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Putnam, Hilary, The collapse of the fact/value dichotomy and other essays.
Cambridge (MA), Harvard University Press, 2002, pp. 190, £ 22.95, ISBN 0-674-00905-3.

Recensione di Alessandro Giannelli - 14/12/2003

Etica, Filosofia della scienza

Indice - Bibliografia - L'autore - Links

1. The collapse fact/value dichotomy and other essays raccoglie le Rosenthal Lectures tenute da Putnam alla Northwestern University School of Law nel 2000, assieme ad altri recenti articoli dell'autore. Il libro è diviso in due parti. La prima, dal titolo The collapse of the fact/value dichotomy, propone una analisi storica e concettuale della dicotomia tra fatti e valori. Putnam, partendo dalla concezione humeana di fatto, ricostruisce la genesi della dicotomia tra fatto e valore considerando sia la distinzione tra analitico e sintetico introdotta da Kant che le teorie neopositivistiche sul significato degli enunciati scientifici e morali. Nella seconda parte, Rationality and Value, l'autore esamina le implicazioni teoriche della dicotomia tra fatti e valori all'interno del recente dibattito economico e filosofico. Secondo Putnam la principale domanda a cui l'economia deve dare una risposta riguarda la possibilità di condurre discussioni razionali intorno ai confronti interpersonali di utilità. Nei capitoli conclusivi della seconda parte, Putnam torna ad occuparsi del dibattito filosofico attuale attaccando l'antirealismo morale e il concetto di ragioni interne proposto da Bernad Williams. Infine nell'ultimo capitolo Putnam riesamina la "vecchia" idea - che risale alle pagine di Reason truth and history - secondo cui la scienza presuppone valori, e che i valori epistemici sono valori tanto quanto quelli etici.

2. Il capitolo The empiricist background,che apre questa prima sezione, ricostruisce la storia della dicotomia tra fatti e valori da David Hume fino al positivismo logico di Rudolf Carnap.

Prima di entrare nel merito di questa ricostruzione, Putnam - ispirandosi a Dewey - distingue il significato di "dicotomia" da quello di "distinzione". Una dicotomia è una tesi metafisica e stabilisce un dualismo ontologico, mentre una distinzione ha implicazioni soltanto linguistiche. Questa precisazione è molto importante, in quanto permette di chiarire alcuni fraintendimenti riguardo alla ben nota dicotomia tra analitico e sintetico. L'idea di Putnam è che se non distinguiamo il significato di "dicotomia" da quello di "distinzione", allora siamo condotti necessariamente verso un dualismo ontologico (cfr. p. 13). Se invece teniamo distinti i due significati allora possiamo usare la distinzione tra analitico e sintetico come una semplice tesi linguistica, senza nessun vincolo ontologico. Putnam - seguendo in parte le tesi di Quine - disinnesca così la dicotomia tra analitico e sintetico riducendola ad una distinzione linguistica - con la quale spiegare, per es., perché la verità delle proposizioni matematiche non costituisce un problema per l'empirismo.

