[Ed. or.: The Ticklish Subject. The Absent Centre of Political Ontology, London, Verso, 2000]
Storia della filosofia (contemporanea), Filosofia politica, Psicologia (psicoanalisi), Sociologia
Il tema della condizione del soggetto nella modernità e del suo legame
con la sfera politica sembra caratterizzare in modo particolarmente pervasivo
la ricerca filosofico-sociologica degli ultimi anni. In questo ponderoso testo
Žižek affronta questo tema combinando elementi della psicanalisi lacaniana
alla tradizione marxista. E' preliminarmente importante chiarire il significato
del titolo del testo. Nell'edizione originale, The Ticklish Subject,è
usato un aggettivo, "ticklish" appunto, che ha una natura polisemica
difficilmente rendibile in italiano. L'idea è quella del soggetto che
soffre il solletico, di un soggetto-solleticato, stuzzicato-stuzzicante. Di
qui, come spiegano i curatori nella nota introduttiva all’opera, l'uso dell'aggettivo
"scabroso" nella traduzione italiana. Il soggetto di cui parla Žižek,
in definitiva, è un soggetto difficile, problematico.
Come espresso esplicitamente dal filosofo sloveno nell'introduzione, obiettivo
del libro è riaffermare il soggetto cartesiano, tuttavia non nel senso
di un ritorno al cogito "nella forma in cui questo concetto ha dominato
il pensiero moderno (il soggetto pensante trasparente a se stesso)" (p.
2), bensì mettendo in luce "il suo opposto dimenticato, […] ben
lontano dall'immagine conciliatoria dell'Io trasparente"(ibidem).
L'autore, coerentemente con tale scopo, inizia con l’analizzare il tentativo
heideggeriano di attraversare l'orizzonte della soggettività cartesiana
moderna. Dopo aver richiamato il problema della posizione politica di Heidegger
rispetto al nazismo, Žižek giunge ad affermare che Essere e tempo è
rimasto incompiuto poiché egli "si è trovato di fronte
al vero abisso della soggettività radicale annunciato dall'immaginazione
trascendentale kantiana e, davanti ad esso, ha preferito rifugiarsi nel suo
pensiero della storicità dell'Essere"(p. 29). Questo indietreggiare
di Heidegger davanti all'abisso dell'immaginazione determina il suo accettare
la chiusura politica totalitaria, mentre l'abisso dell’immaginazione fornirebbe
il fondamento filosofico a un'apertura democratica.Ossessionato dal tentativo
di ridurre alla propria interpretazione il testo kantiano, Heidegger non coglie
l'immaginazione come capacità di dissoluzione. Invero, Kant non accetta
l'esistenza di elementi presintetici elaborati dalla nostra mente. Žižek tuttavia
crede, hegelianamente, che il presupposto dell'immaginazione sia già
il prodotto dell'attività disgregativa dell'immaginazione stessa. In
Hegel, peraltro, il soggetto non è più la Luce della Ragione:
il suo nucleo effettivo, il gesto che apre alla Luce del logos, è la
negatività assoluta, la "notte del mondo". E non c'è
soggettività senza questo gesto di ritiro. Quando Kant tenta di spingersi
al di là dell'immaginazione per di articolare le Idee razionali soprasensibili
come ciò che giustifica la dignità dell'uomo, Heidegger, interpreta
questo gestocome un "ritirarsi" davanti all'abisso dell'immaginazione.
