Questo libro trae origine da un ciclo di lezioni svolte dall’Autore presso
la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Università Cattolica
del “Sacro Cuore” di Roma (Policlinico “Agostino Gemelli”) nel mese di gennaio
2003, organizzato dalla Fondazione Sigma Tau e curato dal Prof. Pietro Bria,
docente di Igiene Mentale presso la medesima università.
Il libro mantiene la struttura originaria, articolandosi in tre sezioni dedicate
ciascuna a una lezione, e in capitoli che sviluppano il tema delle lezioni.
Il testo, dallo stile brillante, si presenta interessante come un romanzo,
ed in questo modo riesce a mostrare, implicitamente, il nesso scienze/narrazione
relativo agli esperimenti immaginari. Tali esperimenti, che costituiscono
la materia prima del testo, sembrano allontanarsi dai protocolli laddove abbondano
di variabili qualitative.
La posta in gioco è di ordine metodologico; fin dalle prime pagine
l’Autore scrive: “Le neuroscienze sono ormai una disciplina ferocemente empirica.
Ciò che conta sono i dati, e i dati vengono dagli esperimenti. I dati
conferiscono prestigio e potere, e costituiscono l’alfa e l’omega di ogni
progresso. Ogni volta che si scopre una nuova molecola, ogni volta che si
sviluppa una nuova tecnica per sbirciare all’interno delle sinapsi, ogni volta
che si genera un animale transgenico, ogni volta che si registra l’attività
di uno, dieci, mille neuroni, o i mutevoli addensamenti di attività
di intere aree ” (p. 25). Le vittorie nella scoperta dei dati sono state molte,
ma, secondo Tononi, quel che adesso occorre non sono ulteriori dati, quanto
una teoria per metterli in ordine: “è la teoria, Cenerentola delle
neuroscienze che, povera ma nobile, può penetrare nel cuore del proprietario
del castello incantato e rivelarcene l’identità. In termini meno fantastici,
il problema della coscienza è forse quello che più di ogni altro,
nelle neuroscienze, richiede un approccio genuinamente teorico. Richiede che
ci chiediamo in primo luogo che cosa occorra effettivamente spiegare e in
secondo luogo che cosa possa effettivamente costituire una spiegazione. Perché
una spiegazione, sicuramente, deve esistere” (p. 27). Tononi ritiene necessario
impostare teoricamente la questione della coscienza, poiché non riducibile
alla scoperta di un dato ulteriore.
L’Autore sceglie di impostare le questioni della coscienza immaginando come
le avrebbe affrontate Galileo, che da autore di esperimenti ne diventa oggetto.
La scelta di Galileo è motivata soprattutto dal suo inaugurare la pratica
degli esperimenti immaginari: “gli esperimenti possono contare su una tradizione
ragguardevole nella storia della scienza. Newton usò avvedutamente
un secchio ed Einstein, al passo coi tempi, un ascensore. Ma forse il campione
degli esperimenti immaginari rimane Galileo, che li utilizzò per la
prima volta al servizio della nuova scienza […] Galileo scosse le fondamenta
della fisica aristotelica e formulò la prima legge della dinamica -il
principio d’inerzia- utilizzando non tanto prove sperimentali conclusive -che
in questo caso non sarebbe stato facile ottenere- ma semplicemente con la
forza della sua immaginazione. Sembra pertanto appropriato chiedere a Galileo
di fungere da soggetto per alcuni esperimenti immaginari che ci serviranno
per affrontare i paradossi della coscienza” (pp. 30-31).
Dapprima, l’esperimento immaginario pone Galileo in relazione al fotodiodo,
uno strumento che non ha potuto conoscere ma che avrebbe senz’altro incontrato
il suo interesse, essendo Galileo, “notoriamente entusiasta di ogni nuovo
strumento” (p. 32).
Il fotodiodo è un piccolo circuito elettrico a resistenza variabile,
tale che, a ogni esposizione alla luce, il flusso di corrente aumenta proporzionalmente
all’aumento dell’intensità luminosa. L’esperimento consiste nel confrontare
le reazioni del fotodiodo e quelle di Galileo di fronte a variazioni luminose.
