Storia della filosofia (antica)
Su Filone d'Alessandria gli studi in Italia hanno avuto negli ultimi venti anni nuova spinta
e visibilità. Si pensi al lavoro di C. Kraus Reggiani, R. Radice, C. Mazzarelli, G.
Calvetti e R. Bigatti che sotto la guida di Giovanni Reale hanno realizzato negli anni tra il
1986 e il 1994 il Commentario allegorico (v. Bibliografia), o alle più recenti
edizioni italiane de La vita contemplativa e de La vita di Mosé a cura di
Paola Graffigna (v. Bibliografia), per limitarci alle traduzioni.
Il presente volume offre uno spaccato sull'articolata situazione della ricerca filoniana in
Italia (nell'Introduzione si trovano i riferimenti bibliografici principali): gli
interventi qui riuniti sono stati presentati nella sessione dedicata a Filone all'interno della
"Mediterranean XXI Conference" (Castellamare di Stabia, luglio 1999) e sono accomunati dal
"tentativo di ricostruire aspetti del pensiero filoniano nella loro specificità" (p. 3),
basandosi su un lavoro testuale accurato e analitico,da parte di studiosi afferenti a aree
disciplinari diverse: storia della filosofia antica, filologia, storia delle religioni.
Lo scritto di Angela Maria Mazzanti (Università di Bologna) ci introduce nell'analisi
di un concetto fondamentale per Filone, quello della dualità dell'essere umano.
Il dibattito storiografico sulle due nature, una sostanziale e corporea, l'altra razionale,
offre diverse posizioni, che Mazzanti riassume analiticamente (pp. 9-10).
Tenendo conto degli "inevitabili apporti provenienti da teorie stoiche e platoniche" assunti
dall'Alessandrino nel suo pensiero, Mazzanti ritiene che "la questione sull'identità di
'anthropos'" possa "essere approfondita ulteriormente analizzando quei passi in cui
Filone si sofferma in modo esplicito a considerare l'essenza dell'essere umano, ormai
costituito nelle sue componenti e presente nella realtà storica" (p. 10). Centrali per
questa indagine sono i paragrafi 82-86 del Quod deterius, e in particolare l'immagine
della pianta celeste: per Filone, "l'uomo è una pianta celeste, la sua testa è in
alto per poter ricevere il nutrimento che proviene da Dio e per poter contemplare, come
conseguenza dello status rectus, il cielo, i piedi sono invece fissati al suolo" (p.
13). In questa immagine "la sembianza umana, pur distinta nelle diverse componenti, non
è divisa" (p. 13): è la testa (realtà corporea!) con gli occhi rivolti
verso l'alto a collegare l'essere umano con il divino, e i piedi ancorati al suolo gli
permettono di essere ponte tra terra e cielo, tra mondo creato e Dio creatore. Mazzanti rileva
qui una visione antropologica unitaria: intelletto e realtà corporea non sono
generati l'uno dall'altro (entrambi creati da Dio, sono in un rapporto di 'fratellanza'), e
neppure l'intelletto trascende il corpo, ma gli è piuttosto immanente
(ciò che lo distingue dal divino, trascendente in relazione al cosmo). Questa
commistione è presentata "nella sua genesi, come sintesi realizzata compiutamente, come
un'unione organica di nature", ma proprio perché composita è destinata a
comprendere "azioni di senso opposto, relativamente a ciascuna delle due parti" (p. 17).
Secondo Mazzanti questa contraddizione risulta comprensibile se si considera che
"l'antropologia filoniana è determinata dalla dualità ontologica rispetto ad un
divino definito come monadicità assoluta [...]. La creaturalità che
contraddistingue tutto l'umano [...] identifica nella doppia costituzione la sua natura
specifica. [...] Eppure l'uomo non è totalmente identificabile con la dualità:
è infatti identificabile sia con la composizione sia, in modo più adeguato, con
l'essenza noetica e razionale, indivisibile e immanente alla realtà antropologica
stessa. Il nesso allora fra le due parti viene formulato secondo una modalità di
inclusione: l'io autentico è inserito in una entità che lo contiene" e che
per questo viene riconosciuta come positiva (p. 18). In quest'ottica, le contraddizioni
nell'antropologia di Filone trovano collocazione e giustificazione interne all'elaborazione del
suo stesso pensiero, piuttosto che nei riferimenti a scuole filosofiche diverse.
