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Tononi, Giulio, Galileo e il fotodiodo. Cervello, complessità e coscienza.
Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 148, euro 12,00, ISBN 88-420-6927-2.

Recensione di Lorella Congiunti - 02/11/2003

Filosofia della scienza

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Questo libro trae origine da un ciclo di lezioni svolte dall’Autore presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Università Cattolica del “Sacro Cuore” di Roma (Policlinico “Agostino Gemelli”) nel mese di gennaio 2003, organizzato dalla Fondazione Sigma Tau e curato dal Prof. Pietro Bria, docente di Igiene Mentale presso la medesima università.
Il libro mantiene la struttura originaria, articolandosi in tre sezioni dedicate ciascuna a una lezione, e in capitoli che sviluppano il tema delle lezioni.
Il testo, dallo stile brillante, si presenta interessante come un romanzo, ed in questo modo riesce a mostrare, implicitamente, il nesso scienze/narrazione relativo agli esperimenti immaginari. Tali esperimenti, che costituiscono la materia prima del testo, sembrano allontanarsi dai protocolli laddove abbondano di variabili qualitative.
La posta in gioco è di ordine metodologico; fin dalle prime pagine l’Autore scrive: “Le neuroscienze sono ormai una disciplina ferocemente empirica. Ciò che conta sono i dati, e i dati vengono dagli esperimenti. I dati conferiscono prestigio e potere, e costituiscono l’alfa e l’omega di ogni progresso. Ogni volta che si scopre una nuova molecola, ogni volta che si sviluppa una nuova tecnica per sbirciare all’interno delle sinapsi, ogni volta che si genera un animale transgenico, ogni volta che si registra l’attività di uno, dieci, mille neuroni, o i mutevoli addensamenti di attività di intere aree ” (p. 25). Le vittorie nella scoperta dei dati sono state molte, ma, secondo Tononi, quel che adesso occorre non sono ulteriori dati, quanto una teoria per metterli in ordine: “è la teoria, Cenerentola delle neuroscienze che, povera ma nobile, può penetrare nel cuore del proprietario del castello incantato e rivelarcene l’identità. In termini meno fantastici, il problema della coscienza è forse quello che più di ogni altro, nelle neuroscienze, richiede un approccio genuinamente teorico. Richiede che ci chiediamo in primo luogo che cosa occorra effettivamente spiegare e in secondo luogo che cosa possa effettivamente costituire una spiegazione. Perché una spiegazione, sicuramente, deve esistere” (p. 27). Tononi ritiene necessario impostare teoricamente la questione della coscienza, poiché non riducibile alla scoperta di un dato ulteriore.
L’Autore sceglie di impostare le questioni della coscienza immaginando come le avrebbe affrontate Galileo, che da autore di esperimenti ne diventa oggetto.
La scelta di Galileo è motivata soprattutto dal suo inaugurare la pratica degli esperimenti immaginari: “gli esperimenti possono contare su una tradizione ragguardevole nella storia della scienza. Newton usò avvedutamente un secchio ed Einstein, al passo coi tempi, un ascensore. Ma forse il campione degli esperimenti immaginari rimane Galileo, che li utilizzò per la prima volta al servizio della nuova scienza […] Galileo scosse le fondamenta della fisica aristotelica e formulò la prima legge della dinamica -il principio d’inerzia- utilizzando non tanto prove sperimentali conclusive -che in questo caso non sarebbe stato facile ottenere- ma semplicemente con la forza della sua immaginazione. Sembra pertanto appropriato chiedere a Galileo di fungere da soggetto per alcuni esperimenti immaginari che ci serviranno per affrontare i paradossi della coscienza” (pp. 30-31).
Dapprima, l’esperimento immaginario pone Galileo in relazione al fotodiodo, uno strumento che non ha potuto conoscere ma che avrebbe senz’altro incontrato il suo interesse, essendo Galileo, “notoriamente entusiasta di ogni nuovo strumento” (p. 32).