Il coinvolgimento di Galileo è motivato anche dal tentativo galileiano
di distinguere proprietà primarie, ovvero oggettive, e proprietà
secondarie, ovvero soggettive. Di fronte al fotodiodo “pensa Galileo che il
fotodiodo abbia il privilegio dell’esperienza soggettiva, che percepisca le
qualità secondarie?” (p. 34): certamente no, ipotizza Tononi, e nemmeno
di fronte a spiegazioni neuroscientifiche impensabili per il Galileo storico,
il Galileo tononiano recede: “Galileo è confuso, ma l’intuizione che
il fotodiodo non possa essere cosciente di luce e di buio quanto lo è
un essere umano non vacilla. Anche se incapace di formulare una spiegazione,
Galileo è convinto che una spiegazione soddisfacente debba esistere”
(p. 35). Appellandosi al principio di ragion sufficiente, Tononi fa formulare
a Galileo il “primo problema della coscienza”: quali sono le condizioni necessarie
e sufficienti “per cui all’attività di certe cellule situate nella
corteccia visiva si associa un’esperienza cosciente di luce e di buio, mentre
a quella del fotodiodo no?” (p. 35).
Dopo aver posto Galileo a contatto con l’elettronica, Tononi immagina di confrontarlo
con la biologia moderna, e in particolare con quanto si sa oggi sui pipistrelli.
La questione da enucleare, ovvero il “secondo problema della coscienza” è
“identificare le condizioni necessarie e sufficienti perché ciascuna
esperienza cosciente sia tale quale effettivamente è, e non diversa”
(p.36). Da qui le domande che si presentano a Galileo: quale immagine dello
spazio ha il pipistrello: visiva, acustica, o ultra-acustica? Non possiamo
sapere cosa prova il pipistrello. Galileo viene descritto come assolutamente
convinto che ci sia un nesso non arbitrario tra le cellule della corteccia
visiva e la produzione di coscienza visiva, le cellule della coscienza somatosensoriale
e la produzione di coscienza tattile, le cellule della corteccia ultra-acustica
del pipistrello e la produzione di “non si sa bene che cosa”. Ancora una volta,
Tononi ricorre al principio di ragion sufficiente: “il più severo ed
esigente di tutti i principi, in logica come in etica, ci impone di trovare
una soluzione a entrambi i problemi della coscienza” (p. 39).
Dichiarandosi soddisfatto di trovare risposta anche solo al primo problema,
Tononi ritorna alla questione del fotodiodo, e dà conto del ragionamento
che Galileo può aver fatto: “Galileo si accorge ormai di essere vicino
a una giustificazione razionale di ciò che il suo intuito gli intimava
- che lui, Galileo è cosciente di luce e buio, mentre il fotodiodo
no. […] il fotodiodo opera una distinzione tra due stati di cose, mentre Galileo
opera una discriminazione tra un numero ancora imprecisato, ma enormemente
più grande di stati di cose diversi” (p. 44). Galileo può discriminare
tra strati di puro buio, di pura luce, di luce rossa, di luce blu, di luce
di qualunque sfumatura, di luce metà rossa e metà blu etc.,
“di una qualunque combinazione di sapori, odori, emozioni , pensieri, di qualunque
ricordo, speranza, desiderio, e di qualunque combinazione di quanto detto
finora” (p. 44).
A questo punto, si può arrivare a una prima conclusione: “L’esperienza
cosciente è differenziata -ossia il repertorio potenziale di stati
di coscienza diversi è straordinariamente grande. Ciò significa
che il substrato della coscienza deve avere a disposizione un repertorio potenziale
altrettanto grande di stati diversi” (p. 44).
Questa prima conclusione sembra essere passibile di una prima obiezione critica:
la discriminazione tra la coscienza di Galileo e il funzionamento del fotodiodo
è solo di ordine quantitativo? In termini galileiani è solo
extensive e non già intensive? Non si corre il rischio di ridurre il
problema?
