Filosofia teoretica (ermeneutica)
Seppur tematicamente diviso in tre capitoli, dedicati rispettivamente al
“dolore”, alla “ebbrezza” e alla “temporalità”, il libro di Sandro
Gorgone resta fedele all’intenzione di leggere in modo unitario l’opera di
Jünger. Ciò implica di necessità la selezione di una prospettiva
stilistica che soddisfi il desiderio di intrattenersi con la speculazione
jüngeriana, condensandola in famiglie di simboli perspicui ed eloquenti,
seppur ontologicamente ambigui e doppi, appartenenti sia all’essere che all’apparire.
Evidente, a proposito, la contestualizzazione dell’opera nel solco del neoplatonismo,
tradizionalmente fedele all’idea di un sapere esperienziale e sapienziale
della filosofia, guidato dall’organo conoscitivo per eccellenza metafisico:
l’occhio cieco della mente e la sua vitalità intuitiva.
Ne scaturisce una lettura densissima, sorvegliata e sempre prossima al testo
senza mai prevaricarne il senso né sacrificarne la ricchezza figurale
all’asciuttezza discorsiva richiesta dalla chiosa teoretizzante. Si tratta,
anzi, di un interpretare attentamente e pazientemente impegnato non tanto
a dire ed esprimere (l’abbondanza e l’oculatezza sia delle citazioni letterarie
che delle tematizzazioni teoriche ne confermano il prevalente carattere di
“commento”), quanto invece a raccogliere e ripercorrere le avventure immaginali
e visionarie della speculazione jüngeriana. Queste mostrano come la cosa
stessa del pensiero e la sostanza del pensato partecipino della vicinanza
e del contatto con l’essere, trasformando l’esperienza tragica e dolorosa
della mancanza radicale e dell’interdizione al significato nell’approssimazione
e nell’avvicinamento al suo donarsi trasparente. L’unico modo per non precipitare
nell’interdizione al significato o, per Jünger è lo stesso, per
non inabissarsi nel nichilismo in sé convinto della perfetta equivalenza
tra l’essere e la volontà di potenza tecnica, è trasfigurare
spiritualmente i sensi in punti di risonanza cosmico-esistenziali, tali da
renderli adatti ad accogliere e testimoniare l’eccedenza ontologica del mondo.
Il che vuol dire avvertire, nel darsi delle cose, la pulsazione d’identità
e differenza, di presenza e assenza, di tempo ed eternità, di superficie
e profondità: l’essere unisce, toccando, con un movimento espansivo
e trattenuto, i limiti delle cose, la pluralità del mondo e la sua
invisibile origine. Ecco perché l’esistenza simbolica è un’esperienza
dell’estremo, del rischio e del pericolo: se c’è essere solo nella
donazione, allora mantenersi aperti al suo sopraggiungere corrisponde intimamente:
nell’apertura illimitata dell’immaginazione, all’esperienza radicale della
disappropriazione e della spoliazione che, senza garanzia alcuna di ricomposizione
- e quindi massimamente in confidenza con l’annientamento e l’assimilazione
al flusso informe del puro divenire elementare - può trasfigurare la
solitudine, il dubbio e la derelizione dell’errare umano in destino, in direzione
e passaggio verso altro e verso altrove. Si vuole riproporre, insomma, la
portata ontologica del simbolo: la superficie sensibile dell’esperienza vissuta
non riflette soltanto la sua intransitabilità autoreferenziale ma,
adeguatamente accolta, purificata, ritualizzata e ricordata, perde opacità
e dà a vedere l’imprevedibile e sorprendente intrecciarsi delle singolarità
finite degli esseri con l’eterna quiete dell’origine. È dunque l’esperire
dell’unità quell’evento, immancabilmente fallito dalla volontà
di dominio sulle cose, perfetta nell’esercizio di un invincibile potere di
mobilitazione e unificazione ma tragicamente mancante di uno sguardo spirituale
in grado di sospendersi e acquietarsi in una lucida e distante contemplazione
di se stessa e del cosmo.
Il primo capitolo del libro, che si pone come obiettivo una ricognizione
genealogica intorno alle forme del dolore, confronta l’essenza sciagurata
e destinale del nichilismo con l’ostinazione cieca con la quale l’umanità
ultima dell’Operaio, senza ulteriorità né utopia, persegue un’adesione
illimitata, senza limiti e soglie di attenzione, al potere metafisico del
fare e del trasformare, compiendo un’inedita e spaventosa mimesi delle forze
elementari della natura. Senza meditazione simbolica, la mimesi dell’essere
diventa irresistibile come, del resto, inconsapevole diventa l’umanità
dinanzi alla grazia dell’esserci, alla gratuità della natura, alla
sua bellezza e alla sapienza del dolore in essa custodita. Con Nietzsche,
si può parlare di una sapienza del dolore perché la sua esperienza
- ma anche la bellezza e l’eros, in quanto accadere del pathos, sono dolore
e ferita - rimanda alla possibilità di comprendere e venerare il mondo,
nella sua immanenza, senza rinunciare a pensarne, nel tralucere del mistero,
la coappartenenza armonica degli opposti.
