Estetica, Storia della filosofia (antica) (moderna) (contemporanea)
Arte e verità dall'antichità alla filosofia contemporanea. Un'introduzione all'estetica costituisce il risultato di un'interessante collaborazione tra Pietro Montani, docente di estetica alla I Università di Roma "La Sapienza" e Adriano Ardovino e Pietro Guastini, attivi nell'ambito della ricerca estetica.
Il testo in analisi si presenta come interessante ed originale per un duplice motivo: metodologico e teorico. I due aspetti sono in realtà intimamente correlati.
L'estetica viene presentata dal punto di vista del rapporto arte-verità, che appare come istitutivo della stessa dimensione estetica.
Questo punto di vista impone che lo svolgersi storico della disciplina violi la cronologia, ponendo innanzitutto l'analisi di quegli autori che hanno decretato la fine dell'arte nella modernità, ovvero Hegel secondo il quale l'arte è morta (in realtà "passata", rettifica correttamente Montani) e Nietzsche, secondo il quale l'esperienza di verità dell'arte è stata sostituita dalla riflessione filosofica in Socrate e Platone.
Così impostata la questione, lo svolgimento segue una partizione tradizionale, con approfondimenti e omissioni finalizzate alla argomentazione dell'ipotesi in gioco.
Dal punto di vista del metodo, il testo è insieme un'indagine epistemologica sullo statuto dell'arte, una ricognizione storica sullo sviluppo della teoria dell'arte, un manuale e un testo critico.
Ogni capitolo del libro risulta diviso in alcune parti rilevanti: presentazione di una tematica; testi antologizzati che la fondano; conclusione critica. In particolare queste ultime, riportate in corsivo in riquadri alla fine di ogni capitolo, costituiscono il prezioso tracciato dell'indagine.
Il punto di partenza riguarda la questione dell'arte nella nostra contemporaneità: il testo comincia, infatti, con una constatazione e con una domanda: "Si ammetterà senza sforzo, allora, che la produzione e il consumo di oggetti estetici si caratterizzano, oggi, per una così evidente dispersione per una così grande vaghezza [...] La vaghezza, si direbbe, non è che l'altra faccia della dispersione: le accomuna la sensazione che l'arte abbia progressivamente ridotto, fino a perderla forse del tutto, la capacità di farsi percepire come un'"esperienza di verità", un'esperienza in cui ne va dei nostri più alti interessi spirituali o che incide su di essi in modo rilevante. Il problema è dunque almeno duplice perché si tratta di capire non solo se l'arte abbia davvero preso congedo dalla sua vocazione veritativa, ma anche come mai continui sussistere e a occupare un territorio che non è mai stati così esteso e così intimamente eterogeneo. Possiamo aspettarci che l'estetica dia risposta a queste domande?" (p. 5).
Il percorso comincia da Hegel perché secondo Montani: "Hegel ci ha mostrato che la questione dell'arte si costituisce nella zona di intersezione tra il sensibile e l'ideale e ha aggiunto che in questa zona debbono accadere trasformazione tali da determinare il necessario superamento dell'arte come autentica esperienza di verità. L'interpretazione hegeliana dipende tuttavia da un paradigma metafisico -la verità come automanifestazione dello spirito assoluto- di cui come minimo ci si deve chiedere se sia il solo a saper gettare luce sul destino storico dell'arte. Ciò che occorre fare, allora, è prendere le distanze da questo paradigma e dalla svalutazione del sensibile (e dunque dell'arte) che esso comporta, per esaminare un altro modo d'essere del rapporto tra arte e verità e un'altra spiegazione del suo indebolimento" (p. 26).
Montani si rivolge allora alla riflessione di Nietzsche: "anche per Nietzsche l'esperienza di verità dell'arte ha conosciuto un 'superamento', e anche per lui, come per Hegel si è trattato di una delegittimazione di natura logica (voluta da Socrate e portata a compimento dal progetto filosofico di Platone). La differenza, radicale, è che per Nietzsche il 'suicidio' della tragedia non è un progresso ma una perdita, un evento responsabile di un'intuizione dell'esistenza e del mondo che non sarà più capace di 'giustificare' l'una o l'altro secondo quella essenziale affermatività a cui la tragedia, stando all'originale lettura nietzschiana, aveva saputo dar forma" (p. 27). Questo perché nella Nascita della tragedia Nietzsche delinea il rapporto tra apollineo e dionisiaco nell'ambito di una comprensione dell'arte come "termine medio" tra sensibile e ideale del tutto diversa da quella hegeliana.