Il fotodiodo è un piccolo circuito elettrico a resistenza variabile, tale che, a ogni esposizione alla luce, il flusso di corrente aumenta proporzionalmente all’aumento dell’intensità luminosa. L’esperimento consiste nel confrontare le reazioni del fotodiodo e quelle di Galileo di fronte a variazioni luminose. Il coinvolgimento di Galileo è motivato anche dal tentativo galileiano di distinguere proprietà primarie, ovvero oggettive, e proprietà secondarie, ovvero soggettive. Di fronte al fotodiodo “pensa Galileo che il fotodiodo abbia il privilegio dell’esperienza soggettiva, che percepisca le qualità secondarie?” (p. 34): certamente no, ipotizza Tononi, e nemmeno di fronte a spiegazioni neuroscientifiche impensabili per il Galileo storico, il Galileo tononiano recede: “Galileo è confuso, ma l’intuizione che il fotodiodo non possa essere cosciente di luce e di buio quanto lo è un essere umano non vacilla. Anche se incapace di formulare una spiegazione, Galileo è convinto che una spiegazione soddisfacente debba esistere” (p. 35). Appellandosi al principio di ragion sufficiente, Tononi fa formulare a Galileo il “primo problema della coscienza”: quali sono le condizioni necessarie e sufficienti “per cui all’attività di certe cellule situate nella corteccia visiva si associa un’esperienza cosciente di luce e di buio, mentre a quella del fotodiodo no?” (p. 35).
Dopo aver posto Galileo a contatto con l’elettronica, Tononi immagina di confrontarlo con la biologia moderna, e in particolare con quanto si sa oggi sui pipistrelli. La questione da enucleare, ovvero il “secondo problema della coscienza” è “identificare le condizioni necessarie e sufficienti perché ciascuna esperienza cosciente sia tale quale effettivamente è, e non diversa” (p.36). Da qui le domande che si presentano a Galileo: quale immagine dello spazio ha il pipistrello: visiva, acustica, o ultra-acustica? Non possiamo sapere cosa prova il pipistrello. Galileo viene descritto come assolutamente convinto che ci sia un nesso non arbitrario tra le cellule della corteccia visiva e la produzione di coscienza visiva, le cellule della coscienza somatosensoriale e la produzione di coscienza tattile, le cellule della corteccia ultra-acustica del pipistrello e la produzione di “non si sa bene che cosa”. Ancora una volta, Tononi ricorre al principio di ragion sufficiente: “il più severo ed esigente di tutti i principi, in logica come in etica, ci impone di trovare una soluzione a entrambi i problemi della coscienza” (p. 39).
Dichiarandosi soddisfatto di trovare risposta anche solo al primo problema, Tononi ritorna alla questione del fotodiodo, e dà conto del ragionamento che Galileo può aver fatto: “Galileo si accorge ormai di essere vicino a una giustificazione razionale di ciò che il suo intuito gli intimava - che lui, Galileo è cosciente di luce e buio, mentre il fotodiodo no. […] il fotodiodo opera una distinzione tra due stati di cose, mentre Galileo opera una discriminazione tra un numero ancora imprecisato, ma enormemente più grande di stati di cose diversi” (p. 44). Galileo può discriminare tra strati di puro buio, di pura luce, di luce rossa, di luce blu, di luce di qualunque sfumatura, di luce metà rossa e metà blu etc., “di una qualunque combinazione di sapori, odori, emozioni , pensieri, di qualunque ricordo, speranza, desiderio, e di qualunque combinazione di quanto detto finora” (p. 44).
A questo punto, si può arrivare a una prima conclusione: “L’esperienza cosciente è differenziata -ossia il repertorio potenziale di stati di coscienza diversi è straordinariamente grande. Ciò significa che il substrato della coscienza deve avere a disposizione un repertorio potenziale altrettanto grande di stati diversi” (p. 44).
Questa prima conclusione sembra essere passibile di una prima obiezione critica: la discriminazione tra la coscienza di Galileo e il funzionamento del fotodiodo è solo di ordine quantitativo? In termini galileiani è solo extensive e non già intensive? Non si corre il rischio di ridurre il problema?
