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Ventimiglia, Giovanni, Se Dio sia uno. Essere, Trinità, inconscio, prefazione di Pietro Coda.
Pisa, ETS (Filosofia, 58), 2002, pp. 134, euro 10,00, ISBN 88-467-0623-4.

Nota di Giovanni Aliberti - 06/11/2003

Filosofia della religione (teologia), Filosofia teoretica (metafisica)

Indice - L'autore - links

Il testo che ci propone Giovanni Ventimiglia si può considerare una tappa del suo programma di ricerca. È, infatti, il frutto in parte di lavori precedenti (capp. 1-2), in parte di inediti (capp. 3-4), che segnano un ideale filo rosso, che affonda le radici nella nuova linea interpretativa tommasiana del saggio Differenza e contraddizione del 1997, e che trova nella presente opera un tassello fondamentale, di una rinnovata proposta filosofica alla luce della rivelazione cristiana.
È chiaro, quindi, come l’orizzonte di indagine si muova sui binari secolari della filosofia cristiana, che, oltre ad essere criterio ermeneutico per interpretare il dato rivelato, ovvero struttura logico-linguistica funzionale al teologo che parla di Dio, si delinea anche come indagine razionale che “si domanda se tra le proposizioni, che egli crede vere, ce ne sia un certo numero che la sua ragione potrebbe saper vere” (GILSON E., Lo spirito della filosofia medievale, Brescia 19833, p. 43). Sia l’uno sia l’altro postulano la Rivelazione biblica: perché l’uomo possa fare teo-logia (in senso oggettivo) o filosofia cristiana è indispensabile che ci sia stata una teo-logia (in senso soggettivo), una Parola di Dio. Sia per l’uno che per l’altro è indispensabile che di fronte al Dio che parla ci sia un uomo che si faccia Uditore della Parola; in entrambi è l’orizzonte della fede che fa da sfondo alla ricerca. Ma se nell’uno la ricerca razionale è ancilla fidei et theologiae, nell’altra è solo, al limite, ancilla fidei. Si potrebbe quasi ipotizzare come la ricerca filosofica sia ancora più originaria della ricerca teologica: affonda nel profondo di quel sensus fidei totius ecclesiae (che è poi consensus fidelium, cfr. Lumen Gentium, 12 - Dei Verbum, 8 - Cfr. KASPER W., Introduzione alla fede = gdt 65, Brescia 19858, pp. 152-153), che è anche fonte e scaturigine della ricerca teologica.
Ma con ciò non si esaurisce la definizione di filosofia cristiana. Infatti, la fonte del sensus fidei rende questa ricerca filosofica veramente cristiana. Però, perché possa essere anche veramente filosofica è indispensabile che tali tematiche abbandonino l’orizzonte della fede, da cui sono scaturite per seguire un cammino autonomo. La fede partorisce queste verità da cercare, che vengono accolte tra le braccia della ragione che le nutre, le alleva e le fa crescere, “con legittima ed inalienabile autonomia”. (p. 12)

“La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità” [GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, Città del Vaticano 1998, p. 3].

La presente opera è, pertanto, autentica filosofia cristiana. Ma, per comprendere totalmente il punto di vista dell’autore, credo sia utile aggiungere un’altra considerazione preliminare.
La sensibilità antropologica dell’autore rivela il taglio, oserei dire, agostiniano della sua ricerca (“ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te” Confessioni I, 1): indagare razionalmente la Trinità non per costruire una struttura logico-linguistica funzionale ad un trattato De Trinitate, non per indagare cosa dice Dio all’uomo di Dio; quanto esplicitare cosa dice Dio all’uomo dell’uomo: conoscere Dio per cercare di chiarire all’uomo chi è l’uomo autentico (cfr. nota 55, pp. 104-105). Il cuore e il Dio di Agostino diventano in Ventimiglia il Dio-Trinità e l’inconscio.

