Quasi un diario di viaggio, con i consigli per l’attrezzatura necessaria, i suggerimenti appassionati e famigliari su cosa guardare, le spiegazioni dell’itinerario da seguire e, come in ogni viaggio, con le indicazioni di quali siano le stelle guida e gli avventurieri che già hanno percorso la strada e ne hanno narrato le meraviglie.
Così si presenta L’opera dello sguardo di Paolo Mottana, il cui suggestivo sottotitolo Braci di pedagogia immaginale ben suggerisce la profonda intenzione pedagogica di un libro che si rivolge non esclusivamente a un pubblico specialistico, ma di certo a un lettore disponibile a un andamento (volutamente) non sempre lineare e a un linguaggio che, nell’indubbio fascino della suggestione, sfiora a tratti un’oscurità per iniziati. Il duplice registro dell’estetica e della pedagogia rappresenta senz’altro il merito di questo volume, che si inserisce in un percorso di ricerca sulla dimensione affettiva della conoscenza, mostrando tuttavia non solo ciò che è andato smarrito, ma anche ciò che può costituire un nuovo inizio.
Chiara è sin dall’inizio la meta da perseguire: a fronte di un pensiero che fa coincidere il ragionevole con ciò che è dimostrabile, logico, razionale, tanto concatenato nei suoi passaggi quanto univoco nelle sue conclusioni, si apre la sfida, mai sopita, di un pensare simbolico, plurale, molteplice, abbandonato al ventaglio delle possibilità, piuttosto che imprigionato nella correttezza della scelta da compiere. Il rischio che occorre assumere su di sé è quello di non venirne a capo, di restare sulla soglia, intesa non come una terra di nessuno o come un non-ancora, ma come luogo che si affaccia contemporaneamente di qua e di là, su una faccia e sul suo verso, tra la luce e il buio, tra il già percorso e l’ignoto.
Il mezzo per avvicinarsi a questa meta è individuato nell’immaginario, compreso in quell’intreccio di sogno, rêverie, progettualità, creazione, che ha nell’opera d’arte la sua forma oggettiva più efficace. La risorsa dell’immaginario è di farci vedere ciò che è invisibile (in uguale pretesa a quella dell’arte bizantina, spesso citata nel testo), di aprirci gli occhi sulla totalità, senza arretrare di fronte a ciò che è perturbante, polisemico, misterioso, perché è proprio lì che si dischiude la sua più ampia possibilità.
Quattro temi cardine scandiscono il percorso: la dimensione simbolica del reale, l’alchimia e la sapienza alchemica, la figura di Ermes e l’archetipo del Puer.
Il mondo (delle cose, delle passioni, delle opere d’arte, delle parole) si mostra a noi nell’ancipite potenza della chiarezza e dell’oscurità, del pensato e dell’impensato, dell’afferrato e del presagito. L’interrogazione del simbolo non ci spinge ad annullare il lato oscuro, così da poter dire tutte le parole o illuminare la tenebra, piuttosto è un invito a imparare a dimorare nel fra (p. 29).
Il simbolo è mediatore e Caronte da un lato all’altro della soglia: e solo un pensiero immaginale è capace di entrambi i lati, senza piegarsi allo scandalo della contraddizione; come fin da Goethe è stato compreso, esso realizza l’unità dei contrari, conduce alla conoscenza attraverso la dinamica propria del rinvio tra ciò che è mostrato e ciò a cui il mostrato allude. Il senso del simbolo è certamente significato, ma ancor più esso è direzione, indicazione del cammino da percorrere: Il simbolo non significa, ma ‘agisce’, trasforma (p. 35).
Il modello della sapienza alchemica è quindi emblematico e costituisce lo sfondo di molti passaggi del testo. L’alchimia è pensata qui come l’opera volta a trarre dalla materia la sua profondità ultima e incorruttibile, essa vive di un sapere capace di ricostruire il chiasmo fra corpo e spirito (p. 164), allo stesso modo per cui l’immaginario è capace di superare la scissione tra immagine e pensiero, riconducendoli a nuova unità.
Al movimento di analisi proprio del pensiero dialogico si contrappone la prassi radicale dell’alchimista (educatore della materia, secondo la definizione di Bachelard), che non si limita alla contemplazione della natura, ma ambisce al suo perfezionamento, in una suprema sintesi in cui il guardare e l’opera del guardare appaiono indissolubili. L’esito di questo sforzo è la Quintessenza, il distillato più sottile, altro rispetto alla materia originale e insieme rammemorante dell’alterità attraversata.
Il mito di Ermes diviene allora l’espressione più capace di questo percorso: è il dio che sta ai crocicchi, ai confini, nel centro del crocevia e perciò è colui che innanzitutto comunica, congiunge, forse persino con-fonde (p. 159). È il dio che sfugge a ogni definizione, è, appunto, ermeneuta, l’interprete capace di trasformare una lingua in un’altra, una cosa in un’altra, è colui che porta su di sé il molteplice e che lo agisce come dio della metamorfosi. È colui che dischiude nuove aperture.