Tononi mostra soddisfazione nei confronti della prestazione di Galileo, tanto da dargli una “ricompensa”: una telecamera, e insieme alla telecamera lo schermo su cui proiettare le immagini, la trasmissione via radio o via satellite delle stesse, e il videoregistratore che può immagazzinarle e riprodurle. Ma proprio la telecamera consente di far vacillare le certezze di Galileo appena acquisite. L’esperimento immaginario che la telecamera consente di allestire, infatti, pone Galileo di fronte non più solo a un fotodiodo, ma a un milione di fotodiodi: il sensore della telecamera può rispondere in modo diverso ad almeno 21.000.000 stati di cose diversi, “un numero che può fare certamente concorrenza a quello, per quanto vasto, degli stati di coscienza diversi disponibili a Galileo” (p. 47). Allora, si può dire che la telecamera è cosciente quanto un essere umano, o anche più? Tononi suppone il fastidio di Galileo di fronte a questa nuova e inaspettata obiezione, ed immagina che l’aiuto per una risposta gli provenga dal ricordo di un testo di Girolamo Cardano De uno, immagina persino di suggergli la lettura di alcuni passi della Critica della ragion pura di Kant, dedicati alla unità trascendentale dell’appercezione. La via per la risposta è nell’unità. Tale via non appare ostacolata dalla ipotesi che Galileo legga un articolo, pubblicato da una rivista scientifica, dedicato alla operazione di divisione del cervello, eseguita, in casi estremi, su pazienti epilettici. La via dell’unità si fa sempre più chiara: il sensore della telecamera è unitario solo per l’osservatore, ma ogni fotodiodo è in sé indipendente; cosicché la “singola unità con miliardi e miliardi di stati” è invece “un milione di singole unità con due stati ciascuna” (p. 52). Viceversa “il cervello di Galileo è in insieme integrato; le sue parti interagiscono causalmente, e se lo ritagliassimo in pezzettini piccolissimi, un neurone alla volta, anche se potessimo mantenere in vita i singoli neuroni, verrebbe meno l’integrazione, e il cervello di Galileo non funzionerebbe più. In un sistema integrato ciò che accade a ogni parte del sistema si ripercuote sulla rimanente parte del sistema” (p. 53). Così Galileo perviene a una seconda conclusione: “L’esperienza cosciente è integrata -ossia ogni stato di coscienza è esperito come una singola entità. Ciò significa che il substrato della coscienza deve anch’esso costituire un’entità integrata” (p. 53). La somma delle due conclusioni conduce a una tesi sul substrato della coscienza: “Il substrato della coscienza deve essere un’entità integrata capace di differenziare tra un numero straordinariamente grande di stati diversi” (p. 53).
A questo punto, comincia una nuova lezione, volta a “formulare le nostre intuizioni in termini matematici” (p. 57): l’omaggio alla galileiana metafora del libro della natura scritto in termini matematici è, a questo punto, quasi d’obbligo. Per arrivare alla misura precisa degli stati diversi che un sistema integrato può differenziare occorre “migrare dai campi roridi della fenomenologia per addentraci nel deserto arido della teoria” (p. 59). Dopo un rapidissimo percorso dal calcolo delle probabilità nel gioco dei dadi fino alla teoria dell’informazione di Shannon, Tononi guadagna due importanti approdi: l’entropia, che consente di misurare la differenziazione degli stati di un sistema, e l’informazione effettiva, che consente di misurare invece, almeno in linea di principio, il repertorio di risposte a disposizione di un sistema rispetto a una particolare sorgente di ingressi. “L’informazione effettiva misura le differenze che fanno una differenza” (p. 65). Si può calcolare che l’informazione effettiva della risposta luce-buio del fotodiodo è pari a 1 bit, mentre quella di Galileo nelle stesse condizioni è pari a 100.000 bit.
Tononi immagina che Galileo, pur soddisfatto da questa possibilità di misurare matematicamente la differenza tra la sua coscienza e il fotodiodo, contesti la nozione di informazione. Assistiamo, allora, a un nuovo esperimento immaginario: Galileo viene posto da solo su una astronave, piena di libri e di musica, ma isolata, il cui schermo per vedere fuori non funziona. Tononi ipotizza che in queste condizioni, Galileo cominci a ragionare sul concetto di informazione, di sorgente di informazione e di mutua informazione, e addirittura si ricordi di aver letto Berkeley e Kant, fino a giungere a una conclusione: “L’informazione è e può essere soltanto relativa a lui stesso, Galileo. L’informazione è nell’occhio di chi vede, nell’orecchio di chi ascolta, e nella mano di chi tocca , o meglio, nel cervello di chi è cosciente. […] Ma se non c’è modo di valutare la mutua informazione tra l’universo e Galileo, è invece possibile valutare l’informazione effettiva ricevuta da Galileo attraverso lo schermo della telecamera. L’informazione effettiva è nell’occhio di chi guarda - pertanto di può misurare” (p. 72).
