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Bianchi, Claudia, Pragmatica del linguaggio.
Roma-Bari, Laterza (Biblioteca Essenziale, 59), 2003, pp. 155, euro 10,00, ISBN 88-420-7134-X.

 

Recensione di Alessandro Salice - 19/01/2004

 

Filosofia del linguaggio

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L’agile testo di Claudia Bianchi Pragmatica del linguaggio riesce nel suo intento di proporre una descrizione generale dell’omonima disciplina, consegnando nel contempo al lettore una efficace visione d’insieme, unitaria e organica, di come essa si sia sviluppata nonché degli argomenti e dei principali problemi trattati. Vista inoltre la scarsità di opere introduttive su questo argomento pubblicate nel nostro paese (per una lista delle quali, cfr. p. 133), il suddetto lavoro risulta essere a maggior ragione benvenuto per il pubblico italiano.
L’indagine condotta viene affiancata dalla considerazione della fecondità interdisciplinare della prospettiva pragmatica: soprattutto l’ultimo capitolo del testo (Ricerche in corso, p. 99) mostra le strette relazioni che sussistono tra pragmatica e psicologia, scienze cognitive e modelli di rappresentazione e elaborazione dell’informazione. Non è pertanto un caso che il testo venga così introdotto nella quarta di copertina del volume: “Comprendere i meccanismi della comunicazione e indagare il fitto intreccio di rapporti tra parole e parlanti. Uno studio che investe linguistica e logica, diritto e psicologia, sociologia e antropologia”. È allora interessante rilevare come, nel leggere il conciso elenco delle discipline coinvolte nell’indagine, risalti l’assenza di un riferimento alla filosofia, che pure è stata investita dalla, e a sua volta ha contribuito alla, prospettiva pragmatica in modo forse persino più radicale rispetto alle altre. Certo, è vero che molti dei lavori fondamentali per lo sviluppo della pragmatica non rientrano, o non vogliono rientrare, sotto la dizione di filosofia ed un esempio lampante di questa tendenza è offerto proprio da uno dei padri fondatori dell’approccio pragmatico, John Austin, il quale non intese le sue come argomentazioni in prima linea filosofiche. Austin era tuttavia ben conscio (e a ragione!) delle ripercussioni che un tale approccio avrebbe potuto esercitare in molti problemi prettamente filosofici (un esempio per tutti, nell’ambito della definizione della parola “buono”; cfr. John Austin: “Come fare cose con le parole”, Genova, Marietti Editore, 1987, p. 120). Si tratta di una convinzione che si rafforza nel corso della lettura delle 150 pagine del libro, dove il legame di pragmatica e filosofia viene posto in primo piano, dal momento che esso si occuperà “quasi esclusivamente delle teorie pragmatiche elaborate nell’ambito della filosofia analitica” (p. 12), e in modo particolare dai filosofi del linguaggio.
Sarà infatti in opposizione alle tesi della filosofia del linguaggio ideale di (fra gli altri) Frege, Russell e del primo Wittgenstein, secondo le quali “si privilegia la dimensione descrittiva e rappresentativa del linguaggio, si dà priorità al significato letterale su quello figurato, si accantonano nella pragmatica fenomeni linguistici centrali, come polisemia o indicalità” (p. 14), che i filosofi del linguaggio ordinario (Austin, Waismann e il secondo Wittgenstein) getteranno la basi per un recupero, o meglio, per la scoperta della dimensione pragmatica del linguaggio.
