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Virno, Paolo, Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura umana.
Torino, Bollati Boringhieri, 2003, pp.246, € 20,00, ISBN 88-339-1468-2.

Recensione di Antonino Scalone - 20/10/2003

Antropologia, Filosofia del linguaggio, Filosofia politica

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Il libro di Virno ha innanzitutto come oggetto il linguaggio o, meglio, "contiene riflessioni filosofiche sulla facoltà di linguaggio" (p. 9). È però anche un libro politico, giacché non solo rivendica "l'indole costitutivamente pubblica della mente linguistica" (ibid.), ma ha "nel proprio orizzonte il primo movimento politico che mette esplicitamente a tema le prerogative fondamentali della nostra specie", vale a dire "gli uomini e le donne che riempirono le strade di Genova nel luglio del 2001, riscattando così l'idea di ‘sfera pubblica’ dalle atroci caricature cui è così spesso soggetta" (p. 12). Infine, poiché presenta riflessioni critiche sulla struttura e le aporie del politico moderno, possiamo dire che - come risulta soprattutto dal capitolo conclusivo - si tratta di un libro di filosofia politica.
Secondo Virno, il "linguaggio verbale umano", in modo per molti versi analogo all'attività dell'artista o a quella politica, "non ha alcuna opera da realizzare perché non è uno strumento che possa essere impiegato in vista di qualcos'altro" (p. 17). Parlare è un'azione - in particolare un'azione naturale - nella quale, così come nel vedere o nel respirare, si manifesta "il modo di essere di un determinato organismo biologico" (p. 18). Inoltre è un'attività pubblica, che comporta una dimensione sociale: Virno intende il linguaggio "come organo biologico della prassi pubblica" (p. 22). Parlando, viene definito e reso transitabile alle informazioni lo "spazio potenziale tra mente e mondo", un'"autentica terra di nessuno, uno spazio costitutivamente pubblico" (p. 23). Dire con Aristotele che l'uomo è un animale politico o che è un animale dotato di linguaggio è dunque per Virno sostanzialmente la stessa cosa: "L'animale che ha il linguaggio è di per sé, senza bisogno di aggiungere altro, un animale politico" (p. 32).
In ogni discorso è possibile distinguere "ciò che si dice" e il semplice "fatto che si parla" (p. 33). Virno concentra la propria attenzione su quest'ultimo aspetto, indicato da Saussure come faculté de language. Quando si esercita questa facoltà, ci si manifesta, si appare: colui che parla si fa fenomeno. Vi sono situazioni nelle quali non si vuole comunicare null'altro se non il semplice fatto di parlare, come nel caso della comunicazione fàtica (quando ad esempio si dice "Pronto, pronto"), la cui variante più radicale è "Io parlo". Tale enunciato - scrive Virno sviluppando le analisi di Austin - è un performativo assoluto, ovvero un'azione (linguistica) nella quale non si manifesta altro che "l'evento del linguaggio" (p. 38). Tipici esempi del performativo assoluto sono l'ecolalia infantile, la parola religiosa e in genere tutte le manifestazioni in cui "emerge in piena vista il carattere rituale del nostro linguaggio" (p. 40). Nel performativo assoluto, ciò che viene in primo piano è l'elemento fisiologico connesso all'atto del parlare: "Fa della voce una determinazione concettuale, del respiro un apice della logica" (ibid.).