Per misurare l’informazione integrata e per distinguere entità integrate e insiemi di elementi indipendenti, Tononi introduce Galileo nella teoria della complessità e dei complessi.
Riflettendo ancora sui soggetti con cervello diviso, Tononi giunge a una prima conclusione: “La strategia da seguire per stabilire se un insieme di elementi costituisce un’entità integrata consiste nel valutare quanto l’insieme sia un grado non tanto di ricevere informazione dall’esterno, ma di integrare informazione al suo interno” (p. 76) Occorre però considerare che ci sono molti modi diversi di dividere un sistema in due parti, e “l’informazione effettiva tra due parti dell’insieme è potenzialmente più elevata quando l’insieme è diviso in due parti ciascuna avente il maggior numero possibile di elementi, ossia quando il sistema è diviso a metà” (p. 77). Chiamate tali partizioni midpartizioni, occorre specificare che tra le tante possibili midpartizioni va scelta quella con il valore minimo di informazione effettiva tra le due parti: “Se tale valore è zero […] sapremo automaticamente che non abbiamo a che fare con una singola entità” (p. 78). Altrimenti abbiamo dei valori più o meno bassi di informazione effettiva; il valore minimo della informazione effettiva per tutte le midpartizioni di un insieme si chiama MIDcomplessità (minimum information MID-partition complexity), calcolabile mediante una formula; la MIDcomplessità di un insieme dato esprime dunque la quantità minima di informazione effettiva che può essere integrata tra due metà, cioè l’informazione integrata all’interno di un sottoinsieme di elementi. La complessità, però, non ci dice tra quali elementi l’informazione sia integrata. Per proseguire occorre rivolgersi ai “complessi”, che il dizionario definisce “insieme di elementi uniti o connessi insieme” (p. 82)
Per stabilire quali elementi di diritto costituiscano una entità integrata -premesso che “le cose non saranno né semplici né nette, anzi spesso non avremo neppure idea di come gli elementi di un insieme siano collegati tra di loro” (p. 80)- Tononi propone una modalità di redazione di una lista di complessi propri contenuti in un insieme dato, ordinata per complessità decrescente: “un complesso proprio, o semplicemente complesso, può quindi essere definito come un sottoinsieme di elevata complessità che non è incluso in un sottoinsieme di complessità maggiore e non include sottoinsiemi di complessità uguale o maggiore. […] Il complesso avente complessità massima si può chiamare il complesso principale” (pp. 81-82). La definizione del dizionario può essere specificata: un complesso è un insieme di elementi capaci di integrare informazione, dove la quantità di informazione integrata è misurata dalla MIDcomplessità (p. 82).
Tononi mostra una certa umana condiscendenza verso Galileo, proponendo come esempio per misurare la complessità e identificare complessi, non le difficili simulazioni al calcolatore delle reti neurali, ma la più facile e meno rigorosa analisi dei complessi nell’Italia del primo Seicento e l’ancor meno rigoroso esempio -ma in verità molto chiarificatore- della visita al Parlamento. Posto infatti che “l’analisi dei complessi rappresenta il modo “naturale” di suddividere un insieme di elementi, “naturale” perché basato sull’informazione che può essere integrata all’interno di una singola entità […] è interessante chiedersi come la complessità di un complesso vari a seconda di come il complesso è organizzato, o come sia possibile aumentarne la complessità modificandone l’organizzazione” (p. 84). Tononi immagina tre tipi di Parlamento (italiano): uno caotico, uno totalitario, uno ideale.
In quello caotico, ciascuno cura i propri interessi senza ascoltare gli altri: si tratta di un “Parlamento che non è in grado di integrare informazione, salvo un poco tra i vicini di banco. Nonostante la grande confusione, la complessità del Parlamento nel suo insieme è assai scarsa” (p. 84).
Nel Parlamento totalitario, invece, parla uno solo e tutti si uniformano a quanto dice: “un Parlamento simile è un Parlamento perfettamente integrato, Costituisce indubbiamente un complesso, ma un complesso privo di qualunque differenziazione, un complesso privo di complessità” (p. 85).
Nel Parlamento ideale, invece, i membri interagiscono fra di loro, ascoltandosi reciprocamente, ciascuno nella propria autonomia di pensiero: “Il Parlamento è integrato e differenziato al tempo stesso: è un Parlamento che costituisce un complesso complesso, come costituisce un complesso complesso il cervello di Galileo” (p. 85).
