[Ed. or.: Remediation. Understanding New Media, The MIT Press, Cambridge (MA) 1999]
Sociologia (comunicazione) (postmoderno) (tecnica)
L’incarico
Jay David Bolter e Richard Grusin prendono in carico la tesi che Marshall
McLuhan ha espresso già nel 1964 in Gli strumenti del comunicare: “Il
‘contenuto’ di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della
scrittura è il discorso, così come la parola scritta è
il contenuto della stampa e la stampa quello del telegrafo” (Milano 1999,
p. 16). I due autori rivedono, attualizzano e applicano questa intuizione
alla luce dello scenario mediale contemporaneo, caratterizzato dalle tecnologie
digitali di rete. Questo incarico è importante e pregnante, merita
quindi un’attenta considerazione la risposta che il testo offre alla domanda:
qual è il ‘contenuto’ dei media digitali?
Porre però da subito questo interrogativo e proporre appresso la risposta
di Bolter e Grusin vorrebbe dire precludersi la possibilità di comprendere
in profondità la loro visione mediologica. La qual cosa impone invece
che il farsi carico del pensiero di McLuhan sia mostrato in tutta la sua ampiezza.
Occorre quindi dire del determinismo tecnologico imputato al massmediologo
canadese, cosa che gli autori del testo già fanno, e dell’andamento
del pensiero mcluhaniano (altri direbbero: della sua logica).
Con l’accusa di determinismo tecnologico (sul quale molti hanno scritto e
per il quale si rimanda a Denis McQuail, Sociologia dei media, Bologna, 1986
e Patrice Flichy, L’innovazione tecnologica. Le teorie dell’innovazione di
fronte alla rivoluzione digitale, Milano, 1996, oltre che a Raymond Williams,
Televisione. Tecnologia e forma culturale, Roma, 2000, discusso nel testo
di Bolter e Grusin) si sottolinea come una teoria mediologica legga l’invenzione
e l’applicazione delle tecnologie di comunicazione, dotate di una loro “forma”
intrinseca, come determinanti il cambiamento sociale. Oltre alla linearità
unidirezionale, è proprio la “forma” intrinseca ad attirare le critiche
più severe: esiste davvero, ci si domanda, un’essenza pura del medium,
incontaminata dal processo storico-sociale? Bolter e Grusin, seppur con qualche
titubanza (cfr. in particolare pp. 107-108 e 219), colgono come in McLuhan
tale determinismo non sia così determinante e come, quindi, l’accusa
non debba inibire una ricezione del suo pensiero. Così dal rinvenire
complicate relazioni tra media, e non semplicismo deterministico, in McLuhan
al “considerare gli agenti sociali e le forme tecnologiche come due facce
della stessa medaglia: quindi esplorare le tecnologie digitali come ibridi
derivanti dalla combinazione di elementi tecnici, materiali, sociali ed economici”
(p. 108), il passo è breve ed estremamente fecondo. Nel concetto di
ibridazione, ripreso da Bruno Latour, si trova a nostro avviso il fondamento
di validità di Remediation: un medium non è affatto l’ultimo
gadget tecnologico, ma un network formato da attori sociali, oggetti tecnologici,
dinamiche dell’ambiente globale. Tale network presenta al proprio interno
relazioni circolari tra i suoi elementi: “Benché sia vero che le qualità
formali di un medium riflettono i significati sociali e culturali ad esse
associate, è ugualmente vero che questi aspetti sociali ed economici
riflettono, a loro volta, le qualità tecniche e formali” (p. 96).
