ReF - Recensioni Filosofiche Recensioni

Bertolotti, G., (a cura di), Ermeneutica, in collaborazione con S. Natoli, C. Sini, G. Vattimo, V. Vitiello.
Milano, Raffaello Cortina (coll. “Bibliotheca”), 2003, pp. 309, Euro 21,50, ISBN 88-7078-835-0

 

Recensione di Vinicio Busacchi - 22/08/2003

 

Filosofia teoretica (ermeneutica)

Indice - Gli autori - Links

Presentazione

Questo volume è il nuovo “pezzo forte” della collana “Bibliotheca” diretta da Corrado Sinigaglia, che raccoglie e propone le pagine più significative degli autori che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo di discipline scientifiche e filosofiche (i volumi pubblicati sono Estetica, Filosofia della scienza, Filosofia del diritto, Filosofia del linguaggio e saranno in libreria Logica e Semiotica). La scelta di autori e brani è affidata a un gruppo di specialisti del settore; inoltre, un’apposita curatela permette, attraverso una puntuale nota introduttiva, un loro inquadramento storico, culturale e filosofico. Per ogni autore, al termine della nota è proposto un’essenziale e aggiornato itinerario bibliografico di approfondimento, mentre in fondo al volume sono raccolti indispensabili riferimenti bibliografici sui principali testi di orientamento, antologie, studi e saggi specialistici su particolari temi e nodi problematici di ogni disciplina. Questi testi costituiscono dunque uno strumento eccellente sia per chi si affaccia per la prima volta allo studio della disciplina, sia per chi già la conosce o la pratica.
Ermeneutica è stato affidato alle mani esperte di specialisti del calibro di Bertolotti, Natoli, Sini, Vattimo e Vitiello, i quali hanno scelto e raccolto brani tra le opere più importanti di venti autori (Spinoza, Vico, Schleiermacher, Hegel, Schelling, Dilthey, Nietzsche, Peirce, Heidegger, Bultmann, Gadamer, Pareyson, Habermas, Ricoeur, Foucault, Derrida, Rorty, Geertz, von Foerster e Thom). Ma questa Ermeneutica non è semplicemente una raccolta antologica - e meno ancora storico-antologica - anche se ne ha la forma. Lo scopo, come lasciano intendere i curatori nell’Introduzione, è quello di mostrare le tappe del cammino dell’ermeneutica filosofica, di mostrare “i “luoghi” in cui la questione ermeneutica è venuta alla ribalta, da prospettive e con accenti diversi. Motivi che sono stati ripresi da altri autori; e motivi, qualche volta, ancora in attesa di chi li faccia fruttare - niente che si possa dire “superato”, se non forse nei suoi aspetti più insignificanti e occasionali” (p. 6). Nella scelta dei testi e degli autori, i curatori hanno tenuto conto in modo particolare di tre questioni legate all’ermeneutica “a causa della loro rilevanza e dell’interesse che hanno suscitato anche al di fuori dell’ermeneutica propriamente detta e, più in generale, della filosofia” (ibid.) - e questo senza trascurare i tanti e variegati temi della tradizione ermeneutica. Si tratta di motivi che sono andati configurandosi come la “nuova frontiera” di questa disciplina e che hanno determinato l’apertura dell’ermeneutica a settori non propriamente filosofici, come la matematica, l’antropologia e la psicologia. In primo luogo, “la “linguisticità” del comprendere, che mette in primo piano il nodo del linguaggio, nella molteplicità delle sue determinazioni e manifestazioni, non ultime quelle corporee, animali, che rinviano all’origine naturale, inintenzionale, del linguaggio e della comprensione comunicativa (Vico, Nietzsche)”. In secondo luogo, “il ruolo del soggetto interpretante, nel momento in cui quest’ultimo cessa di essere un osservatore “neutrale” e diventa parte di un evento che lo coinvolge e trasforma”. Infine, “la questione della verità, nel suo rapporto con l’esperienza, il metodo, la storia”. “E’ evidente - si legge ancora nell’Introduzione - che, se ci si fa guidare da un tale filo conduttore, i confini dell’ermeneutica si stringono e si dilatano rispetto alla sua immagine canonica. Si stringono, perché occorre essere selettivi, e mostrare solo le vette; si dilatano, perché etichette e appartenenze perdono molto del loro peso. In nessun caso, a ogni modo, abbiamo inteso “annettere” alla provincia dell’ermeneutica autori che devono il loro interesse all’autonomia e all’originalità del loro percorso di ricerca, e sarebbe errato ritenere che la presenza in questo volume, di scienziati come Thom o von Foerster abbia il significato di un reclutamento, per giunta postumo. Non si tratta di rendere ermeneutica la scienza privandola di ciò che le è proprio, prima di tutto la specificità del suo linguaggio e la severità delle sue procedure di controllo; si tratta dell’esatto contrario: di inseguire i problemi autentici dell’ermeneutica - quelli che a noi sono parsi tali - anche fuori dei suoi territori familiari, nelle pieghe di linguaggi diversi dal suo, in paesaggi che non sempre i padri fondatori avevano previsto o amato frequentare” (pp. 6-7).
Chiarito con ciò il taglio (ermeneutico?) dell’opera, restano in sospeso alcune questioni. Anzitutto, che ne è di tutta l’ermeneutica anteriore a Spinoza? E’ propriamente “Ermeneutica”? Perché in questo volume non viene raccolta? Inoltre, come si spiega questa imponente “colonizzazione ermeneutica” fuori e dentro la filosofia? L’ermeneutica è ancora filosofica? L’ermeneutica è tutta filosofica? Ancora, questo volume è dedicato a una disciplina detta “Ermeneutica” o a “Discipline Ermeneutiche” (oppure a “questioni ermeneutiche in discipline filosofiche e non”)? Non c’è dubbio che qui, e a questo punto, dobbiamo rispondere alla questione madre dalla quale originano tutte queste domande: che cosa è l’ermeneutica?