Ma se non comunica altro che se stesso, "a che cosa serve il performativo assoluto?" (p. 47). Lungi dall'essere inutile, "provvede a riaffermare ritualmente, in una concreta congiuntura storica o biografica, i caratteri differenziali dell'homo sapiens" (p. 48). Questa necessità si manifesta in situazioni eccezionali, indicando una crisi e un passaggio cruciale: "L'impiego del performativo assoluto segnala lo ‘stato d'emergenza’ in cui versa un contesto di esperienza che, fino a quel momento, aveva costituito un alveo sicuro per la prassi" (p. 73). Quest’ipotesi è illustrata tramite il riferimento alla riflessione antropologica di Ernesto De Martino. A De Martino Virno attribuisce il merito di aver dimostrato "come l'antropogenesi sia un risultato instabile e, entro certi limiti, reversibile" (p. 75). Poiché l'uomo è un animale "privo di istinti specializzati" (p. 76), il suo specifico essere nel mondo è caratterizzato da una ineliminabile indeterminatezza e imprevedibilità. Ne consegue che "l'Ultimo Giorno è sempre all'ordine del giorno: nel modo di essere dell'animale umano, contingenti non sono solo le esperienze ben definite, ma, in certa misura, le stesse condizioni di possibilità dell'esperienza" (p. 77). Quando ciò avviene, si realizzano quelle che De Martino chiama "apocalissi culturali", in cui non solo il soggetto sente in pericolo sé stesso e il proprio mondo, ma pone in essere strategie linguistiche atte a ricostituirlo. L'esempio addotto da Virno è quello dell'uomo che, in una situazione critica, "parla da solo, ad alta voce. Questo monologo altisonante combacia, sotto molti e decisivi profili, con i soliloqui non meno estroversi e rumorosi mediante i quali il bambino null'altro comunica se non il proprio possesso della facoltà di linguaggio (...). In modo del tutto analogo, l'uomo turbato ri-costituisce l'’unità sintetica dell'appercezione’ (...). Il suo monologo esteriore ha la tipica ambivalenza di ogni apocalissi culturale: indice di una lacerazione, ma anche strumento per rimarginarla; marcia all'indietro nel tragitto ontogenetico e, insieme, sua duplicazione corroborante" (p. 87).
A questo punto, il discorso di Virno si amplia ulteriormente in direzione di un "sensismo di secondo grado", ovvero di un'analisi capace di "mettere in risalto la realtà sensibile prodotta dall'eloquio umano" (p. 91). Vi sono situazioni in cui la parola non è qualcosa che segue la sensazione, ma addirittura ne costituisce il presupposto necessario. Ciò che Virno si propone di mettere a tema sono, insomma, "le percezioni suscitate dai concetti verbali: per esempio, certi esiti carnali delle parole ‘non’ e ‘malinconia’" (p. 92). Il sensismo di secondo grado mira a cogliere questa realtà sensibile originata dalle parole, ovvero il fatto che, ad esempio, "è l'aggettivo ‘triste’ che dischiude la percezione immediata di un'espressione di tristezza, o consente di udire in una melodia qualcosa di lamentoso e struggente" (p. 93). La stessa "percezione fisiognomica" dipende dal linguaggio: "Vi sono smorfie facciali alquanto complicate, che cogliamo immediatamente, sì, ma soltanto perché siamo adusi a significati, modi di dire, metafore, metonimie" (p. 105). Per questa via Virno opera un recupero dell'antica fisiognomica, pur mutandola radicalmente di segno. Il sensismo di secondo grado, infatti, non considera l'aspetto umano esteriore come "segno che rimanda a qualcosa di diverso e celato", bensì lo "tratta come una ‘evidenza imponderabile’, frutto maturo di innumerevoli descrizioni linguistiche (‘triste’, ‘timido’, ‘simulatorio’ ecc.)" (p. 110).
Attraverso un procedimento in qualche modo analogo a quello posto in essere a proposito della fisiognomica, riformulata all'interno di un nuovo modo di intendere l'esperienza sensibile, Virno si propone di recuperare e rivitalizzare un altro termine spesso assai criticato, quello di reificazione, in cui egli scorge un'istanza dinamica, un divenire, un procedere dall'interno all'esterno che è anche processo di chiarificazione: "A reificarsi sono una prerogativa della mente, un postulato logico, un modo di essere, una condizione di possibilità dell'esperienza" (ibid.). In ciò non si realizza alcuna "perdita" ma, al contrario, un arricchimento, anche in termini conoscitivi: "Nei processi di reificazione non ha luogo un ‘oblio dell'essere’, ma la sua effettiva rammemorazione; è l'orizzonte di senso (ossia l'essere in quanto essere) contro