Tononi mostra soddisfazione nei confronti della prestazione di Galileo, tanto
da dargli una “ricompensa”: una telecamera, e insieme alla telecamera lo schermo
su cui proiettare le immagini, la trasmissione via radio o via satellite delle
stesse, e il videoregistratore che può immagazzinarle e riprodurle.
Ma proprio la telecamera consente di far vacillare le certezze di Galileo
appena acquisite. L’esperimento immaginario che la telecamera consente di
allestire, infatti, pone Galileo di fronte non più solo a un fotodiodo,
ma a un milione di fotodiodi: il sensore della telecamera può rispondere
in modo diverso ad almeno 21.000.000 stati di cose diversi, “un numero che
può fare certamente concorrenza a quello, per quanto vasto, degli stati
di coscienza diversi disponibili a Galileo” (p. 47). Allora, si può
dire che la telecamera è cosciente quanto un essere umano, o anche
più? Tononi suppone il fastidio di Galileo di fronte a questa nuova
e inaspettata obiezione, ed immagina che l’aiuto per una risposta gli provenga
dal ricordo di un testo di Girolamo Cardano De uno, immagina persino di suggergli
la lettura di alcuni passi della Critica della ragion pura di Kant, dedicati
alla unità trascendentale dell’appercezione. La via per la risposta
è nell’unità. Tale via non appare ostacolata dalla ipotesi che
Galileo legga un articolo, pubblicato da una rivista scientifica, dedicato
alla operazione di divisione del cervello, eseguita, in casi estremi, su pazienti
epilettici. La via dell’unità si fa sempre più chiara: il sensore
della telecamera è unitario solo per l’osservatore, ma ogni fotodiodo
è in sé indipendente; cosicché la “singola unità
con miliardi e miliardi di stati” è invece “un milione di singole unità
con due stati ciascuna” (p. 52). Viceversa “il cervello di Galileo è
in insieme integrato; le sue parti interagiscono causalmente, e se lo ritagliassimo
in pezzettini piccolissimi, un neurone alla volta, anche se potessimo mantenere
in vita i singoli neuroni, verrebbe meno l’integrazione, e il cervello di
Galileo non funzionerebbe più. In un sistema integrato ciò che
accade a ogni parte del sistema si ripercuote sulla rimanente parte del sistema”
(p. 53). Così Galileo perviene a una seconda conclusione: “L’esperienza
cosciente è integrata -ossia ogni stato di coscienza è esperito
come una singola entità. Ciò significa che il substrato della
coscienza deve anch’esso costituire un’entità integrata” (p. 53). La
somma delle due conclusioni conduce a una tesi sul substrato della coscienza:
“Il substrato della coscienza deve essere un’entità integrata capace
di differenziare tra un numero straordinariamente grande di stati diversi”
(p. 53).
A questo punto, comincia una nuova lezione, volta a “formulare le nostre intuizioni
in termini matematici” (p. 57): l’omaggio alla galileiana metafora del libro
della natura scritto in termini matematici è, a questo punto, quasi
d’obbligo. Per arrivare alla misura precisa degli stati diversi che un sistema
integrato può differenziare occorre “migrare dai campi roridi della
fenomenologia per addentraci nel deserto arido della teoria” (p. 59). Dopo
un rapidissimo percorso dal calcolo delle probabilità nel gioco dei
dadi fino alla teoria dell’informazione di Shannon, Tononi guadagna due importanti
approdi: l’entropia, che consente di misurare la differenziazione degli stati
di un sistema, e l’informazione effettiva, che consente di misurare invece,
almeno in linea di principio, il repertorio di risposte a disposizione di
un sistema rispetto a una particolare sorgente di ingressi. “L’informazione
effettiva misura le differenze che fanno una differenza” (p. 65). Si può
calcolare che l’informazione effettiva della risposta luce-buio del fotodiodo
è pari a 1 bit, mentre quella di Galileo nelle stesse condizioni è
pari a 100.000 bit.