Il concetto di ibridazione viene, non a caso, discusso nell’ambito di un confronto
con il pensiero postmoderno (Jacques Derrida, Fredric Jameson, oltre allo
stesso Latour) nel quale di rigore rientra il lascito di McLuhan e vi rientra
non solo per il messaggio, ma per il mezzo. Il pensiero di McLuhan è,
infatti, irriducibile alla formalizzazione teorica propria dei sistemi filosofici
moderni, è un pensiero di frammenti (cfr. Derrick de Kerkhove, “Techniques
d’intuition” in Id. e Amilcare Iannucci (a cura di), McLuhan e la metamorfosi
dell’uomo, Roma, 1984 e Elena Lamberti, Marshall McLuhan. Tra letteratura,
arte e media, Milano, 2000). Esso segue, a discapito dei riduzionismi e semplicismi
a cui viene sottoposto - per esempio, media caldi/media freddi -, un andamento
complesso, non dialettico, legato al tentativo di preservare la presenza di
contrari, senza imporre alcuna sintesi. Proprio in questo elemento si deve
cogliere l’incarico più gravoso che Bolter e Grusin si assumono: riuscire,
con McLuhan, a non appiattire il concetto di rimediazione su quello hegeliano
di Aufhebung (cfr. p. 82, n. 3). Osservare lo scenario mediale nell’attuale
contesto storico in tutta la sua ricchezza, senza negare e superare il passato:
logiche diverse che convivono senza pretese di dominio. E, su questa scorta,
molto opportunamente, Bolter e Grusin considerano non solo lo scenario attuale,
per interpretare il quale ci offrono il loro testo, ma tutta l’avventura moderna
sin dal Rinascimento, individuando non una ma due modernità mediali:
una dominante e magnificente e l’altra, invece, molto spesso nascosta ma pur
sempre viva. Seguendo queste due linee, gli autori ricercano e tracciano una
genealogia dei media digitali, la qual cosa si pone contro tutta una retorica
della rivoluzione digitale spesso corrosa da profondo determinismo e da non
dichiarate valenze ideologiche. Questa presa di posizione ‘politica’ di Bolter
e Grusin è tanto più valida in quanto espressa nel 1999 e cioè
in pieno splendore della new economy. Ecco, proprio l’ideologia del nuovo,
Bolter e Grusin evitano.
L’offerta
Quella che ci è offerta è un’interpretazione complessiva dei
media vecchi e nuovi imperniata sul concetto di rimediazione, sulla “rappresentazione
di un medium all’interno di un altro” (p. 73). Da cui la definizione: “Un
medium è ciò che rimedia” (p. 94), che si presta a una triplice
lettura: la si può leggere come: “un medium è quel qualcosa
che ri-media” oppure come: “Un medium è l’insieme delle cose che esso
rimedia” o, infine, come: “il medium è il rimedio”. Nel primo caso,
si pone l’accento sul fatto che “ogni atto di mediazione dipende da altri
atti di mediazione. I media operano attraverso un continuo processo di commento,
riproduzione e sostituzione reciproca; e questo processo è inerente
ai media stessi. I mezzi di comunicazione hanno bisogno l’uno dell’altro per
poter funzionare” (p.82). Nel secondo caso, l’accento è posto sulla
cosità dei media: i media come oggetti reali presenti nel mondo. “La
mediazione è la rimediazione della realtà perché i media
stessi sono reali e perché l’esperienza dei media è il soggetto
della rimediazione” (p.88). Infine, nel terzo caso si riprende il latino redemeri,
“curare”, per affermare che “ogni nuovo medium trova una sua legittimazione
perché riempie un vuoto o corregge un errore compiuto dal suo predecessore,
perché realizza una promessa non mantenuta dal medium che lo ha preceduto”
(p. 89). In virtù del secondo, il terzo caso dice anche che i media
sono ciò che riforma il reale.
La mediazione-rimediazione dei media è caratteristica costante di tutta
quell’avventura di cui si è detto, ma essa raggiunge un livello del
tutto peculiare con i media digitali. Questi legano in un network indissolubile
tutta la tastiera mediale disponibile (dalla stampa alla televisione) e tutte
le dinamiche sociali ed economiche riscontrabili. I media digitali comportano,
soprattutto, il cortocircuito tra le due logiche che lungo tutta la modernità
sono state assai poco commensurabili, nel senso che prima d’ora hanno caratterizzato,
in modo abbastanza univoco, un medium anziché un altro.