La struttura del testo segue un percorso lineare, anche se molto articolato e stimolante, in grado di aprire rivoli che il lettore sensibile a queste tematiche non mancherà di riconoscere in potenziali torrenti di piena.
Dunque i quattro capitoli sono così costruiti:

- Se Dio sia un libero pensatore
- Se Dio sia molteplice
- Se Dio sia contraddittorio
- La Trinità fa bene alla salute

Già dai titoli si può intuire il piano dell’opera. I primi tre capitoli si possono inserire non solo nell’orizzonte cristiano della filosofia, ma anche in quella specifica ricerca filosofica, che è stata la Scolastica classica, fatta di An sit […], di dividitur, di Quod non¸ sed contra ( Cfr. pp. 72-75): al rigore teoretico del linguaggio e della ricerca scolastica si affianca una indagine storiografica, direi, retrospettiva; indagine che vuole dialogare con le auctoritates con l’obiettivo non di aggiungere nuove scoperte, ma solo di esplicitare ed illustrare prima a se stesso e poi agli altri ciò che era già stato conquistato. Ecco che le fonti non vanno oltre Nicolò da Cusa ed hanno come prima auctoritas Tommaso e l’aristotelismo riletto da Tommaso (fatta eccezione per l’ultimo paragrafo del cap. III - pp. 98-105 -, dove viene proposta una nuova soluzione alla questione trinitaria).
L’ultimo capitolo, in quanto prospettiva di ricerca, attende di essere meglio esplicitato. Ma questo, credo, sarà oggetto della prossima fatica di Giovanni Ventimiglia.


1. Se Dio sia un libero pensatore
Parte dagli stimoli seguiti alla pubblicazione della Fides et ratio di Giovanni Paolo II del 1998.
Ai nn. 31-32 si legge: “Le verità semplicemente credute rimangono molto più numerose di quelle che egli acquisisce mediante la personale verifica […] L’uomo, essere che cerca la verità, è dunque anche colui che vive di credenze. […] Nel credere, ciascuno si affida alle conoscenze acquisite da altre persone” [GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, Città del Vaticano 1998, p. 43].
In questo brano il pontefice vuole introdurre alla fede intesa come fiducia, che affida la certezza del suo contenuto alla autorevolezza del soggetto che ne è testimone (credo quello che dici, perché credo in te). Il nostro autore, però, sulla scia delle interpretazioni date a queste pagine magisteriali restringe la certezza della fede solo al suo oggetto: l’uomo nella sua indagine non parte da zero, ha sempre dei presupposti, pregiudizi, asserti non dimostrabili o non dimostrabili (vuoi l’esperienza sensibile con la sua evidenza immediata, vuoi categorie filosofiche o piuttosto verità religiose [cfr. Fides et ratio, n. 30, p. 41].
Ma, a bene osservare, solo Dio non ha la fede ed è l’unico libero pensatore, l’unico che può pensare liberamente, perché la sua libertà e libera dalla fede. Ma, mi chiedo, se il Dio cristiano non è un solitario, ma è Trinità e le persone sono immerse nella pericoresi dell’amore agapico, forse il Padre non si affida totalmente al Figlio e viceversa?
Partendo dalla sua linea interpretativa G. Ventimiglia conclude: “Se è vero che non è possibile, specie dopo la fine della filosofia moderna, pretendere di pensare solo con la propria testa, da liberi pensatori, senza il condizionamento di una qualche fede, allora il problema del rapporto tra ragione e fede si pone oggi in termini diversi rispetto al passato. Il punto non è di capire dove finisca l’ambito della ragione e dove cominci quello della fede, come se fosse possibile sapere senza credere e credere senza sapere, ma […] posto che la ragione è sempre legata ad una fede, troviamo quella fede che libera la ragione. […] La questione non è di liberarsi dai vincoli, ma di trovare il “vincolo liberante”” (pp. 15, 28). Ed ancora, “se ogni filosofia parte, lo voglia o no, da una fede, che cosa impedisce un autentico filosofare che parta dalla fede nella Trinità? […]” (p. 16) E se la libertà della ragione di gestire il frutto della fede è assoluta, “che cosa impedisce a questa ragione di ritornare a occuparsi anche di Trinità?” (p. 16)

