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Da Re, Antonio, Filosofia morale. Storie, teorie, argomenti.
Milano, Bruno Mondadori, 2003, pp. 193, euro 15,50, ISBN 88-424-9610-3.

Recensione di Gian Paolo Terravecchia - 05/01/2004

Etica

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L’ultimo lavoro di Antonio Da Re è una buona introduzione alla filosofia morale. Il testo, sul piano storico-teoretico, presenta una scelta felice dei punti nodali della storia del pensiero morale e si distingue per la chiarezza espositiva e la buona organizzazione sul piano didattico.

Gli undici capitoli sono ripartiti in gruppi di due rispettivamente per la filosofia antica, la filosofia medioevale, la filosofia moderna e quella dell’Ottocento. Al Novecento sono invece dedicati i tre capitoli finali. La scelta di seguire un’esposizione per ordine cronologico, e non strettamente tematica, consente di graduare progressivamente la difficoltà della materia. Soprattutto, in tal modo, l’opera fornisce più agevolmente alcune fondamentali categorie storiografiche, utili poi per la migliore comprensione delle dottrine morali stesse. Allo studente, desideroso di ulteriori letture, è fornita una bibliografia strutturata, essenziale, che propone testi di facile reperibilità. La trattazione è alleggerita da brani antologici, cosicché il lettore ha occasione di tornare su punti già esposti. Si tratta di una modalità che facilita la comprensione e la memorizzazione dei passaggi chiave e offre, al contempo, un accesso diretto ai classici, invogliando a una lettura integrale delle opere. Occasionalmente, nella pagina sono inseriti box di approfondimento o delucidazione. Alla fine di ogni capitolo, l’Autore esplicita la struttura logico-argomentativa di alcuni passaggi di particolare importanza. Si nota in questo l’influenza di un altro filosofo patavino, Giovanni Boniolo (cfr. G. Boniolo e P. Vidali, Strumenti per ragionare, Milano 2002), anche se nel testo di Da Re il bagaglio retorico-dialettico assume, per ovvie ragioni, un’originale declinazione in ambito morale.

Il libro non ha la pretesa di costituire una fondazione razionale dell’etica e, tuttavia, ha un chiaro indirizzo teoretico che lo preserva dal pericolo, tipico dei manuali di storia delle idee, di ridursi a una filastrocca di opinioni. La lezione dei classici serve perciò a focalizzare temi e problemi fondamentali del filosofare e offre un’occasione di confronto critico con le soluzioni significative offerte dalla tradizione. A volte l’Autore fatica a mantenere l’equilibrio fra l’esigenza storiografica e quella tematica. Il maggiore esempio di tale difficoltà è, forse, il capitolo nono, nel quale la ricchezza dei contenuti e l’importanza degli autori presentati sembrano a tratti sviare l’attenzione dal tema. Si peccherebbe però di eccessiva severità a non riconoscere come, nel complesso, l’operazione sia riuscita egregiamente.

