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Cedroni, Lorella, Chiantera-Stutte, Patricia (a cura di), Questioni di Biopolitica.
Roma, Bulzoni, 2003, pp. 176, € 14,00.

 

Recensione di Vincenzo Pavone - 13/04/2004

 

Etica (bioetica), Filosofia politica

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Comincia con un’inquietante domanda questo interessante volume. La biopolitica, afferma Agnes Heller nel primo contributo, è davvero politica? È politica nel senso arendtiano, politica come discorso pubblico dove tutti possono contribuire? Il discorso biopolitico si distingue perché in esso le questioni biologiche diventano questioni cruciali nell’agenda politica e, allo stesso tempo, la politica ne è condizionata al punto che essa sembra essere costretta ad allontanarsi dalle questioni socio-economiche e dalla ricerca del bene pubblico.
Heller, in una analisi lucida e incalzante, riprende le suggestioni di Arendt sulla natura della politica e vi accosta, per confronto, le nuove ambizioni delle politics of identity, delle politiche basate sull’identità etnica, sessuale o biologica. Se da un lato per Arendt il vero senso della politica non poteva risolversi in questioni di natura puramente economica e finanziaria, dall’altro sono proprio queste ultime questioni a essere oscurate dall’agenda del discorso biopolitico che prepotentemente sembra avviarsi a monopolizzare il dibattito politico su una base di posizioni e principi non negoziabili. Il discorso biopolitico, sia esso di identità, etnia o semplicemente di salute fisica, si presenta con un linguaggio scientifico, reclama una legittimità scientifica, è incentrato sulla pretesa di verità e di certezza e tende a dividere l’arena politica in noi e loro, amici e nemici, sulla base di criteri di appartenenza biologica che non lasciano spazio al dialogo, al dibattito aperto, alla responsabilità Anzi, continua Heller, il discorso biopolitico è caratterizzato da un modo di rifiutare un argomento che è totalitario perché basato sulla valutazione delle posizione altrui non sulla base delle loro argomentazioni ma sulla base della loro identità biologica. Il discorso biopolitico si rivela allora potenzialmente pericoloso, per la democrazia e per la libertà, appunto perché altera il concetto di politica mentre ne occupa l’agenda. La politica condizionata da questioni biologiche, ci avverte Heller, è una politica che perde completamente quelle caratteristiche immaginate e desiderate da Arendt. Per questa ragione, Heller conclude, sarebbe forse più opportuno politicizzare quelle questioni socio-economiche che la biopolitica minaccia più da vicino e che pure Arendt considerava estranee alla politica vera e propria.
Con questa arguta e provocatoria riflessione il dibattito si può considerare aperto nel migliore dei modi. Il libro rappresenta un importante contributo in un dibattito che sino a oggi, con alcune notevoli eccezioni, ha volutamente ignorato l’esistenza di una realtà emergente propriamente biopolitica, relegandola di volta in volta o nell’immenso calderone delle più spinose questioni di bioetica o nel semplicistico e riduttivo tentativo di disciplina normativa della giurisprudenza. Il più grande merito di questo volume, oltre agli innumerevoli interrogativi che riesce a sollevare, è quello di dare vita e definizione a una realtà esistente ma ignorata. Le questioni sollevate dal progresso della biotecnologia, della biomedicina e dell’ingegneria genetica hanno una valenza eminentemente politica che non può e non deve essere trascurata.
I vari contributi trattano argomenti diversi rispecchiando fedelmente l’ampia varietà delle questioni legate alla biopolitica. La biopolitica è innanzitutto biopotere, in senso foucaultiano. Il potere di assicurare (o negare) la vita. La biopolitica, ci avverte Cedroni, nella sua estensione di biopotere sembra ormai essere giunta alla tentazione di assumere sotto il proprio controllo politico la nuda vita, la dimensione biologica dell’animale uomo, sino all’estremo sogno di creare, modificare e gestire la stessa identità biologica dell’individuo. E in questa estrema evoluzione l’uomo, l’individuo umano, viene ridotto a entità biologica di cui disporre in maniera neutrale, negandogli o concedendogli la vita senza alcun riferimento al fatto che l’individuo stesso possa essere titolare di alcuni diritti fondamentali come il diritto alla vita.
Vita come pura esistenza biologica, declassamento dell’uomo e libero esercizio del biopotere non possono che ricondurre l’analisi a un fenomeno estremo come quello dei campi di sterminio nazisti. In quest’ultimi, la biopolitica si presenta nella sua forma più completa, radicale, feroce. L’elemento biologico stesso, la presunta appartenenza razziale, diventa criterio di vita o di morte. La biopolitica porta al centro del dibattito politico la questione biologica, della vita, dell’essere altro, della dicotomia amico/nemico. Nel contributo di Chiantera-Stutte, le implicazioni totalitarie della biopolitica applicata ai campi di sterminio vengono analizzate anche in relazione all’eredità giunta sino ai giorni nostri. Nei campi, precisa Chiantera-Stutte , il biopotere giunse al punto di dimostrare la possibilità di eliminare l’umanità dell’individuo, la sua anima, senza ricorrere all’eliminazione fisica. L’uomo era dunque ridotto alla sua animalità, alla sua dimensione biologica che, potendo essere valutata scientificamente, senza cioè entrare nel campo della morale, ne legittimava una eventuale eliminazione. L’eugenetica nazista si basava, infatti, sul principio che esistesse una forma di vita che, non essendo degna di essere vissuta, poteva essere obiettivamente eliminata. La visione eugenetica non è affatto tramontata con la caduta del regime nazista. Anzi, proprio negli ultimi anni ha ricevuto nuovo slancio, animata dal progresso della biotecnologia e dalla diffusione di un determinismo genetico che attribuisce tutte le responsabilità dell’uomo, compresa quella morale e politica, al patrimonio dei geni.
Ma il discorso biopolitico non si limita alla discriminazione e all’eugenetica. Il determinismo biologico, elemento essenziale di alcuni discorsi biopolitici, fa sentire i suoi effetti anche nel mito della clonazione. Christian Wehlte mostra con chiarezza e lucida argomentazione come il sogno della clonazione si basi sulla falsa credenza che attribuisce a un essere geneticamente identico a un altro anche un’identica individualità. Ma se l’individualità non è clonabile, perché unicamente determinata dalla storia socio-biografica di un individuo, allora la clonazione umana non sarebbe ammissibile perché costituirebbe una inconcepibile estensione di potere di un uomo su un altro uomo, geneticamente uguale ma moralmente distinto. Wehlte individua e critica attentamente anche un’argomentazione tipica del discorso biopolitico, cioè l’idea che l’uomo abbia dei diritti (di salute, di intelligenza, di bellezza) nei confronti della natura e che pertanto abbia il diritto di migliorare certi aspetti del suo sé biologico che non si configurano come accettabili. Ma la natura non è un soggetto, né umano né giuridico, verso cui accampare diritti. Semmai un tale diritto si potrebbe far valere verso la società: non è la natura a essere ingiusta, ma l’incapacità della società ad accettare la malattia senza farne oggetto di discriminazione.
A queste insidie del discorso biopolitico si può e si deve contrapporre anche la filosofia. Non tanto nel tentativo di trovare risposte quanto nella necessità di porre domande, di individuare problemi, di evidenziare dilemmi. Anche perché, si preoccupa Vihaly, c’è il serio rischio che la biopolitica trasformi la filosofia da ancilla theologiae ad ancilla scientiae.
In conclusione, questo piccolo ma ricco volume rappresenta un serio tentativo di esplorare la sfuggente vastità di un’area di ricerca che si situa tra biologia e politica e che, a causa del suo rapporto di prossimità con le esperienze nazifasciste, era stata a lungo trascurata. Ma il volume non si limita ad analizzare con lucidità In esso si scorge anche il tentativo coraggioso e, al tempo stesso, umile di immaginare nuove strade, di proporre possibile alternative, di animare un dibattito e di aiutare la nostra società a non abbassare la guardia verso ciò che, da un punto di vista politico, rappresenta un rischio serio per la democrazia e la libertà. La politica, ci troviamo d’accordo con Heller, dovrebbe essere il luogo in cui tutti gli individui, a prescindere dalle loro condizioni di appartenenza biologica, etnica o sessuale, possano contribuire liberamente ad un dibattito sempre aperto. La biopolitica è il tentativo di negare questa politica, di assumere l’elemento biologico come principio essenziale dell’agire politico e di ridurre l’agenda politica alle questioni ad esso connesse, per poi imporre determinate posizioni o categorie, legittimandole con la scienza e i discorsi a essa legati. Il rischio di una deriva totalitaria è reale e questo contributo ci aiuta a conoscerlo nel suo vero volto, nelle sue più inquietanti sfaccettature, ci aiuta a valutarlo meglio. Non solo questo: ci aiuta anche a rivalutare il senso profondo della politica, del dialogo e della responsabilità di fronte a un crescente desiderio di rifiuto della politica, del dibattito, a una crescente de-responsabilizzazione di fronte alle lusinghe di scienza e mercato. Perché, se non è auspicabile che la biologia affermi il suo primato sulla politica, è necessario che la politica non si lasci mettere ai margini, non ceda la propria agenda a chi divide per categorie biologiche. È necessario che la politica riaffermi la sua unicità, la sua autonomia, il suo campo d’azione e le sue regole anche e soprattutto nei confronti della biologia, della scienza e di tutte quelle teorie sociali e politiche che a esse si rifanno e da esse traggono legittimazione.