Momento originario dell’ermeneutica

Il latino interpretatio traduce il greco hermenéia. I latini perciò hanno assunto da subito l’ermeneutica principalmente nel senso di interpretazione. Secondo Jean Pépin, questa traduzione ha fatto un torto al concetto originario: “Infatti, il sostantivo interpretatio, passato quasi tale quale nelle moderne lingue europee, ha un prefisso molto esplicito che conferisce ad esso, prima di qualsiasi specificazione, il significato di base di “mediazione”; questa accezione pregnante si è riflessa sull’hermenèia, la cui ignota etimologia non poteva essere di nessun aiuto. Per contaminazione, ermeneutica è diventata sinonimo di interpretazione o esegesi” mentre “il significato antico e primario di hermenèuein sarebbe (…) “esprimere un significato parlando”, manifestare per mezzo della lingua il logos interiore, nel vocabolario proprio di Aristotele e di Filone Alessandrino. Ben presto, però, il medesimo termine viene riferito alla manifestazione del significato di una parola, traduzione dall’oscuro al chiaro; con questa accezione, hermenèuein viene impiegato dai Padri della Chiesa” (in Gusdorf 1989: 5-6). Secondo Karl Kerényi, che come Pépin e altri considera inesatta la traduzione latina, la radice di hermenèia “può ben essere identica a quella del latino sermo”. Kerényi aggiunge - in netto contrasto con il Cratilo di Platone - che hermenéia “non ha alcuna relazione linguistica - se non per somiglianza del suono - con Hermes” (Kerenyi 1963: 133). Stando a Platone, che ci dà l’accezione più antica, l’ermeneutica è annuncio. Perciò il significato originale di ermeneutica sarebbe connesso non con l’interpretare ma con l’annunciare. Non però l’annuncio come annunciare in generale ma l’annuncio divino, e dunque il portare ed esporre annunciando agli uomini un messaggio divino. L’ermeneuta è colui che porta questo messaggio annunciandolo. Di fatto questo indica il testo dello Jone al verso 534c: “hermenés eisìn tòn theòn”. Ma la questione è tutt’altro che chiara. Nel Cratilo (407e5-408c) - secondo alcuni studiosi (ad esempio A. Kiock) sarebbe un’opera fondamentalmente polemica, dove l’esercizio dell’etimologia avverrebbe in modo volutamente “fantasioso” e caricaturale per giungere a screditare la filosofia di Antistene, ma la questione è tutt’altro che piana - Platone afferma che il dio Hermes, inventore del discorso e del linguaggio, può essere chiamato sia interprete e messaggero, sia ladro e ingannatore. Hermes è un messaggero ingannatore, è “colui che escogitò il discorso”. Dal verbo ermesato deriva l’idea di astuzia: Hermes astutamente escogitò il discorso. Il discorso, perciò, è il risultato della sua astuzia, è la “macchinazione”. Da qui abbiamo che nel discorso si cela un che di ingannevole, di astuto. Questo contenuto emerge con forza dal seguito del dialogo, quando il personaggio di Socrate si sofferma sulla figura di Pan, “il figliuolo a doppia natura di Hermes”. Come Pan è “liscio” nella parte superiore e “aspro” in quella inferiore, così il linguaggio può essere vero, da una parte, può, dall’altra, essere falso. Se ci basiamo su questi brani del Cratilo, abbiamo che il termine ermeneutica originariamente significa sì il “portare messaggio e annuncio [divino]”, ma contiene anche il significato di “messaggio ingannevole” e “discorso ingannevole”. Da questo abbiamo che l’ermeneuta è sia colui che porta e annuncia o interpreta (?) il messaggio divino, sia colui che può usare il discorso in modo ingannevole. D’altra parte ”divino” e “ingannevole” possono essere attribuiti al discorso in-quanto-tale: Pan, infatti, figlio di Hermes [= frutto di astuzia, macchinazione, inganno (?)], è la personificazione del discorso - “o è il discorso o il fratello del discorso”, scrive Platone, e possiede una parte liscia [= il discorso vero] e una parte capriforme [= il discorso falso]. Per ciò possiamo pensare, superando le due proposizioni che l’ermeneuta è colui (a) che astutamente può produrre discorsi veri o discorsi ingannevoli e (b) che può interpretare correttamente o astutamente discorsi d’altri (divini). Perciò l’ermeneutica è l’arte o téchne di esporre discorsi divini (veri) o ingannevoli e/o l’arte di interpretare correttamente o astutamente messaggi divini. Certamente per Platone doveva trattarsi di una téchne particolare, in un certo senso speciale, perché legata a cose divine.