2. Se Dio sia molteplice
Con tali premesse metodologiche l’autore passa ad indagare, in un percorso storico-teologico più che filosofico, le riflessioni sulla dimensione trinitaria di Dio. Qui la filosofia più che essere ricerca tra le verità credute che possono anche essere conosciute, è essenzialmente ancilla theologiae.
L’obiettivo dell’autore è dimostrare come Tommaso, nella Quaestio disputata de Potentia (q. 9, a. 7) e nella Summa Teologica (S. Th. I, q. 30, a. 3), recuperi la molteplicità sacrificata dalla teologia platoneggiante, fatta propria dalla ricerca teologica latina al fine di conservare l’integrità del monoteismo: “In che modo i termini numerali si predicano delle persone divine, se cioè in senso positivo o semplicemente in senso negativo. Dietro la questione tecnica, la posta in gioco era chiara: si può dire - e non solo con un linguaggio negativo e metaforico - che Dio, l’Ipsum esse subsistens, è molteplice?” (p. 37)
Attraverso una descrizione teologica molto tecnica (pp. 38-44), l’autore mette in luce come “la tesi […] della non predicabilità del numero in Dio, a motivo della sua inespugnabile unità, si è conservata assolutamente intatta” (p. 44), fino a Tommaso. Infatti, la riflessione teologica sia orientale che occidentale, al di là delle differenti prospettive di indagine, ha accolto l’asserto fondamentale di origine, anselmiana (De Proc. Spir. S., c. 2), sintetizzata nel concilio di Firenze del 1438 “In Deo omnia sunt unum, ubi non obviat relations oppositivo” [Denz. 703]. Tutto ciò che non è proprio della essenza incomunicabile della persona divina (paternitas, filiatio, spiratio activa e passiva) appartiene all’essenza.
La prospettiva di Tommaso è tutta orientata a dare alla teologia quel substrato logico-linguistico in grado di esplicitare il dato rivelato (sia dalla Sacra Scrittura che dalla Tradizione) e, nello specifico, di come l’unità dell’essenza possa accordarsi con la trinità delle persone.
La soluzione tommasiana è, come è consueto, geniale. Anzitutto si distinguono non solo coloro che hanno rifiutato l’attribuzione della molteplicità per difendere l’unità di Dio (pp. 34-36), ma anche coloro che della molteplicità e l’unità hanno dato una interpretazione quantitativa e per ciò stesso accidentale (pp. 50-55). Invece, per Tommaso l’attribuzione della unitas e della multitudo avviene come trascendentali: “I termini numerici, in quanto vengono applicati a Dio, non derivano dal numero che forma una delle specie della quantità; perché allora si attribuirebbero a Dio solo in senso metaforico, come le altre proprietà dei corpi, quali la larghezza, la lunghezza e simili; ma derivano dalla molteplicità presa come trascendentale” (S. Th. I, q. 30, a. 3, cit., p. 57). E, conclude Tommaso, come trascendentale l’uno e i molti esprimono le proprietà essenziali del soggetto, che sono la distinzione e la indistinzione. In cosa, poi, consistono esattamente questi due aspetti il nostro autore non dice.
Ma affermando che è essenziale all’Essere divino l’essere-uno (unum enim significat ens indivisum, S. Th. I, q. 30, a. 3), ovvero non-diviso e l’essere-molti (multitudo […] significat res illas cum in divisione circa unamquamque earum), ovvero distinto non si cade in contraddizione?

“Essentia est una, ibi unum significat essentiam indivisam; cum dicimus, persona est una, significat parsonam indivisam; cum dicimus, personae sunt plures, significantur illae personae et indivisio circa unamquamque earum; quia de ratione multitudinis est quod ex unitatibus constet” [S. Th. I, q. 30, a. 3]