Tononi immagina che Galileo, pur soddisfatto da questa possibilità
di misurare matematicamente la differenza tra la sua coscienza e il fotodiodo,
contesti la nozione di informazione. Assistiamo, allora, a un nuovo esperimento
immaginario: Galileo viene posto da solo su una astronave, piena di libri
e di musica, ma isolata, il cui schermo per vedere fuori non funziona. Tononi
ipotizza che in queste condizioni, Galileo cominci a ragionare sul concetto
di informazione, di sorgente di informazione e di mutua informazione, e addirittura
si ricordi di aver letto Berkeley e Kant, fino a giungere a una conclusione:
“L’informazione è e può essere soltanto relativa a lui stesso,
Galileo. L’informazione è nell’occhio di chi vede, nell’orecchio di
chi ascolta, e nella mano di chi tocca , o meglio, nel cervello di chi è
cosciente. […] Ma se non c’è modo di valutare la mutua informazione
tra l’universo e Galileo, è invece possibile valutare l’informazione
effettiva ricevuta da Galileo attraverso lo schermo della telecamera. L’informazione
effettiva è nell’occhio di chi guarda - pertanto di può misurare”
(p. 72).
Per misurare l’informazione integrata e per distinguere entità integrate
e insiemi di elementi indipendenti, Tononi introduce Galileo nella teoria
della complessità e dei complessi.
Riflettendo ancora sui soggetti con cervello diviso, Tononi giunge a una prima
conclusione: “La strategia da seguire per stabilire se un insieme di elementi
costituisce un’entità integrata consiste nel valutare quanto l’insieme
sia un grado non tanto di ricevere informazione dall’esterno, ma di integrare
informazione al suo interno” (p. 76) Occorre però considerare che ci
sono molti modi diversi di dividere un sistema in due parti, e “l’informazione
effettiva tra due parti dell’insieme è potenzialmente più elevata
quando l’insieme è diviso in due parti ciascuna avente il maggior numero
possibile di elementi, ossia quando il sistema è diviso a metà”
(p. 77). Chiamate tali partizioni midpartizioni, occorre specificare che tra
le tante possibili midpartizioni va scelta quella con il valore minimo di
informazione effettiva tra le due parti: “Se tale valore è zero […]
sapremo automaticamente che non abbiamo a che fare con una singola entità”
(p. 78). Altrimenti abbiamo dei valori più o meno bassi di informazione
effettiva; il valore minimo della informazione effettiva per tutte le midpartizioni
di un insieme si chiama MIDcomplessità (minimum information MID-partition
complexity), calcolabile mediante una formula; la MIDcomplessità di
un insieme dato esprime dunque la quantità minima di informazione effettiva
che può essere integrata tra due metà, cioè l’informazione
integrata all’interno di un sottoinsieme di elementi. La complessità,
però, non ci dice tra quali elementi l’informazione sia integrata.
Per proseguire occorre rivolgersi ai “complessi”, che il dizionario definisce
“insieme di elementi uniti o connessi insieme” (p. 82)
Per stabilire quali elementi di diritto costituiscano una entità integrata
-premesso che “le cose non saranno né semplici né nette, anzi
spesso non avremo neppure idea di come gli elementi di un insieme siano collegati
tra di loro” (p. 80)- Tononi propone una modalità di redazione di una
lista di complessi propri contenuti in un insieme dato, ordinata per complessità
decrescente: “un complesso proprio, o semplicemente complesso, può
quindi essere definito come un sottoinsieme di elevata complessità
che non è incluso in un sottoinsieme di complessità maggiore
e non include sottoinsiemi di complessità uguale o maggiore. […] Il
complesso avente complessità massima si può chiamare il complesso
principale” (pp. 81-82). La definizione del dizionario può essere specificata:
un complesso è un insieme di elementi capaci di integrare informazione,
dove la quantità di informazione integrata è misurata dalla
MIDcomplessità (p. 82).
Tononi mostra una certa umana condiscendenza verso Galileo, proponendo come
esempio per misurare la complessità e identificare complessi, non le
difficili simulazioni al calcolatore delle reti neurali, ma la più
facile e meno rigorosa analisi dei complessi nell’Italia del primo Seicento
e l’ancor meno rigoroso esempio -ma in verità molto chiarificatore-
della visita al Parlamento. Posto infatti che “l’analisi dei complessi rappresenta
il modo “naturale” di suddividere un insieme di elementi, “naturale” perché
basato sull’informazione che può essere integrata all’interno di una
singola entità […] è interessante chiedersi come la complessità
di un complesso vari a seconda di come il complesso è organizzato,
o come sia possibile aumentarne la complessità modificandone l’organizzazione”
(p. 84). Tononi immagina tre tipi di Parlamento (italiano): uno caotico, uno
totalitario, uno ideale.