Il concetto di ermeneutica si connette alla sacro sia perché rimanda (a) alla divinità Hermes e, come abbiamo visto, (b) al carattere divino insito nel “discorrere” stesso (eirein), sia perché (c) investe la “la sfera sacrale della mantica degli oracoli” (Kerenyi 1963: 135). D’altra parte, il concetto di ermeneutica riguarda anche il “profano”. Lo rivela eloquentemente la figura di Pan (a), ma anche il passo dello Jone dove ermeneuti sono detti poeti e i rapsodi (b). Unendo sacro e profano - come ci viene suggerito dall’immagine del dio caprino Pan - possiamo supporre che l’ermeneuta platonico è colui che porta un messaggio divino e lo espone poeticamente. L’ermeneutica, infatti, pur riguardando cose divine, è, per Platone, una téchne. L’ermeneuta porta annunci di cui non è detto che comprenda il senso, egli è messaggero, non interprete. L’ermeneutica non è dunque un modo di conoscere le cose divine, è fuori dall’episteme perché è imitazione, arte. Nel Fedro, Platone paragona la condizione psico-emotiva dell’ermeneuta (in atto divinatorio) alla mania dell’innamorato [244a-b]. Con ciò lascia intendere che l’arte della divinazione non ha niente a che vedere con la razionalità; piuttosto, essa necessita di una presa di distanza, un distacco, una rottura, una fuga dalla ragione. L’ermeneuta, in questo senso, assomiglia al medium di oggi, un individuo che nel sonno medianico del trance porta inconsapevolmente informazioni dall’aldilà. In questo primo momento, dunque, il concetto di ermeneutica non è connesso all’interpretare ma al portare messaggi, esporre messaggi, esporli in modo poetico. Questo legame con la poetica avvicina decisamente l’ermeneutica alla retorica, perché anche la retorica era legata, nella concezione platonica, alla poesia. Maurizio Ferraris scrive che “l’ermeneutica ha, in Platone, un ruolo molto simile alla retorica, non di pura ricezione, ma di annuncio” (Ferraris 1988: 12), aggiungiamo, di esposizione. Se da una parte, dunque, dobbiamo tener presente che il momento originario dell’ermeneutica si ricollega al mito antico, alle credenze popolari e al simbolismo, allontanandosi decisamente dalla retorica, dall’altra dobbiamo tener conto della profonda connessione con essa. E non possiamo certo affermare che si tratta di una connessione originaria successivamente abbandonata, visto che l’ermeneutica nel senso di enunciazione ed espressione si mantiene, unitamente ai nuovi significati e usi, fino all’età moderna (cfr. Vico). Troviamo il concetto di ermeneutica come espressione (nel senso grammaticale) in Aristotele.
L’ermeneutica in Aristotele non è la téchne che permette il contatto tra il divino e l’umano, è piuttosto “una funzione che media tra i pensieri dell’anima e la loro espressione linguistica” (Ferraris 1988: 11). In Aristotele l’ermeneutica indica l’espressione (De Anima, B 8 420 b 19). Non a caso, la corretta traduzione del Perì hermenéias è Dell’espressione e non Dell’interpretazione (come tradotto dai latini). Il Perì hermenéias non è una ermeneutica ma una parte della grammatica logica (cfr. Gadamer 1974). Nella cultura greca, dunque, non troviamo nulla che leghi in modo esplicito l’ermeneutica all’interpretazione. La mantica degli oracoli offre diversi elementi favorevoli, come abbiamo visto, ma in sostanza l’ermeneutica greca rimane legata alle arti mimetiche, come funzione poetica, alla mantica oracolare, come funzione annunciativa e alla retorica come funzione espressiva. E’ successivamente, in seno alla cultura giudaico-cristiana, che emerge la funzione interpretativa.

