Storia della filosofia (contemporanea)
Il lettore che desideri incontrare per la prima volta Isaiah Berlin, superbo saggista della storia intellettuale dell’uomo, può dedicarsi fiducioso alla lettura di Il potere delle idee, una raccolta dei saggi più brevi e popolari del filosofo. Per la pubblicazione di questo volume, come ben sanno gli appassionati degli scritti berliniani, bisogna ancora una volta esser grati al curatore Henry Hardy, il benemerito studioso che ha sempre avuto grandissima familiarità con gli scritti di Berlin, provvedendo a pubblicarne diverse raccolte. Benché l’inclusione di scritti brevi e accessibili possa, prima facie, far pensare a un ‘Berlin minore’, ciò non è affatto vero. Questa eccellente antologia, ancora una volta, rivela l’ampiezza e la complessità del pensiero di Berlin, allorché analizza il fondamentale ruolo sociale e politico che le idee svolgono nel mondo. Avendo studiato e iniziato l’attività didattica presso l’università di Oxford, Berlin dimostrò interesse per la filosofia analitica oxoniense (di questo contesto tracciò un quadro in Impressioni personali), ma ben presto si accorse che questo modo di far filosofia, pur rigoroso e chiaro, era alquanto distaccato dalla storia e dal modo di vivere dell’uomo nel contesto storico. Pertanto, a partire dallo studio dell’opera di Alexander Herzen, filosofo e rivoluzionario russo, Berlin andò sempre più dedicandosi alla storia sociale e politica delle idee, al punto - osservò Sir Noel Annan nell’introduzione a Impressioni personali - di dar vita e corpo alle idee non ritenendole delle mere astrazioni, bensì entità viventi nelle menti degli uomini, che influenzando le loro azioni ne improntano la vita privata e pubblica.
La raccolta di diciannove saggi si apre con l’ultimo scritto di Berlin, Il mio itinerario intellettuale, in cui è descritta la sua crescita intellettuale e viene reso omaggio ai pensatori che influenzarono il suo pensiero. Proprio per questa impostazione, il saggio è da considerarsi come la lectio magistralis di addio. Utilizzo una tale definizione accademica non solo perché quelle pagine illuminano il senso e la parabola del pensiero di Berlin, che ha attraversato tutto il Novecento, ma anche perché, pur leggendo le parole scritte, tale è la scorrevolezza del discorso da avere la netta sensazione di ascoltare il maestro che conversa aiutandosi, a causa della tarda età, con un unico foglio di appunti davanti (p.14). D’altronde, sulla dote straordinaria di Berlin quale avvincente conversatore corrono vari aneddoti. Si dice, per esempio, che nel 1957 il Primo Ministro Harold MacMillan incluse il nome del filosofo nella lista dei candidati al titolo di Sir da sottoporre alla regina Elisabetta II, e allorché dovette annotare a fianco di ciascun nome la motivazione in base alla quale veniva conferito il rango di baronetto, lo statista a margine del nome Berlin annotò: For talking. Nella più accreditata biografia del filosofo, scritta da Michael Ignatieff, questi paragona le conversazioni registrate con Berlin a un virtuoso display of a great intelligence (Isaiah Berlin: A Life, p.6) e spiega in modo limpido come questo Paganini of talk (Isaiah Berlin: A Life, p.51) abbia usato la filosofia a difesa della libertà e della dignità degli esseri umani.
La mancanza di un opus magnum in cui venga esposta una teoria berliniana è da attribuire a due fattori: innanzitutto a questa sua particolare comunicativa che lo portava a trasmettere il suo pensiero attraverso conferenze che spesso non venivano stampate e mediante molteplici saggi che invece erano disseminati in disparate pubblicazioni. In secondo luogo, è da tener presente il suo profondo credo nel pluralismo quale fondamento dei valori liberali, intesi nel loro senso più classico. Berlin tracciò una netta distinzione tra monisti, pensatori che pongono a guida della loro vita un singolo principio dell’agire dell’uomo e della sua storia, e pluralisti, pensatori che credono nella molteplicità di concetti, ugualmente validi se pur a volte reciprocamente incompatibili, sul come vivere ed evitano di imporre all’umanità un’immagine onnicomprensiva della realtà. L’aver incontrato e colloquiato con le maggiori menti del XX secolo ha portato Berlin alla formulazione di un pensiero plurale che non implica affatto un facile relativismo: I valori molteplici sono oggettivi, parte dell’essenza dell’umanità, e non arbitrarie creazioni delle fantasie soggettive degli uomini (p.38). A dar fondamento al pluralismo politico di Berlin contribuirono lo studio di autori come Giambattista Vico e Johann Herder, nonché la critica serrata svolta nei confronti del Romanticismo. La concatenazione di questi temi di studio non è casuale, anzi dimostra ancor più il principio che ogni popolo ha la sua cultura ma vi è un comune sentire che li unisce pur nelle necessarie diversità. Infatti, Herder è stato anche colui che nella Germania del Settecento ha riscoperto Vico, è cresciuto alla sua scuola, restituendolo all’Europa. Al contempo, Herder si pone alle radici del movimento romantico di cui Berlin ha attentamente individuato e analizzato, da un lato, il retaggio positivo consistente nel disprezzo per l’opportunismo, l’attenzione per la varietà individuale, lo scetticismo nei confronti di oppressive formule generali e soluzioni definitive e, dall’altro lato, ne ha condannato il retaggio negativo consistente nel prosternarsi davanti ad esseri superiori e nell’esaltazione del potere arbitrario, della passione e della crudeltà (p. 306).