Il concetto kantiano di costruzione trascendentale della realtà, allora,
apre una "terza sfera" specifica, né fenomenica né
noumenica, ma "preontologica"(p. 63). In Kant quindi, afferma ancora
Zizek, "l'accesso diretto al regno noumenico ci priva della "spontaneità"
che forma il nucleo della libertà trascendentale"(p. 75). La domanda
che si pone è : "siamo liberi solo nella misura in cui non riusciamo
a cogliere le cause che ci determinano?"(p. 76). L'unico modo di evitare
questo stallo e rendere conto efficacemente dello statuto dell'autocoscienza
è affermare l'incompletezza ontologica della "realtà"
stessa: c'è "realtà" solo nella misura in cui c'è
uno scarto ontologico. Solo il ritiro psicotico dalla realtà, può
spiegare il fatto della libertà trascendentale. Il problema di Heidegger,
dunque, è che egli limita l'analisi dello schematismo all'analitica
trascendentale (all'Intelletto, alle categorie che costituiscono la realtà),
trascurando, nella sua lettura di Kant, come il problema dello schematismo
riemerga nella Critica del giudizio, quando Kant concepisce il Sublime come
tentativo di schematizzare le Idee stesse della Ragione: il Sublime ci mette
a confronto con il fallimento dell'immaginazione, con ciò che rimane
sempre e a priori inimmaginabile. Di conseguenza è proprio a causa
dell'incompletezza dell'analisi dello schematismo trascendentale che Heidegger
non è in grado di rivolgersi alla dimensione eccessiva della soggettività,
alla sua follia intrinseca. La lettura lacaniana scopre nella soggettività
cartesiana la tensione intrinseca tra il momento dell'eccesso (il "Male
diabolico" in Kant, la "notte del mondo" in Hegel) e il conseguente
tentativo di normalizzarlo. Heidegger invece non sembra prendere in considerazione
questo eccesso intrinseco.Anche perché il soggetto heideggeriano è
irrinunciabilmente coinvolto nel mondo della vita, mentre per Lacan l'inconscio
freudiano non ha nulla a che fare con lo sfondo del contesto vitale nel quale
gli individui sono inclusi.Un parallelo con Lacan si individua anche nel pensiero
di Hegel: il filosofo tedesco comprendeva il valore dell'idealismo trascendentale
kantiano secondo cui non c'è realtà che precede l'attività
"positiva" del soggetto. Tuttavia, si era rifiutato di elevare il
soggetto ad agente neutrale e universale che costituisce direttamente la realtà.
"La conquista di Hegel è consistita dunque nel combinare in modo
nuovo il carattere costitutivamente ontologico dell'attività del soggetto
con la sua irriducibile inclinazione patologica: se queste due caratteristiche
vengono presentate insieme, come codipendenti, otteniamo il concetto di un'inclinazione
patologica costitutiva della realtà stessa. Il nome lacaniano per questa
inclinazione patologica costitutiva della realtà è, ovviamente,
anamorfosi"(p. 96). Il nucleo del ragionamento hegeliano è che
l'attività dell'addestramento insensato e dell'obbedienza cieca non
può essere superata in direzione di un superiore esercizio spirituale
del Senso e ciò proprio per garantire l'autonomia del soggetto contenuto
sostanziale. Infatti, il raggiungimento tramite l'addestramento del contenuto
spirituale equivarrebbe alla completa immersione del soggetto nella Sostanza.
In Hegel la disciplina ha una genesi trascendentale: la vita della disciplina
formativa- la Bildung- rappresenta un tentativo di neutralizzare l'eccessiva
sostanza vitale in me, di evitare il desiderio. Žižek rinviene qui un'altra
analogia con Lacan: "Hegel allude già a come questa rinuncia al
corpo, ai piaceri del corpo, produca un piacere specifico: tale allusione
verrà sviluppata da Lacan in ciò che egli chiama più-di-godere"(p.
135). Per Lacan, peraltro, il desiderio umano è sempre costitutivamente
mediato dal riferimento al Nulla. Volere questo oggetto particolare, mantenere
il più possibile l'attaccamento ostinato ad esso è la forma
concreta di Volere il Nulla.