Era cristiana ed età moderna

In questa sede non possiamo entrare nei particolari di un’articolazione e di un dispiegamento storico-fenomenologico complesso ed estremamente variegato. Ma nell’indicarne le tappe fondamentali, occorre soffermarsi sulla cultura ellenistica e giudaico-cristiana. E ciò con la profonda consapevolezza che non possiamo pensare una storia unitaria e piana dell’ermeneutica, a meno che non rinunciamo alla ricchezza e varietà dei sensi e dei significati assunti dal concetto di ermeneutica nel corso del tempo. Di fatto questo è quanto fa, ad esempio, Dilthey la cui ricostruzione, offerta nel saggio Die Entstehung der Hermeneutik (1900), riesce unitaria perché segue una certa linea dell’ermeneutica, cioè quella del concetto di ermeneutica come filologia. Effettivamente in essa è possibile costruire una “storia dell’ermeneutica”, ma tale storia resta irrimediabilmente vincolata al limite del momento concettuale; perciò si può dare solo come “storia dell’ermeneutica filologica”. In ogni caso, non si può negare che la consapevolezza del problema dell’interpretazione nasce nell’era ellenistica proprio con la filologia. Neppure possiamo negare, naturalmente, che il senso di interpretazione diviene presto l’accezione dominante del concetto di ermeneutica. Il crollo del microcosmo della polis e delle vecchie istanze politiche, l’apertura della Grecia ellenica al mondo persiano e orientale, l’incontro con popoli e culture profondamente diverse, l’abbandono delle convinzioni filosofiche e religiose più antiche e radicate, con la conseguente crisi dell’identità - tutto ciò contribuisce a determinare una profonda frattura nella continuità storica e temporale dello spirito greco, producendo una distanza che viene a sommarsi alla distanza linguistica e culturale dei popoli di Alessandro. E’ in un tale clima che si manifesta potentemente il problema della comprensione, della corretta interpretazione e della traduzione - oltre che della conservazione - dei testi antichi e delle scritture di civiltà differenti. E’ in tale clima che sorge la filologia e l’ermeneutica filologica (cfr. Apel et al. 1971).
L’ermeneutica come filologia si sviluppò in due grandi scuole: il Museo di
Alessandria e la Biblioteca di Pergamo. Il Museo di Alessandria sviluppò una filologia metodologicamente storico-grammaticale, stando alla quale il mezzo per il chiarimento dei passi oscuri di un’opera deve procedere dal corpus dello stesso autore. La Biblioteca di Pergamo, mossa dall’esigenza di adattare un testo antico alla modernità, di tradurre in termini accettabili contenuti inattuali o letteralmente inaccettabili, diede vita a una filologia (metodologicamente) allegorica, riconducibile allo stoicismo. Se il Museo di Alessandria attribuiva alla storia valore in sé, la scuola di Pergamo fondamentalmente riconosceva alla storia il valore che possedeva per-il-presente, facendo coincidere il senso con l’attualità. Perciò le due scuole sviluppano due diversi modi dell’interpretazione: uno propriamente (= in senso moderno) filologico, l’altro ermeneutico-allegorico. E’ comunque lungo il solco dell’allegoresi alessandrina - particolarmente attraverso l’opera ispirata di Filone di Alessandria - che l’ermeneutica subisce una nuova e significativa evoluzione, divenendo, in seno alla Patristica, ermeneutica esegetica, ossia quel modo dell’ermeneutica (ermeneutica teologica dell’ebraismo, prima, del cristianesimo, poi) che è giunto fino ai giorni nostri e gode di uno statuto autonomo rispetto alla più recente ermeneutica filosofica (costituendo, accanto a questa, l’accezione dominante del termine). Il modo dell’interpretazione allegorica viene assunto dai primi scrittori cristiani nella doppia forma di metodo e di problema. Tutto il
Medioevo sarà influenzato da questa assunzione e, in generale, dall’orientamento ermeneutico della Patristica. (Così, ad esempio Tommaso d’Aquino, nella Summa theologiae, rifacendosi alla tradizione ermeneutica cristiana, colloca il sensus allegoricus fra i quattro modi di interpretazione il senso della Scrittura o, meglio, fra i quattro sensi della Scrittura). Di fatto il