Ancora una volta, dunque, è la distanza e la discrepanza tra essere
e apparire a gettare l’uomo sul confine tra senso e assenza di senso, tra
divenire sensibile e significato inapparente. L’esperienza del dolore, pur
nell’insopprimibile desiderio di spingerla sul bordo ultimo della verità,
deve però mantenersi aperta, così come la distanza dalla potenza
Indivisa e Indifferente dell’essere deve preservarsi intatta proprio perché,
come il nichilismo della tecnica continua a mostrare, ogni decisione che rinunci
ad accogliere la feconda insolubilità del dolore raggiunge quella suprema
e “divina” libertà che è premessa e promessa di futuri annientamenti.
Proprio grazie alla presa di coscienza dell’avvenuta rimozione dell’enigma
e del segreto (Guénon) è possibile illuminare il fenomeno, tanto
inedito quanto incompreso, della dedizione totale all’onnipotenza del visibile,
in virtù della quale un’epoca intera si asservisce fiduciosa alla spietata
disciplina della Tecnica e alla sua logica performativa dettata dall’imperativo
al movimento e alla trasformazione incondizionata.
Nell’esperienza della “mobilitazione totale”, che al suo apparire è
decisione per l’ebbrezza della guerra, si manifesta subito l’incongruenza
della risposta umana al dolore. Ciò che allora, di fronte all’evento
lacerante, rimase insoddisfatto e si rivelò una tragica illusione,
fu il tentativo di arginare il carattere dissolvente della Tecnica in una
cornice di senso mitico-eroica, entro la quale la ripetitività del
sacrificio non rimandava più al significato cosmico di accesso all’eternità,
perché era già l’espressione reificata e impersonale della macchina;
così come, per analogia, l’incontro con la potenza disgregante della
violenza agita sul corpo era la condizione necessaria perché il guerriero
tradizionale esorcizzasse, nello spirito, l’offesa indifferente di un evento
cieco ed indifferente. Se il motivo di quella decisione è rintracciabile,
apparentemente, in un gesto di rivolta metafisica contro la “felicità”
inventata dall’ideologia positivista, la sostanza che alimentò la scelta
si riferisce, per l’analisi jüngeriana, a dimensioni diverse da quelle
storico-sociali. Era infatti la potenza Tecnica a sopprimere ogni spazio d’esperienza
che non fosse immediatamente riconducibile a una “volontà di potenza”
fine a se stessa, richiedendo all’uomo la rinuncia a ogni domanda circa l’ulteriorità
del suo esserci. La tecnica, infatti, richiede un’adesione incondizionata
e senza distanziamento dalla sua logica di dominio effettuale e ineluttabile
e, anzi, la sua forza convincente è tale che, al suo cospetto e da
subito, la coscienza e il dubbio svelano tutta la loro incongruenza.
Ma che ne è del dolore, del dissidio? Nulla, ci spiega l’Autore. Il
dolore patito nella tarda modernità è un’esperienza mancata,
annullata nella logica senza ulteriorità del perfezionamento tecnico,
là dove strumentalità e verità coincidono in modo sorprendente.
Qui la metamorfosi non avviene più a livello simbolico, è una
metamorfosi metafisica che riguarda, appunto, la forma e il destino dell’umanità.
Non più quindi l’umano che si dice tale solo in quanto aperto all’essere
e interrogato dal dolore e dalla differenza, ma l’umano che si fa tipo, Operaio,
potenza pura compenetrata dall’elementarietà della tecnica. Ora il
dolore è ancora presente ma muta la sua direzione.
Se prima il dolore era, insieme e inscindibile dall’uomo, il suo motivo d’interrogazione,
ora è indiscutibilmente richiesto dalla struttura metafisica dell’epoca,
necessario per il mantenimento della propria organizzazione tecnica. Sicuramente
quest’ultima non redime dal dolore: però, colui che, come l’Operaio,
ha plasmato se stesso nell’idea della tecnica, esorcizza il dolore reificandolo
in oggetto calcolabile. L’assenso assoluto al mito della Tecnica impone all’esistente
un ritmo scandito dalla potenza illimitata della circolarità elementare.