Dopo quest'analisi del soggetto in filosofi classici come Heidegger, Hegel,
Kant, l'autore si concentra su "quattro filosofi che prendono Althusser
come punto di partenza, ma poi attraverso la sua critica, sviluppano una teoria
personale della soggettività politica: la teoria dell'egemonia nel
caso di Laclau, la teoria dell'ègalibertè nel caso di Balibar,
la teoria del mèsentente nel caso di Roncière, la teoria della
soggettività come fedeltà alla Verità-Evento nel caso
di Badiou"(p. 3). Badiou si oppone all'idea postmoderna della società
del rischio in cui la politica non è adatta a mettere in pratica intuizioni
conoscitive essenziali e punta "alla resurrezione della politica della
Verità" (p. 161) nelle condizioni contemporanee di contingenza
globale. In questo contesto, il soggetto per Badiou è un affioramento
finito e contingente; "la Verità non è "soggettiva"
non essendo subordinata ai suoi capricci: al contrario, è il soggetto
a "servire la Verità" che lo trascende"(p. 159). Torna
ancora a questo punto un raffronto con le categorie lacaniane: per Badiou
è fondamentale evitare l'identificazione del soggetto con il Vuoto
costitutivo della struttura poiché "questo tipo di identificazione
"ontologizza" già il soggetto"(p. 198), anche se in
modo puramente negativo: trasforma cioè il soggetto in un'entità
consustanziale alla struttura, in un'entità che appartiene all'ordine
di ciò che è necessario e a priori. A questa ontologizzazione
lacaniana del soggetto Badiou "oppone la sua "rarità",
l'emersione locale-contingente-fragile-fugace della soggettività"(p.
199). Più approfonditamente Žižek individua lo scarto che separa Badiou
da Lacan nei termini della differenza tra l'Isterico e il Padrone. Badiou
è interessato "a come si possa rimanere fedeli alla Verità-Evento,
a come si possa formulare la struttura universale simbolica che salvaguardi
e porti a termine questa fedeltà, a come trasmutare la singolarità
eccezionale dell'Evento nel gesto costitutivo di un edificio simbolico duraturo
basato sulla fedeltà all'Evento"(p. 205). Per questo motivo Badiou
nobilita la figura del Padrone, che "nomina l'evento"(p. 206) e
"riconfigura il campo simbolico attraverso il riferimento al nuovo Evento"
(ibidem). Lacan invece, "seguendo Freud, sta dalla parte dell'Isterico,
il quale precisamente, mette in questione e sfida la dominazione dell'Evento
operata dal Padrone, ovvero insiste, in nome della sua stessa fedeltà
all'Evento e la sua simbolizzazione/dominazione" (ibidem).
Considerando il discorso rispetto agli altri allievi di Althusser citati (Balibar,
Rancière, Laclau), Žižek sviluppa un interessante parallelo rispetto
"alle tre principali posizioni politico-filosofiche contemporanee"
(p. 211), ovvero comunitari-tradizionalisti come Taylor e altri, universalisti-moderni
come Rawls e Habermas e dispersionisti-postmoderni come Lyotard. Per inciso
sorge l'interrogativo sui motivi per cui Žižek parli di posizioni politico-filosofiche
e non filosofico-politiche. Il lettore può essere preso dal dubbio
che egli veda dominante in queste correnti l'aspetto ideologico più
di quello teoretico. Il discorso dell'autore è che tutte queste correnti
hanno in comune una riduzione del politico e che Badiou, Balibar e Rancière
abbiano elaborato una sorta di critica interna a queste tre posizioni. Laclau
invece viene considerato in posizione critica rispetto a Schmitt. Per Laclau
il soggetto è l'agente che compie l'operazione egemonica, "che
sutura cioè l'Universale a un contenuto particolare"(p. 226).
Si individua un certo parallelismo tra l'idea di soggetto in Laclau e Badiou,
ma se per Badiou la soggettivazione designa l'evento della Verità che
infrange la chiusura del dominio ideologico egemonico e/o la condizione sociale
esistente, per Laclau invece il gesto di soggettivazione stabilisce una nuova
egemonia e corrisponde quindi al gesto elementare dell'ideologia. Ora la questione
che si pone è: se il concetto di egemonia esprime la struttura elementare
del dominio ideologico, sono possibili solo semplici mutamenti all'interno
dello spazio dell'egemonia o è forse possibile sospendere il suo stesso
meccanismo? Appunto Rancière sostiene che "questo tipo di sovversione
abbia luogo e che anzi costituisca il nucleo stesso della politica" (p.
233). Per Rancière infatti, la politica non è un dibattito razionale
tra interessi molteplici, ma lotta affinché la propria voce venga sentita
e riconosciuta come voce di un interlocutore legittimo. Žižek pensa che attualmente
ci troviamo in una fase di postpolitica; ovvero in un momento in cui gli uomini
avvertono la necessità di lasciarsi alle spalle le vecchie divisioni
ideologiche e di affrontare i nuovi problemi armati della necessaria conoscenza
specialistica. Questa società postpolitica appare, allora, come il
regime del non-evento, anche se, tuttavia, resta aperta la questione della
localizzazione dell'Evento.