3. Se Dio sia contraddittorio
Sullo sfondo implicito della Fides et ratio, il Nostro organizza la risposta a questa domanda, che viene a costituire il terzo capitolo: “Questa verità che Dio ci rivela in Gesù Cristo, non è in contrasto con le verità che si raggiungono filosofando. I due ordini di conoscenza conducono anzi alla verità nella sua pienezza. L’unità della verità è già un postulato fondamentale della ragione umana, espresso nel principio di non-contraddizione”. [Fides et ratio, n. 34, p. 46]
È sicuramente la parte più suggestiva del libro, ricca di stimoli sia per il teologo che per il filosofo (cfr. ad esempio il §. 3.2. Cusano).
L’autore presenta due atteggiamenti teologici, che trovano nel principio di non contraddizione il loro “spartiacque”: “La Trinità non è contraddittoria ma va dimostrato che non lo sia per gli uni; la Trinità è contraddittoria (o al di là della contraddizione, che non è molto diverso) e non va dimostrato che non lo sia, per gli altri” (p. 89). Molto interessanti sono i paragrafi 4.1. Difficoltà della scolastica e 4.2. Difficoltà dell’Anti-scolastica, dove si espongono le reciproche critiche: “non si può appoggiare la scala su se stessa: difficoltà di Gödel” (p. 89); “non si può salire senza appoggiarsi alla scala: difficoltà di Aristotele e di Tommaso” (p. 93).
L’autore vuole dimostrare la non-contraddittorietà della Trinità, perché - come dice Berti - “nemmeno il dogma della unità e della trinità divina si sottragga alla giurisdizione del principio di non contraddizione, perché altrimenti sarebbe non oscuro, cioè misterioso, quale effettivamente è, ma contraddittorio, cioè assurdo, impossibile”. (nota 37, p. 89)
L’idea di base è la soluzione di Aristotele al problema dell’essere e del divenire data con l’ausilio del principio di non contraddizione, così come esposto nel celebre brano della Metafisica G (IV), 2, 1005b, 20: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima relazione”. Tommaso pone l’accento sul secundum quid perché “se si cambia il rispetto, il secundum quid, è invece possibile predicare di una stessa cosa attributi opposti contraddittori”. (p. 74). “Infatti - conclude Ventimiglia, riportando il commento di Tommaso alla Fisica - l’uno in atto e i molti in potenza si oppongono contraddittoriamente; ma l’uno in atto e i molti in potenza non sono opposti contraddittori”. (In Phys. I, 4, cit. in p. 75)
Questi brani diventano la chiave di volta su cui innestare il dato rivelato: “L’unità e la pluralità vengono attribuiti a Dio non secondo lo stesso punto di vista ma l’unità dal punto di vista dell’essenza e la pluralità dal punto di vista delle persone; ovvero l’unità secondo le cose che si dicono per se stesse, assolute, e la pluralità secondo le relazioni”. (Quaestio de Potentia q. 9, a. 5, ad 3, cit. in p. 79)
Ventimiglia, partendo dalla critica alla posizione scolastica, fondata sulla pretesa autoreferenzialità del Principio di non contraddizione, elabora la sua proposta ontologica, che invito a leggere e… a meditare. (pp. 102-105)
I passaggi, esposti in queste pagine molto dense, sono così schematizzabili:

1. La dimostrazione elenchtica del Principio di non contraddizione, esposta in Met. IV è valida “se, e solo se,” il ragionamento che porta a negare una tesi a equivale al ragionamento che porta a negare la tesi dello scettico del principio di non contraddizione.

2. Attingendo dalla ricerca di S. Galvan - di cui, purtroppo si limita a riportare schematicamente solo i risultati - l’autore accoglie la tesi secondo la quale la petitio principi in cui cade lo scettico e basata sulla regola dello pseudoscoto (ex falso sequitur quodlibet).

3. Tutto ciò porta Ventimiglia ad affermare l’indimostrabilità anche elenchtica del principio di non contraddizione e quindi la sua non autoreferenzialità. Da ciò ne consegue necessariamente il bisogno di ricercare un fondamento meta-logico e/o metafisico. E questo fondamento è la Trinità.