cui si staglia ogni oggetto ed evento a mostrarsi infine, o una volta di più, come oggetto ed evento (dunque sul piano ontico)" (p. 112). La realtà esterna è qualcosa di intrascendibilmente pubblico ("la res è, sempre e comunque, res publica", ibid.), grazie a cui l'Io stesso ottiene un livello di inedita auto-trasparenza: "Proprio quando diventano cose esterne alla coscienza, certi aspetti della soggettività cessano di essere enigmatici e dispotici. È lecito ipotizzare che l'animale umano arrivi ad afferrare quel che è più suo, solo se quest'ultimo guadagna (o ha sempre avuto) l'autonomia di una res. Intimità e cosalità stringono non di rado un patto di mutuo soccorso" (p. 113). A quest'altezza si situa la radicale divaricazione fra reificazione e feticismo: "Il feticismo consiste nell'assegnare a una cosa qualsiasi requisiti che pervengono in esclusiva alla mente; la reificazione, nel porre in evidenza l'aspetto cosale della mente. Il feticismo rende astratto, cioè numinoso e imperscrutabile, un oggetto sensibile; la reificazione mostra la realtà spazio-temporale cui addiviene l'astrazione in quanto tale, ovvero comprova l'esistenza di astrazioni reali. Il feticismo spaccia l'empirico per trascendentale; la reificazione culmina nella rivelazione empirica del trascendentale" (p. 114). Virno pone in luce inoltre come la reificazione trovi "il proprio antecedente teologico nelle dispute patristiche sull'incarnazione di Cristo. Et verbum caro factum est. Non importa tanto che lo spirito, ovvero il pensiero verbale, dia luogo, quali suoi effetti o conseguenze, a certi fenomeni sensibili; importa piuttosto che lo spirito stesso, senza nulla perdere dei suoi caratteri peculiari, prenda un corpo determinato e contingente. Alienante sarebbe il corpo che non si facesse carne" (p. 115).
Virno specifica ulteriormente la distinzione fra feticismo e reificazione facendo riferimento all'analisi marxiana del feticismo delle merci: nel modo di produzione capitalistico, il "rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi" - scrive Marx nel Capitale - diventa "forma fantasmagorica di un rapporto fra cose", i prodotti si trasformano in merci. Si tratta del medesimo processo che nella religione personifica "i prodotti della mente umana", facendoli apparire come "figure indipendenti che sono in rapporto tra di loro e con gli uomini". Ora, se il feticismo trasforma grandezze reali in enti astratti, la reificazione procede in direzione contraria cosificando, per così dire, l'astratto. Nella relazione interumana,la reificazione rende cosa precisamente "il rapporto come tale. (...) Si potrebbe anche dire: la reificazione riguarda la proposizione ‘tra’, cui poco si bada quando si parla di rapporto tra uomini" (p. 118). Questo tra è a un tempo qualcosa di materiale, una res, e di sovraindividuale "attinente alla specie, comune e condiviso prima ancora che l'Io singolare emerga in tutto il suo risalto" (ibid.).
La cosa che meglio di ogni altra risponde a queste caratteristiche è per Virno il linguaggio: "La reificazione del ‘tra’, del rapporto in quanto tale, è già sempre effettuata dalle trite parole di cui disponiamo. Sono queste parole, preesistenti al processo di individuazione della persona singola, a istituire la terra di nessuno (e di tutti) posta a mezzo tra Io e non-Io. La lingua storico-naturale è l'ambito esteriore, soggettivo ma non riconducibile alle operazione della coscienza, pubblico ma non coincidente con i ruoli sociali, nel quale le categorie trascendentali da cui dipende la possibilità dell'esperienza si presentano da ultimo (o, più verosimilmente, fin dal principio) come oggetti esperibili. Reificato dal lessico e dalla sintassi, l'a priori collettivo si converte in un complesso di fatti empirici" (pp. 123-124). L'autocoscienza appare così come un "atto linguistico performativo" (p. 130). Essa, scrive Virno riprendendo Austin, è "una cosa, thing, che si fa con le parole (...). L'io puro, sottostante alle categorie a priori che organizzano il pensiero, non è certamente una sostanza, ma neanche un presupposto ineffabile: esso consiste piuttosto in un atto linguistico. E un atto linguistico non può che essere estrinseco, fenomenico, percettibile" (p. 132). Ne consegue, da ultimo, "l'ubicazione mondana, cioè esterna alla coscienza, dei presupposti ultimi della soggettività" (p. 138). La strutturale dimensione pubblica della mente viene così ribadita.