Quindi, secondo Putnam, se interpretiamo la distinzione tra analitico e sintetico come una tesi metafisica - e cioè come una dicotomia - allora segue che la classe degli enunciati sintetici sarà definita in base alla proprietà essenziale - in analogia ai termini di genere naturale - di essere veri o falsi in relazione al darsi o meno dello stato di cose che descrivono. Pertanto - osserva Putnam - abbiamo una precisa nozione di fatto: un fatto è ciò che è osservabile, che può essere descritto da un enunciato, e che in quanto osservabile verifica o falsifica l'enunciato di cui è riferimento. Su queste basi, la tesi di Putnam è che sia Hume che Carnap abbiano introdotto una dicotomia tra fatti e valori a partire da una concezione estremamente stretta e povera di "fatto". L'idea è che Hume e Carnap - seppur in termini radicalmente diversi - condividevano la stessa nozione di fatto: un fatto è ciò che è osservabile (cfr. p. 15). Tuttavia, rileva Putnam, da parte di Carnap questa idea ha subito una forte revisione in quanto in Foundations of Logic and Mathematics (1938) Carnap accetta come significanti termini teorici come "battere" o "atomo". L'idea è che questi termini devono essere accettati come significanti - pur non essendo verificabili in termini osservativi - perché permettono di ricostruire scientificamente un certo linguaggio - per es. della biologia o della fisica. Ora, osserva Putnam (cfr. p. 24), la distinzione tra teorico ed osservativo si basa sulla possibilità di distinguere accuratamente termini di valore da termini descrittivi. Tuttavia, com'è noto, un termine come "crudele" nel linguaggio ordinario ha una valenza sia descrittiva che valutativa; ma nei termini fissati da Carnap, "crudele" non è né un termine teorico né osservativo, perciò è privo di senso. Dal punto di vista di Carnap "crudele" risulterebbe significante solo se l'impiego di "crudele" implicasse una certa teoria in cui vi è descritto uno stato mentale che conta come crudele, tale che tutte le persone crudeli siano in quello stato mentale. La conclusione di Putnam è che questo è un resoconto assurdo, e illusorio, che non tiene in considerazione l'intreccio tra fatti e valori mostrato, per es., dal termine ordinario "crudele". Nel secondo capitolo, The entanglement of fact and value, Putnam chiarisce in che senso la possibilità di selezionare esplicativamente dei fatti presupponga necessariamente dei valori - come semplicità e coerenza. In queste pagine l'obiettivo di Putnam è di mostrare quanto l'idea di Carnap di poter ridurre la selezione delle ipotesi ad un algoritmo sia del tutto insoddisfacente. È l'idea stessa di scelta ad implicare che vi siano dei valori che guidano la valutazione e la selezione tra le diverse ipotesi che possiamo considerare (cfr. p. 31). Inoltre, questa idea implica che l'oggettività degli asserti normativi - scientifici o etici - sia interna alla dimensione valutativa definita dal possesso di certi valori e concetti: se ci collocassimo fuori dalla prospettiva definita dai nostri valori e dai nostri concetti, non avremmo nessun tipo di criterio con cui giustificare i nostri enunciati; infatti in assenza di valori che guidano le nostre scelte non saremmo in grado di selezionare nessun criterio tra quelli disponibili. Nella riflessione metaetica contemporanea, l'idea di una dicotomia tra fatti e valori, trova posto nella classica tesi non-cognitivista secondo cui la componente descrittiva di un enunciato normativo è isolabile da quella valutativa. L'obiezione di Putnam è che sia il non-cognitivismo che teorie metaetiche più raffinate - come quella di Bernard Williams (1978, 1985) - assumono una concezione erronea dell'indagine scientifica - che vede la scienza come una indagine sul mondo indipendente da qualsiasi prospettiva valutativa.

Nel capitolo conclusivo di questa prima sezione, Fact and value in the world of Amartya Sen, Putnam ricostruisce le principali tesi di Sen considerandole una acuta critica alla dicotomia fatto/valore nella scienza economica. Sen (1985, 1999) - riprendendo alcune osservazioni di Vivian Walsh - afferma che l'impoverimento dell'economia del benessere dipende dalla distanza tra etica ed economia. Questa osservazione è molto importante agli occhi di Putnam, in quanto dimostra che alcuni problemi che caratterizzano il dibattito economico contemporaneo dipendono proprio dalla dicotomia tra fatti e valori. Se, come sostennero i neopositivisti, i valori sono soggettivi in quanto non trovano posto nel regno dei fatti, allora, se è una scienza, l'economia non deve occuparsi di valori; e cioè, come affermava Robbins, non deve occuparsi dei confronti interpersonali di utilità. L'unico criterio valido per l'economia è il principio di Pareto. Tuttavia, osserva Putnam (cfr. p. 53), in questo modo - contrariamente alle premesse di Robbins - si sta facendo appello ad un giudizio di valore: un corso di azione è desiderabile se e solo se incrementa l'utilità dell'agente senza danneggiare nessun altro. Inoltre, Putnam, in accordo con Sen, critica fortemente l'idea che l'utilità sia un criterio adeguato per l'economia welfarista. Putnam (cfr. p. 56) accoglie pienamente la teoria del valore di Sen, proprio perché, introducendo dei criteri oggettivi - le capacitazioni - con cui misurare il benessere, rende intelligibile il confronto interpersonale di utilità - e quindi una discussione razionale intorno ai valori. Infine, l'approccio di Sen impone il superamento della dicotomia tra fatti e valori in quanto i termini necessari per parlare di capacitazioni, sono tali da non poter essere analizzati in una componente descrittiva e valutativa.