Per riguadagnare un punto di vista in cui leggere l'arte tra il sensibile e l'ideale, occorre riprendere la questione a partire da Platone, e Montani non manca di sottolineare che se Platone subordina il sensibile al sovrasensibile, l'aisthesis alla theoria, non per questo riduce una dimensione all'altra. Anzi la dimensione dell'eros e la funzione del mythos, consentono che nella dimensione erotica della bellezza, sensibile e ideale si incontrino. È solo a partire da Plotino che l'arte e la verità cominciano a separarsi, a motivo della riduzione dell'aisthesis a residuo della theoria. Secondo Montani questo processo prosegue nel Medio Evo ma è soprattutto nella modernità che ha il proprio apice, in quanto l'arte identificata solo nel talento si va separando dalla tecnica in quanto attività metodica mentre contemporaneamente la verità viene ridotta all'esattezza e alla verificabilità.
Lo svolgimento della storia del pensiero vede un progressivo scollarsi di sensibile e ideale.
Centrale in questo tracciato è il capitolo dedicato a Kant. Non a caso, l'Autore principale del testo, Montani, ha scritto i primi due capitoli dedicati ad Hegel e e Nietzsche e il capitolo su Kant, utile per comprendere il ruolo dell'arte nel pensiero moderno. Così riassume criticamente Montani gli aspetti importanti dell'approccio kantiano alla dimensione artistica: "Il primo aspetto è quello per cui l'opera ci fa assistere al movimento innovativo indissociabile dall'esperienza del soggetto umano, al suo spingersi oltre se stesso, al suo rimettersi in questione e al suo riorganizzarsi dandosi nuove regole. Il secondo aspetto è quello per cui l'inesauribilità dello scambio tra il lavoro dell'immaginazione e quello del concetto ci spiega il fenomeno della resistenza dell'opera d'arte a consumarsi in un'interpretazione definitiva e dunque la sua persistenza nel tempo, il suo inesauribile "dar da pensare"" (p. 221).
In seguito, però, acquisisce prevalenza non una rilettura del trascendentale kantiano capace di recuperare l'arte, la storia e l'orizzonte estetico alla maniera di Schiller, ma la sempre più decisa subordinazione della verità alla soggettività che travolge il sensibile, l'arte, il mythos, alla maniera del Romanticismo e dell'Idealismo. Secondo Montani, sarà Heidegger a contestare la scissione tra arte e verità, rilanciando la dimensione della storicità dell'arte e della verità. A partire da Heidegger e in una più marcata valorizzazione della dimensione pratica (come già in Aristotele e in Schiller) sta il futuro della riflessione estetica, che dovrà declinarsi in senso politico (Benjamin, Adorno).
La lunga ricognizione trova un filo conduttore ancora più esplicito nella conclusione: "l'arte si è incaricata di difendere storicamente le ragioni del sensibile elaborandole secondo il più ampio diapason, dal salvataggio erotico della bellezza a quello mimetico e phronetico della contingenza; dall'evento percettivo elementare alla forza incoercibile del pulsionale; dall'immaginazione al gusto. Ma lo ha comunque fatto in una relazione vincolante (benché del tutto libera nel suo accadere contingente) con un orizzonte dell'idealità inteso, ugualmente, secondo la più ampia declinazione: dall'universale dialettico di Aristotele al sapere empirico di Leonardo; dall'idea razionale nel senso di Kant al valore espositivo nel senso di Benjamin; dalla concettualità hegeliana alla negatività adorniana. Cosicché la stessa, preziosa, definizione kantiana che riconosce nell'arte innanzitutto un "dar da pensare" può essere compresa, e legittimamente generalizzata, secondo la più ampia estensione e del dare e del pensare: dallo stupore originario in cui il pensiero si sorprende presso il suo altro radicale (il "che è" dell'ente nel senso di Heidegger) e solo in quell'"urto" si riconosce, all'incremento inesauribile della prestazione concettuale occasionata da un'immagine sensibile (o da un mythos) che non se ne lascia saturare; dal puro e semplice profilarsi di un principio di ordinamento nel caos delle forme all'offerta -esplicita o indiretta- di norme dell'agire e di valori etico-pratici 'altri' da riconoscere nell'esistente o da contrapporre all'esistente; dalla ricomprensione delle parole essenziali alla rifigurazione del tempo finito che affligge ma non mortifica il mondo dell'agire e del patire" (pp. 388-389).