Altri temi cari a Berlin, trattati in questi saggi, si rifanno alle sue origini, e in particolar modo spaziano dal ruolo svolto dalla intelligencija nell’ambito della cultura russa alla critica del marxismo, dal sionismo alla nascita dello stato di Israele. Quale attento osservatore dell’efficacia delle idee, Berlin è riuscito a far comprendere al mondo occidentale la particolarità della storia intellettuale russa a partire dall’Ottocento, in special modo il ruolo storico e sociale svolto da quel fenomeno irripetibile come l’intelligencija che, pur accogliendo idee, dottrine, movimenti ed eventi occidentali, fece passare tutta questa messe nel suo ‘mulino di Amleto’ e ne ricavò nuovo cibo per la mente al punto che almeno quelli dei membri dell’ intelligencija che lasciarono la loro impronta sull’evoluzione mentale russa nell’Ottocento (e sulla rivoluzione russa nel Novecento) consegnarono se stessi a ciò che credevano vero con una costanza e un’assolutezza che in Occidente, fuori della vita religiosa, si sono viste di rado (p.121). Da quello che, ai suoi inizi, poteva presentarsi nei salotti e nei circoli culturali europei come un gruppo di persone – si chiamino Herzen o Bakunin, Belinskij o Turgenev – impegnate in attività intellettuali in un angolo pittoresco della lontana e oppressa Russia, era destinato a toccare punti nevralgici nella mente o nei sentimenti degli uomini e scatenare pensieri, e quindi azioni, prima neppure immaginabili e sui quali, di conseguenza, non si era mai riflettuto.
Riguardo al sionismo, Berlin, di discendenza ebraica, ebbe un atteggiamento estremamente complesso e di questo fanno fede le vicissitudini collegate al saggio Schiavitù ed emancipazione degli ebrei, che rappresenta la classica esposizione delle convinzioni sioniste del filosofo. Allorché venne pubblicato nel 1951, nacquero tante controversie che Berlin fu sempre restìo a includerlo in successive raccolte di saggi. In particolare, la discussione fu più vivace nei confronti di T.S. Eliot per i giudizi che questi espresse sugli ebrei e che si possono riassumere nella posizione assunta da pensatore pavido, […] anima piena di terrore come T.S. Eliot […] figlio della nuova epoca, che con i suoi sistemi totalitari ha cercato di istituire proprio un ordine del genere tra gli esseri umani, classificandoli con precisione e sistemandoli ciascuno nella categoria a lui appropriata, e ha soppresso in vario grado le libertà civili (pp. 273-274). L’atteggiamento pluralista di Berlin si rivela anche in questa circostanza: la discriminazione viene condannata, oltre che nei pensatori antisemiti, anche negli stessi ultranazionalisti ebraici che guardano ai correligionari come soggetti che hanno nei confronti di Israele doveri ma non diritti (poiché gli ebrei devono vivere in – o almeno per – Israele) (pp. 274-275). Pur nella sua essenzialità per un popolo che ha avuto un po’ troppa storia, e troppo poca geografia, la creazione dello Stato d’Israele, per Berlin, ha riscattato la storia di martirologio del popolo ebraico, più che come istituzione, come possibilità conferita ai singoli di scegliere come vivere o morire, di imboccare la strada del bene o del male; e, comunque, cosa ancor più importante è il fatto che anche se, in un’ora buia, [lo Stato di Israele] dovesse venir rovesciato e perdere la sua indipendenza [….] lo Stato avrebbe assolto il suo compito di emancipazione (p.278).
Dopo aver letto questi saggi dalla tematica eclettica e interessante, comprendiamo non solo come l’autore abbia colto in modo preciso la forza delle idee nella storia, ma anche come di rimbalzo le idee proprie di Berlin siano di aiuto nel comprendere ciò che sta avvenendo oggi nel mondo.
Prefazione del curatore H. Hardy
Il mio itinerario intellettuale
Lo scopo della filosofia
I filosofi dell’Illuminismo
Uno dei più arditi innovatori nella storia del pensiero umano
La storia intellettuale russa
L’uomo che diventò un mito
Un rivoluzionario senza fanatismo
Il ruolo dell’intelligencija
La libertà
La filosofia di Karl Marx
Il padre del marxismo russo
Il realismo in politica
Le origini di Israele
Schiavitù ed emancipazione degli ebrei
La leadership di Chaim Weizmann
La ricerca dello status
L’essenza del Romanticismo europeo
Meinecke e lo storicismo
La cultura generale
Indice analitico a cura di D. Matthews
Isaiah Berlin (1909-1997), storico, filosofo, saggista. Russo di nascita, ebreo di discendenza, inglese di elezione. Le sue idee sono svolte in un’ampia saggistica. Fu uno strenuo difensore del liberalismo filosofico e un preciso storico delle idee. Dopo un approccio iniziale alla filosofia analitica, si dedicò allo studio di pensatori come Vico, Herder e all’analisi di temi quali la libertà, il determinismo, il relativismo, lo storicismo e in modo particolare sviluppò la sua dottrina del pluralismo. Fra i suoi scritti più noti ricordiamo: Two Concepts of liberty (1958; trad. it. Due concetti di libertà, Milano 2000), The Hedgehog and the Fox (1953; trad. it. Il riccio e la volpe, Milano 1986), Personal Impressions (1980; trad. it. Impressioni personali, Milano 1989), The Crooked Timber of History (1990; trad. it. Il legno storto dell’umanità, Milano 1994).
Isaiah Berlin Virtual Library, a cura di Henry Hardy