“Uno deve essere molto informato, intimamente connesso con la totalità del mondo, dei suoi occupanti e delle sue caratteristiche, affinché si possa propriamente dire che ha credenze” (Dennett, Beyond belief, p.76). Questa asserzione, ex multis, della pervasività dei legami tra linguaggio e pensiero, da un lato, e circostanze esterne dall’altro, ci dà un’idea abbastanza significativa dell’approccio esternalista nella filosofia della mente. Ma se non dovessero bastare le varie forme di esternalismo elaborate finora,da quella ‘essenzialistico-causale’ di Putnam e Kripke a quella ‘sociale’ di Burge e alla ‘causal-information-theoretics’ di Fodor, giusto per fare alcuni nomi, oggi possiamo dire che l’esternalismo ha ancora propellente per andare ben oltre. Infatti, consigliamo di allacciarvi le cinture e di seguire Ruth Millikan, che in questo interessante libro esplora un nuovo e radicale approccio esternalista ai concetti empirici.
La quintessenza della impostazione argomentativa di questo testo è da rinvenire nella capacità della Millikan di sciogliere definitivamente quei legami che già si erano allentati ultimamente fra filosofia della mente e internalismo (o individualismo, come a volte viene chiamato). La teoria del contenuto da tempo ormai si trovava ad essere sottoposta a una tensione insostenibile per i contrapposti collegamenti alla mente e al mondo. La Millikan allontana perentoriamente dal soggetto pensante il contenuto concettuale: in pratica, ciò che determina il contenuto di un concetto è del tutto inaccessibile cognitivamente. Per l’autrice, dunque, unico e solo punto di aggancio della teoria qui proposta resta il mondo, ed ella partendo da un substrato teorico composto di evoluzionismo e cognitivismo ci spiega come raggiungere la meta che si propone, affrontando un mare che sostiene la sua navigazione e non provoca un naufragio.
Il libro, pur se articolato in quindici capitoli e due appendici densi di temi che spaziano dalla filosofia alla psicologia, dalla biologia alle scienze cognitive, offre un ‘accesso facilitato’ utilizzabile anche da un non addetto ai lavori in virtù del modo di argomentare diretto e informale tipico di Millikan che riesce a far assimilare anche i passaggi di teoria più impegnativa. Nella prima parte del testo viene presentata una teoria di un tipo speciale di concetti, “vale a dire i concetti relativi a ciò che (con un cenno rispettoso ad Aristotele) chiamo sostanze […] sostanze paradigmatiche sono gli individui (mamma), i materiali (latte), e i generi naturali (topo)” (p. 9). Millikan precisa che “i concetti di sostanza sono un certo tipo di abilità”, l’abilità di identificare le sostanze ad essi collegate, perciò sono paragonabili agli strumenti che si trovano in una cassetta di utensili, à la Wittgenstein, da usare, nella prospettiva millikaniana, piuttosto per pensare che per parlare. Il compito di tali concetti di sostanza, in pratica, lo possiamo verificare nell’atto di riconoscere o re-identificare qualcosa o qualcuno. Questo atto non consiste in un semplice reagire percettivamente allo stesso modo in cui ci capita di comportaci nel primo incontro con una persona, cioè non è un mero déjà vu. Facciamo il caso di un amnèsico che ogni volta che ci incontra reagisca percettivamente sempre allo stesso modo e fruisca sempre pedissequamente delle medesime rappresentazioni percettive. In pratica, egli non ci riconosce, o non ci re-identifica, perché non ha tracce mnestiche a cui rifarsi ed ogni volta ripeterà, “Salve, piacere di incontrarti”. Questa patologia ci dice che in questo soggetto manca un qualcosa. Infatti, per Millikan l’indicazione che qualcuno ci ha riconosciuto non consiste nel fatto che questi si comporti allo stesso modo di come fece nel primo incontro, bensì che si comporti differentemente: cioè usando, mettendo in pratica quel che ha recepito nell’ultimo incontro. Per esempio, basterebbe che ci chiamasse per nome. In assenza dell’abilità di tener presenti le informazioni raccolte nei precedenti incontri, come avviene nel caso dell’amnèsico, non vi può essere riconoscimento. Il fatto che la mera ripetizione sia insufficiente per il riconoscimento si estende anche ai concetti di generi naturali e di qualsiasi altra cosa che si possa re-identificare come la medesima cosa ancora una volta: questa è acqua (ancora una volta), questo è un libro (ancora una volta). Ai fini di una rappresentazione, semplice o complessa, bisogna tener presente che “applicare un concetto di sostanza” equivale a marcare un’informazione in ingresso in modo che i suoi portatori siano pronti per la co-ideintificazione con certi altri portatori di informazione” (p. 181). A partire da questa ‘marcatura d’identità’ di primo grado si può passare a quelle di secondo grado, cioè “applicando lo stesso concetto di sostanza” si avrà un atto di identificazione, segnalando al sistema cognitivo che “si è di nuovo di fronte alla medesima cosa”, di modo che il sistema cognitivo possa aggiungere a quella rappresentazione nuova conoscenza da utilizzare nei successivi incontri. Di solito con ‘concezioni’ associate noi di fatto distinguiamo le sostanze, tuttavia esse non svolgono alcun ruolo nella determinazione dell’estensione del concetto. Millikan nega, al proposito, ogni forma di razionalismo: il soggetto pensante in genere (salvo casi eccezionali) non ha conoscenza di ciò che determina il riferimento o estensione dei suoi concetti.
