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Gadamer, Hans-Georg, Scritti di estetica.
Trad. it. di G. Bonanni, Palermo, Aesthetica Edizioni, 2002, pp. 135, Euro 20,00, ISBN 88-7726-054-8.
[Ed. or.: Gesammelte Werke, Mohr, Tübingen 1993, voll. 8-9 (trad. parziale)]

Recensione di Antonio Tursi - 16/11/2003

Estetica, Filosofia teoretica (ermeneutica)

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Gli scritti raccolti sono stati elaborati da Hans-Georg Gadamer fra il 1978 e il 1991, eccetto Mito e ragione, apparso già nel 1954. Riprendono, in primo luogo e non senza novità, temi e problemi affrontati nella prima parte di Verità e metodo (1960, in seguito VM). Per riferirli è possibile suddividerli, pur essendo presente più d'un filo rosso, in tre blocchi: il primo, composto dai primi due saggi, si incarica di continuare il confronto, già proprio di VM, con le due matrici dell'estetica moderna: Kant e Hegel; il secondo, composto dai sei testi successivi, procura una fitta rete di relazioni fra l'arte e altre funzionalità della cultura occidentale (la religione, la scienza e, soprattutto, il mito); il terzo blocco, infine, introduce la questione della "caducità".

Il confronto con Kant pare estremamente fecondo per l'ultimo Gadamer, ancor più di quanto lo fosse stato in VM, dove esso - insieme a tutta l'esperienza dell'arte - era orientato allo scopo primario di forgiare un'organica filosofia ermeneutica. Si tratta ora, invece, di precisare ulteriormente quel rapporto e con ciò stesso di rendere conto della sua fecondità.

Lo scritto Intuizione e perspicuità si muove così su quattro passaggi. Innanzitutto, Gadamer a più riprese mostra il "salto" (come lo definisce Pietro Montani nella Presentazione) tra l'operazione epistemologica compiuta nella Critica della facoltà di giudizio e la trattazione kantiana dell'opera d'arte. Non che al tempo di VM Gadamer non avesse presente tale distinzione, ma da quel luogo il lettore poteva uscire con la sensazione che in Kant si trattasse di un transito fra piani diversi piuttosto che di un salto, un transito che mirava a giustificare un piano in virtù dell'altro. Negli Scritti, Gadamer si preoccupa di ammonire, a proposito della dottrina kantiana del giudizio di gusto, circa "l'uso del tutto improprio che se ne fa applicandola alla teoria dell'arte" (p. 36). Su questa base, si può cogliere la vera forza del "libero gioco" delle facoltà conoscitive, immaginazione e intelletto: è qui che l'arte può essere riconosciuta nel suo valore di verità. Della poesia Gadamer, con Kant, fa notare: "La capacità libera, spontanea [...], di considerare e giudicare la natura, in quanto fenomeno, secondo prospettive che questa nell'esperienza non offre da sé, né per il senso né per l'intelletto" (Kant, Critica della facoltà di giudizio, Torino 1999, p. 162), per chiosare: "Neanche per l'intelletto!" (p. 31). L'immaginazione poetica, senza essere legata a un concetto dato, ma neanche cadendo in un libero gioco di vaghe associazioni, a causa dell'essenziale riferimento a un'idea estetica, "dà veramente "da pensare"" (ibid.). Questo riconoscimento, a sua volta, trova due specificazione importanti. La prima riguarda il valore precipuo dell'intuizione in quanto intuizione del mondo (Welt-Anschauung). Nell'arte, "il gioco dell'intuizione "interna" porta il mondo - e non solo quanto di oggettivo c'è in esso - a farsi intuizione. [...] Pertanto si può dire che, prima ancora di ogni conoscenza scientifico-concettuale, il modo in cui si guarda al mondo e al tutto dell'essere-nel-mondo trova la sua formazione nell'arte" (p. 29). La seconda specificazione è del tutto nuova rispetto alle precedenti trattazioni gadameriane del problema estetico. Essa infatti è portato di quella operazione che Kant non ha compiuto, ma che egli autorizza: l'inserimento dell'estetica del sublime nella teoria dell'arte. Questo inserimento consente a Gadamer (ma anche a Heidegger) di riconoscere l'elemento di sfida, di provocazione, di urto, che l'arte rappresenta. "La vera opera d'arte, che non si adatta decorativamente al contesto della vita, ma se ne eccepisce ergendosi sul suo proprio centro, comporta sempre un qualche elemento di sfida. Non suscita soltanto un sentimento di piacere, ma ci pone nella necessità di indugiare presso di sé e di consentire alla sua provocazione" (p. 33). È solo una generale riorganizzazione del mondo, dunque, a offrire dimora.

