L’agile testo di Claudia Bianchi Pragmatica del linguaggio riesce nel suo
intento di proporre una descrizione generale dell’omonima disciplina, consegnando
nel contempo al lettore una efficace visione d’insieme, unitaria e organica,
di come essa si sia sviluppata nonché degli argomenti e dei principali
problemi trattati. Vista inoltre la scarsità di opere introduttive
su questo argomento pubblicate nel nostro paese (per una lista delle quali,
cfr. p. 133), il suddetto lavoro risulta essere a maggior ragione benvenuto
per il pubblico italiano.
L’indagine condotta viene affiancata dalla considerazione della fecondità
interdisciplinare della prospettiva pragmatica: soprattutto l’ultimo capitolo
del testo (Ricerche in corso, p. 99) mostra le strette relazioni che sussistono
tra pragmatica e psicologia, scienze cognitive e modelli di rappresentazione
e elaborazione dell’informazione. Non è pertanto un caso che il testo
venga così introdotto nella quarta di copertina del volume: “Comprendere
i meccanismi della comunicazione e indagare il fitto intreccio di rapporti
tra parole e parlanti. Uno studio che investe linguistica e logica, diritto
e psicologia, sociologia e antropologia”. È allora interessante rilevare
come, nel leggere il conciso elenco delle discipline coinvolte nell’indagine,
risalti l’assenza di un riferimento alla filosofia, che pure è stata
investita dalla, e a sua volta ha contribuito alla, prospettiva pragmatica
in modo forse persino più radicale rispetto alle altre. Certo, è
vero che molti dei lavori fondamentali per lo sviluppo della pragmatica non
rientrano, o non vogliono rientrare, sotto la dizione di filosofia ed un esempio
lampante di questa tendenza è offerto proprio da uno dei padri fondatori
dell’approccio pragmatico, John Austin, il quale non intese le sue come argomentazioni
in prima linea filosofiche. Austin era tuttavia ben conscio (e a ragione!)
delle ripercussioni che un tale approccio avrebbe potuto esercitare in molti
problemi prettamente filosofici (un esempio per tutti, nell’ambito della definizione
della parola “buono”; cfr. John Austin: “Come fare cose con le parole”, Genova,
Marietti Editore, 1987, p. 120). Si tratta di una convinzione che si rafforza
nel corso della lettura delle 150 pagine del libro, dove il legame di pragmatica
e filosofia viene posto in primo piano, dal momento che esso si occuperà
“quasi esclusivamente delle teorie pragmatiche elaborate nell’ambito della
filosofia analitica” (p. 12), e in modo particolare dai filosofi del linguaggio.
Sarà infatti in opposizione alle tesi della filosofia del linguaggio
ideale di (fra gli altri) Frege, Russell e del primo Wittgenstein, secondo
le quali “si privilegia la dimensione descrittiva e rappresentativa del linguaggio,
si dà priorità al significato letterale su quello figurato,
si accantonano nella pragmatica fenomeni linguistici centrali, come polisemia
o indicalità” (p. 14), che i filosofi del linguaggio ordinario (Austin,
Waismann e il secondo Wittgenstein) getteranno la basi per un recupero, o
meglio, per la scoperta della dimensione pragmatica del linguaggio.