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Prefazione
La Biopolitica ha davvero cambiato il concetto di “politico”? Riflessioni sulla Biopolitica di A. Heller
Biopolitica e biopotere di L. Cedroni
Barbarie moderna: un microstato di natura di C. Offe
La distopia politica: la rappresentazione della comunità nelle strategie biopolitiche del Terzo Reich di P. Chiantera-Stutte
Dalla bioetica alla bioeconomia. Considerazioni sulla trasformazione della relazione col sé e con gli altri nell’epoca della rivoluzione genetica di C. Wehlte
Perché proprio i filosofi? di V. Mihàly
Vivere o solo sopravvivere? di Z. Barman
La biopolitica del lavoro di A. Rabinbach
Appendice - Biopolitica e modernità, in dialogo con Agnes Heller
Indice dei nomi

torna all'inizioI curatori

Lorella Cedroni è ricercatrice di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Tra le sue pubblicazioni: Il linguaggio politico (con T. Dell’Era, Roma 2002); Partiti politici e gruppi di pressione (Roma 2000); Politica ed affetti familiari (con M. Calloni, Milano 1997); Il lessico della rappresentanza politica (Soneria Mannelli (CZ) 1996).

Patricia Chiantera-Stutte è ricercatrice di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Bari. Tra le sue pubblicazioni: Von der Avantgarde zum Traditionanalismus. Die radikalen Futuristen im Italienischen Faschismus von 1919 bis 1933 (Frankfurt 2002); J. Evola. Dal Dadaismo alla rivoluzione conservatrice (Roma 2001); L’autonomia intellettuale e la politica (Napoli 1998).

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