3.Nel capitolo Sen's "Prescriptivist" Begginnings,che apre la seconda parte del libro, Putnam esamina l'articolo di Sen The nature and classes of prescriptive judgments (1967). L'articolo suscita l'interesse di Putnam in quanto Sen, pur abbracciando a quel tempo una posizione non-cognitivista, traccia una serie di distinzioni che mettono in discussione alcuni presupposti del prescrittivismo di R. M. Hare. In termini generali Hare sostiene che i giudizi morali siano tali da implicare necessariamente un imperativo, e che inoltre tali imperativi siano indipendenti dalle ragioni che si possono fornire per sostenere il medesimo giudizio. Sen non accetta questa conclusione e sostiene che si deve distinguere una ulteriore classe di giudizi in cui il legame tra considerazione morale e imperativo non è una implicazione logica. Sen distingue così tra a) giudizi costrittivi, e b) giudizi non-costrittivi (l'imperativo non è una implicazione logica). Inoltre, Sen distingue anche tra giudizi di valore che sono indifferenti a considerazioni fattuali (giudizi di valore fondamentali), e giudizi di valore che possono essere rivisti alla luce di come stanno i fatti (giudizi di valore non fondamentali). Il punto interessante è che la classe dei giudizi indifferenti ai fatti è veramente ristretta - potrebbe includere solo giudizi del tipo "non uccidere". La conclusione che Putnam trae da queste distinzioni è la seguente: la concezione neopositivistica dell'economia risulterebbe sostenibile se e solo se la maggior parte dei giudizi di valore fosse del primo tipo, ma non è così, e quindi - proprio perché i giudizi di valore implicano considerazioni fattuali - non è vero che i confronti interpersonali di utilità devono essere banditi dall'economia. Nel capitolo On the rationality of preference Putnam, seguendo alcune riflessioni di Sen, muove alcune critiche alla teoria della scelta razionale. Putnam sostiene che la deliberazione deve essere concepita non come un mero ragionamento mezzi/fini su preferenze già formate, ma come uno spazio di riflessione in cui le nostre preferenze vengono formate. In questi termini la deliberazione non può essere ridotta al mero rispetto di vincoli normativi - coerenza e transitività -, ma deve essere intesa alla luce della nostra capacità di avere e dare ragioni con cui giustificare il peso che attribuiamo alle nostre preferenze. Nella seconda parte del capitolo Putnam offre una interessante critica all'articolo di B. Williams Internal and External reasons. Putnam propone il seguente esempio: dati due agenti A e B appartenenti a società con valori morali differenti, l'agente B non ha una ragione interna per fare una azione che A ritiene giusta, in quanto per l'agente morale B quella certa azione non è giusta. Il punto è che dalla prospettiva etica - cioè quella dell'agente - che quella certa azione sia ingiusta, se vero, vale come una ragione per non fare quella azione, e perciò la ragione per cui l'agente B non la compie non è perché le ragioni esterne siano false o insensate, ma perché l'agente B non è d'accordo con A sul fatto che quell'azione sia giusta. Quindi, secondo Putnam, il rifiuto di Williams delle ragioni esterne, non dipenderebbe in realtà dalla loro incoerenza, ma piuttosto dal tipo di relativismo che lo stesso Williams difende (cfr. Williams, 1985). Nel capitolo successivo, Are values made or discovered?, Putnam, esaminando le posizioni di Rorty e Dewey, chiarisce in che senso il realismo morale non debba essere confuso con una forma di platonismo sfrenato. In questo capitolo Putnam difende una versione percettiva del realismo morale, secondo la quale la percezione morale non è che un caso particolare della percezione tout court. L'idea è che la percezione è sempre concettuale, in quanto esseri umani noi vediamo il mondo attraverso i concetti che padroneggiamo; e se i concetti sono tali da poter esser corretti e sottoposti a critica, allora non esisterà mai un insieme fisso di verità morali. In questi termini è possibile difendere l'oggettività dei valori senza rendere la verità dei giudizi morali indipendente dalle nostre procedure di critica e correzione. La verità dei giudizi deve essere difesa in termini di asseribilità garantita, riconducendo le procedure di giustificazione non a teorie ideali, ma alla nostra capacità di padroneggiare e sottoporre a critica i concetti che impieghiamo.

Nel capitolo Values and Norms, Putnam prende in esame la distinzione sostenuta da Habermas tra valori e norme. La tesi di Putnam è che tale distinzione riproponga sotto nuove spoglie la ben nota dicotomia tra fatti e valori. Infatti, se per Habermas le norme, in quanto requisiti formali, precedono logicamente i valori, e sono oggettive proprio perché indipendenti dai valori, segue allora che i valori sono funzione della società cui si appartiene. La domanda che Putnam rivolge ad Habermas è la seguente: è possibile che le norme universali kantiane siano in grado di esaurire il significato di "oggettività" in etica? La prima obiezione che Putnam muove ad Habermas riguarda la priorità logica delle norme sui valori. Secondo Putnam, sia nella scienza, che nell'etica, la comprensione della realtà presuppone già un prospettiva valutativa, la realtà è vista attraverso i valori che assumiamo; dunque la priorità logica non è delle norme - che sono semplici requisiti formali - ma dei valori. Inoltre, il concetto kantiano di norma difeso da Habermas, tratta i disaccordi morali sui valori come questioni di mera sociologia, e non come dei disaccordi razionali sulle ragioni con cui valutiamo i giudizi morali in conflitto (cfr. p. 121). Putnam respinge anche il criterio convezionalistico di Apel per la giustificazione degli enunciati morali. Putnam, seguendo Wittgenstein, sostiene che il criterio di Apel non fornisce condizione sufficienti per la giustificazione di un giudizio morale; per Putnam l'accordo con la comunità non è un criterio valido, poiché spesso è l'individuo stesso - con la sua Menschenkenntnis - l'unico fondamento su cui poggia la verità di un giudizio - spesso i giudizi si basano su una evidenza imponderabile che non può essere ridotta al consenso della comunità. Il punto è che la semplice discussione ideale, senza lo sviluppo di una sensibilità morale appropriata, è del tutto insufficiente come procedura di giustificazione degli enunciati morali. L'idea di Apel, secondo cui la giustificazione può essere ricondotta ad una procedura di discussione ideale (in cui ci si riferisce a delle norme universali o della comunità), e l'approccio sociologico di Habermas ai valori, sono per Putnam tentativi di offrire una fondazione dell'etica esterna al linguaggio morale.