Tra i motivi che hanno indotto le teorie del linguaggio dell’inizio del secolo
scorso a dedicare una maggiore attenzione a tali aspetti, va infatti assegnato
un valore fondamentale alla constatazione dello scarto che sussiste, nella
comunicazione ordinaria, tra la comprensione del significato delle parole
usate dai parlanti e il modo con cui le parole vengono usate. Spesso, infatti,
la comprensione di quello che viene detto non coincide con la comprensione
di quello che si vuole dire o che si vuole fare con le parole. La prima forma
di comprensione va infatti ricondotta in modo primario alla comprensione delle
regole e delle convenzioni di una lingua, le quali - è una delle tesi
centrali della semantica (cfr. p. 5) - fissano una volta per tutte il significato
di ogni espressione della lingua - parola o frase. Eppure (cfr. p. 11), il
contenuto proposizionale di una frase non sempre è fissato completamente
e univocamente dalle convenzioni semantiche - in certi casi esso è
incompleto, in altri ambiguo: quando ad esempio ad esso si possono ascrivere
convenzionalmente due o più significati; inoltre, anche se il contenuto
viene completato o disambiguato, le convenzioni semantiche non permettono
ancora di determinare quale azione è sottesa al nostro enunciato. Vige
pertanto una distinzione che “fonda e giustifica quella fra competenza linguistica
in senso stretto, che determina ciò che è detto da un enunciato
- il senso semantico - e una competenza comunicativa più generale,
che determina ciò che il parlante intende comunicare con un enunciato
- il senso implicito -, e in definitiva fonda la distinzione tradizionale
fra semantica e pragmatica” (p. 52). Pertanto, se allo studio della relazione
tra segni e oggetti e quindi del significato delle espressioni linguistiche
viene dedicata la semantica, l’oggetto d’indagine della pragmatica consisterà
nel determinare il contenuto proposizionale di particolari tipi di enunciati,
ossia stabilire ciò che è stato detto usando quegli enunciati
e determinare che tipo di atto linguistico è stato compiuto (cfr. p.
22). Fenomeni come la deissi o l’indicalità, l’omonimia e la polisemia,
i casi di linguaggio figurato o ancora le teorie degli atti linguistici, ma
soprattutto la nozione imprescindibile di contesto, trovano così in
questa disciplina un luogo di trattazione privilegiato.
Sarà proprio dalla considerazione della nozione di contesto che il
lavoro di Claudia Bianchi prende le mosse: in relazione ad esso, infatti,
la pragmatica intraprende due direzioni di ricerca che rispecchieranno anche
l’articolarsi del testo nei due capitoli principali (il secondo e il terzo).
“1) Da un lato, essa si occupa dell’influenza del contesto sulla parola: l’interpretazione
del linguaggio deve tener conto di informazioni sulla situazione del discorso,
e dunque sul mondo; 2) dall’altro, essa studia l’influenza della parola sul
contesto: i parlanti si servono del linguaggio per modificare la situazione
di discorso, e in particolar modo per influenzare le credenze e le azioni
dei loro interlocutori” (p. 11).
La prima linea di ricerca si ripropone insomma di determinare come il mondo
contribuisce a fare parole e a completare il significato delle espressioni
linguistiche (p. 22), o, più semplicemente, di determinare quale influenza
il contesto esercita sulla parola. Interesse primario di questa prima parte
è costituito dagli indicali, a riguardo dei quali l’Autrice si sofferma
prima sulla trattazione di Montague (Metodo delle coordinate multiple) e poi
su quella di Kaplan (Distinzione carattere e contenuto). Ulteriori argomenti
di discussione sono i dimostrativi e il loro rapporto con gli indicali, le
espressioni contestuali e il linguaggio figurato. Una corretta comprensione
di tutti questi fenomeni non può prescindere poi dal ruolo del contesto,
il cui impiego viene descritto, sulla scia delle analisi di Perry, in usi
pre-semantici, semantici e post-semantici (p. 50). È importante rilevare
che tali usi si fondano a loro volta in due nozioni diverse di contesto (p.
52): quella semantica (che fissa l’identità di parlante e interlocutori,
il tempo e il luogo del proferimento e così via), che è anche
alla base dell’uso semantico del contesto, e quella pragmatica (costituito
dall’insieme di credenze, desideri, intenzioni, scopi degli interlocutori)
alla base degli usi pre- e post-semantici. “La pragmatica si situa così
prima e dopo la teoria semantica, segnandone il limite superiore e inferiore,
secondo lo schema pragmatica > semantica > pragmatica” (p. 53).