Nella seconda parte del libro vengono discusse varie tesi sui concetti empirici. Uno dei temi principali riguarda la critica rivolta dall’autrice ai modi di presentazione fregeani, un altro argomento di rilievo concerne il fatto che per il cervello non vi è, di principio, alcuna differenza nel trattare due concetti come identici e nel ri-rappresentare i simboli relativi a quei concetti come tali da essere gli stessi. L’uso di un ‘concetto’ per riferirsi a simboli non è incompatibile col ritenere i concetti come delle abilità: in effetti Millikan utilizza una nozione molto ampia di ‘rappresentazione’, in pratica ogni abilità di identificazione di una sostanza viene mediata da una rappresentazione interna. Questa rappresentazione può essere considerata come un simbolo per il riferimento del concetto. In pratica il ‘concetto’, secondo Millikan, può essere usato tanto per riferirsi alla rappresentazione, quanto come l’abilità che è a supporto di quel concetto. Ciascun uso di un ‘concetto’ distingue un differente tipo ontologico, cioè, da un lato, esso si riferisce ad una abilità, dall’altro lato ad una rappresentazione mentale, che è parte del meccanismo che dà luogo a quella abilità.
Sul tema essenziale del come sappiamo a cosa stiamo pensando, Millikan fornisce una dettagliata teoria di questo fenomeno per spiegare come nella concezione esternalista un soggetto pensante, nonostante tutto, sappia a cosa sta pensando. I concetti consistono in abilità di identificare, e quindi di re-identificare. Un caso particolare di re-identificazione è quello di appaiare due usi di un concetto come un termine intermedio in una inferenza mediata. In questo caso il soggetto ‘sa a cosa sta pensando’, perché l’inferenza mediata porta ad identificare una sostanza e quindi ad applicare una proprietà nota a quella sostanza, cioè: questo è un gatto, ai gatti piacciono i pesci, e dunque a quel gatto piace il pesce? La spiegazione del sapere a cosa si sta pensando così come è fornita da Millikan si sposta dal ritenere i concetti delle abilità, comunque sostanziate, al considerarli come rappresentazioni mentali: simboli utilizzati nelle inferenze. Tale spostamento è giustificabile dal fatto che quando una abilità di identificare si attiva con la mediazione di una rappresentazione interna è legittimo considerare quella rappresentazione come un immagine del concetto. In pratica, il veicolo concettuale può essere considerato come un simbolo mentale, laddove i simboli mentali sono rappresentati dal loro contenuto. Il contenuto, a sua volta, deriva dallo scopo dell’abilità che lo stesso simbolo aiuta ad esplicarsi. In un dominio in cui le abilità di identificare sono sostenute da rappresentazioni mentali, i concetti possono essere considerati come abilità determinate da scopi o come rappresentazioni mentali parimenti determinate. In altre parole, laddove una abilità di identificare ha un veicolo, un concetto può essere ritenuto come il veicolo rappresentato dal contenuto.
Una volta individuata la capacità di sapere a cosa si sta pensando, bisogna chiedersi come si arriva ad avere tale capacità di re-identificare una sostanza ed appaiare due porzioni di un suo relativo concetto come un termine intermedio in una inferenza mediata. Nel capitolo 7 Millikan controbatte le proteste contro l’esternalismo da lei sostenuto mostrando “come possano essere raccolte nell’esperienza forme di evidenza riguardo alla non vacuità, non ridondanza ed univocità dei nostri concetti empirici.” (p. 124) e ci spiega come i concetti possono essere tra loro ‘armonizzati’ nonostante il fatto che: a) una nostra concezione di sostanza non abbia connessione con alcuna sostanza reale, b) si verifichi una duplicazione del riferimento per i concetti di sostanza, c) si pensino due sostanze come una sola, confondendole quindi nel pensiero. Essere dotati dell’abilità di re-identificare non esclude di potersi trovare in uno stato di cose dai contorni sfumati. Errori di identificazione sfociano in contraddizioni, ma è proprio la capacità di adeguarsi alle contraddizioni a far si che gli animali, umani e non, pongano in sintonia i loro concetti con una data sostanza, ampliando in tal modo la gamma di circostanze in cui riusciranno ad identificarla correttamente. È proprio la produzione di contraddizioni scaturenti da una errata identificazione a fornire la base che rende lo sviluppo concettuale sensibile e pronto a reagire a tali errori.