In quello caotico, ciascuno cura i propri interessi senza ascoltare gli altri:
si tratta di un “Parlamento che non è in grado di integrare informazione,
salvo un poco tra i vicini di banco. Nonostante la grande confusione, la complessità
del Parlamento nel suo insieme è assai scarsa” (p. 84).
Nel Parlamento totalitario, invece, parla uno solo e tutti si uniformano a
quanto dice: “un Parlamento simile è un Parlamento perfettamente integrato,
Costituisce indubbiamente un complesso, ma un complesso privo di qualunque
differenziazione, un complesso privo di complessità” (p. 85).
Nel Parlamento ideale, invece, i membri interagiscono fra di loro, ascoltandosi
reciprocamente, ciascuno nella propria autonomia di pensiero: “Il Parlamento
è integrato e differenziato al tempo stesso: è un Parlamento
che costituisce un complesso complesso, come costituisce un complesso complesso
il cervello di Galileo” (p. 85).
Tutte queste considerazioni consentono di riformulare le conclusioni di Galileo:
“Il substrato della coscienza è un complesso di elevata complessità”
(p. 91), e complesso e complessità sono entrambi definiti in caratteri
matematici.
Tononi ricava un embrione di una vera e propria “teoria del complesso cosciente”,
secondo la quale “1) l’esperienza cosciente è differenziata -ossia
il repertorio potenziale di stati di coscienza diversi è straordinariamente
grande; 2) l’esperienza cosciente è integrata -ossia ogni stato di
coscienza è esperito come una singola entità; 3) il substrato
della coscienza è un’entità integrata capace di differenziare
tra un numero straordinariamente grande di stati diversi; 4) specificamente,
substrato della coscienza è un complesso di elevata complessità”
(pp. 91-92).
Dunque, la coscienza è complessità e la complessità è
integrazione di informazione (p. 92).
L’identificazione di complessità e coscienza consente a Tononi di spiegare
perché lo stato di coscienza sia legato al cervello e non al cervelletto.
Infatti, “i moduli della corteccia cerebrale, per quanto altamente specializzati,
sono abbondantemente collegati fra loro […invece …] l’organizzazione delle
connessioni nel cervelletto sembra fatta apposta per garantire che, quando
ad esempio dei segnali somatosensoriali raggiongono il modulo appropriato,
i segnali vi rimangano confinati e non influenzino i moduli né vicini
né lontani” (p. 97), questa differenza anatomica, significa che la
complessità di ciascun complesso cerebellare (e sarebbero tanti e molto
piccoli, vista l’organizzazione delle connessioni) sarebbe molto bassa, mentre
per il sistema talamo-corticale “si otterrebbe un gran complesso, comprendente
un gran numero di moduli, dotato di complessità elevata” (p. 98). Analogamente,
non per differenze anatomiche, ma per differenze funzionali, si spiega la
differenza di coscienza tra sonno e veglia. E’ noto che, con l’addormentamento,
avvengono nel cervello delle modificazioni di ordine chimico (quali la riduzione
di alcuni neuromodulatori), che causano delle variazioni di eccitabilità
dei neuroni, fino all’innestamento di un circolo vizioso tale che nessun neurone
scarica per una frazione di secondo: questa è la cosiddetta fase dell’oscillazione
lenta.
Secondo Tononi, questa fase è responsabile della frammentazione della
coscienza durante il sonno, ma non perché i neuroni corticali cessano
di scaricare impulsi nervosi. Infatti, dal punto di vista della teoria del
complesso cosciente, il silenzio di un neurone è eloquente quanto la
scarica: entrambi specificano in modo diverso uno stato tra gli innumerevoli
a disposizione, in cui il complesso cosciente si trova in un dato istante.
