Etica (bioetica), Filosofia politica
Comincia con un’inquietante domanda questo interessante volume. La biopolitica,
afferma Agnes Heller nel primo contributo, è davvero politica? È
politica nel senso arendtiano, politica come discorso pubblico dove tutti
possono contribuire? Il discorso biopolitico si distingue perché in
esso le questioni biologiche diventano questioni cruciali nell’agenda politica
e, allo stesso tempo, la politica ne è condizionata al punto che essa
sembra essere costretta ad allontanarsi dalle questioni socio-economiche e
dalla ricerca del bene pubblico.
Heller, in una analisi lucida e incalzante, riprende le suggestioni di Arendt
sulla natura della politica e vi accosta, per confronto, le nuove ambizioni
delle politics of identity, delle politiche basate sull’identità etnica,
sessuale o biologica. Se da un lato per Arendt il vero senso della politica
non poteva risolversi in questioni di natura puramente economica e finanziaria,
dall’altro sono proprio queste ultime questioni a essere oscurate dall’agenda
del discorso biopolitico che prepotentemente sembra avviarsi a monopolizzare
il dibattito politico su una base di posizioni e principi non negoziabili.
Il discorso biopolitico, sia esso di identità, etnia o semplicemente
di salute fisica, si presenta con un linguaggio scientifico, reclama una legittimità
scientifica, è incentrato sulla pretesa di verità e di certezza
e tende a dividere l’arena politica in noi e loro, amici e nemici, sulla base
di criteri di appartenenza biologica che non lasciano spazio al dialogo, al
dibattito aperto, alla responsabilità Anzi, continua Heller, il discorso
biopolitico è caratterizzato da un modo di rifiutare un argomento che
è totalitario perché basato sulla valutazione delle posizione
altrui non sulla base delle loro argomentazioni ma sulla base della loro identità
biologica. Il discorso biopolitico si rivela allora potenzialmente pericoloso,
per la democrazia e per la libertà, appunto perché altera il
concetto di politica mentre ne occupa l’agenda. La politica condizionata da
questioni biologiche, ci avverte Heller, è una politica che perde completamente
quelle caratteristiche immaginate e desiderate da Arendt. Per questa ragione,
Heller conclude, sarebbe forse più opportuno politicizzare quelle questioni
socio-economiche che la biopolitica minaccia più da vicino e che pure
Arendt considerava estranee alla politica vera e propria.
Con questa arguta e provocatoria riflessione il dibattito si può considerare
aperto nel migliore dei modi. Il libro rappresenta un importante contributo
in un dibattito che sino a oggi, con alcune notevoli eccezioni, ha volutamente
ignorato l’esistenza di una realtà emergente propriamente biopolitica,
relegandola di volta in volta o nell’immenso calderone delle più spinose
questioni di bioetica o nel semplicistico e riduttivo tentativo di disciplina
normativa della giurisprudenza. Il più grande merito di questo volume,
oltre agli innumerevoli interrogativi che riesce a sollevare, è quello
di dare vita e definizione a una realtà esistente ma ignorata. Le questioni
sollevate dal progresso della biotecnologia, della biomedicina e dell’ingegneria
genetica hanno una valenza eminentemente politica che non può e non
deve essere trascurata.
I vari contributi trattano argomenti diversi rispecchiando fedelmente l’ampia
varietà delle questioni legate alla biopolitica. La biopolitica è
innanzitutto biopotere, in senso foucaultiano. Il potere di assicurare (o
negare) la vita. La biopolitica, ci avverte Cedroni, nella sua estensione
di biopotere sembra ormai essere giunta alla tentazione di assumere sotto
il proprio controllo politico la nuda vita, la dimensione biologica dell’animale
uomo, sino all’estremo sogno di creare, modificare e gestire la stessa identità
biologica dell’individuo. E in questa estrema evoluzione l’uomo, l’individuo
umano, viene ridotto a entità biologica di cui disporre in maniera
neutrale, negandogli o concedendogli la vita senza alcun riferimento al fatto
che l’individuo stesso possa essere titolare di alcuni diritti fondamentali
come il diritto alla vita.
Vita come pura esistenza biologica, declassamento dell’uomo e libero esercizio
del biopotere non possono che ricondurre l’analisi a un fenomeno estremo come
quello dei campi di sterminio nazisti. In quest’ultimi, la biopolitica si
presenta nella sua forma più completa, radicale, feroce. L’elemento
biologico stesso, la presunta appartenenza razziale, diventa criterio di vita
o di morte. La biopolitica porta al centro del dibattito politico la questione
biologica, della vita, dell’essere altro, della dicotomia amico/nemico. Nel
contributo di Chiantera-Stutte, le implicazioni totalitarie della biopolitica
applicata ai campi di sterminio vengono analizzate anche in relazione all’eredità
giunta sino ai giorni nostri. Nei campi, precisa Chiantera-Stutte , il biopotere
giunse al punto di dimostrare la possibilità di eliminare l’umanità
dell’individuo, la sua anima, senza ricorrere all’eliminazione fisica. L’uomo
era dunque ridotto alla sua animalità, alla sua dimensione biologica
che, potendo essere valutata scientificamente, senza cioè entrare nel
campo della morale, ne legittimava una eventuale eliminazione. L’eugenetica
nazista si basava, infatti, sul principio che esistesse una forma di vita
che, non essendo degna di essere vissuta, poteva essere obiettivamente eliminata.
La visione eugenetica non è affatto tramontata con la caduta del regime
nazista. Anzi, proprio negli ultimi anni ha ricevuto nuovo slancio, animata
dal progresso della biotecnologia e dalla diffusione di un determinismo genetico
che attribuisce tutte le responsabilità dell’uomo, compresa quella
morale e politica, al patrimonio dei geni.