Bolter e Grusin parlano di “doppia logica della rimediazione”, proponendo
da un lato la logica dell’immediatezza e dall’altro quella dell’ipermediazione.
Con immediatezza gli autori caratterizzano quelle convinzioni e quelle pratiche
mediali accomunate dalla “convinzione che esista un punto di contatto tra
il medium e ciò che viene rappresentato” (p. 55). In questo senso,
la prospettiva di Leon Battista Alberti è il paradigma mediale della
logica dell’immediatezza: attraverso (item) la finestra definita dalla cornice
si può guardare la realtà, quale essa è; l’unica condizione
posta è che non si guardi la cornice o, detto altrimenti, che l’operazione
artistica sia fedele, nel senso di discreta, imitatrice (se non emendatrice,
come pretenderà Giorgio Vasari) della natura. “Se la logica dell’immediatezza
porta a cancellare o a rendere automatico l’atto di rappresentazione, la logica
dell’ipermediazione riconosce l’esistenza di atti di rappresentazione multipli
e li rende visibili” (p. 59). L’ipermediazione ci spinge a guardare la cornice
e l’atto di mediazione, non pretendendo di soddisfare il nostro desiderio
di immediatezza, ma cercando di “riprodurre la ricchezza sensoriale dell’esperienza
umana” (ibid.). Va detto, anche, che entrambe le logiche si declinano sia
in un senso epistemologico che in uno psicologico: così se immediatezza
significa trasparenza e autenticità dell’esperienza (della realtà
reale), ipermediazione significa opacità e, ancora una volta, autenticità
dell’esperienza (della realtà mediale).
Con i media digitali, le due logiche agiscono e reagiscono contemporaneamente
e di conseguenza “la cultura contemporanea vuole allo stesso tempo moltiplicare
i propri media ed eliminare ogni traccia di mediazione: idealmente, vorrebbe
cancellare i propri media nel momento stesso in cui li moltiplica” (p. 29).
La rimediazione, caratteristica pregnante dell’attuale configurazione mediale,
oltre a cercare di lasciar-stare-insieme-dinanzi immediatezza e ipermediazione,
segna, come accennato in precedenza, una dinamica di competizione e integrazione
tra media vecchi e nuovi. Anche su questo punto Remediation tenta di sviluppare
una logica non moderna, cioè non lineare. Infatti, rispetto ai declamatori
di sorti magnifiche e progressive che vorrebbero far comprendere l’emergere
di nuovi media come l’atto di morte dei media precedenti, Bolter e Grusin
propongono una dinamica complessa al punto da contenere al proprio interno
la rimediazione dei vecchi media da parte dei nuovi, così come la rimediazione
dei nuovi da parte dei vecchi. “La rimediazione opera in entrambe le direzioni:
gli utenti dei vecchi media come film e televisione possono cercare di appropriarsi
e rimodellare la grafica computerizzata, così come gli artisti di grafica
digitale possono rimodellare cinema e televisione” (p. 76). Questa dinamica
di integrazione e competizione è possibile in virtù della impurità
dei media, sempre legati a contesti mediali e più generalmente sociali
e mai trascendenti rispetto ad essi.
Pare dunque che con la loro proposta, Bolter e Grusin si siano sino in fondo
fatti carico del lascito mcluhaniano, individuando il ‘contenuto’ dei nuovi
media digitali nei media precedenti, comprendendo i media come ibridazioni
di più elementi, proponendo logiche e dinamiche non lineari e tese
alla sintesi. Eppure qualcosa non quadra. Immediatezza, ipermediazione e rimediazione
troppo da vicino richiamano la triade tesi, antitesi e sintesi per non destare
qualche sospetto che richieda di indugiare ulteriormente su questo scritto.