Dopo Kant, tocca a Hegel, in particolare alla sua tesi di "carattere di passato" dell'arte, offrire a Gadamer il desto per un duplice interrogare. Innanzitutto, Gadamer riformula - a nostro avviso valorizzando ma, nel contempo, forzando oltre quello che a noi sembra essere il lecito - la nota tesi dell'Estetica hegeliana sul oltrepassamento (o come qui opportunamente traduce Bonanni: "carattere di passato") dell'arte. La riformulazione verte sul carattere essenziale di passato proprio dell'arte, di tutta l'arte: essa "è essenzialmente sempre già passata" (p. 43). Motivo per cui, con la sua tesi, "Hegel vede nell'arte la presenza del passato" (ibid.), di quell'orizzonte storico, di quella memoria viva su cui torneremo in chiusura. Hegel, in virtù di questa torsione compiuta da Gadamer, offre l'opportunità di interrogare l'arte moderna, ovvero la sua (in)comprensione come anti-arte. La chiusa del saggio in questione è decisiva: "Una fine dell'arte, una fine dell'incessante volontà di dare forma ai sogni e ai desideri umani non ci sarà finché gli uomini daranno forma alla propria vita. Ogni presunta fine dell'arte sarà l'inizio di un'arte nuova" (p. 54). In effetti, Gadamer dice che le strategie di straniamento che gli artisti moderni mettono in opera e che spesso non vengono riconosciute come arte, in verità rappresentano solo l'attuale livello al quale si definisce il compito dell'arte e cioè la sua stabilità, il suo restare. Rispetto ai flussi della tecnica e alla distruzione dell'autoevidenza propria della tradizione, l'arte cerca di appellare al dialogo, all'unità il produttore e il fruitore, di trattenerli presso di sé: "Le opere d'arte consentono a chiunque entri nel loro raggio d'influenza di incontrare davvero se stesso" (p. 53). E ciò proprio col risolversi completamente in esse. Si potrebbe completare aggiungendo che il dialogo dell'arte opera in realtà non rispetto ma dentro, come controforza ma anche come inveramento, le nuove tecnologie digitali.

Ma a partire dal detto hegeliano sul carattere di passato dell'arte, Gadamer inizia - rispetto agli scritti successivi - a interrogare la permanenza del mito. Infatti, proprio la stabilità dell'arte, il suo resistere al movimento dello Spirito, permette di comprendere il carattere di risposta della ragione, il suo non riuscire a pensare l'"immemorabile", il "non-pensabile-preliminarmente" (Schelling), che è la riserva di senso propria dell'arte così come del mito, ciò che segna di entrambe l'autoevidenza.