La seconda parte del testo si occupa di come il mondo viene modificato dalle
parole. In questa prospettiva parlare assume il significato di agire in una
dimensione prettamente sociale e il linguaggio, piuttosto che descrivere,
contribuisce a modificare stati di cose. Partendo dalle argomentazioni di
Austin, in questa seconda parte vengono descritti gli atti linguistici e la
loro corrispondente felicità o infelicità; si smaschera poi
la differenza apparente tra performativo e constatativo e si definisce l’atto
illocutorio, locutorio e perlocutorio. Le tesi di Austin vengono poi affiancate
da quelle di Grice sulla distinzione fra atto sociale e atto linguistico,
sulla riduzione di significato a intenzione - e pertanto di semantica a psicologia
(cfr. p. 69) - e sulla differenza fra significato dell’espressione e significato
del parlante. Grice riesce così a spiegare perché molte espressioni
comunicano - significato del parlante - molto più di quanto non dicano
- significato convenzionale. Di Grice ci si sofferma poi (p. 74 e segg.) sull’idea
di comunicazione come impresa razionale di collaborazione, diretta da scopi
e direzioni comuni (principio di cooperazione) e pertanto sull’idea di una
comunicazione regolata da massime (di quantità, qualità, relazione
e modo), da cui è impossibile prescindere per una comunicazione efficace.
Grice opera inoltre un vero e proprio cambiamento di paradigma in merito alla
trattazione della comunicazione, integrando il modello esplicativo del codice
- la comunicazione consiste nella codifica e decodifica di messaggi - con
un modello di tipo inferenziale - la comunicazione consiste nell’inferire
le intenzioni del parlante. Con “inferenza” viene inteso in questo contesto,
più che l’accezione logica vera e propria del termine, il significato
psicologico di processo mentale o anche - più tecnicamente - i “meccanismi
di formazione e conferma di ipotesi” (cfr. p. 102 e segg.). Si inaugura pertanto
un connubio con la prospettiva cognitiva che dà vita ad uno degli “esiti
più interessanti e promettenti della pragmatica” (p. 99) che si concretizza
con l’introduzione della teoria della pertinenza, elaborata da Sperber e Wilson
negli anni Ottanta, la quale risolve molti dei passaggi problematici delle
tesi griceane (che la confinano ad una teoria “in grado di fornire solo spiegazioni
ex post facto”, p. 104), e che assumerà di conseguenza un primato teorico
nel campo delle moderne ricerche pragmatiche. A questa teoria viene dedicato
il già citato quarto e ultimo capitolo del volume, dove si ripercorrono
i nessi sempre più stretti tra pragmatica e scienze cognitive negli
ultimi decenni. Ad esso segue infine una estesa e comprensiva bibliografia
commentata e organizzata per argomenti.
Per concludere, scritto in maniera accessibile e affiancata da un largo uso
di esempi, il testo di Claudia Bianchi risulta essere da un lato un ottimo
manuale introduttivo, di contro ad altre trattazioni spesso dispersive e didatticamente
meno efficaci a causa della frammentazione e della capillarità dell’argomento
discusso, dall’altro una opportunità per fare il punto della situazione
sullo stato attuale della disciplina e fissarne i suoi risultati teoretici
più promettenti.
I. COME FUNZIONA IL LINGUAGGIO?
Introduzione - 1. Sintassi, semantica e pragmatica - 1.1. La distinzione -
1.2. La “pattumiera” della semantica - 2. I due sensi di pragmatica: effetto
delle parole sul mondo, effetto del mondo sulle parole - 3. Le origini filosofiche
della pragmatica - 3.1. La filosofia del linguaggio ideale - 3.2. La filosofia
del linguaggio ordinario - 3.3. La concezione pragmatica del linguaggio
II. FARE PAROLE CON LE COSE
Introduzione - 1. Contesti: ambiguità, deissi e linguaggio figurato
- 2. Ambiguità - 2.1. Che cosa si intende per ambiguità? - 2.2.