Tutte queste considerazioni consentono di riformulare le conclusioni di Galileo: “Il substrato della coscienza è un complesso di elevata complessità” (p. 91), e complesso e complessità sono entrambi definiti in caratteri matematici.
Tononi ricava un embrione di una vera e propria “teoria del complesso cosciente”, secondo la quale “1) l’esperienza cosciente è differenziata -ossia il repertorio potenziale di stati di coscienza diversi è straordinariamente grande; 2) l’esperienza cosciente è integrata -ossia ogni stato di coscienza è esperito come una singola entità; 3) il substrato della coscienza è un’entità integrata capace di differenziare tra un numero straordinariamente grande di stati diversi; 4) specificamente, substrato della coscienza è un complesso di elevata complessità” (pp. 91-92).
Dunque, la coscienza è complessità e la complessità è integrazione di informazione (p. 92).
L’identificazione di complessità e coscienza consente a Tononi di spiegare perché lo stato di coscienza sia legato al cervello e non al cervelletto. Infatti, “i moduli della corteccia cerebrale, per quanto altamente specializzati, sono abbondantemente collegati fra loro […invece …] l’organizzazione delle connessioni nel cervelletto sembra fatta apposta per garantire che, quando ad esempio dei segnali somatosensoriali raggiongono il modulo appropriato, i segnali vi rimangano confinati e non influenzino i moduli né vicini né lontani” (p. 97), questa differenza anatomica, significa che la complessità di ciascun complesso cerebellare (e sarebbero tanti e molto piccoli, vista l’organizzazione delle connessioni) sarebbe molto bassa, mentre per il sistema talamo-corticale “si otterrebbe un gran complesso, comprendente un gran numero di moduli, dotato di complessità elevata” (p. 98). Analogamente, non per differenze anatomiche, ma per differenze funzionali, si spiega la differenza di coscienza tra sonno e veglia. E’ noto che, con l’addormentamento, avvengono nel cervello delle modificazioni di ordine chimico (quali la riduzione di alcuni neuromodulatori), che causano delle variazioni di eccitabilità dei neuroni, fino all’innestamento di un circolo vizioso tale che nessun neurone scarica per una frazione di secondo: questa è la cosiddetta fase dell’oscillazione lenta.
Secondo Tononi, questa fase è responsabile della frammentazione della coscienza durante il sonno, ma non perché i neuroni corticali cessano di scaricare impulsi nervosi. Infatti, dal punto di vista della teoria del complesso cosciente, il silenzio di un neurone è eloquente quanto la scarica: entrambi specificano in modo diverso uno stato tra gli innumerevoli a disposizione, in cui il complesso cosciente si trova in un dato istante. “Il grado di complessità/coscienza non dipende da ciò che i neuroni fanno, bensì da ciò che possono fare” (p. 100). Durante il sonno, cambiano proprio le potenzialità dei neuroni corticali che fanno più fatica a raggiungere la soglia di carica, e perciò rispondono sempre allo stesso modo a un numero di ingressi che nella veglia produrrebbero invece risposte differenziate. “Si riduce così l’informazione effettiva tra le parti del cervello, e di conseguenza la complessità della coscienza” (p. 100).
Tononi immagina un Galileo affaticato nel dimostrare ai neurobiologi che la scienza non dipenda da ciò che i neuroni fanno, ma da ciò che possono fare, arrivando a concludere che i neurobiologi “non concepiscono che il possibile sia non soltanto reale, ma persino attuale” (p. 100).
Dalla teoria del complesso cosciente, Tononi trae molte conclusioni: relative all’ontogenesi (si può calcolare a che età si possa definire cosciente un bambino); filogenesi (si può determinare in che misura gli animali siano coscienti); nel campo della medicina (misurare se un malato è cosciente), nell’ambito della coscienza artificiale (in questi termini possibile in via di principio) e così via. Egli si pone da sé obiezioni di ordine filosofico, che tenta di risolvere riconducendo la realtà alla mente e le qualità alla quantità.