Tra i motivi che hanno indotto le teorie del linguaggio dell’inizio del secolo scorso a dedicare una maggiore attenzione a tali aspetti, va infatti assegnato un valore fondamentale alla constatazione dello scarto che sussiste, nella comunicazione ordinaria, tra la comprensione del significato delle parole usate dai parlanti e il modo con cui le parole vengono usate. Spesso, infatti, la comprensione di quello che viene detto non coincide con la comprensione di quello che si vuole dire o che si vuole fare con le parole. La prima forma di comprensione va infatti ricondotta in modo primario alla comprensione delle regole e delle convenzioni di una lingua, le quali - è una delle tesi centrali della semantica (cfr. p. 5) - fissano una volta per tutte il significato di ogni espressione della lingua - parola o frase. Eppure (cfr. p. 11), il contenuto proposizionale di una frase non sempre è fissato completamente e univocamente dalle convenzioni semantiche - in certi casi esso è incompleto, in altri ambiguo: quando ad esempio ad esso si possono ascrivere convenzionalmente due o più significati; inoltre, anche se il contenuto viene completato o disambiguato, le convenzioni semantiche non permettono ancora di determinare quale azione è sottesa al nostro enunciato. Vige pertanto una distinzione che “fonda e giustifica quella fra competenza linguistica in senso stretto, che determina ciò che è detto da un enunciato - il senso semantico - e una competenza comunicativa più generale, che determina ciò che il parlante intende comunicare con un enunciato - il senso implicito -, e in definitiva fonda la distinzione tradizionale fra semantica e pragmatica” (p. 52). Pertanto, se allo studio della relazione tra segni e oggetti e quindi del significato delle espressioni linguistiche viene dedicata la semantica, l’oggetto d’indagine della pragmatica consisterà nel determinare il contenuto proposizionale di particolari tipi di enunciati, ossia stabilire ciò che è stato detto usando quegli enunciati e determinare che tipo di atto linguistico è stato compiuto (cfr. p. 22). Fenomeni come la deissi o l’indicalità, l’omonimia e la polisemia, i casi di linguaggio figurato o ancora le teorie degli atti linguistici, ma soprattutto la nozione imprescindibile di contesto, trovano così in questa disciplina un luogo di trattazione privilegiato.
Sarà proprio dalla considerazione della nozione di contesto che il lavoro di Claudia Bianchi prende le mosse: in relazione ad esso, infatti, la pragmatica intraprende due direzioni di ricerca che rispecchieranno anche l’articolarsi del testo nei due capitoli principali (il secondo e il terzo). “1) Da un lato, essa si occupa dell’influenza del contesto sulla parola: l’interpretazione del linguaggio deve tener conto di informazioni sulla situazione del discorso, e dunque sul mondo; 2) dall’altro, essa studia l’influenza della parola sul contesto: i parlanti si servono del linguaggio per modificare la situazione di discorso, e in particolar modo per influenzare le credenze e le azioni dei loro interlocutori” (p. 11).
La prima linea di ricerca si ripropone insomma di determinare come il mondo contribuisce a fare parole e a completare il significato delle espressioni linguistiche (p. 22), o, più semplicemente, di determinare quale influenza il contesto esercita sulla parola. Interesse primario di questa prima parte è costituito dagli indicali, a riguardo dei quali l’Autrice si sofferma prima sulla trattazione di Montague (Metodo delle coordinate multiple) e poi su quella di Kaplan (Distinzione carattere e contenuto). Ulteriori argomenti di discussione sono i dimostrativi e il loro rapporto con gli indicali, le espressioni contestuali e il linguaggio figurato. Una corretta comprensione di tutti questi fenomeni non può prescindere poi dal ruolo del contesto, il cui impiego viene descritto, sulla scia delle analisi di Perry, in usi pre-semantici, semantici e post-semantici (p. 50). È importante rilevare che tali usi si fondano a loro volta in due nozioni diverse di contesto (p. 52): quella semantica (che fissa l’identità di parlante e interlocutori, il tempo e il luogo del proferimento e così via), che è anche alla base dell’uso semantico del contesto, e quella pragmatica (costituito dall’insieme di credenze, desideri, intenzioni, scopi degli interlocutori) alla base degli usi pre- e post-semantici. “La pragmatica si situa così prima e dopo la teoria semantica, segnandone il limite superiore e inferiore, secondo lo schema pragmatica > semantica > pragmatica” (p. 53).
