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Bolter, Jay David, Grusin, Richard, Remediation. Competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, a cura di Alberto Marinelli.
Trad. it. di Benedetta Gennato, Milano, Guerini e Associati, 2002, pp. 315, € 22,50, ISBN 88-8335-474-5.

[Ed. or.: Remediation. Understanding New Media, The MIT Press, Cambridge (MA) 1999]

 

Recensione di Antonio Tursi - 28/12/2003

 

Sociologia (comunicazione) (postmoderno) (tecnica)

Indice - Gli autori - Links

L’incarico

Jay David Bolter e Richard Grusin prendono in carico la tesi che Marshall McLuhan ha espresso già nel 1964 in Gli strumenti del comunicare: “Il ‘contenuto’ di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della scrittura è il discorso, così come la parola scritta è il contenuto della stampa e la stampa quello del telegrafo” (Milano 1999, p. 16). I due autori rivedono, attualizzano e applicano questa intuizione alla luce dello scenario mediale contemporaneo, caratterizzato dalle tecnologie digitali di rete. Questo incarico è importante e pregnante, merita quindi un’attenta considerazione la risposta che il testo offre alla domanda: qual è il ‘contenuto’ dei media digitali?
Porre però da subito questo interrogativo e proporre appresso la risposta di Bolter e Grusin vorrebbe dire precludersi la possibilità di comprendere in profondità la loro visione mediologica. La qual cosa impone invece che il farsi carico del pensiero di McLuhan sia mostrato in tutta la sua ampiezza. Occorre quindi dire del determinismo tecnologico imputato al massmediologo canadese, cosa che gli autori del testo già fanno, e dell’andamento del pensiero mcluhaniano (altri direbbero: della sua logica).
Con l’accusa di determinismo tecnologico (sul quale molti hanno scritto e per il quale si rimanda a Denis McQuail, Sociologia dei media, Bologna, 1986 e Patrice Flichy, L’innovazione tecnologica. Le teorie dell’innovazione di fronte alla rivoluzione digitale, Milano, 1996, oltre che a Raymond Williams, Televisione. Tecnologia e forma culturale, Roma, 2000, discusso nel testo di Bolter e Grusin) si sottolinea come una teoria mediologica legga l’invenzione e l’applicazione delle tecnologie di comunicazione, dotate di una loro “forma” intrinseca, come determinanti il cambiamento sociale. Oltre alla linearità unidirezionale, è proprio la “forma” intrinseca ad attirare le critiche più severe: esiste davvero, ci si domanda, un’essenza pura del medium, incontaminata dal processo storico-sociale? Bolter e Grusin, seppur con qualche titubanza (cfr. in particolare pp. 107-108 e 219), colgono come in McLuhan tale determinismo non sia così determinante e come, quindi, l’accusa non debba inibire una ricezione del suo pensiero. Così dal rinvenire complicate relazioni tra media, e non semplicismo deterministico, in McLuhan al “considerare gli agenti sociali e le forme tecnologiche come due facce della stessa medaglia: quindi esplorare le tecnologie digitali come ibridi derivanti dalla combinazione di elementi tecnici, materiali, sociali ed economici” (p. 108), il passo è breve ed estremamente fecondo. Nel concetto di ibridazione, ripreso da Bruno Latour, si trova a nostro avviso il fondamento di validità di Remediation: un medium non è affatto l’ultimo gadget tecnologico, ma un network formato da attori sociali, oggetti tecnologici, dinamiche dell’ambiente globale. Tale network presenta al proprio interno relazioni circolari tra i suoi elementi: “Benché sia vero che le qualità formali di un medium riflettono i significati sociali e culturali ad esse associate, è ugualmente vero che questi aspetti sociali ed economici riflettono, a loro volta, le qualità tecniche e formali” (p. 96).
Il concetto di ibridazione viene, non a caso, discusso nell’ambito di un confronto con il pensiero postmoderno (Jacques Derrida, Fredric Jameson, oltre allo stesso Latour) nel quale di rigore rientra il lascito di McLuhan e vi rientra non solo per il messaggio, ma per il mezzo. Il pensiero di McLuhan è, infatti, irriducibile alla formalizzazione teorica propria dei sistemi filosofici moderni, è un pensiero di frammenti (cfr. Derrick de Kerkhove, “Techniques d’intuition” in Id. e Amilcare Iannucci (a cura di), McLuhan e la metamorfosi dell’uomo, Roma, 1984 e Elena Lamberti, Marshall McLuhan. Tra letteratura, arte e media, Milano, 2000). Esso segue, a discapito dei riduzionismi e semplicismi a cui viene sottoposto - per esempio, media caldi/media freddi -, un andamento complesso, non dialettico, legato al tentativo di preservare la presenza di contrari, senza imporre alcuna sintesi. Proprio in questo elemento si deve cogliere l’incarico più gravoso che Bolter e Grusin si assumono: riuscire, con McLuhan, a non appiattire il concetto di rimediazione su quello hegeliano di Aufhebung (cfr. p. 82, n. 3). Osservare lo scenario mediale nell’attuale contesto storico in tutta la sua ricchezza, senza negare e superare il passato: logiche diverse che convivono senza pretese di dominio. E, su questa scorta, molto opportunamente, Bolter e Grusin considerano non solo lo scenario attuale, per interpretare il quale ci offrono il loro testo, ma tutta l’avventura moderna sin dal Rinascimento, individuando non una ma due modernità mediali: una dominante e magnificente e l’altra, invece, molto spesso nascosta ma pur sempre viva. Seguendo queste due linee, gli autori ricercano e tracciano una genealogia dei media digitali, la qual cosa si pone contro tutta una retorica della rivoluzione digitale spesso corrosa da profondo determinismo e da non dichiarate valenze ideologiche. Questa presa di posizione ‘politica’ di Bolter e Grusin è tanto più valida in quanto espressa nel 1999 e cioè in pieno splendore della new economy. Ecco, proprio l’ideologia del nuovo, Bolter e Grusin evitano.