Infine proprio le ultime righe raccolgono proprio la domanda iniziale, nel tentativo di una risposta. Montani rileva che sono in atto delle potenti trasformazioni nel "sensibile" che minacciano il sensibile stesso, come se la molteplicità dell'universo materiale, molteplice e donativo, fosse messo a rischio "dall'"intelletto archetipo" della tecnica e dal suo personale mythos completamente escogitato dal pensiero" (pp. 391-392). Ecco allora che l'arte si può rivelare il luogo di un'esperienza della verità resistenziale che "contrasta il progetto della tecnica in nome di un'alterità che, non potendosi più costituire nell'impennata di una nuova mitologia, può solo costituirsi nel carattere plurale di una praxis, e dunque deve mirare a dimostrarsi il più possibile dispersa, disseminata, pervasiva, come se dovunque (anche nel virtuale, ma non solo) ci fosse ancora, e largamente, la riserva e l'inquietudine e la non conformità di "qualcos'altro"" (p. 391).
Il testo appare pregevole da più punti di vista, essendo innanzitutto ottimo sia come introduzione all'estetica che come storia dell'estetica. Se qualche lettura storica potrebbe essere discutibile, tuttavia il palesamento del proprio punto di vista giustifica ogni presa di posizione; notevole soprattutto il rilanciare l'attualità della questione dell'arte che si pone prima di ogni polarismo e nello stesso tempo all'origine di esso.
Così l'arte sembra collocarsi prima del pensiero che su di essa riflette: la definizione storico-teoretica di questo posto nobile per l'arte già di per sé è un'impresa che merita plauso.
Parte prima - Arte e verità. Il problema
Parte seconda - L'antichità
Parte terza - Dal medioevo all'età moderna
Parte quarta - La modernità
Parte quinta - Arte e verità oggi. La domanda.
Conclusione
Fonti
Bibliografia
Gli autori
Indice dei nomi
Pietro Montani (Teramo 1946) insegna Estetica nella Facoltà di Filosofia dell'Università di Roma "La Sapienza" e nella Scuola nazionale di cinema. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano Fuori campi. Studi sul cinema e l'estetica (Quattro Venti, Urbino 1993); Estetica ed ermeneutica (Laterza, Roma-Bari 1996); L'immaginazione narrativa (Guerini, Milano 1999). Ha curato l'edizione italiana delle Opere scelte di S.M. Ejzenstein (7 voll., Marsilio, Venezia 1981-98) e diversi volumi collettanei tra cui Senso e storia dell'estetica (Nuove Pratiche Editrice, Parma 1995) e Antigone e la filosofia. Un seminario (Donzelli, Roma 2001).
Adriano Ardovino (Roma 1973) è dottore di ricerca in Filosofia e collabora con la cattedra di Estetica presso la Facoltà di Filosofia dell'Università di Roma "La Sapienza". Ha pubblicato Heidegger. Esistenza ed effettività (Guerini, Milano 1998) e Il sensibile e il razionale. Schiller e la mediazione estetica (Aesthetica, Palermo 2001). È autore di saggi su Kant, Fichte e Heidegger.
Daniele Guastini (Roma 1963), dottore di ricerca in Estetica e studioso di filosofia e poetica antiche, ha svolto attività didattica nelle Università di Urbino e di Roma "La Sapienza". È autore di saggi sulla filosofia critica e l'ermeneutica e del volume Come si diventava uomini. Etica e poetica nella tragedia greca (Jovine, Roma 1999).
http://www.filosofia.uniroma.it
swif.uniba.it/lei/rassegna/011112.htm
swif.uniba.it/lei/rassegna/020330.htm
swif.uniba.it/lei/swirt/estetica/editoriale.htm