Balibar, dal canto suo, ritiene che vi sia una tensione tra l"universale"
astratto e quello concreto: L'eccesso che caratterizza l'universalità
astratta-negativa-ideale, la sua forza sconvolgente e destabilizzante, non
può mai essere integrato nel tutto armonioso di una universalità
concreta.
In definitiva Žižek scorge una caratteristica comune ai quattro filosofi esaminati:
"la riduzione del soggetto a processo di soggettivazione"(p. 294).
Di qui deriva una importante considerazione: " la paura dell'incombente
"ontologizzazione" dell'atto politico vero e proprio, della sua
trasposizione catastrofica nell'ordine positivo dell'Essere, è una
falsa paura che risulta da una specie d'illusione prospettica: essa fa troppo
affidamento sul potere sostanziale dell'ordine positivo dell'Essere, lasciandosi
sfuggire il fatto che l'ordine dell'Essere non è mai dato in modo semplice,
ma è invece esso stesso fondato su un qualche Atto precedente"
(pp. 301-302).
La terza parte del libro è dedicata ad un passaggio teorico stimolante:
quello che porta dall'assoggettamento alla destituzione soggettiva. Questo
passaggio è affrontato in primo luogo richiamando il pensiero di Judith
Butler. Butler assume come punto di partenza la spiegazione foucaultiana della
soggettivazione come assoggettamento alle pratiche disciplinatorie performative.
Ella vuole comprendere come è possibile non solo resistere realmente,
ma anche insidiare e dislocare la rete sociosimbolica esistente (il "grande
Altro" lacaniano) che predetermina lo spazio all'interno del quale soltanto
il soggetto può esistere. Per Butler la matrice dell'esistenza sociale
è quella di una scelta forzata: per esistere (all'interno dello spazio
sociosimbolico) si deve accettare l'alienazione fondamentale, la definizione
della propria esistenza attraverso i termini del "grande Altro".
Valutando l’argomentazione di Butler, tuttavia, Žižek, attraverso una prospettiva
(come sempre) lacaniana, ritiene che ella sovrastimi il potenziale sovversivo
“del disturbare il funzionamento del grande Altro attraverso le pratiche della
riconfigurazione/spostamento performativo” (p. 330): pratiche di questo genere
sostengono infatti ciò che intendono sovvertire, dato che il campo
stesso di queste “trasgressioni” “viene già preso in considerazione,
persino generato dalla forma egemonica del grande Altro”(ibidem). E che, d’altra
parte, Butler non consideri il gesto radicale di ristrutturazione completa
dell’ordine simbolico egemonico nella sua totalità. Žižek comunque
condivide l’idea di Butler riguardo il collegamento intimo tra i due aspetti
o modi della riflessività: la riflessività nel senso strettamente
filosofico di autoriferimento negativo e la riflessività nel senso
psicoanalitico di una svolta riflessiva che induce al desiderio della regola.
Il secondo capitolo di questa terza parte del libro si orienta, infine, a
esaminare le teorie della società del rischio elaborate da sociologi
come Beck e Giddens. Ancora una volta si sviluppa un parallelo con le interpretazioni
di Lacan. Le teorie postmoderne (tra cui è possibile far rientrare
anche quella sulla “società del rischio”) ritengono che nessuno abbia
più un’identità sociosimbolica fissa, essendo invece ognuno
alla deriva tra una moltitudine di Io. Per Lacan, invece, “l’ipotesi del grande
Altro comporta che lo statuto simbolico di tutte queste identificazioni parziali
non sia equivalente: esiste un livello nel quale s’insedia l’efficacia simbolica,
un livello che determina la mia posizione sociosimbolica” (p. 414). Questo
livello non è quello della “realtà” in quanto opposta al gioco
della mia immaginazione: secondo Lacan, dietro la molteplicità d’identità
fantasmatiche non esiste un nocciolo di “Io reale”; abbiamo invece a che fare
con una funzione simbolica che, per ragioni contingenti non legate alla sua
struttura intrinseca, “possiede un potere performativo, socialmente operativo,
capace di strutturare la realtà sociosimbolica cui partecipo”(ibidem).