La seconda parte del testo si occupa di come il mondo viene modificato dalle parole. In questa prospettiva parlare assume il significato di agire in una dimensione prettamente sociale e il linguaggio, piuttosto che descrivere, contribuisce a modificare stati di cose. Partendo dalle argomentazioni di Austin, in questa seconda parte vengono descritti gli atti linguistici e la loro corrispondente felicità o infelicità; si smaschera poi la differenza apparente tra performativo e constatativo e si definisce l’atto illocutorio, locutorio e perlocutorio. Le tesi di Austin vengono poi affiancate da quelle di Grice sulla distinzione fra atto sociale e atto linguistico, sulla riduzione di significato a intenzione - e pertanto di semantica a psicologia (cfr. p. 69) - e sulla differenza fra significato dell’espressione e significato del parlante. Grice riesce così a spiegare perché molte espressioni comunicano - significato del parlante - molto più di quanto non dicano - significato convenzionale. Di Grice ci si sofferma poi (p. 74 e segg.) sull’idea di comunicazione come impresa razionale di collaborazione, diretta da scopi e direzioni comuni (principio di cooperazione) e pertanto sull’idea di una comunicazione regolata da massime (di quantità, qualità, relazione e modo), da cui è impossibile prescindere per una comunicazione efficace.
Grice opera inoltre un vero e proprio cambiamento di paradigma in merito alla trattazione della comunicazione, integrando il modello esplicativo del codice - la comunicazione consiste nella codifica e decodifica di messaggi - con un modello di tipo inferenziale - la comunicazione consiste nell’inferire le intenzioni del parlante. Con “inferenza” viene inteso in questo contesto, più che l’accezione logica vera e propria del termine, il significato psicologico di processo mentale o anche - più tecnicamente - i “meccanismi di formazione e conferma di ipotesi” (cfr. p. 102 e segg.). Si inaugura pertanto un connubio con la prospettiva cognitiva che dà vita ad uno degli “esiti più interessanti e promettenti della pragmatica” (p. 99) che si concretizza con l’introduzione della teoria della pertinenza, elaborata da Sperber e Wilson negli anni Ottanta, la quale risolve molti dei passaggi problematici delle tesi griceane (che la confinano ad una teoria “in grado di fornire solo spiegazioni ex post facto”, p. 104), e che assumerà di conseguenza un primato teorico nel campo delle moderne ricerche pragmatiche. A questa teoria viene dedicato il già citato quarto e ultimo capitolo del volume, dove si ripercorrono i nessi sempre più stretti tra pragmatica e scienze cognitive negli ultimi decenni. Ad esso segue infine una estesa e comprensiva bibliografia commentata e organizzata per argomenti.
Per concludere, scritto in maniera accessibile e affiancata da un largo uso di esempi, il testo di Claudia Bianchi risulta essere da un lato un ottimo manuale introduttivo, di contro ad altre trattazioni spesso dispersive e didatticamente meno efficaci a causa della frammentazione e della capillarità dell’argomento discusso, dall’altro una opportunità per fare il punto della situazione sullo stato attuale della disciplina e fissarne i suoi risultati teoretici più promettenti.