L’offerta

Quella che ci è offerta è un’interpretazione complessiva dei media vecchi e nuovi imperniata sul concetto di rimediazione, sulla “rappresentazione di un medium all’interno di un altro” (p. 73). Da cui la definizione: “Un medium è ciò che rimedia” (p. 94), che si presta a una triplice lettura: la si può leggere come: “un medium è quel qualcosa che ri-media” oppure come: “Un medium è l’insieme delle cose che esso rimedia” o, infine, come: “il medium è il rimedio”. Nel primo caso, si pone l’accento sul fatto che “ogni atto di mediazione dipende da altri atti di mediazione. I media operano attraverso un continuo processo di commento, riproduzione e sostituzione reciproca; e questo processo è inerente ai media stessi. I mezzi di comunicazione hanno bisogno l’uno dell’altro per poter funzionare” (p.82). Nel secondo caso, l’accento è posto sulla cosità dei media: i media come oggetti reali presenti nel mondo. “La mediazione è la rimediazione della realtà perché i media stessi sono reali e perché l’esperienza dei media è il soggetto della rimediazione” (p.88). Infine, nel terzo caso si riprende il latino redemeri, “curare”, per affermare che “ogni nuovo medium trova una sua legittimazione perché riempie un vuoto o corregge un errore compiuto dal suo predecessore, perché realizza una promessa non mantenuta dal medium che lo ha preceduto” (p. 89). In virtù del secondo, il terzo caso dice anche che i media sono ciò che riforma il reale.
La mediazione-rimediazione dei media è caratteristica costante di tutta quell’avventura di cui si è detto, ma essa raggiunge un livello del tutto peculiare con i media digitali. Questi legano in un network indissolubile tutta la tastiera mediale disponibile (dalla stampa alla televisione) e tutte le dinamiche sociali ed economiche riscontrabili. I media digitali comportano, soprattutto, il cortocircuito tra le due logiche che lungo tutta la modernità sono state assai poco commensurabili, nel senso che prima d’ora hanno caratterizzato, in modo abbastanza univoco, un medium anziché un altro.
Bolter e Grusin parlano di “doppia logica della rimediazione”, proponendo da un lato la logica dell’immediatezza e dall’altro quella dell’ipermediazione. Con immediatezza gli autori caratterizzano quelle convinzioni e quelle pratiche mediali accomunate dalla “convinzione che esista un punto di contatto tra il medium e ciò che viene rappresentato” (p. 55). In questo senso, la prospettiva di Leon Battista Alberti è il paradigma mediale della logica dell’immediatezza: attraverso (item) la finestra definita dalla cornice si può guardare la realtà, quale essa è; l’unica condizione posta è che non si guardi la cornice o, detto altrimenti, che l’operazione artistica sia fedele, nel senso di discreta, imitatrice (se non emendatrice, come pretenderà Giorgio Vasari) della natura. “Se la logica dell’immediatezza porta a cancellare o a rendere automatico l’atto di rappresentazione, la logica dell’ipermediazione riconosce l’esistenza di atti di rappresentazione multipli e li rende visibili” (p. 59). L’ipermediazione ci spinge a guardare la cornice e l’atto di mediazione, non pretendendo di soddisfare il nostro desiderio di immediatezza, ma cercando di “riprodurre la ricchezza sensoriale dell’esperienza umana” (ibid.). Va detto, anche, che entrambe le logiche si declinano sia in un senso epistemologico che in uno psicologico: così se immediatezza significa trasparenza e autenticità dell’esperienza (della realtà reale), ipermediazione significa opacità e, ancora una volta, autenticità dell’esperienza (della realtà mediale).