Ora, la domanda che Žižek pone è: “ In che modo il concetto di “società
del rischio” comporta la non-esistenza del grande Altro?” (pp. 425-426) La
risposta risiede nel fatto che, nell’attuale società postmoderna del
rischio, non sappiamo a cosa equivarranno le nostre azioni e non esiste alcun
meccanismo globale che regoli le nostre interazioni: “l’inesistenza “postmoderna”
del grande Altro significa proprio questo” (p. 428). Tuttavia, per Žižek,
la teoria della “società del rischio” si presta a critiche: essa con
la sua enfasi sugli effetti della seconda modernizzazione, sottostima“l’impatto
della nuova logica sociale emergente sullo statuto fondamentale stesso della
soggettività” (p. 429). Inoltre, concependo il rischio e l’incertezza
fabbricata come un elemento universale della vita contemporanea, questa teoria
offusca le radici socioeconomiche concrete di questi rischi. Questi due punti
possono essere valutati,secondo il filosofo, sloveno attraverso il recupero
delle categorie della psicoanalisi e del marxismo, che, in genere, sono rifiutate
dai teorici della società del rischio poiché ritenute espressioni
sorpassate della prima ondata di modernizzazione. La psicoanalisi, infatti,
dovrebbe concentrarsi sul malessere, sul disagio(Žižek richiama il termine
tedesco Unbehagen) delle società del rischio, sulle nuove angosce da
essa generate, che non possono essere semplicemente accantonate come risultato
della tensione e dello scarto tra la fedeltà dei soggetti alle antiche
nozioni di responsabilità personale e di identità e la nuova
situazione fatta di identità e scelte fluide e mutanti. La risposta
della psicoanalisi alla riflessivizzazione determinata dalla società
del rischio “non consiste, quindi, nel proporre una qualche sostanza preriflessiva
chiamata Inconscio che resiste alla mediazione riflessiva; essa sottolinea,
piuttosto, un’altra modalità di riflessività che viene trascurata
dai teorici della società del rischio, quella che giace nel cuore stesso
del soggetto freudiano. Questa riflessività rovina il gioco del soggetto
postmoderno libero di scegliere e rimodellare la sua identità” (pp.
434-435). Altresì importante, secondo Žižek, è la necessità
di riproporre la vecchia critica marxista della “reificazione”: è necessario
un atto propriamente politico che implichi “la ripoliticizzazione dell’economia”
(p. 448). Nell’attuale epoca postpolitica della “fine dell’ideologia” si verifica
tale depoliticizzazione della sfera economica: un determinato funzionamento
economico “viene accettato come se si trattasse di uno stato oggettivo delle
cose” (p. 446). A monte di tutto ciò sta il paradosso della “disalienazione”
postmoderna: la tensione esistente non è più quella tra impulsi
creativi e Istituzione che vuole normalizzare. Ciò è evidente
nel caso dell’azienda postmoderna che punta proprio all’ingiunzione superegoica
di un nucleo di creatività idiosincratica. “Ci troviamo quindi di fronte
a una strana alleanza tra il nucleo ribelle e sovversivo della mia personalità
individuale e la grande azienda esterna”.
In questa condizione sociale generale l’autore scorge la necessità
di “affermare un Reale che invece di essere prigioniero di un circolo vizioso
con la sua controparte immaginaria, (re)introduca la dimensione dell’impossibilità,
la quale frantuma l’Immaginario; in breve abbiamo bisogno di un atto che si
opponga alla mera attività”(p. 476). L’atto, infatti, permette di tagliare
il sovrapporsi di Bene e Male: “come dice Lacan, un vero e proprio atto etico
comporta per definizione una mossa “al di là del Bene”, non “al di
là del Bene e del Male”, ma soltanto al di là del Bene” (p.