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I. COME FUNZIONA IL LINGUAGGIO?
Introduzione - 1. Sintassi, semantica e pragmatica - 1.1. La distinzione - 1.2. La “pattumiera” della semantica - 2. I due sensi di pragmatica: effetto delle parole sul mondo, effetto del mondo sulle parole - 3. Le origini filosofiche della pragmatica - 3.1. La filosofia del linguaggio ideale - 3.2. La filosofia del linguaggio ordinario - 3.3. La concezione pragmatica del linguaggio
II. FARE PAROLE CON LE COSE
Introduzione - 1. Contesti: ambiguità, deissi e linguaggio figurato - 2. Ambiguità - 2.1. Che cosa si intende per ambiguità? - 2.2. Il trattamento dell’ambiguità - 3. Deissi - 3.1. Che cos’è la deissi? - 3.2. A) Il metodo delle coordinate multiple - 3.3. B) Carattere e contenuto - 3.4. Essenzialità degli indicali - 3.5. Contesto di proferimento e mondo - 3.6. Semantica o pragmatica? - 3.7. Dimostrativi - 3.8. Indicali e dimostrativi: una distinzione reale? - 3.9. Le espressioni “contestuali” - 4. Linguaggio figurato - 5. Usi del contesto: la distinzione fra semantica e pragmatica
III. FARE COSE CON LE PAROLE
1. Parole come atti: la dimensione sociale del linguaggio - 2. Atti linguistici - 2.1. Enunciati constativi ed enunciati performativi - 2.2. Fallimenti e infelicità - 2.3. Critica alla distinzione fra constativi e performativi - 2.4. La forza illocutoria - 2.5. Classificazione delle forze illocutorie - 2.6. Da Austin a Grice - 3. La conversazione - 3.1. Significato e intenzioni - 3.2. Linguaggio naturale e linguaggio formale - 3.3. Implicature: il principio di cooperazione - 3.4. Le massime conversazionali - 3.5. Atteggiamenti di fronte alle massime - 3.6. Varietà di implicature - 4. Presupposizioni - 4.1. Che cos’è una presupposizione? - 4.2. Uso e abuso delle presupposizioni - 4.3. Presupposizioni, implicature, conseguenze logiche - 5. La cortesia - 5.1. Faccia - 5.2. Regole della conversazione e regole della cortesia - 5.3. Analisi della conversazione
IV. RICERCHE IN CORSO
1. La dimensione cognitiva del linguaggio - 2. Dal modello del codice al modello inferenziale - 3. Inferenze - 4. La teoria della pertinenza - 4.1. Critica al modello del codice - 4.2. Codice e inferenze - 4.3. La capacità di metarappresentazione - 4.4. Criterio di selezione delle premesse: la pertinenza - 4.5. Criterio d’arresto del sistema: effetti e sforzo - 5. La distinzione fra semantica e pragmatica - 5.1. La prospettiva semantica tradizionale: livelli di senso - 5.2. La prospettiva semantica tradizionale: processi - 5.3. La prospettiva pragmatica: alcuni esempi - 5.4. La prospettiva pragmatica: intuizioni
Epilogo
Cos’altro leggere
Introduzione - Le origini - La tradizione linguistica - La tradizione analitica: introduzioni e raccolte di classici - Come funziona il linguaggio - La filosofia del linguaggio ideale - La filosofia del linguaggio ordinario - Fare parole con le cose - Ambiguità - Deissi - Linguaggio figurato - Fare cose con le parole - Atti linguistici - La conversazione - La cortesia - Ricerche in corso - La dimensione cognitiva e inferenziale del linguaggio - La teoria della pertinenza - La distinzione fra semantica e pragmatica - Epilogo

torna all'inizioL'autrice

Claudia Bianchi (1963) si è specializzata in pragmatica, filosofia del linguaggio e filosofia della scienza presso l’Ecole Polytechnique di Parigi, e i Dipartimenti di Filosofia delle Università di Ginevra, Vercelli e Padova. Ha pubblicato vari articoli in italiano, francese e inglese; è co-curatrice di Filosofia (Milano 1996) e Significato e ontologia (Milano 2003), curatrice di The Sematics/Pragmatics Distinction (Stanford 2003) e autrice del volume La dipendenza contestuale: per una teoria pragmatica del significato (Napoli 2001). Svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova e insegna Epistemologia e Teorie della comunicazione presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

torna all'inizioLinks

Journal of Pragmatics:
http://www.elsevier.com/locate/pragma
International Pragmatics Association:
http://ipra-www.uia.ac.be/ipra/

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