“Il fondamento del principio è infatti analiticamente presente nel principio stesso come condizione della sua possibilità logica-ontologica. Come dire che se c’è qualcosa che non ha bisogno di dimostrare di essere illuminato, questo è il sole”. (p. 103)
Ma questa è conquista della fede in Cristo e non della logica. “Se non ci fosse la Trinità, tutto sarebbe contraddittorio”. (p. 105)

4. La trinità fa bene alla salute
Nell’ultimo capitolo (pp. 107-131), l’autore sembra abbandonare la metodologia scolastica per aprirsi a prospettive di ricerca molto suggestive, che prendono le mosse dalla dottrina psicologica degli Archetipi di Jung, dimostrando - se non nel metodo, sicuramente nello spirito scolastico - come l’archetipo inconscio della trinitas possa essere funzionale alla soluzione di psicosi come la schizofrenia o l’isteria. Queste ultime pagine più che dare risposte sembrano impostare un nuovo cammino di ricerca di Giovanni Ventimiglia: “A questo punto, la scommessa del nostro studio - ipotesi di una ricerca, anche analitica, da verificare - è chiara: la Trinità fa bene alla salute” (p. 131).

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Prefazione - Introduzione
Capitolo Primo SE DIO SIA UN LIBERO PENSATORE
1. Se Dio sia un libero pensatore
2. Senza fede (forte) nessuna ragione, per debole che sia
Capitolo Secondo SE DIO SIA MOLTEPLICE
1. Il contesto storico-teologico e la posta in gioco
2. Il respondeo: i quidam
3. Il respondeo: la soluzione
4. Conclusioni
Capitolo Terzo SE DIO SIA CONTRADDITTORIO
1. Se Dio, in quanto Trinità, sia contraddittorio
2. Videtur quod non: la Scolastica 2.1. Risposta in forma breve 2.2. Scolastica, quaestio, distinctiones 2.3. Scolastica, distinctiones e principio di non contraddizione 2.4. Bonaventura 2.5. Tommaso
3. Sed contra: l'anti-Scolastica: 3.1. Risposta in forma breve 3.2. Cusano
4. Respondeo: 4.1. Difficoltà della Scolastica 4.2. Difficoltà dell'anti-Scolastica 4. 3. Tentazione di distinguere 4.4. Trinità e non contraddizione
Capitolo Quarto LA TRINITA’ FA BENE ALLA SALUTE
1. Riduzionismo?
2. Hillman: la diagnosi
3. Hillman: la terapia
4. Jung contro Hillman
5. Hillman, Jung e il problema del quarto
6. Trinità e pluralismo
7. La Trinità e la notte

torna all'inizioL'autore

Giovanni Ventimiglia (Palermo, 1964). Laureato nel 1988 in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, si è specializzato a München presso l’Università “Ludwig-Maximilian” in filosofia medievale e in filosofia idealista. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filosofia nel 1996, proseguendo poi con un corso di post-dottorato, presso l’Università Cattolica. Ricercatore di filosofia teoretica dal 1999 presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Milano (Sede di Piacenza), è docente incaricato di Antropologia filosofica presso quella Università. Dal 1999 svolge anche le funzioni di Segretario Accademico e Addetto stampa. Tra le sue pubblicazioni: Differenza e contraddizione. Il problema dell’essere in Tommaso d’Aquino, Vita e Pensiero, Milano 1997; Die Transzendentalienlehre des Thomas von Aquin: Denktraditionen, Quellen, Eigenheiten, in, Qu’est-ce que la philosophie au Moyen Age? Actes du Xe Congrès international de Philosophie Médiévale, Berlin 1998; Naturale, artificiale, virtuale, “Nova et Vetera” (edizione italiana), 3 (2001).

torna all'inizioLinks

Il testo delle Quaestiones disputatae De potentia
http://www.unav.es/filosofia/alarcon/amicis/qdp8.html#60659 http://www.unav.es/filosofia/alarcon/amicis/qdp8.html
Il testo della Summa Theologica
http://www.unav.es/filosofia/alarcon/amicis/sth1028.html#29714
Il testo della Fides et Ratio
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_15101998_fides-et-ratio_it.html
Il testo della presentazione del Cardinale Ratzinger
http://www.augustea.it/dgabriele/italiano/teo_fides0.htm

 

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