Tutto ciò non riguarda più l’uomo: è il movimento stesso
dell’essere che irrigidisce la coscienza nel gelo di una solitudine abbacinata
dalla luce fosforescente della potenza.
Tuttavia, nell’epoca del nichilismo dispiegato, c’è ancora, disperato,
un modo altro di considerare il dolore, a quello essenzialmente coappartenente,
quasi da esso generato: si tratta di uno sguardo sul nulla animato dalla potenza
dell’amore. Il secondo capitolo mostra come al dolore non si possa più
rispondere annullando lo spirito in una sciagurata mimesi della potenza tecnica,
tanto meno con la nostalgica chiusura dell’anima in un passato remoto ed intatto.
Alla sopravvivenza spirituale dell’uomo è necessario invece approfondire
il dolore, trasformandone l’essenza nichilistica nell’evento che crea dissidio
nella compattezza del meccano tecnologico, quasi una soglia per cambiare registro
al pensiero e renderlo neoplatonicamente sottile e invisibile, per accedere
a una comprensione meditata del destino e della finitezza umana di fronte
all’opulenza insondabile del cosmo. Se il dolore costituisce la nuova patria
dell’uomo, il sacrificio richiesto non deve essere soddisfatto nell’inabissamento
della coscienza nelle dimensioni impersonali della volontà scatenata.
Penso sia questo che ci suggerisce l’autore, quando indica la coappartenenza
di dolore e terra e, così facendo, scopre in una riconquistata serenità
dello sguardo l’ethos per avvicinarsi al dolore senza risentimento né
indifferenza. Se, dolore e terra si appartengono, questo vuole dire che dolore
e donazione, mancanza e struggente desiderio di congiunzione coincidono. Non
potrà quindi essere la tecnica ad assecondare il dolore, poiché
l’attivismo può solo rimuovere la soglia tra dono e abbandono, degradando
il dolore a meccanismo funzionale alla tecnica, pietrificato senza appello
alcuno dall’imperativo cronolatrico alla velocità priva di direzione
e qualità, priva del lato invisibile rivolto all’eternità. Quale
allora l’ethos capace di sostenere il dolore, se dal dolore sarebbe vana pazzia
affermarne una qualsiasi redenzione? A quale pratica conduce l’assunzione
del disastro da parte di chi, avendo guadagnato distanza dall’azione, non
giudica né distoglie lo sguardo? Leggerezza e serenità (femminilità
e invisibilità nel guardare) sono forme di amore etico, capaci cioè
di tornare ad abitare il cosmo lasciando trasparire la sua meravigliosa inquietudine,
senza tuttavia dover rinunciare alla facoltà plastica di inventare
maschere, illusioni e bellezza. La sapienza, per l’uomo immerso nel dolore
della propria finitezza, è raggiungibile solo in quel luogo dell’immaginazione
dove il pensatore si fa artista: la consapevolezza dolorosa della mancanza
e la serena ricerca della condizione unita debbono rimandare l’una all’altra
in una saggezza della distanza e dell’avvicinamento, guardando la vita da
lontano, allontanandosene quel tanto per renderla vicina alla trasparenza
dell’essere.
Non altra è la sostanza indistruttibile dell’uomo: che una pace interiore
in grado ancora di farsi sognare dalle forme, possa acconsentire all’essere
obliquo: eterno e temporale, perituro e perfetto, delle cose.
Introduzione, La visione dell’enigma
I. “Terra vinta ci dona le stelle” - Il dolore (1. Dioniso lacerato; 2. Il
sogno dell’analgesia; 3. Il sacrificio; 4. La maschera dei Titani; 5. Die
schleife; 6. Fragile splendore; 7. Alla stazione di dogana; 8. La dicha)
II. “Meravigliose le tue carezze, sorella mia e sposa”- Amicizia ed eros (1.
Donare la solitudine; 2. L’accordo del tempo)
III. “Una maglia rotta nella rete”- La fuga del tempo (1. Il volo d’Icaro;
2. Il tempo rubato; 3. Il Grande Passaggio)
Sandro Gorgone ha studiato presso le Università di Messina, Roma e Friburgo. Laureatosi in Filosofia Teoretica con una tesi sulla questione del divino nel pensiero di Heidegger (tesi poi pubblicata in forma di articolo su “Segni e comprensione”, 33-34, 1998), si occupa soprattutto della filosofia contemporanea tedesca e francese. Ha appena concluso il suo lavoro di dottorato sulla temporalità cairologica nella filosofia di Martin Heidegger. Collabora con la cattedra di Filosofia Teoretica dell’Università di Messina