Prologo a un "futuro lavoro di approfondimento del tema dell'equilibrio nell'etica
filoniana" (p. 27), l'intervento di Paola Graffigna (Genova) s'incentra sull'immagine della
bilancia come metafora del movimento dell'anima in Filonee come nucleo esemplificativo
della "visione filoniana dell'uomo, a metà fra dualità ed unità" (p. 27).
L'oscillare della bilancia e della nave in tempesta servono spesso a Filone per esemplificare
la situazione dell'uomo incapace di trovare pace e il suo essere preda delle passioni:
così i termini che indicano il rollio ('salos') della nave o l'altalenare dei
bracci della bilancia ('apoklino', 'talanteuo', 'antirrepo') vengono
utilizzati per rappresentare l'incapacità di chi non sa orientarsi definitivamente verso
Dio, immobile ('a-klino') e tranquillo ('eremia').
Per Graffigna "è chiaro che con queste immagini Filone raffigura sia la
libertà originaria dell'intelletto umano che contiene in sé sia il bene che
il male in potenza, sia la condizione ontologica ed etica di medietà dell'uomo che lo
costringe ad una continua oscillazione e da cui può uscire soltanto con un continuo
esercizio di risalita e progresso verso Dio" (pp. 31-32).
I termini afferenti al lessico della bilancia si ritrovano anche nella descrizione di due
figure cardine: Lot e Abramo, il primo a rappresentare colui che inclina indifferentemente
verso il bene e verso ilmale, incapace di restare saldamente fisso a un punto e che si fa
trascinare da chi gli è accanto in una direzione o nell'altra; il secondo capace di
percorrere la via regale, "un'altra immagine che rappresenta l'equilibrio
dell'eccellenza: la via di mezzo non corrisponde ad un orientamento medio, ma tende
direttamente a Dio" (p. 36).
L'immagine della bilancia che ben esemplifica il "movimento libero dell'intelletto umano"
risulta così centrale nell'opera di Filone, e significativa per esplorare la questione
di che cosa sia la felicità per il filosofo alessandrino e in che cosa consista
la sua ricerca.
Nell'intervento di Francesca Calabi (Università di Pavia) si ripropongono i temi
della duplicità e della originale rielaborazione di argomenti stoici e platonici.
Oggetto della trattazione sono le immagini e le metafore teatrali presenti nell'In
Flaccum. In quest'opera, dedicata a Avillio Flacco, nominato prefetto d'Egitto negli anni
intorno al 32 d. C., "la vita pubblica appare come un grande spettacolo icui protagonisti
costruiscono una rappresentazione di sé, tesi ad occultare le loro reali intenzioni
sotto finzioni sceniche, ma anche a rappresentarsi pubblicamente sotto una veste favorevole"
(p. 46).
Per collocare l'uso delle immagini teatrali all'interno del pensiero di Filone è utile
la spiegazione che dà del nome 'Esaù': "Si interpreta a volte 'cosa artefatta'
[...] nel senso che una vita insensata altro non è che finzione e mito, piena di
tragedia e di vuota enfasi da un lato, ma dall'altro anche di riso e di smargiassate comiche:
una vita senza niente di sano, tutta falsata, che non ha mai colto nel vero" (cit. a p. 48).
Questa idea negativa di finzione e simulazione ritorna continuamente nell'In
Flaccum, e non soltanto ribadisce la concezione platonica della 'copia della copia':
esprime anche un giudizio negativo "nei confronti della spettacolarizzazione della politica del
mondo ellenistico e romano" (p. 49).
Per ogni personaggio dell'opera (Flacco, i suoi nemici, gli Ebrei, l'imperatore) si parla di
'parte assegnata' e di 'ruolo recitato', a conferma dell'immagine che Filone ha della vita
politica in genere. L'Alessandrino rovescia la metafora stoica dell'attore: nella vita non
si tratta di recitare una parte, ma di svolgere un compito assegnato da Dio adeguando il
proprio comportamento alla volontà divina: "Per Filone, l'uomo virtuoso aderisce con
i propri comportamenti alle scelte compiute, vive in prima persona le sue azioni, non recita la
sua vita, la vive". Nel caso dei governanti, essi interpretano una parte; ma per Filone "chi si
identifica nella parte è, in realtà, uno che non riconosce che la sua è
una interpretazione dell'azione di Dio" (p. 54); egli si pone in balia degli eventi e non vive
da saggio.