Ma il discorso biopolitico non si limita alla discriminazione e all’eugenetica.
Il determinismo biologico, elemento essenziale di alcuni discorsi biopolitici,
fa sentire i suoi effetti anche nel mito della clonazione. Christian Wehlte
mostra con chiarezza e lucida argomentazione come il sogno della clonazione
si basi sulla falsa credenza che attribuisce a un essere geneticamente identico
a un altro anche un’identica individualità. Ma se l’individualità
non è clonabile, perché unicamente determinata dalla storia
socio-biografica di un individuo, allora la clonazione umana non sarebbe ammissibile
perché costituirebbe una inconcepibile estensione di potere di un uomo
su un altro uomo, geneticamente uguale ma moralmente distinto. Wehlte individua
e critica attentamente anche un’argomentazione tipica del discorso biopolitico,
cioè l’idea che l’uomo abbia dei diritti (di salute, di intelligenza,
di bellezza) nei confronti della natura e che pertanto abbia il diritto di
migliorare certi aspetti del suo sé biologico che non si configurano
come accettabili. Ma la natura non è un soggetto, né umano né
giuridico, verso cui accampare diritti. Semmai un tale diritto si potrebbe
far valere verso la società: non è la natura a essere ingiusta,
ma l’incapacità della società ad accettare la malattia senza
farne oggetto di discriminazione.
A queste insidie del discorso biopolitico si può e si deve contrapporre
anche la filosofia. Non tanto nel tentativo di trovare risposte quanto nella
necessità di porre domande, di individuare problemi, di evidenziare
dilemmi. Anche perché, si preoccupa Vihaly, c’è il serio rischio
che la biopolitica trasformi la filosofia da ancilla theologiae ad ancilla
scientiae.
In conclusione, questo piccolo ma ricco volume rappresenta un serio tentativo
di esplorare la sfuggente vastità di un’area di ricerca che si situa
tra biologia e politica e che, a causa del suo rapporto di prossimità
con le esperienze nazifasciste, era stata a lungo trascurata. Ma il volume
non si limita ad analizzare con lucidità In esso si scorge anche il
tentativo coraggioso e, al tempo stesso, umile di immaginare nuove strade,
di proporre possibile alternative, di animare un dibattito e di aiutare la
nostra società a non abbassare la guardia verso ciò che, da
un punto di vista politico, rappresenta un rischio serio per la democrazia
e la libertà. La politica, ci troviamo d’accordo con Heller, dovrebbe
essere il luogo in cui tutti gli individui, a prescindere dalle loro condizioni
di appartenenza biologica, etnica o sessuale, possano contribuire liberamente
ad un dibattito sempre aperto. La biopolitica è il tentativo di negare
questa politica, di assumere l’elemento biologico come principio essenziale
dell’agire politico e di ridurre l’agenda politica alle questioni ad esso
connesse, per poi imporre determinate posizioni o categorie, legittimandole
con la scienza e i discorsi a essa legati. Il rischio di una deriva totalitaria
è reale e questo contributo ci aiuta a conoscerlo nel suo vero volto,
nelle sue più inquietanti sfaccettature, ci aiuta a valutarlo meglio.
Non solo questo: ci aiuta anche a rivalutare il senso profondo della politica,
del dialogo e della responsabilità di fronte a un crescente desiderio
di rifiuto della politica, del dibattito, a una crescente de-responsabilizzazione
di fronte alle lusinghe di scienza e mercato. Perché, se non è
auspicabile che la biologia affermi il suo primato sulla politica, è
necessario che la politica non si lasci mettere ai margini, non ceda la propria
agenda a chi divide per categorie biologiche. È necessario che la politica
riaffermi la sua unicità, la sua autonomia, il suo campo d’azione e
le sue regole anche e soprattutto nei confronti della biologia, della scienza
e di tutte quelle teorie sociali e politiche che a esse si rifanno e da esse
traggono legittimazione.
Prefazione
La Biopolitica ha davvero cambiato il concetto di “politico”? Riflessioni
sulla Biopolitica di A. Heller
Biopolitica e biopotere di L. Cedroni
Barbarie moderna: un microstato di natura di C. Offe
La distopia politica: la rappresentazione della comunità nelle
strategie biopolitiche del Terzo Reich di P. Chiantera-Stutte
Dalla bioetica alla bioeconomia. Considerazioni sulla trasformazione della
relazione col sé e con gli altri nell’epoca della rivoluzione genetica
di C. Wehlte
Perché proprio i filosofi? di V. Mihàly
Vivere o solo sopravvivere? di Z. Barman
La biopolitica del lavoro di A. Rabinbach
Appendice - Biopolitica e modernità, in dialogo con Agnes Heller
Indice dei nomi
Lorella Cedroni è ricercatrice di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Tra le sue pubblicazioni: Il linguaggio politico (con T. Dell’Era, Roma 2002); Partiti politici e gruppi di pressione (Roma 2000); Politica ed affetti familiari (con M. Calloni, Milano 1997); Il lessico della rappresentanza politica (Soneria Mannelli (CZ) 1996).
Patricia Chiantera-Stutte è ricercatrice di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Bari. Tra le sue pubblicazioni: Von der Avantgarde zum Traditionanalismus. Die radikalen Futuristen im Italienischen Faschismus von 1919 bis 1933 (Frankfurt 2002); J. Evola. Dal Dadaismo alla rivoluzione conservatrice (Roma 2001); L’autonomia intellettuale e la politica (Napoli 1998).