Con i media digitali, le due logiche agiscono e reagiscono contemporaneamente e di conseguenza “la cultura contemporanea vuole allo stesso tempo moltiplicare i propri media ed eliminare ogni traccia di mediazione: idealmente, vorrebbe cancellare i propri media nel momento stesso in cui li moltiplica” (p. 29).
La rimediazione, caratteristica pregnante dell’attuale configurazione mediale, oltre a cercare di lasciar-stare-insieme-dinanzi immediatezza e ipermediazione, segna, come accennato in precedenza, una dinamica di competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi. Anche su questo punto Remediation tenta di sviluppare una logica non moderna, cioè non lineare. Infatti, rispetto ai declamatori di sorti magnifiche e progressive che vorrebbero far comprendere l’emergere di nuovi media come l’atto di morte dei media precedenti, Bolter e Grusin propongono una dinamica complessa al punto da contenere al proprio interno la rimediazione dei vecchi media da parte dei nuovi, così come la rimediazione dei nuovi da parte dei vecchi. “La rimediazione opera in entrambe le direzioni: gli utenti dei vecchi media come film e televisione possono cercare di appropriarsi e rimodellare la grafica computerizzata, così come gli artisti di grafica digitale possono rimodellare cinema e televisione” (p. 76). Questa dinamica di integrazione e competizione è possibile in virtù della impurità dei media, sempre legati a contesti mediali e più generalmente sociali e mai trascendenti rispetto ad essi.
Pare dunque che con la loro proposta, Bolter e Grusin si siano sino in fondo fatti carico del lascito mcluhaniano, individuando il ‘contenuto’ dei nuovi media digitali nei media precedenti, comprendendo i media come ibridazioni di più elementi, proponendo logiche e dinamiche non lineari e tese alla sintesi. Eppure qualcosa non quadra. Immediatezza, ipermediazione e rimediazione troppo da vicino richiamano la triade tesi, antitesi e sintesi per non destare qualche sospetto che richieda di indugiare ulteriormente su questo scritto. McLuhan in effetti era legato ad una tradizione della tetrade e non della triade, una tradizione della grammatica, e quindi dell’esegesi, e non della dialettica (cfr. Marshall e Eric McLuhan, La legge dei media. La nuova scienza, Roma, 1994). Il sospetto è quello che, per quanto si sforzino in senso contrario, Bolter e Grusin alla fine giungano alla loro opzione di lettura privilegiata, che tende a ipostatizzarsi come chiave interpretativa unica. Se il sospetto risultasse fondato, si dovrebbe poter osservare all’interno di Remediation l’emergere di una tesi (e non due) che si fa sintesi. A nostro avviso ciò, in realtà, si verifica: immediatezza e ipermediazione tendono, infatti, entrambe ad una autenticità dell’esperienza. La rimediazione non riesce a salvare il fascino dei media propria dell’ipermediazione ma lo piega verso una immediatezza di nuova (ma neanche tanto, come si dirà) specie, un’immediatezza che è una sorta di sublimazione dell’immediatezza trasparente. Il ritmo di conseguenza risulta essere il seguente: il desiderio di immediatezza trasparente (tesi) che nell’impatto con la natura mediale si scopre utopica nella sua purezza (antitesi) e, di conseguenza, si comprende ad un livello più alto come autenticità dell’esperienza (sintesi). Se questo è, resta da capire perché lo è. Cosa fa difetto nella costruzione di Bolter e Grusin? E quali sono le conseguenze di questo difetto?