McLuhan in effetti era legato ad una tradizione della tetrade e non della
triade, una tradizione della grammatica, e quindi dell’esegesi, e non della
dialettica (cfr. Marshall e Eric McLuhan, La legge dei media. La nuova scienza,
Roma, 1994). Il sospetto è quello che, per quanto si sforzino in senso
contrario, Bolter e Grusin alla fine giungano alla loro opzione di lettura
privilegiata, che tende a ipostatizzarsi come chiave interpretativa unica.
Se il sospetto risultasse fondato, si dovrebbe poter osservare all’interno
di Remediation l’emergere di una tesi (e non due) che si fa sintesi. A nostro
avviso ciò, in realtà, si verifica: immediatezza e ipermediazione
tendono, infatti, entrambe ad una autenticità dell’esperienza. La rimediazione
non riesce a salvare il fascino dei media propria dell’ipermediazione ma lo
piega verso una immediatezza di nuova (ma neanche tanto, come si dirà)
specie, un’immediatezza che è una sorta di sublimazione dell’immediatezza
trasparente. Il ritmo di conseguenza risulta essere il seguente: il desiderio
di immediatezza trasparente (tesi) che nell’impatto con la natura mediale
si scopre utopica nella sua purezza (antitesi) e, di conseguenza, si comprende
ad un livello più alto come autenticità dell’esperienza (sintesi).
Se questo è, resta da capire perché lo è. Cosa fa difetto
nella costruzione di Bolter e Grusin? E quali sono le conseguenze di questo
difetto?
Reverse
Cerchiamo di rispondere a questi interrogativi prendendo spunto da un esempio
tra i tanti che gli autori propongono. In realtà, non si tratta di
uno tra i tanti, ma di quello al quale gli autori sono particolarmente attenti
e affezionati, considerandolo paradigmatico di tutte le restanti applicazioni
del digitale. Si tratta della realtà virtuale (in seguito RV), la figlia
più nobile della prospettiva dell’Alberti e ciò sia perché
rimedia il punto di vista fisso proprio dei dipinti rinascimentali, offrendo
un punto di vista mobile, sia perché punta, se non ottiene, alla trasparenza
completa, quella nella quale il medium scompare e lo spettatore entra nel
quadro. Per ottenere questa immediatezza offre sia immersione tridimensionale
sia possibilità di interazione. Tra prospettiva e RV, il trait d’union
è il cinema con il suo stile in soggettiva. La RV può quindi
soddisfare il desiderio di immediatezza dominante lungo la modernità,
ma mai appagato da nessun’altra tecnologia della visione.
Ora già alcuni degli elementi che si sono appena richiamati (immersione
e interazione) avrebbero dovuto fa riflettere Bolter e Grusin sul fatto che
la RV non è affatto una tecnologia della visione, bensì del
tatto. Questo significa che essa è l’esatto contrario della prospettiva
rinascimentale: mentre in quest’ultima si struttura spazialmente l’alfabeto,
nella prima trova espressione compiuta l’elettricità. “RV e 3-D mettono
la rappresentazione visiva al servizio di un’esperienza tattile totalmente
accerchiante” (Derrick de Kerckhove, L’architettura dell’intelligenza, Torino,
2001, p. 47). Bolter e Grusin, in verità, parlano del tatto, ma ne
parlano in mezza pagina e per dire che “è difficile da integrare nell’ambiente
virtuale” (p. 288): essi dimostrano in questo modo di non aver affatto compreso
l’importanza e la consistenza della tattilità. Ciò inficia tutto
il loro schema interpretativo della storia mediale dell’occidente: la logica
dell’ipermediazione sta insieme a quella dell’immediatezza senza lasciarsi
ridurre a questa, poiché la prima risponde al tatto, mentre la seconda
alla vista. Tutta la presa in carico di McLuhan trova qui il suo limite, quando
cioè si tratta di giungere al fondo radicale del suo detto, Bolter
e Grusin si arrestano. Che la tattilità non sia esclusiva dei media
digitali, ma che se ne debba tracciare una genealogia è istanza valida,
anzi, il desiderio di contatto, che trova nell’elettricità espressione,
può essere addirittura rintracciato in tempi pre-elettrici. Che l’elettricità
non rappresenti una novità radicale rispetto alle tecnologie alfabetiche
è posizione che non emerge affatto dal testo di cui discutiamo.