Essere in possesso di una abilità non ci assicura di usarla correttamente. Sappiamo andare in bici, ma a volte cadiamo. Sappiamo identificare i cani, ma a volte ci sbagliamo. Secondo Millikan, dato che la maggior parte dei concetti umani vengono appresi, la loro estensione è determinata da una combinazione di fatti della selezione naturale e della vita dell’uomo: in pratica ciò comporta che si è in grado di identificare correttamente, per es. i cani, solo in virtù di quelle circostanze storiche. Se, però, in quelle circostanze non era prevista la capacità di identificare i cani al buio, noi ci sbaglieremo ad identificarli al buio. Chi ci dice che i nostri concetti non somiglino ai paraméci? Questi protozoi altamente specializzati nelle acque dell’emisfero settentrionale sono in grado di identificare con degli organuli sensibili al campo magnetico terrestre la direzione dell’acqua ricca di ossigeno per loro mortale e quindi sfuggirla, posti invece nei mari dell’emisfero australe si sbagliano a causa del campo magnetico invertito. Millikan ci rassicura che l’utilità di un concetto di sostanza dipende proporzionatamente dalla quantità e varietà di modi diversi che abbiamo a disposizione per identificare il referente di un concetto. Per esempio, se intravediamo qualcosa che ci appare come un gatto ma ha un modo di comportarsi come un cane, ciò vuol dire che qualcuno dei nostri mezzi di identificazione ha fatto cilecca. Se, invece, tramite tutte le nostre modalità sensoriali riusciamo a inquadrare che quello è un cane, avremo la sicurezza di aver correttamente identificato la sostanza. Tuttavia, noi possiamo individuare una cosa attraverso diverse prospettive o circostanze che fanno da intermediarie. Per esempio, per determinare se la temperatura di un liquido è di 40°, possiamo ricorrere a tutti i modi conosciuti per fare ciò. Il fatto che tutti questi metodi convergono verso lo stesso risultato significa che abbiamo misurato e possiamo attestare la realtà della proprietà temperatura di 40°C.
È bene precisare che l’approccio proposto da Millikan non garantisce che usando i nostri concetti si abbiano valide ragioni per dire che stiamo correttamente identificando i loro referenti. Anzi il metodo proposto ci mostra che vi sono modi in cui ci si rende evidente quando stiamo sbagliando una identificazione. Quindi non è che quando imbrocchiamo una identificazione possiamo dire di avere ragioni a giustificazione della nostra applicazione dei concetti, al contrario è quando sbagliamo che noi abbiamo modo di dirlo, e spesso in anticipo. Il che rende meno possibile che noi si perseveri a sbagliare nell’applicazione dei concetti allo stesso modo in cui si trova disorientato un paramecio se posto in un campo magnetico australe. A tal proposito Millikan è perentoria nel chiarire che “Non è compito specifico dei concetti empirici aiutare a predire l’esperienza […]. Prediciamo quel che ci farà leggere la nostra esperienza, precisamente che dato p allora q” (p. 130). In buona sostanza, se di predizione si vuol parlare, noi possiamo fare delle congetture in anticipo su delle altre conferme sensoriali di un qualcosa che è già una conoscenza acquisita. Quindi l’autrice ci avverte che nel contesto del suo discorso l’epistemologia dei concetti non va confusa con quella del giudizio perché “non v’è ragione di supporre che il processo di formazione ed affinamento di concetti adeguati presupponga l’abilità di giustificare i giudizi che fanno uso di tali concetti […]. L’epistemologia dei concetti non coincide con l’epistemologia dei giudizi, piuttosto la precede” (p. 131). Riflettendo sul fatto che noi abbiamo diversi mezzi di identificazione che concordano nei vari casi, possiamo trarre la giustificazione per l’uso di questa abilità concettuale.