Il trattamento dell’ambiguità - 3. Deissi - 3.1. Che cos’è la
deissi? - 3.2. A) Il metodo delle coordinate multiple - 3.3. B) Carattere
e contenuto - 3.4. Essenzialità degli indicali - 3.5. Contesto di proferimento
e mondo - 3.6. Semantica o pragmatica? - 3.7. Dimostrativi - 3.8. Indicali
e dimostrativi: una distinzione reale? - 3.9. Le espressioni “contestuali”
- 4. Linguaggio figurato - 5. Usi del contesto: la distinzione fra semantica
e pragmatica
III. FARE COSE CON LE PAROLE
1. Parole come atti: la dimensione sociale del linguaggio - 2. Atti linguistici
- 2.1. Enunciati constativi ed enunciati performativi - 2.2. Fallimenti e
infelicità - 2.3. Critica alla distinzione fra constativi e performativi
- 2.4. La forza illocutoria - 2.5. Classificazione delle forze illocutorie
- 2.6. Da Austin a Grice - 3. La conversazione - 3.1. Significato e intenzioni
- 3.2. Linguaggio naturale e linguaggio formale - 3.3. Implicature: il principio
di cooperazione - 3.4. Le massime conversazionali - 3.5. Atteggiamenti di
fronte alle massime - 3.6. Varietà di implicature - 4. Presupposizioni
- 4.1. Che cos’è una presupposizione? - 4.2. Uso e abuso delle presupposizioni
- 4.3. Presupposizioni, implicature, conseguenze logiche - 5. La cortesia
- 5.1. Faccia - 5.2. Regole della conversazione e regole della cortesia -
5.3. Analisi della conversazione
IV. RICERCHE IN CORSO
1. La dimensione cognitiva del linguaggio - 2. Dal modello del codice al modello
inferenziale - 3. Inferenze - 4. La teoria della pertinenza - 4.1. Critica
al modello del codice - 4.2. Codice e inferenze - 4.3. La capacità
di metarappresentazione - 4.4. Criterio di selezione delle premesse: la pertinenza
- 4.5. Criterio d’arresto del sistema: effetti e sforzo - 5. La distinzione
fra semantica e pragmatica - 5.1. La prospettiva semantica tradizionale: livelli
di senso - 5.2. La prospettiva semantica tradizionale: processi - 5.3. La
prospettiva pragmatica: alcuni esempi - 5.4. La prospettiva pragmatica: intuizioni
Epilogo
Cos’altro leggere
Introduzione - Le origini - La tradizione linguistica - La tradizione analitica:
introduzioni e raccolte di classici - Come funziona il linguaggio - La filosofia
del linguaggio ideale - La filosofia del linguaggio ordinario - Fare parole
con le cose - Ambiguità - Deissi - Linguaggio figurato - Fare cose
con le parole - Atti linguistici - La conversazione - La cortesia - Ricerche
in corso - La dimensione cognitiva e inferenziale del linguaggio - La teoria
della pertinenza - La distinzione fra semantica e pragmatica - Epilogo
Claudia Bianchi (1963) si è specializzata in pragmatica, filosofia del linguaggio e filosofia della scienza presso l’Ecole Polytechnique di Parigi, e i Dipartimenti di Filosofia delle Università di Ginevra, Vercelli e Padova. Ha pubblicato vari articoli in italiano, francese e inglese; è co-curatrice di Filosofia (Milano 1996) e Significato e ontologia (Milano 2003), curatrice di The Sematics/Pragmatics Distinction (Stanford 2003) e autrice del volume La dipendenza contestuale: per una teoria pragmatica del significato (Napoli 2001). Svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova e insegna Epistemologia e Teorie della comunicazione presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
Journal of Pragmatics:
http://www.elsevier.com/locate/pragma
International Pragmatics Association:
http://ipra-www.uia.ac.be/ipra/