487). E, proprio in questa necessità di riaffermazione dell’atto, soprattutto
politico, si trova la chiave dell’intero discorso di Žižek : sebbene, nella
società liberale e tollerante tardocapitalistica, la capacità
di agire venga brutalmente clinicizzata, è proprio decidendo di “non
cedere sul proprio desiderio”(p. 495) che l’individuo della società
del rischio può riacquistare la propria compostezza etica.
E’ evidente che l’intera argomentazione del filosofo sloveno richiede al lettore
un certo sforzo intellettuale nel confrontarsi con riferimenti teorici piuttosto
variegati: dalla psicoanalisi lacaniana, alle posizioni più recenti
della sociologia contemporanea, alle correnti della filosofia politica francese
post althusseriana, ai classici del pensiero filosofico come Hegel e Kant.
Peraltro, la scelta del filosofo sloveno di ripensare la politica a partire
dalla sua assenza istituzionale utilizzando materiali teorici della psicanalisi
lacaniana, non è una novità assoluta. Pensatori come Badiou
e Milner si muovono in definitiva in un’ottica simile.
E, in conclusione, tutto questo corposo percorso è finalizzato “solo”
a riaffermare come abbiamo visto la capacità dell’atto, dell’atto politico,
dell’esortazione ad osare. Se la filosofia è il discorso che non cambia
concretamente le cose, ma dopo il quale le cose non sono più come prima,
il libro di Žižek è, autenticamente, un libro di filosofia. O, quantomeno,
un libro che nell’età della dichiarata (presunta) fine della filosofia,
fa avvertire sensibilmente il suo bisogno.
- Nota dei curatori
- Prefazione dell’Autore all'edizione italiana
- Introduzione
- PARTE PRIMA. LA NOTTE DEL MONDO:
1. Il vicolo cieco dell'immaginazione trascendentale, ovvero Martin Heidegger
come lettore di Kant
2. Lo scabroso soggetto hegeliano
- PARTE SECONDA. L'UNIVERSALITA' SCISSA:
3. La politica della verità, ovvero Alain Badiou lettore di san Paolo
4. La soggettivazione politica e le sue vicissitudini
- PARTE TERZA. DALL'ASSOGGETTAMENTO ALLA DESTITUZIONE SOGGETTIVA:
5. (Dis)attaccamenti appassionati, ovvero Judith Butler lettrice di Freud
6. Quale futuro per Edipo?- Indice analitico.
Slavoj Žižek, filosofo e psicanalista, insegna presso l'Istituto di Sociologia dell'Università di Lubiana. Tra i suoi testi tradotti in italiano si segnalano: Il grande altro. Nazionalismo. godimento, cultura di massa(Milano, 1999), Il godimento come fattore politico(Milano, 2001), Benvenuti nel deserto del reale(Roma, 2002) e Difesa dell'intolleranza(Enna, 2002).
Breve pagina su Žižek, con biografia
http://www.univie.ac.at/Geschichte/GEGEN-RASSISMEN/_zize.html
Pagina su Lacan
http://www.colorado.edu/English/ENGL2012Klages/lacan.html
POLITICAL ACTION AND THE UNCONSCIOUS: ARENDT AND LACAN ON DECENTERING THE
SUBJECT by Frederick M. Dolan, University of California at Berkeley
http://socrates.berkeley.edu/~fmdolan/DOLAN_AL.HTML
Kant and Sade: The Ideal Couple. By Žižek
http://www.lacan.com/lacinkXIII2.htm
Francesco Giacomantonio si è laureato in Scienze Politiche ad indirizzo
storico presso l'Università di Bari discutendo una tesi in Sociologia
della conoscenza dal titolo "Il concetto di ideologia. Analisi del dibattito
contemporaneo" con il Professor Franco Cassano. Si è perfezionato
successivamente in "Economia, istituzioni e politica del Novecento europeo"
presso la facoltà di Lettere e Filosofia della medesima università.
Collabora con il Bollettino telematico di Filosofia politica, con la rivista
di scienze sociali Dissensi e con Jura Gentium; è curatore delle pagine
web dello Swif dedicate a Jürgen Habermas, Max Weber e Robert K. Merton,
tutte nella sezione Filosofi&Classici. Attualmente è dottorando
in Filosofie e teorie sociali contemporanee presso l'università di
Bari. Homepage: http://habermas.supereva.it