Reverse

Cerchiamo di rispondere a questi interrogativi prendendo spunto da un esempio tra i tanti che gli autori propongono. In realtà, non si tratta di uno tra i tanti, ma di quello al quale gli autori sono particolarmente attenti e affezionati, considerandolo paradigmatico di tutte le restanti applicazioni del digitale. Si tratta della realtà virtuale (in seguito RV), la figlia più nobile della prospettiva dell’Alberti e ciò sia perché rimedia il punto di vista fisso proprio dei dipinti rinascimentali, offrendo un punto di vista mobile, sia perché punta, se non ottiene, alla trasparenza completa, quella nella quale il medium scompare e lo spettatore entra nel quadro. Per ottenere questa immediatezza offre sia immersione tridimensionale sia possibilità di interazione. Tra prospettiva e RV, il trait d’union è il cinema con il suo stile in soggettiva. La RV può quindi soddisfare il desiderio di immediatezza dominante lungo la modernità, ma mai appagato da nessun’altra tecnologia della visione.
Ora già alcuni degli elementi che si sono appena richiamati (immersione e interazione) avrebbero dovuto fa riflettere Bolter e Grusin sul fatto che la RV non è affatto una tecnologia della visione, bensì del tatto. Questo significa che essa è l’esatto contrario della prospettiva rinascimentale: mentre in quest’ultima si struttura spazialmente l’alfabeto, nella prima trova espressione compiuta l’elettricità. “RV e 3-D mettono la rappresentazione visiva al servizio di un’esperienza tattile totalmente accerchiante” (Derrick de Kerckhove, L’architettura dell’intelligenza, Torino, 2001, p. 47). Bolter e Grusin, in verità, parlano del tatto, ma ne parlano in mezza pagina e per dire che “è difficile da integrare nell’ambiente virtuale” (p. 288): essi dimostrano in questo modo di non aver affatto compreso l’importanza e la consistenza della tattilità. Ciò inficia tutto il loro schema interpretativo della storia mediale dell’occidente: la logica dell’ipermediazione sta insieme a quella dell’immediatezza senza lasciarsi ridurre a questa, poiché la prima risponde al tatto, mentre la seconda alla vista. Tutta la presa in carico di McLuhan trova qui il suo limite, quando cioè si tratta di giungere al fondo radicale del suo detto, Bolter e Grusin si arrestano. Che la tattilità non sia esclusiva dei media digitali, ma che se ne debba tracciare una genealogia è istanza valida, anzi, il desiderio di contatto, che trova nell’elettricità espressione, può essere addirittura rintracciato in tempi pre-elettrici. Che l’elettricità non rappresenti una novità radicale rispetto alle tecnologie alfabetiche è posizione che non emerge affatto dal testo di cui discutiamo.
Che Bolter e Grusin si arrestino di fronte alle conseguenze radicali del messaggio mcluhaniano è provato dalla loro interpretazione del soggetto contemporaneo. In particolare, il paragrafo “La dissoluzione dell’Io cartesiano”, non mantiene la promessa contenuta nel suo titolo. Se gli autori infatti descrivono la RV come “una tecnologia che ha il potere di ribaltare completamente il pensiero di Cartesio” (p. 285), essi scrivono anche che “la realtà virtuale contiene dunque la contraddizione di essere allo stesso tempo cartesiana e anticartesiana, astratta e sensuale, centrata e frammentata, forse anche simultaneamente maschilista e femminista” (p. 288): questo perché, in fondo, la RV è una tecnologia trasparente che se non ripete semplicemente il sé cartesiano, neppure lo supera, ma si limita a rimediarlo.
A onor del vero, Bolter e Grusin ci presentato un soggetto costituito da immagini, rapporti empatici, connessioni, i cui confini “si dissolvono nel momento in cui questo occupa la posizione e sperimenta i problemi fronteggiati da altre creature” (p. 282) e che, quindi, “nega continuamente la propria identità e la propria lontananza dagli altri e dal mondo” (p. 286). Ma ciò che così ci è presentato rimane pur sempre Soggetto. Bolter e Grusin, infatti, richiamano William James per far comprendere la loro visione del sé: se tale richiamo permette di affermare la presenza di un networked self, serve anche ad affermare che “c’è un sé più vicino all’“ego puro” teorizzato da William James che funge da “marchio” o “medium” che segna e tiene insieme i vari sé empirici e mediati che costituiscono il sé virtuale” (p. 282), a proporre insomma “un santuario all’interno della cittadella” che rimane saldo e che rappresenta il centro (il sé attivo) dal quale si attivano le connessioni. Ken-ichi Sasaki ha scritto: “so che il santuario è vuoto e che gli dei sono assenti. Salendo nel tempio del santuario di Izumo, uno dei due templi più antichi, rimasi impressionato dal fatto che l’interno era vuoto” (Ken-ichi Sasaki, “Il mondo come superficie”, Ágalma, n. 6, settembre 2003, p. 19). Abitando il cibernauta nelle reti, il santuario resta vuoto. Bolter e Grusin hanno tentato pregevolmente di cogliere questa nuova dimensione dell’abitare, non sono riusciti però a varcare le soglie del santuario per vedere che esso era vuoto. Il cattolico McLuhan invece sì.

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Prefazione di Alberto Marinelli
Prefazione all’edizione italiana di Jay David Bolter
REMEDIATION
Introduzione. La doppia logica della rimediazione
I. La teoria
II. I media
III. Il sé
Riferimenti bibliografici

torna all'inizioGli autori

Jay David Bolter è docente di New Media Studies presso la School of Literature, Communication and Culture del Georgia Institute of Technology. Fra le sue pubblicazioni: L’uomo di Turing. La cultura occidentale nell’età del computer (1984; trad. it. Parma 1985) e Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura (1991; trad. it. Milano 1993).
Richard Grusin è docente presso lo stesso Istituto.

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Sito della School of Literature, Communication and Culture del Georgia Institute of Technology:
http://www.lcc.gatech.edu
Presentazione del testo:
http://www.lcc.gatech.edu/%7Ebolter/remediation

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