Il penultimo passo del cammino di Virno è costituito dall'analisi del concetto di storia naturale. Esso, se adeguatamente inteso, "può diventare, forse, la pietra angolare di ogni materialismo non claudicante o irrisorio" (p. 143). La possibilità di intendere una storia naturale dipende da due presupposti: 1. "È necessario che la natura, di per sé invariante, sia tale da implicare la massima variabilità dell'esperienza e della prassi; in caso contrario, non vi sarebbe affatto un ‘storia’"; 2. "È necessario che il mutevole decorso storico metta talvolta a tema l'invariante biologico, esibendolo anzi in concreti stati di cose; in caso contrario, la storia non avrebbe alcunché di ‘naturale’" (p. 145). Ne consegue che l'attributo storico-naturale può valere per quei "fenomeni contingenti che rivelano l'invariante biologico, assicurandogli per un momento una vistosa prominenza sul piano sociale e politico" (p. 146). Il concetto di storia naturale trova la sua conferma nell'analisi della facoltà di linguaggio. Qui è possibile verificare l'incrocio fra l'elemento naturale e l'elemento storico. Scrive Virno: "L'esistenza di una generica facoltà, distinta dalla miriade di lingue ben definite, attesta limpidamente l'indole non specializzata dell'animale umano, ovvero la sua innata familiarità con una dynamis, potenza, mai passibile di esauriente realizzazione. Sprovvedutezza istintuale e cronica potenzialità: questi aspetti invarianti della natura umana, desumibili dalla facoltà di linguaggio, implicano l'illimitata variabilità dei rapporti di produzione e delle forme di vita" (p. 158). Ciò non significa che in qualche modo l'invariante biologico determini il divenire storico: proprio l'assenza di specializzazione dell'animale umano assicura infatti un ventaglio assolutamente indefinito di possibilità storiche e di scelte politiche; si spiega così perché, contro Chomsky, Virno affermi recisamente che l'invariante biologico non può "suggerire alcun modello di società giusta" (ibid.). Ora, in quali situazioni l'elemento naturale - ovvero la potenzialità umana connessa alla "non specializzazione, alla "neotenia", alla "mancanza di un ambiente univoco" (p. 167) - si manifesta storicamente con particolare evidenza? Per quel che riguarda le "società tradizionali"(ibid.), ciò avviene nei momenti di crisi, nelle situazioni eccezionali nelle quali "un certo assetto pseudo-ambientale è sottoposto a violente trazioni trasformative" (p. 169). Questo stato critico va sanato politicamente, in modo da istituire un nuovo ordinamento nel quale ritorni nell'ombra "il ‘da sempre’ biologico, cioè la dynamis inarticolata e caotica" (p. 170).
Diversa è la situazione nel sistema capitalistico che, per il modo in cui è costituito, non nasconde, ma al contrario enfatizza le caratteristiche biologiche dell'uomo. Nel sistema capitalistico, "la potenzialità amorfa, ovvero la cronica persistenza di caratteri infantili, non balena minacciosamente nel corso di una crisi, ma pervade ogni piega della più trita routine. La società della comunicazione generalizzata, lungi dal paventarlo, mette addirittura a profitto l'’eccesso di semanticità non risolubile in significati determinati’, conferendo quindi il massimo risalto alla indeterminata facoltà di linguaggio" (ibid.). Più in specifico, "la carenza di istinti specializzati e la penuria di un ambiente circostanziato, sempre uguali dal Cro-Magnon in poi, figurano esplicitamente, oggi, come ragguardevoli risorse economiche. (...) La non specializzazione biologica dell' Homo sapiens non resta sullo sfondo, ma guadagna la massima appariscenza storica come universale flessibilità delle prestazioni lavorative. L'unico talento professionale che davvero conti nella produzione postfordista è l'abitudine a non contrarre durevoli abitudini" (pp. 171-172). Tutto ciò conferisce naturalmente particolare attualità alla storia naturale e ne mette in evidenza lo spessore politico. "La storia naturale indica con precisione qual è il terreno del conflitto politico. Indica cioè le questioni salienti a proposito delle quali possono profilarsi alternative radicali e asperrime contese" (p. 183).