Medioevo, così profondamente legato alla tradizione e alla classicità non produrrà un mutamento sostanziale dell’ermeneutica, ma porterà a maturazione i temi e affinerà la tecnica di interpretazione della Bibbia. Potremmo pensare che la configurazione dell’interpretazione allegorica come problema determini la nascita di un primo nucleo di ermeneutica filosofica.
Vattimo osserva che vi è “nella storia dell’ermeneutica, una specie di continuo contrappunto, tra le posizioni che ammettono e anzi favoriscono l’interpretazione intesa essenzialmente come scoperta dei sensi spirituali (allegorico, morale, analogico) e posizioni che, invece, ritengono che ci si debba attenere strettamente al senso letterale” (Vattimo 1968: 19-20). Ma si tratta di un dibattito che manca ancora della dimensione e della consapevolezza speculativa, metodologica ma soprattutto universalistica della filosofia.
Il discorso non cambia con l’Umanesimo. Certo, con l’Umanesimo (italiano) si apre una fase decisamente solare per l’ermeneutica. La filologia umanistica si diffonde per tutta l’Europa, diventando sostrato dell’importante movimento religioso ed ermeneutico della Riforma protestante. I guadagni della filologia umanistica diventano mezzi preziosi a sostegno dell’assioma di Lutero della sola Scriptura, contro la lettura dogmatica imposta dalla Chiesa di Roma. Con questo assioma, Lutero rivoluziona dalle fondamenta la prospettiva dell’interpretazione. E’ proprio in seno alla Riforma protestante e al Rinascimento che per l’ermeneutica ha inizio una profonda trasformazione, e non solo in merito all’elemento dell’interpretazione. Si va delineando, infatti, il profilo di una disciplina autonoma libera dalla retorica, dalla grammatica ecc., orientata verso un’apertura universalistica che si compie nel corso del Settecento, con l’Illuminismo. Accanto al perfezionamento ulteriore dei mezzi della filologia - grazie allo sviluppo di una erudizione senza precedenti e
di una cultura razionalistica profondamente interessata alla comprensione dell’antichità - l’Illuminismo libera l’ermeneutica interpretativa dal connubio esclusivo con l’esegesi biblica. L’ermeneutica tende a divenire - e lo diverrà presto in modo compiuto, soprattutto per opera di Schleiermacher - una disciplina tecnica, per la comprensione, l’analisi e l’interpretazione di ogni tipo di testo. Ma anche dall’interno della stessa ermeneutica biblica si sviluppano dei movimenti destinati a formare e caratterizzare l’ermeneutica moderna. L’autore più importante è senza dubbio Baruch Spinoza, il “più alto precursore, iniziatore o padre spirituale” di questa ermeneutica moderna (p. 13). “Spinoza osò leggere la Bibbia semplicemente come un libro, scritto in epoche diverse e da differenti autori: un libro che era documento preciso della vita della comunità ebraica attraverso il tempo e che solo in riferimento a questa vita poteva ottenere una comprensione adeguata e non superstiziosa da parte del lettore” (ibid.). Con Spinoza “l’arte ermeneutica” - e questo è forse il suo contributo più importante - “assurge a piena consapevolezza critica del suo stesso procedere” (p. 14); Spinoza porta a piena maturazione il senso di ermeneutica come riflessione metodologica sulla pratica dell’interpretazione.
Ma la grande svolta dell’ermeneutica avviene, come è noto, con il già citato Schleiermacher. Con questo autore non solo l’arte dell’interpretazione si esercita per la comprensione di qualunque testo o brano problematico (a causa dell’oscurità del passo, di una distanza: storica, culturale, linguistica, psicologica ecc.) - e perciò si fa tecnica universale - ma diviene anche “una questione filosofica generale” (p. 5). Schleiermacher “vede nell’interpretazione non solo il tema delle regole e dei criteri, ma anche una modalità costitutiva dell’essere dell’uomo; fa dell’ermeneutica non l’arte della spiegazione ma quella della comprensione, una dottrina dell’intelligenza, come anche si potrebbe dire” (ibid.). Si determina così il secondo e importante senso moderno di ermeneutica: come teoria filosofica dell’interpretazione. Da qui, e da questo momento in poi, possiamo parlare di un’ermeneutica come disciplina filosofica, di una ermeneutica filosofica, appunto.