La diffidenza di Millikan circa l’idea di giustificazione della certezza viene ribadita nell’inquadramento dei concetti di sostanza in ambito evoluzionistico. Partendo dal presupposto che nella conoscenza è implicata una certa dose di cognitive luck e che questa sorte cognitiva è richiesta per avere successo nel pensare e riuscire a sostenere proposizioni coerenti, sorgono due quesiti: la capacità di riconoscere correttamente le fonti di informazione “ha le sue proprie esigenze ambientali, essendo forse differente da un compito cognitivo all’altro?” e i fallimenti dei nostri poteri di riconoscimento “sono colpa dei sistemi cognitivi, o è una cattiva sorte epistemica che a volte li spinge oltre le loro capacità?” (p. 261). La risposta è che i sistemi cognitivi non hanno come scopo ultimo il raggiungimento della certezza giustificata, né questa serve a far andare avanti la linea della vita. La cosa è molto più semplice di quanto si pensi, infatti alla pari di quanto avviene nel processo evolutivo in base ai principi di ‘moltiplicazione’ (quanta più progenie tanta più probabilità di generazione successiva) e ‘divisione’ (sufficiente varietà di forme di vita, più probabilità di avere alcuni ambienti adatti ad una od altra forma di vita), anche per i sistemi cognitivi troviamo all’opera questi principi, in quanto essi hanno, da un lato, molti variegati metodi fallibili per riconoscere la stessa persona, lo stesso oggetto e così via, e, dall’altro lato, sono dotati di metodi differenziati da usare in condizioni diverse e da impiegare in modo ridondante o selettivamente secondo il caso. Questa è più o meno la strategia con cui sinora siamo riusciti a barcamenarci, poiché “proprio come l’abilità di sopravvivere e di moltiplicarsi, l’abilità di mantenere coerenti i nostri pensieri -di avere idee chiare- richiede il supporto dell’ambiente” (p. 262).
Per concludere, il pensiero millikaniano rientra appieno nell’ampio dibattito sull’esternalismo portando nuova linfa, anzi "una visione esternalista, senza compromessi, riguardo ai concetti di sostanza" (p. 123). A riprova di ciò basti considerare le seguenti conclusioni. Anzitutto, soggetti identici (nel senso tipico di Tizio e del suo Sosia dell’esperimento mentale di Terra-Gemella proposto da H. Putnam in The meaning of ‘meaning’) in contesti diversi possono avere pensieri con contenuti differenti benché essi usino i loro concetti allo stesso modo. Solo nel caso in cui i concetti vengano trattati allo stesso modo da parte di un solo soggetto e appaiati per formare un termine intermedio in una inferenza mediata, scaturirà confusione o equivocità e perciò identità di contenuto, nel senso che per Millikan “l’equivoco si trova lì dove l’informazione effettiva, derivata da fonti diverse, è marcata come informazione sulla stessa cosa” (p. 238).
In maniera simile, in uno stesso soggetto due concetti, pur se intrinsecamente identici, possono avere differenti contenuti in virtù dei loro differenti contesti storici d’origine. Solo nel caso in cui detti concetti vengano appaiati come termine intermedio in una inferenza mediata, assumeranno equivocità. Se, invece, essi vengono tenuti separati, per esempio perché originari di due diversi sistemi cognitivi, allora i loro contenuti vengono preservati.
Prefazione
1. I concetti di sostanza: introduzione - 2. Sostanze: l’ontologia - 3. Classificare, identificare, funzioni dei concetti di sostanza - 4. La natura delle abilità: com’è determinata l’estensione?- 5. Ancora mamma, ancora latte e ancora topo: struttura e sviluppo dei concetti di sostanza - 6. Concetti di sostanza attraverso il linguaggio: conoscere i significati delle parole - 7. Come rendiamo chiare le nostre idee: un’epistemologia per i concetti empirici - 8. Contenuto e veicolo nella percezione - 9. Identici e identità nei contenuti concettuali e nei veicoli -10. Afferrare l’identità - 11. Alla ricerca di modi di presentazione strawsoniani - 12. Fare a meno di giudizi d’identità e modi fregeana - 13. Sapere a cosa stiamo pensando - 14. Come sono fissate le estensioni di nuovi di sostanza: come i concetti di sostanza acquisiscono intenzionalità - 15. Fortuna cognitiva: i concetti di sostanza in un quadro evoluzionistico - Appendice A: Disaccordo con Evans circa i pensieri basati su informazione - Appendice B: Qual è il rapporto tra l’informazione naturale e la rappresentazione intenzionale?
Riferimenti bibliografici
Ruth Garrett Millikan è professoressa di filosofia presso l’Università del Connecticut. È riconosciuta come una delle più autorevoli voci contemporanee nel campo della filosofia della mente. Uno dei suoi scopi dichiarati è trattare la conoscenza sviluppando l'atteggiamento metodologico con cui David Marr ha trattato il tema della visione. I suoi interessi sono rivolti in particolare al rapporto tra mente, linguaggio e biologia, tema sul quale è incentrato l'ormai classico Language, Thought and other Biological Categories (1984), e White Queen Psychology and Other Essays for Alice (1993).
Per informazioni bio-bibliografiche sull’autrice:
http://www.ucc.uconn.edu/%7Ewwwphil/millikan.html