Siamo così giunti all'ultimo capitolo, nel quale più scopertamente viene alla luce la dimensione politica dell'intero discorso di Virno. Anzi, siccome si tratta di un testo già pubblicato come postfazione all'edizione italiana del saggio di Simondon L'individuazione psichica e collettiva (Roma 2001), possiamo dire che questo capitolo rappresenta al tempo stesso il punto d'arrivo e l'Ur-Text dell'intero volume. In questo pagine, Virno si propone di schizzare, attraverso il riferimento all'analisi di Simondon, una critica delle categorie politiche moderne, in particolare di quella di popolo, e di valorizzare invece la categoria di moltitudine. “Stelle fisse del grande dibattito seicentesco da cui discende buona parte del nostro lessico etico-politico, questi due concetti si collocano agli antipodi. Il ‘popolo’ ha una indole centripeta, converge in una volonté générale, è l'interfaccia o il riverbero dello Stato; la moltitudine è plurale, rifugge dall'unità politica, non stipula patti né trasferisce diritti al sovrano, recalcitra all'obbedienza, inclina a forme di democrazia non rappresentativa" (p. 185). Mentre nel popolo, così come lo intende il pensiero politico moderno da Hobbes in poi, l'unità è costituita, è il frutto di un patto attraverso il quale i molti diventano uno nella figura del rappresentante, la moltitudine ha questa unità "alle proprie spalle". Essa consiste "nel linguaggio, nell'intelletto come risorsa pubblica o interpsichica, nelle generiche facoltà della specie. Se la moltitudine rifugge dall'unità statale, è soltanto perché essa è correlata a tutt'altro Uno, preliminare anziché conclusivo" (p. 186). In questa direzione va l'analisi di Simondon, secondo il quale l'"esperienza collettiva" così intesa non è il luogo nel quale, in nome dell'unità, le individualità singole spariscono, ma è al contrario il luogo nel quale "prosegue e si affina l'individuazione" (p. 187). Preindividuale e individuale, individuo e moltitudine coesistono e si intrecciano, costituendo, per così dire originariamente, uno spazio pubblico, politico e linguistico. Ne consegue la superfluità dello Stato e di ogni altra istanza unificatrice a posteriori: "Ciascuno dei ‘molti’, avendo l'universale alle proprie spalle, a mo' di premessa o antefatto, non abbisogna di quell'universalità posticcia che è lo Stato" (p. 193). La sfera pubblica è dunque il luogo nel quale in modo naturale le individualità si incontrano e si realizzano, sulla base di quell'elemento preindividuale che tutti accomuna: "Lungi dal regredire, la singolarità si affina e tocca il culmine nell'agire di concerto, nella pluralità delle voci, insomma nella sfera pubblica" (p. 196).
Attraverso il proprio ragionamento, Virno pone efficacemente in luce uno dei problemi più importanti della moderna concettualità politica: quello dell'artificialità della reductio ad unum e della "grossolana finzione", per usare un'espressione kelseniana, inevitabilmente insita nelle nozioni di bene comune, interesse generale o altro. Ci si può chiedere, però, in che misura la suggestiva nozione di moltitudine avvicini la risoluzione del problema della produzione di una volontà politica unitaria e di quello, strettamente connesso al primo, della visibilità e della stabile presenza sulla scena politica di un soggetto collettivo che non voglia condannarsi alla marginalità. Per rimanere sul piano linguistico caro all'autore, si potrebbe porre la questione nei seguenti termini: esiste una voce della moltitudine se non vi è qualcuno che parla per essa? Proprio le vicende - esterne e interne - del movimento politico antagonista al quale Virno si richiama nell'Introduzione, sembrano confermare la problematicità di questo snodo, pur testimoniando al tempo stesso l'urgenza dell'impegno teorico in questa direzione.

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Introduzione
Parte prima L'azione di enunciare
1. Il parlante come artista esecutore
2. Il performativo assoluto
3. Ripetizione dell'antropogenesi
Parte seconda Per la critica dell'interiorità
4. Sensismo di secondo grado. Progetto di fisiognomica
5. Elogio della reificazione
Parte terza Da sempre e proprio ora
6. Storia naturale
7. Moltitudine e principio di individuazione
Appendice Wittgenstein e la questione dell'ateismo
Postfazione Per una critica della facoltà di linguaggio, di Daniele Gambara

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Paolo Virno insegna filosofia all'Università della Calabria. Fra i suoi libri: Convenzione e materialismo. L'unicità senz'aura (1986), Mondanità (1994), Il ricordo del presente (1999),Grammatica della moltitudine (2002).

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Pagina personale dell’autore
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