, preparatoria
di una più aggiornata descrizione del cervello in grado di eliminare
ogni “residuo” psicologico, fino alla definizione di modelli euristici, cioè
a dire modelli neurologici ipotizzati a partire dalla scomposizione della
funzione degli stati mentali. Riconoscendo alla psicologia ingenua l’isolamento
di determinate funzioni svolte da determinati stati mentali, ci si può
servire di queste come guide per la conduzione delle ricerche dei neuroscienziati.
Questo approccio euristico finisce con il riportare in auge, in forma rivista
e corretta, proprio la dottrina dell’identità di tipo ed elimina sia
la teoria dell’identità di occorrenza, sia la realizzazione multipla
che erano alla base del funzionalismo fodoriano. Dal funzionalismo metafisico
per cui il mentale è essenzialmente distinto dal fisico, si passa così
alla “scomposizione funzionale”: in questo modo il funzionalismo cessa di
essere metafisico e diventa materialistico: se al mentale viene riconosciuto
un ruolo causale ciò serve per descrivere meglio le caratteristiche
che dovrà avere il sistema fisico riducente.
Premessa
1. Il progetto computazionale in psicologia (1. La psicologia del senso comune;
2. Dentro la scatola nera: le vicissitudini dell’informazione; 3. Il funzionalismo
rappresentazionale e computazionale; 4. Dire di più di quello che possiamo
sapere)
2. La spiegazione psicologica e la struttura della mente (1. Dalle leggi ai
meccanismi; 2. La modularità della mente; 3. Il problema della cognizione
centrale)
3. Psicologia ingenua e razionalità naturale (1. La psicologia della
psicologia ingenua; 2. Razionalità normativa e razionalità naturale)
4. Psicologia e neuroscienza (1. L’autonomia della psicologia; 2. Computazioni
cerebriformi; 3. La dialettica della scomposizione e della localizzazione)
Cos’altro leggere
Bibliografia
L’autore
Massimo Marraffa (Roma, 1961) svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Roma Tre. Ha contribuito ai volumi collettanei Fondamenti di cognitivismo clinico (Bollati Boringhieri, Torino, 2001); Storia della filosofia analitica (Torino, Einaudi, 2002); Normatività, fatti, valori (Quodlibet, Macerata, 2003). E’ autore del saggio Scienza cognitiva. Un’introduzione filosofica (Cleup, Padova, 2002)
Quaderno di Filosofia della mente dello SWIF (a cura di Luca Malatesti)
http://www.swif.uniba.it/lei/mind/index.htm
A Field Guide to the Philosophy of Mind
http://host.uniroma3.it/progetti/kant/field/
(editori Marco Nani & Massimo Marraffa)
Segnalati da Marraffa in bibliografia e disponibili in rete:
Aydede, M. (1998), Language of thought hypothesis, in E. Zalta (a cura di),
The Stanford Encyclopedia of Philosophy:
http://plato.stanford.edu/entries/language-thought/
Bickle, J., (1997), Multiple Realizability in E. Zalta (a cura di), The Stanford
Encyclopedia of Philosophy:
http://plato.stanford.edu/entries/multiple-realizability/
Bickle, J., (2001), Concepts of Intertheoretic Reduction in Contemporary
Philosophy of Mind, in Marraffa, M., Nani, M. (a cura di), A Field Guide to
the Philosophy of Mind:
http://host.uniroma3.it/progetti/kant/field/cir.htm
Bickle, J., Mandik, P., (2002), The philosophy of neuroscience, in E. Zalta
(a cura di), The Stanford Encyclopedia of Philosophy:
http://plato.stanford.edu/entries/neuroscience/