Le scelte storiografiche e tematiche del testo sono sempre meno obbligate, via via che l’esposizione si approssima al Novecento. Vale la pena di soffermarsi proprio sugli ultimi tre capitoli. Nel nono, dedicato al rapporto tra ragione e sentimento in etica, Da Re tratta in particolare di Moore, Scheler, Hare, Habermas e MacIntyre, mostrando come per ciascuno di essi il confronto critico con l’etica kantiana sia un passaggio ineludibile. Moore annovera quella di Kant fra le etiche metafisiche che cadono nella fallacia naturalistica, che consiste nella pretesa di definire il bene (nel caso di Kant, come è noto, è ritenuto rinvenibile nella realtà soprasensibile). Secondo Moore il bene non è esprimibile attraverso una definizione, perché viene colto con l’intuizione. Sia Moore che Scheler sono intuizionisti, cioè ritengono che ciò che è eticamente normativo (per il primo il bene, per il secondo il valore) sia dato mediante intuizione. Questa tesi li contrappone al razionalismo che rifiuta l’intuizionismo, per l’impossibilità di un controllo razionale di ciò che viene intuito. La critica che Scheler muove a Kant riguarda il formalismo ed è condotta in nome dell’etica materiale dei valori, un’etica cioè universale, per il dovere che tutti hanno di realizzare il valore morale, ma al contempo anche dotata di un contenuto, che consiste nel valore stesso. Esso viene colto dal soggetto tramite una percezione affettiva. Anche MacIntyre va annoverato tra i critici del pensiero kantiano, in quanto attacca il primato delle norme e delle regole in nome dell’etica personale delle virtù. Tutti e tre gli autori, in forme diverse, si possono schierare dal lato di una rivalutazione del sentimento, senza con ciò sposare posizioni estremiste come quella di Ayer. Questi sostiene un emotivismo che porta al rifiuto dell’etica come scienza: a suo parere gli enunciati di valore esprimono solo emozioni particolari. Non c’è perciò, in questa prospettiva, alcuno spazio di manovra per un discorso etico che abbia una sua universalità e che possa perciò proporre il dovere morale come legge universale. Su un versante decisamente più vicino a Kant si pongono invece Hare e Habermas. Il primo ritiene che l’etica sia un insieme di prescrizioni, obblighi e doveri validi universalmente. Il principio morale si caratterizza come predominante, cioè è superiore per autorevolezza a principi di altro genere, come ad esempio quelli estetici. Si tratta di determinazioni della norma morale di ispirazione kantiana. Quanto all’etica del discorso di Habermas, è anch’essa, con quella di Hare, un’etica normativa. La diversità delle impostazioni tra il gruppo Moore, Scheler e MacIntyre da un lato, Hare e Habermas dall’altro viene letta in maniera conciliativa da Da Re. Egli, infatti, mostra come la diversità di impostazione dipenda da un’oggettiva differenza tematica che, opportunamente, vede prediligere la ragione, quando all’esame sono le questioni di tipo normativo, mentre è preferita l’intuizione, quando si tenta di descrivere l’esperienza morale.
Nel capitolo sull’etica della responsabilità, Da Re prende come punti di riferimento Weber, Apel e Lévinas. Il tema viene svolto in tre direzioni: quella della responsabilità politica (Weber), quella della responsabilità (o meglio co-responsabilità) del discorso (Apel), e quella dell’identificazione fra etica e responsabilità (Lévinas). Introducendo il capitolo, Da Re ricorda che il termine responsabilità ha una connotazione giuridico-politica e trova una prima codificazione nei Lineamenti della filosofia del diritto di Hegel. In quel contesto si parla di responsabilità a proposito del problema del male che viene compiuto, al tema della pena e, soprattutto, della possibile riparazione del danno prodotto. Da Re rileva come già nel contesto dell’opera di Hegel la responsabilità venga mostrata nella sua apertura al futuro. Mentre, infatti, l’imputabilità rinvia all’origine, alla causa del reato, quindi al passato, la responsabilità è piuttosto rivolta agli esiti futuri che l’azione potrebbe portare. Di particolare interesse è parsa, a chi scrive, la presentazione e la discussione della riflessione di Lévinas. Questi propone la soggettività, il Medesimo, come ciò che accoglie Altri, come ospitalità. L’etica è generata dalla responsabilità per l’Altro, consiste nel rispondere all’appello dell’Altro, che biblicamente si presenta col volto del povero, dell’orfano, della vedova, dello straniero. Ciò diviene impegno, obbligo irrecusabile al quale l’Io non può sfuggire. Il Medesimo è vincolato alla propria responsabilità. Questa, secondo Lévinas, fuoriesce dalla logica della reciprocità nella quale a un diritto corrisponderebbe un rovescio (cit. a p. 164). Da Re rileva che la responsabilità di cui parla Lévinas ruota esclusivamente attorno alla figura dell’Altro, che il Medesimo, l’Io in quanto tale, viene confinato a uno stato di completa passività, di suprema passività. In tal modo però, conclude Da Re criticamente, il rischio è addirittura che venga meno la relazione, perché il Medesimo stesso si è dissolto nell’Altro.
Il lettore si può stupire per l’assenza, in questo capitolo, di una discussione del pensiero di Jonas, famoso per Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica. In effetti, Da Re rimanda in maniera esplicita al capitolo seguente, nel quale a Jonas e al testo in questione, nel complesso, è offerto ampio spazio. Ci si chiede però se non fosse più opportuno dedicare in questa sede una trattazione tematica diffusa, limitando l’ultimo capitolo a riferimenti mirati.
L’undicesimo capitolo riguarda l’etica applicata e gli autori discussi sono Naess, Jonas ed Engelhardt. Si tratta di un ambito del dibattito etico tra i più recenti. L’espressione etica applicata, afferma Da Re, fa la propria comparsa verso l’inizio degli anni Settanta e riguarda un insieme di principi, di norme e di finalità morali che hanno per oggetto ambiti particolari dell’esperienza umana. Riguarda, ad esempio, l’etica dell’ambiente, l’etica degli affari, l’etica delle professioni, la bioetica. L’Autore ricorda come alla base dell’esplodere del fenomeno dell’etica applicata vi sia lo sviluppo della ricerca scientifica e quello tecnologico. Ciò ha comportato la nascita di nuovi problemi morali un tempo inimmaginabili. Temi tanto delicati come, ad esempio, quelli riguardanti l’inizio e la fine della vita non possono essere lasciati al giudizio e alle scelte del medico. Il capitolo, tratteggiato il quadro generale, si sofferma sull’etica ecologica e sulla bioetica. Quanto alla prima, un suo tema ricorrente nella letteratura consiste nella critica all’antropocentrismo. Naess giunge a negare una gerarchia tra le varie specie viventi, assumendo una posizione in pratica difficilmente difendibile, finendo perciò con l’ammettere che l’egualitarismo biosferico vale in linea di principio. La posizione di Jonas è invece più equilibrata in quanto, mentre da un lato ammette una differenza di principio tra l’uomo e gli altri viventi, dall’altro non legittima l’atteggiamento, assunto dall’uomo, che è predatorio e distruttivo dell’ambiente. Anche in ambito bioetico, Jonas assume una posizione equilibrata e prudente. Da un lato, guarda positivamente alla tecnica, dall’altro però mette in guardia nei confronti del pericolo che la tecnica trasformi l’uomo in un oggetto di ricerca e di pianificazione spersonalizzante. Proprio la sperimentazione sull’uomo è uno degli ambiti in cui tale pericolo è più alto. Jonas propone che i primi a sottoporsi alla sperimentazione siano i medici e i ricercatori. Poiché in tal modo il numero dei candidati sarebbe davvero esiguo, lo si potrebbe allargare attraverso la regola della scala discendente che propone la sperimentazione a partire da coloro che per motivazione e cultura possano esprimere un consenso pienamente informato e libero da indebite pressioni. Tanto più si discende la scala, giungendo a soggetti sempre meno consapevoli, motivati, o liberi nella scelta, tanto più cauti e riluttanti si deve essere nel loro coinvolgimento. Si tratta, nota Da Re, di un criterio antiutilitarista e anticontrattualista che ha il fine di salvare la dignità dell’uomo e, in particolare, dei soggetti più deboli. Su posizioni diverse è invece Engelhardt, il quale ritiene che tutto ciò che è tecnicamente possibile sia anche lecito moralmente, purché vi sia il consenso degli interessati. Per interessati, però, Engelhardt intende le persone in senso stretto, cioè gli esseri autocoscienti, razionali, morali e liberi. Queste caratteristiche identificano un gruppo limitato di esseri umani. Per lui, infatti, non tutti gli esseri umani sono persone. Ne segue che la tutela eventualmente attribuita agli embrioni, agli ammalati gravi di Alzheimer o ai ritardati mentali gravi potrà variare all’interno delle diverse società laiche. Le conseguenze di questa impostazione, nota Da Re, sono piuttosto gravi ed è pertanto difficile sostenere che l’etica laica, che si viene a costituire su questa base, sia povera di contenuto. La radicale distinzione di Engelhardt tra morale particolare ed etica laica finisce per portarlo, osserva Da Re, ad avallare una posizione schizofrenica ravvisabile anche nel fatto che, da un lato, Engelhard si dichiara fervente cristiano ortodosso, e dall’altro teorizza una posizione nella quale i suoi stessi convincimenti dovrebbero essere aprioristicamente rimossi.