L’ermeneutica filosofica

Ritornando alle domande poste alla fine della presentazione, notiamo - dopo il cammino percorso - che la domanda Che cosa è l’ermeneutica? deve essere mutata in Che cosa sono le ermeneutiche?. Notiamo anche che nel corso della storia si sono formate e definite diverse discipline ermeneutiche, come l’ermeneutica teologica e l’ermeneutica come tecnica dell’interpretazione. In terzo luogo, a proposito del volume Ermeneutica, fondamentalmente è un volume di ermeneutica filosofica; e questo spiega perché raccolga testi di autori della tradizione moderna e contemporanea, a partire da Vico e Spinoza, escludendo i precedenti. Ma questa Ermeneutica non è (non vuole essere) una storia dell’ermeneutica filosofica e tantomeno una semplice raccolta antologica.
D’altra parte, non delinea (non vuole e/o non può delineare) il profilo di una ermeneutica filosofica, che sia per la distanza filosofica degli autori sia per la distanza delle tematiche, degli interessi, delle finalità e dei settori trattati (e toccati) sembra più costruzione concettuale (datata o “di comodo”) che dato di fatto. I nostri autori, partendo dalla constatazione che con Gadamer l’ermeneutica ha assunto “il carattere di ogni possibile esperienza umana del mondo”, osservano che se “per questa strada, diventa a pieno titolo pensiero filosofico, la filosofia, a sua volta, diventa ermeneutica, nella misura in cui, riconoscendo il carattere interpretativo dell’esistenza umana, rinuncia a ogni pensiero della fondazione e accetta la propria finitezza. Assumendo questa trasformazione operata da Verità e metodo (ma qualcosa di analogo accade in Pareyson e Ricoeur) come il centro di irradiazione dell’ermeneutica filosofica, bisogna anche dire che il suo successo ha oltrepassato la dimensione puramente filosofica, al punto che oggi l’ermeneutica sembra presentarsi sempre meno con i tratti di una dottrina o un corpus di dottrine particolari, o con quelli di specifica scuola o corrente di pensiero, e sempre più nella veste di una koiné, cioè di una sorta di idioma comune della ricerca e della discussione nel campo delle scienze umane e sociali, prendendo il posto che era stato del marxismo negli anni Cinquanta e Sessanta, e dello strutturalismo negli anni Settanta” (p. 3).
Se, da una parte, dunque, in relazione all’evoluzione storico-fenomenologica può essere ancora utile e sensato parlare di ermeneutica filosofica e intendere in tal senso anche questa Ermeneutica, dall’altra, per cogliere a pieno le scelte tematiche e antologiche di questo volume, ma soprattutto per comprendere l’evoluzione più recente e matura dell’ermeneutica contemporanea, dobbiamo tener conto del raggiungimento di quest’ultima frontiera di senso: l’ermeneutica come koiné.
Ci resta a questo punto un’ultima domanda. Come si spiega questo enorme “successo” dell’ermeneutica? La diffusione dell’interesse per l’ermeneutica all’interno della filosofia - così come il suo consolidamento filosofico -avviene nel corso del XX secolo, ma un suo importante momento è certamente rappresentato dall’opera di Dilthey, che facendo del comprendere il metodo delle scienze dello spirito provoca un’enorme allargamento del campo ermeneutico, finendo per coincidere ora con il campo stesso della conoscenza storico-spirituale. Non solo, nella concezione di Dilthey, la comprensione storica aspira, attraverso l’obiettività e universalità dell’esercizio interpretativo sui fatti storici, allo stesso grado di scientificità delle scienze della natura. Perciò l’elemento ermeneutico fonda in Dilthey l’epistemologia delle scienze dello spirito. Con Dilthey l’ermeneutica si confronta per la prima volta con l’epistemologia. E’ l’inizio di una dialettica senza fine sia lungo il sentiero del dibattito sullo statuto epistemologico delle scienze dello spirito, sia all’interno della stessa ermeneutica filosofica - nell’ambito della definizione del proprio statuto conoscitivo - sia, ancora, in seno alla riflessione sullo statuto epistemologico di scienze di confine come la psicoanalisi (creata scienza da Freud, considerata non scientifica da Popper, mitologica da Wittgenstein, ermeneutica