Roberto Radice conclude il volume aggiungendo un altro tassello a sostegno della tesi
già presentata in un articolo del 1998 (v. Bibliografia): introdurre una nuova
prospettiva di interpretazione di Filone nell'ambito dei rapporti fra Giudaismo alessandrino e
filosofia greca, sottolineando "una certa "bidirezionalità", in cui vanno messi in
conto anche alcuni contributi salienti della tradizione giudaico-alessandrina alla filosofia
greca" (p. 59).
Radice si sofferma sui rapporti di Filone con la filosofia greco-romana analizzando la
Lettera LXV di Seneca. In questa Lettera vengono messe a confronto la teoria
delle cause del Platonismo e dell'Aristotelismo con la corrispondente teoria stoica, alla quale
il filosofo romano aderisce. Seneca espone al paragrafo 7 il pensiero di Platone a proposito
della 'causa esemplare' parlando delle idee come esemplari presenti nella mente di Dio. Questa
posizione non coincide con l'originario pensiero platonico, e neppure con la definizione di
idea in Platone riportata in un passo del De oratore di Cicerone: qui infatti né
si parla di Dio né si solleva il problema di dove si collochino le idee.
È invece Filone che nel De opificio mundi definisce le idee proprio come pensieri
di Dio, create da Dio in funzione di progetto ideale del mondo. È possibile che questa
posizione venisse interpretata come platonica dai suoi contemporanei? Radice riporta passi di
Eusebio, Dionigi Longino e Gerolamo dai quali risulta evidente che Filone venne recepito come
filosofo platonico, "per lo più nel punto nodale della teoria della creazione e in
specie nella celebre dottrina della doppia creazione" (p. 64).
Come è giunta questa concezione a Seneca? È possibile che il filosofo romano,
buon conoscitore dell'ambiente alessandrino e della cultura giudaica, abbia ascoltato Filone a
Roma, dove questi si era recato negli anni 39-40. Le tesi filoniane ascoltate in
quell'occasione sarebbero state intese da Seneca come posizioni della tradizione platonica in
genere e a queste farebbe riferimento nella Lettera LXV.
Secondo Radice sulla base di questa analisi "bisognerebbe ipotizzare una differenziazione
all'interno della tradizione platonica fra una lettura ortodossa del pensiero teologico del
Maestro (con le Idee preesistenti ed esterne rispetto a Dio), e una lettura "riformata" (con le
Idee non preesistenti e non esterne a Dio), alla maniera di Filone" (p. 68). L'Epistola
di Seneca potrebbe così dimostrare che "il Giudaismo alessandrino si inserisce in
maniera originale e organica nella storia della tradizione platonica", fornendo l'anello
mancante allastoria del platonismo tra l'Accademia e il Medioplatonismo.
Introduzione, Francesca Calabi
L'identità dell'uomo in Filone di Alessandria, Angela Maria Mazzanti
L'immagine della bilancia in Filone di Alessandria, Paola Graffigna
Il governante sulla scena. Politica e rappresentazione nell'"In Flaccum" di Filone
alessandrino, Francesca Calabi
Filone Alessandrino e la tradizione platonica. Il caso di Seneca, Roberto Radice
Francesca Calabi insegna Storia della filosofia tardo antica a Pavia. Insieme a Robert Berchmann dirige la collana "Studies in Philo of Alexandria and Mediterranean Antiquity" in cui è apparso questo volume. Si occupa del pensiero etico e politico di Platone e di Aristotele.
http://dobc.unipv.it/webfilo/paginadocente.php?idd=13&id=13:
Homepage dell'autrice
http://www.leidenuniv.nl/philosophy/studia_philonica/index.html:
The Studia Philonica Annual
http://www.torreys.org/bible/philopag.html:
Resource Pages for Biblical Studies focusing on Philo of Alexandria
Tutti i trattati del Commentario allegorico alla Bibbia, a cura di Roberto Radice, Milano, Rusconi 1994
Filone d'Alessandria, La vita di Mosé, a cura di Paola Graffigna, Milano, Rusconi 1999
Filone d'Alessandria, La vita contemplativa, a cura di Paola Graffigna, Genova, Il melangolo 1992
R. Radice, Le Judaisme alexandrine et la philosophie grecque. Influences probables et points de contact, in AA.VV., Philon d'Alexandrie et le language de la Philosophie, edité par Carlos Levy, Turnhout, Brepols 1998, pp. 483-492.