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Introduzione
1. La vita buona e la conoscenza del bene - Socrate, Platone, Aristotele, Plotino
2. Felicità e virtù - Aristotele, Epicuro, Stoici
3. Il bene e la virtù - Agostino, Bonaventura, Tommaso d'Aquino
4. Libertà e volontà - Agostino, Tommaso d'Aquino, Duns Scoto
5. Bene e sommo bene - Spinoza, Leibniz, Kant
6. Il movente dell'azione morale - Cartesio, Spinoza, Hume, Kant
7. Il dovere morale e il test di universalizzabilità - Kant, Schopenhauer, John Stuart Mill
8. Il problema dell'autonomia morale - Hegel, Kierkegaard, Rosmini, Nietzsche
9. Ragione e sentimento in etica - Moore, Scheler, Hare, Habermas, MacIntyre
10. L'etica della responsabilità - Weber, Apel, Lévinas
11. L'etica applicata - Naess, Jonas, Engelhardt

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Antonio Da Re è docente di Filosofia morale presso l’Università di Padova. Dirige la rivista Etica per le professioni. Questioni di etica applicata. Tra le sue numerose pubblicazioni, segnaliamo Figure dell’etica (in Introduzione all’etica, a cura di C. Vigna, Milano 2001), L’etica tra felicità e dovere (Bologna 1987), La saggezza possibile. Ragioni e limiti dell’etica (Padova 1994), Tra antico e moderno. Nicolai Hartmann e l’etica materiale dei valori (Milano 1996).

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Un articolo dell’autore pubblicato sull’Avvenire: http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/990811.htm>
La rassegna stampa Swif su Filosofia e morale: http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/morale.htm

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