A proposito del mito, Gadamer disegna una larga trama di relazioni storiche: il mito, la sua comprensione e la sua funzione, si lega alla religione e alla scienza, oltre che all'arte. E proprio a causa di questi legami ovvero della loro cesura, il suono originale della parola mito, echeggiante in tutta la grecità, non risuona più per noi. La reductio operata dalle religioni rivelate rispetto al mito dei tanti dèi e l'opposizione messa in atto dalla scienza moderna nei confronti delle religioni, hanno impedito e impediscono di comprendere il valore di verità proprio del mito, in quanto narrazione, sempre cangiante, di un narrato mai esattamente coglibile in una purezza originaria, ma invece sempre riconoscibile nel presente in virtù "dell'inesauribile pienezza di ciò che è avvenuto e di cui si deve narrare" (p. 93). Si deve, a proposito dell'interrogazione del mito, esplicitare infine la posta in gioco: "Che nel mito si lasci cogliere una verità propria, comporta il riconoscimento della verità di quelle modalità conoscitive che si collocano al di là della scienza e che non si possono confinare nell'arbitrarietà di pure formazioni fantastiche" (p. 84). E così l'argomentato ritorna al confronto con Kant e Hegel.

Negli ultimi due scritti, Gadamer introduce la questione della "caducità". Si tratta di incaricarsi dell'ineliminabile orizzonte dell'uomo costituito dalla morte, dalla vanità del mondo, dalla sua finitezza espressa nella poesia di Ernst Meister, Il vecchio sole, riportata in entrambi i saggi. Ineliminabili, la consapevolezza e l'angoscia della caducità hanno pur trovato concretizzazioni storiche assai diverse: con il cristianesimo che ha segnato una svolta radicale, con la sua dimenticanza del mondo a favore dell'attesa del cielo. Rispetto però al dato ineliminabile della morte, gli uomini hanno sempre trovato un orizzonte di permanenza, l'orizzonte della memoria storica, nel quale giocoforza sono sempre situati e che risuona/deve risuonare per noi potente. La presenza della memoria gioca "un'azione di trattenimento" (p. 110), un'azione che trascende l'ineliminabile, e massimamente lo fa in quanto arte. "Tra la caducità del mondo e la realizzazione dell'attimo, l'arte promette a noi tutti che qualcosa si possa trattenere in questo momento" (p. 113). Gadamer riserva, come già in altri lavori, una attenzione peculiare all'arte del linguaggio, alla poesia. Essa è dialogo non solo con il lettore, ma anche e primariamente con se stessa. Un dialogo nel quale viene a maturazione il senso, inteso quest'ultimo certamente non come datità, bensì come direzionalità. "Il testo poetico, come un dialogo in pieno sviluppo, indica in direzione di un senso mai del tutto raggiungibile" (p. 126), "non-pensabile-preliminarmente". Perciò il testo poetico, quel testo che sta, quel testo "eminente", come lo si definisce nello scritto Esperienza estetica ed esperienza religiosa, può parlare ogni volta di nuovo. Istituendo quello spazio, quell'orizzonte nel quale può sempre ritrovarsi, riconoscersi l'essere umano.

torna all'inizioIndice

Presentazione di Pietro Montani
Intuizione e perspicuità
Fine dell'arte? Dalla tesi di Hegel sul "carattere di passato" dell'arte all'anti-arte di oggi
Esperienza estetica ed esperienza religiosa
Riflessioni sul rapporto tra religione e scienza
Mito e ragione
Mito e logos
Mitologia e religione rivelata
Il mito nell'età della scienza
Caducità
Poesia e dialogo
Appendice biobibliografica di Giandomenico Bonanni
Indice dei nomi

torna all'inizioL'autore

Hans-Georg Gadamer (Marburgo, 1900 - Heidelberg, 2002) è stato allievo di Natorp e Heidegger. Si è interessato anche alla filologia classica, ha posto al centro della sua riflessione e del dibattito filosofico contemporaneo il fenomeno del comprendere. Da qui la fondazione dell'ermeneutica filosofica con Verità e metodo (1960). La ricezione del suo pensiero è particolarmente viva in Italia, dove Gadamer è stato spesso presente e dove operano numerosi suoi allievi che hanno curato le traduzioni di molti dei suoi lavori, tra le quali si segnala, per i temi trattati nel testo recensito, L'attualità del bello (Milano 1986).

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http://www.emsf.rai.it/biografie/: profilo biografico, a cura dell'Emsf

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