affine alla teoria critica da Habermas, diagnosticata come scientificamente “malata” da Grünbaum ecc.). Contro la concezione espressa dall’ermeneutica generale di Dilthey - particolarmente contro la pretesa validità universale dell’interpretazione - si muove la riflessione del primo Heidegger, con il quale l’ermeneutica da problema metodologico ed epistemologico diviene problema ontologico. Il comprendere, la cui articolazione interna è l’interpretazione - è uno dei modi fondamentali di essere dell’Esserci perché al mondo, l’uomo, è legato sempre da un nesso di comprensione o pre-comprensione del mondo. In altre parole, la struttura stessa dell’esistenza è ermeneutica e il comprendere umano si caratterizza per la radicale storicità. Nessuna comprensione può perciò approdare ad una finale conoscenza oggettiva. Con Heidegger ha inizio l’ampio e ricco confronto dialettico dell’ermeneutica con la fenomenologia (si pensi ad esempio a Ricoeur e a Derrida). Ma il fatto più importante resta questa radicalizzazione ontologica (e filosofica) del fenomeno interpretativo e del discorso ermeneutico. Gadamer, seguendo questa via indicata da Heidegger, fa dell’ermeneutica “il carattere di ogni possibile esperienza umana del mondo”. In Verità e metodo, l’opera dove Gadamer elabora in modo sistematico l’ontologia ermeneutica, l’ermeneutica è pensata come l’elemento che costituisce e definisce l’esperienza della verità prodotta e vissuta all’interno dell’esperienza di vita, all’interno dell’esistenza storicamente finita. La verità non è fatto oggettivo ma esperienza. Se i dati e le creazioni sono fonte di una interminabile possibilità interpretativa, l’interpretazione del singolo interprete è costitutivamente limitata, dal contesto culturale, dai pregiudizi e dai valori che questa interpretazione vincolano e condizionano e dalla quale sono, a loro volta, vincolati e condizionati. La verità del comprendere si dispiega come fusione di orizzonti, all’interno dei vincoli storici e temporali delle singole esistenze, in un dialogo continuo e interpretativo con la tradizione, tradizione (e circostanza) che orienta il dialogo ma che, anche, dal dialogo è orientata e mutata. E’ all’interno di questo movimento dialogico - e per mezzo, e nel mezzo, del linguaggio - che si esprime la verità. In un tale orizzonte filosofico, dove l’esistenza si determina (storicamente) all’interno del movimento comprensivo, l’idea di verità come oggettività è destinata a essere superata e a perdere di significato. Ogni rigidismo, ogni schematismo ogni pretesa di certezza salda e definitiva si dissolve nel movimento ermeneutico della comprensione e dell’interpretazione. Nel corso del XX secolo si viene a definire un panorama generale dell’incertezza, alla definizione del quale concorre direttamente o indirettamente la stessa ermeneutica filosofica. Si pensi al colpo inferto alla scienza e alla conoscenza certa dalla concezione di Nietzsche, secondo cui non esistono fatti, ma solo interpretazioni; si pensi a Freud, alla demolizione dell’illusione (narcisistica) della conoscenza di sé e del fondamento umano nel conscio e nel razionale (nel civile). Ma si pensi anche ai gravi sconvolgimenti storici, politici e sociali e alle barbarie compiute sotto la bandiera di ideologie selvagge. E si pensi, altresì, alla grande menzogna materialistica ed edonistica sulla quale è stato costruito il gigantesco e post-capitalistico parco dei divertimenti e dei consumi - in seno al quale è maturata la più profonda e devastante crisi di valori e perdita di senso che la storia dell’umanità ricordi (cfr. Fromm).
L’ermeneutica costituisce in generale il tentativo di portare alla luce un significato oscuro, di render chiaro un luogo perduto, non comprensibile, sconosciuto, critico o incerto. E il fatto che l’ermeneutica sia oggi così diffusa e goda di un così grande “successo”, può significare solamente che viviamo in un modo gravido di incertezze ed avvolto dall’oscurità. Questa nostra civiltà contemporanea è, in fin dei conti, un sistema ermeneutico globale in costante conflitto (cfr. Vattimo). Che conflitto? Di interpretazioni, ovviamente.