Prelude Ermes alla figura archetipa del Puer, riguardo al quale la riflessione di Mottana raccoglie le tracce del pensiero di Bachelard, Corbin, Hillman, Bonardel, e ancora dell’opera di Jean Jacques Wunanburger su tutto ciò che attiene al mondo delle immagini e dell’immaginario, in uno sforzo di interessante orginalità.
L’ultimo capitolo è dedicato alla ricerca dei fondamenti concettuali di una pedosofia: si fa chiaro l’intento educativo enunciato nell’introduzione, sia per quanto attiene il metodo, sia per l’oggetto primo a cui rivolgere lo sguardo.
Il Puer, il bambino nelle sua molteplici accezioni simboliche è sia l’immagine dell’apertura sul mondo e di conseguenza paradigma di pensiero che deve essere recuperato, sia archetipo dimenticato da larga parte della tradizione occidentale. Da qui la perdita della forza educativa della pedagogia, che è divenuta sempre più scienza degli adulti e per gli adulti, imprigionata in logiche immobilizzanti, statiche, contrarie alla dinamica propria di ogni processo educativo.
La sapienza infantile è quel pensiero forte e dirompente, che ancora libero della parola ordinata e lineare del mondo adulto è capace di guardare al mondo nel suo intreccio sfaccettato e simbolico, così come di reinventarlo in una ludica e immaginifica metamorfosi.
Le stelle guida di questo viaggio, che inframmezzano nel corso del libro i capitoli teorico-espositivi, ossia la pittura dissolta e raggiante di Pierre Bonnard, la parola ferita di Joë Bousquet e l’infanzia carica di simboli e promesse del cinema di Tarkovskij, sono la testimonianza residuale della possibilità di questo sguardo e l’invito a mettersi in viaggio.
Tun mit Bild
LA PRASSI DEL SIMBOLO: VERSO UNA PEDAGOGIA DELL’INVISIBILE
Dalla soglia
Domanda silenziosa
Rilegature
Subire il simbolo
Divenire stella
Inadeguazione
Ierofanìa
Affidamento
Qui
Pietra
Anamorfosi
Alla soglia
FRATELLI D’OMBRA: L’ALAMBICCO CONTROLUCE DI PIERRE BONNARD
La mimesi della mimosa
La meteorologia dell’Eden
Fedeltà all’Opus
Cauda pavonis
Sul bordo del mondo
L’Utopia del vetro
Lei
L’oro del dissolvimento
SAPERE DELLA LONTANANZA: LA PEDAGOGIA IMMAGINALE
Pedagogia dell’immaginazione
L’uomo tradizionale
Nuove epistemologie e trasformazione del mondo
Immaginazione materiale e filosofia del riposo
Ontologia dell’immaginazione
Reverie cosmica e guarigione
Il cogito del rêveur
La sorella permanente
L’Eros e il fuoco
L’infanzia vegetale
L’immaginale
Ta’ wîl e mundus imaginalis
L’Angelo mediatore e la pedagogia angelica
La scienza del cuore
Femminile-creatore e Sofia
Riorientazione
Imagogìa
FRATELLI-OMBRE: LA NOTTE DI FONTE DI JOË BOUSQUET
La quintessenza della ferita
L’ inconoscenza
Lo sguardo ermetico
Il corpo astrale
Mistica del mondo
UNA PONDERAZIONE FILOSOFALE: TRACCE DI PEDAGOGIA ERMESIANA
I volti di Ermes
Verso la Grande Opera
Il ritorno del Quarto escluso
L’Opus
La Scienza della Bilancia
La guarigione della Natura
La crudeltà dell’Ombra
L’etica della trasmutazione
Deontologia delo sguardo
I segreti della creazione
FRATELLI-OMBRE: IL LIMO SALVIFICO DI ANDREJ TARKOVSKIJ
Anamnesi immaginale
Il chiasmo
Nostalgia del centro
Cosmo d’acqua
Terramadre
Bambini mutanti
IMAGINES PUERI: SCHIZZO PREPARATORIO DI UNA PEDOSOFIA
Il bambino terminato
L’essere dell’inizio e della fine
Pedagogia puerile
L’Eros del Paìs
Mysterium in-fanziae: pedosofia
Epistemologia pedosofica
Simbolica d’infanzia
Paolo Mottana è docente di Filosofia dell’educazione ed Ermeneutica della formazione all’Università di Milano-Bicocca. Membro del gruppo di ricerca universitario in Clinica della formazione, si occupa del rapporto tra psicoanalisi, psicologia analitica e pedagogia e del ruolo delle immagini in educazione. È inoltre direttore del Corso di Perfezionamento in Pratiche immaginative e formazione, sempre all’Università degli studi Milano-Bicocca. Tra gli altri ha pubblicato: Formazione e affetti: il contributo della psicoanalisi allo studio e alla elaborazione dei processi di apprendimento (Roma 1993), Il mentore come antimaestro (curatela, Bologna 1996), Dissolvenze: le immagini della formazione (con A. Franza, Bologna 1997), L’anima e il selvatico. Idee per controeducare (con N. Lucatelli, Bergamo 1998), Miti d’oggi nell’educazione (Milano 2000).
Estratto del libro: www.ucalgary.ca/~tstronds/nostalghia.com/TheBibliography/Articles/Tarkovskij_Mottana.pdf