Quest’ultima parte si rivela forse più debole, perché sembra perdere il rigore che accompagna invece il corpo dell’argomentazione. Inoltre, in essa, si può riscontrare una forma di riduzionismo. Infatti, Tononi invece di specificare il suo proprio ambito di indagine e punto di vista (l’oggetto formale si diceva un tempo), pretende di vangare un po’ di terreno in ogni campo, con intromissioni che potrebbero essere feconde se non diventassero troppo invasive (si corre il rischio di conformare il sapere al modello del Parlamento autoritario, dove solo una disciplina parla e le altre devono uniformarsi). Sarebbe, forse, bastato specificare con maggiore decisione e insistenza che si sta indagando sul sostrato nerobiologico della coscienza o, comunque, su un prerequisito della coscienza stessa, e non sulla coscienza tout court, che, alla fine, sembra apparire ridotta dentro una teoria, arbitrariamente assunta come unico punto di vista valido a definirla, nella confusione del necessario e del sufficiente.
Legittima, ma non pienamente spiegata, l’assunzione di un punto di vista kantiano, comunque espungibile dal corpo del testo.
Infine, una notazione sull’uso della figura di Galileo. Tononi dimostra di conoscere bene Galileo, di cui propone alcuni tratti caratteristici: l’indubitabile certezza del realismo conoscitivo, la sicurezza della differenza razionale, la distanza dal riduzionismo meccanicista, l’entusiasmo verso i nuovi strumenti e l’orgoglio di esserne autore, il legame con la figlia Suor Maria Celeste; anche la vena polemica risulta ben rappresentata. Sembrano, invece, poco in linea con lo stile di pensiero galileiano, l’asserito amore di Galileo per i libri, mentre egli amava ostentare la preferenza per il libro della natura, e il suo non ritenersi filosofo (scrive Tononi “Dio me ne guardi -esclama Galileo- siamo scienziati e non filosofi” p. 116), mentre egli si riteneva proprio un filosofo, affermando di aver studiato più anni filosofia che mesi matematica (così nella lettera a Belisario Vinta del 7 maggio 1610).
L’interessante uso che Tononi fa di Galileo conferma il suo essere centrale non tanto e non solo per l’istituzione di un sapere (la fisica matematica, peraltro completamente fuori dal problema qui affontato), ma per l’istituzione di un nuovo punto di vista, di un nuovo fare, che è il farsi del soggetto del sapere scientifico.

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Ringraziamenti
Prefazione
Prologo
Capitolo I. VARIETÀ DI COSCIENZA (Coscienza e autocoscienza. Coscienza e mondo esterno. Mondo e cervello)
Capitolo II. COSCIENZA E CERVELLO (Cervelletto e cervello. Sonno e veglia)
Lezione prima. L’uno e i molti.
Capitolo III. I DUE PROBLEMI DELLA COSCIENZA (Il primo problema: Galileo e il fotodiodo. Il secondo problema: Galileo e il pipistrello)
Capitolo IV. I MOLTI, OSSIA GALILEO E IL FOTODIODO
Capitolo V. L’UNO, OSSIA GALILEO E LA TELECAMERA
Lezione seconda. Misurare la coscienza
Capitolo VI. IL REPERTORIO: MISURARE LE POSSIBILITÀ (Entropia. Informazione effettiva)
Capitolo VII. L’INFORMAZIONE, OSSIA GALILEO SULL’ASTRONAVE
Capitolo VIII. COMPLESSITÀ E COMPLESSI: MISURARE L’INFORMAZIONE INTEGRATA
Lezione terza. La teoria del complesso cosciente
Capitolo IX. COMPLESSI E NON (Fegato e cervello. Cervello e cervelletto. Sonno e veglia)
Capitolo X. COMPLESSI IN EVOLUZIONE (Ontogenesi. Filogenesi)
Capitolo XI. COMPLESSI MALATI
Capitolo XII. COMPLESSI ALTROVE (Coscienza e società. Coscienza artificiale)
Capitolo XIII. GALILEO FILOSOFO (Spazio, tempo e complessità. Il possibile e l’attuale: massa e coscienza. Coscienza, conoscenza e adattamento)
Epilogo.
Note.

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Giulio Tononi è docente di psichiatria a Madison, nel Wisconsin. Ha svolto la sua attività scientifica anche a Pisa, New York, San Diego. Si occupa in modo particolare della neurobiologia del sonno e della veglia, e della nozione di coscienza. È coautore con Gerald Edelman di Un universo di coscienza (Torino 2000).

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Fondazione Sigma Tau
www.sigma-tau.it/fondazione/
Galileo Project, Rice University
http://es.rice.edu/ES/humsoc/Galileo

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