Che Bolter e Grusin si arrestino di fronte alle conseguenze radicali del messaggio
mcluhaniano è provato dalla loro interpretazione del soggetto contemporaneo.
In particolare, il paragrafo “La dissoluzione dell’Io cartesiano”, non mantiene
la promessa contenuta nel suo titolo. Se gli autori infatti descrivono la
RV come “una tecnologia che ha il potere di ribaltare completamente il pensiero
di Cartesio” (p. 285), essi scrivono anche che “la realtà virtuale
contiene dunque la contraddizione di essere allo stesso tempo cartesiana e
anticartesiana, astratta e sensuale, centrata e frammentata, forse anche simultaneamente
maschilista e femminista” (p. 288): questo perché, in fondo, la RV
è una tecnologia trasparente che se non ripete semplicemente il sé
cartesiano, neppure lo supera, ma si limita a rimediarlo.
A onor del vero, Bolter e Grusin ci presentato un soggetto costituito da immagini,
rapporti empatici, connessioni, i cui confini “si dissolvono nel momento in
cui questo occupa la posizione e sperimenta i problemi fronteggiati da altre
creature” (p. 282) e che, quindi, “nega continuamente la propria identità
e la propria lontananza dagli altri e dal mondo” (p. 286). Ma ciò che
così ci è presentato rimane pur sempre Soggetto. Bolter e Grusin,
infatti, richiamano William James per far comprendere la loro visione del
sé: se tale richiamo permette di affermare la presenza di un networked
self, serve anche ad affermare che “c’è un sé più vicino
all’“ego puro” teorizzato da William James che funge da “marchio” o “medium”
che segna e tiene insieme i vari sé empirici e mediati che costituiscono
il sé virtuale” (p. 282), a proporre insomma “un santuario all’interno
della cittadella” che rimane saldo e che rappresenta il centro (il sé
attivo) dal quale si attivano le connessioni. Ken-ichi Sasaki ha scritto:
“so che il santuario è vuoto e che gli dei sono assenti. Salendo nel
tempio del santuario di Izumo, uno dei due templi più antichi, rimasi
impressionato dal fatto che l’interno era vuoto” (Ken-ichi Sasaki, “Il mondo
come superficie”, Ágalma, n. 6, settembre 2003, p. 19). Abitando il
cibernauta nelle reti, il santuario resta vuoto. Bolter e Grusin hanno tentato
pregevolmente di cogliere questa nuova dimensione dell’abitare, non sono riusciti
però a varcare le soglie del santuario per vedere che esso era vuoto.
Il cattolico McLuhan invece sì.
Prefazione di Alberto Marinelli
Prefazione all’edizione italiana di Jay David Bolter
REMEDIATION
Introduzione. La doppia logica della rimediazione
I. La teoria
II. I media
III. Il sé
Riferimenti bibliografici
Jay David Bolter è docente di New Media Studies presso la School
of Literature, Communication and Culture del Georgia Institute of Technology.
Fra le sue pubblicazioni: L’uomo di Turing. La cultura occidentale nell’età
del computer (1984; trad. it. Parma 1985) e Lo spazio dello scrivere. Computer,
ipertesti e storia della scrittura (1991; trad. it. Milano 1993).
Richard Grusin è docente presso lo stesso Istituto.
Sito della School of Literature, Communication and Culture del Georgia Institute
of Technology:
http://www.lcc.gatech.edu
Presentazione del testo:
http://www.lcc.gatech.edu/%7Ebolter/remediation