Diversamente Putnam - richiamando l'interpretazione di Cavell del pensiero di Wittgenstein - sostiene che i concetti morali non possono essere fondati ad un livello di intelligibilità esterno a quello definito dal loro contesto d'uso ordinario. Questa esigenza di una fondazione esterna - che per Putnam è comune tanto all'utilitarismo che al contrattualismo - è il risultato, da un lato di un atteggiamento neopositivista che ci porta a considerare i valori come non-cognitivi, e dall'altro di una inclinazione riduzionista che ci spinge a pensare che un appello a fatti naturali sia in grado di fornire una fondazione oggettiva del linguaggio morale. Il risultato è una forma di naturalismo che, nel tentativo di conferire dall'esterno oggettività al linguaggio morale, finisce per assumere lo stesso atteggiamento, di insoddisfazione nei confronti della nostra esperienza ordinaria, che contraddistingue lo scettico (cfr. pp. 132-133). Nel capitolo The philosophers of science's evasion of values, che chiude questa seconda ed ultima parte del libro, Putnam - riproponendo tesi che risalgono a Reason, truth and history - attacca l'idea che la scienza sia una indagine oggettiva proprio perché - apparentemente - libera da assunzioni di valore. Per mostrare la falsità di questa concezione Putnam considera le diverse teorie induttive o deduttive che sono state proposte come modelli per spiegare la selezione delle teorie migliori da parte degli scienziati. Putnam, attaccando Carnap e Popper, accetta la tesi di Quine secondo cui non esisterebbe un metodo formale per la selezione delle ipotesi scientifiche. Tuttavia, Putnam non segue Quine nel suo progetto di naturalizzazione dell'epistemologia; piuttosto, per Putnam l'impossibilità di individuare procedure formali di selezione non è altro che una prova ulteriore del fatto che le varie teorie sono scelte in base a valori come la bellezza, la semplicità e la coerenza. Dunque l'idea che la scienza presupponga dei valori è confermata già ad un livello così fondamentale come quello della selezione delle ipotesi migliori.

torna all'inizioIndice

Introduction

I THE COLLAPSE OF THE FACT/VALUE DICHOTOMY
1. The empiricist Backgorund
2. The entanglement of Fact and Value
3. Fact and value in the World of Amartya Sen

II RATIONALITY AND VALUE
4. Sen's "Prescriptivism" beginnings
5. On the Rationality of Preferences
6. Are Values Made or Discovered?
7. Values and Norms

Notes

Si segnala l'imminente pubblicazione - prevista per questa primavera - della traduzione italiana del testo di Putnam a cura di Gianfranco Pellegrino per Fazi Editore.

torna all'inizioBibliografia

Williams, B., 1978, Descartes: The Project of Pure Enquiry, Penguin Books.

Williams, B., 1981, Moral Luck, Cambridge University Press, Cambridge.

Williams, B., 1985, Ethics and The Limits of Philosophy, Fontana Press.

torna all'inizioL'autore

Hilary Putnam ha insegnato Matematica, Filosofia della Scienza e Logica matematica in diverse grandi università americane, e da ultimo a Harvard, dove è professore emerito. Tra i suoi libri tradotti in italiano: con il Saggiatore, "Verità e etica" (1982), "Ragione, verità e storia" (1985); con Adelphi, "Mente, linguaggio e realtà" (1987), "Matematica, materia e metodo" (1991); con Garzanti, "La sfida del realismo" (1991), "Rappresentazione e realtà" (1993); "Rinnovare la filosofia" (1998); con il Mulino, "Realismo dal volto umano" (1995).

torna all'inizioLinks

spazioinwind.libero.it/albgaz/putnam/puteng.html

Pagina dell'università di Harvard:
www.fas.harvard.edu/~phildept/html/emereti_pages_1.html

http://www.uwichill.edu.bb/bnccde/ph29a/putnam.html

Bibliografia aggiornata al 2003:
http://www.pragmatism.org/putnam/

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