Bibliografia

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F. BIANCO, Introduzione all’ermeneutica, Laterza, Roma-Bari 2002
M. FERRARIS, Storia dell’ermeneutica, Bompiani, Milano 1988
H. G. GADAMER, “Hermeneutik”, in J. Ritter (a cura di), Historisches Wörterbuch der Philosophie, Scwabe & Co., Basel-Stuttgart, vol. III, pp. 1061-73
G. GUSDORF, Storia dell’ermeneutica (1988), Laterza, Roma-Bari 1989
K. KERÉNYI, “Origine e senso dell’ermeneutica”, in Archivio di filosofia, n. 1-2, 1963
PLATONE, Cratilo, Rizzoli, Milano 1989
G. VATTIMO, Schleiermacher filosofo dell’interpretazione, Mursia, Milano 1968
G. VATTIMO, “Tempo d’interpretare”, in La Stampa, Torino, 2 aprile 1989

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Introduzione
Baruch Spinoza - Testo sacro e comprensione storica,
Giambattista Vico - Storia, scienza, linguaggio
Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher - Il circolo del comprendere
Georg Wilhelm Friederich Hegel / Friederich Wilhelm Joseph Schelling - Le forme del tempo: tra memoria e profezia
Wilhelm Dilthey - Il metodo delle scienze dello spirito
Friedrich Wilhelm Nietzsche - Prospettivismo e verità
Charles Sanders Peirce - Abduzione e abiti interpretativi
Martin Heidegger - Fenomenologia, verità, nichilismo
Rudolf Bultmann - Ermeneutica e demitizzazione
Hans-Georg Gadamer - Il significato della distanza temporale
Luigi Pareyson - L’ontologia dell’inesauribile
Jürgen Habermas - Ermeneutica e critica dell’ideologia
Paul Ricoeur - Il mondo del testo
Michel Foucault - Linguaggio, genealogia, ermeneutica del sé
Jaques Derrida - Grammatologia e decostruzione
Richard Rorty - Ermeneutica vs. epistemologia
Clifford Geertz - “Thik description”
Heinz von Foerster - Una teoria dell’osservatore
René Thom - La matematica come esperienza ermeneutica
Letture consigliate.

torna all'inizioGli autori

Giorgio Bertolotti insegna Ermeneutica filosofica all’Università degli Studi di Milano Bicocca. Tra le sue pubblicazioni: Le stagioni dell’assoluto (Firenze 1995), Il racconto dell’identità (con M. Ceruti; in A. Bottani e N. Vassallo (a cura di), Identità personale. Un dibattito aperto, Napoli
2001).

Salvatore Natoli insegna Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Milano Bicocca. Tra le sue pubblicazioni: Ermeneutica e genealogia. Filosofia e metodo in Nietzsche, Heidegger, Foucault (Milano 1981), L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale (Milano 1986), Il soggetto e il fondamento (Milano 1996), La felicità (Milano 1996).

Carlo Sini, accademico dei Lincei, insegna Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Milano. La sua ricerca è di orientamento fenomenologico. Tra le sue pubblicazioni: Semiotica e filosofia (Bologna 1978), Passare il segno (Milano 1981), Filosofia e scrittura (Roma-Bari 1994), Teoria e pratica del foglio-mondo (Roma-Bari 1997), Idoli della conoscenza (Milano 2000).

Gianni Vattimo, allievo di Pareyson, ha compiuto i suoi studi a Torino. Ha poi proseguito a Heidelberg con Gadamer, che ha fatto conoscere in Italia curando la pubblicazione di Verità e metodo. Attualmente insegna Filosofia teoretica all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Essere, storia e linguaggio in Heidegger (Genova 1989, ed. or. 1963), Schleiermacher, filosofo dell’interpretazione (Milano 1968), Introduzione a Heidegger (Bari 1982, ed. or. 1971), Il soggetto e la maschera (Milano 1974), Le avventure della differenza (Milano 1980), Il pensiero debole (a cura di, Milano 1983), La fine della modernità (Milano 1985), Introduzione a Nietzsche (Bari 1986), Oltre l’interpretazione (Roma-Bari 1994), Credere di credere (Milano 1996), Vocazione e responsabilità del filosofo (Genova 2000).

Vincenzo Vitiello insegna Filosofia teoretica all’Università degli studi di Salerno. Si è occupato soprattutto di Hegel e Heidegger. Tra le sue pubblicazioni: Heidegger. Il nulla e la fondazione della storicità (Urbino 1967), Ethos ed eros in Hegel e Kant (Napoli 1984), La favola di Cadmo, La storia tra scienza e mito da Blumenberg a Vico (Roma-Bari 1998), Il Dio possibile. Esperienze di cristianesimo (Roma 2002), Hegel in Italia. Dalla storia alla logica (Milano 2003).

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