“Il grado di complessità/coscienza non dipende da ciò che i
neuroni fanno, bensì da ciò che possono fare” (p. 100). Durante
il sonno, cambiano proprio le potenzialità dei neuroni corticali che
fanno più fatica a raggiungere la soglia di carica, e perciò
rispondono sempre allo stesso modo a un numero di ingressi che nella veglia
produrrebbero invece risposte differenziate. “Si riduce così l’informazione
effettiva tra le parti del cervello, e di conseguenza la complessità
della coscienza” (p. 100).
Tononi immagina un Galileo affaticato nel dimostrare ai neurobiologi che la
scienza non dipenda da ciò che i neuroni fanno, ma da ciò che
possono fare, arrivando a concludere che i neurobiologi “non concepiscono
che il possibile sia non soltanto reale, ma persino attuale” (p. 100).
Dalla teoria del complesso cosciente, Tononi trae molte conclusioni: relative
all’ontogenesi (si può calcolare a che età si possa definire
cosciente un bambino); filogenesi (si può determinare in che misura
gli animali siano coscienti); nel campo della medicina (misurare se un malato
è cosciente), nell’ambito della coscienza artificiale (in questi termini
possibile in via di principio) e così via. Egli si pone da sé
obiezioni di ordine filosofico, che tenta di risolvere riconducendo la realtà
alla mente e le qualità alla quantità.
Quest’ultima parte si rivela forse più debole, perché sembra
perdere il rigore che accompagna invece il corpo dell’argomentazione. Inoltre,
in essa, si può riscontrare una forma di riduzionismo. Infatti, Tononi
invece di specificare il suo proprio ambito di indagine e punto di vista (l’oggetto
formale si diceva un tempo), pretende di vangare un po’ di terreno in ogni
campo, con intromissioni che potrebbero essere feconde se non diventassero
troppo invasive (si corre il rischio di conformare il sapere al modello del
Parlamento autoritario, dove solo una disciplina parla e le altre devono uniformarsi).
Sarebbe, forse, bastato specificare con maggiore decisione e insistenza che
si sta indagando sul sostrato nerobiologico della coscienza o, comunque, su
un prerequisito della coscienza stessa, e non sulla coscienza tout court,
che, alla fine, sembra apparire ridotta dentro una teoria, arbitrariamente
assunta come unico punto di vista valido a definirla, nella confusione del
necessario e del sufficiente.
Legittima, ma non pienamente spiegata, l’assunzione di un punto di vista kantiano,
comunque espungibile dal corpo del testo.
Infine, una notazione sull’uso della figura di Galileo. Tononi dimostra di
conoscere bene Galileo, di cui propone alcuni tratti caratteristici: l’indubitabile
certezza del realismo conoscitivo, la sicurezza della differenza razionale,
la distanza dal riduzionismo meccanicista, l’entusiasmo verso i nuovi strumenti
e l’orgoglio di esserne autore, il legame con la figlia Suor Maria Celeste;
anche la vena polemica risulta ben rappresentata. Sembrano, invece, poco in
linea con lo stile di pensiero galileiano, l’asserito amore di Galileo per
i libri, mentre egli amava ostentare la preferenza per il libro della natura,
e il suo non ritenersi filosofo (scrive Tononi “Dio me ne guardi -esclama
Galileo- siamo scienziati e non filosofi” p. 116), mentre egli si riteneva
proprio un filosofo, affermando di aver studiato più anni filosofia
che mesi matematica (così nella lettera a Belisario Vinta del 7 maggio
1610).
L’interessante uso che Tononi fa di Galileo conferma il suo essere centrale
non tanto e non solo per l’istituzione di un sapere (la fisica matematica,
peraltro completamente fuori dal problema qui affontato), ma per l’istituzione
di un nuovo punto di vista, di un nuovo fare, che è il farsi del soggetto
del sapere scientifico.
Ringraziamenti
Prefazione
Prologo
Capitolo I. VARIETÀ DI COSCIENZA (Coscienza e autocoscienza. Coscienza
e mondo esterno. Mondo e cervello)
Capitolo II. COSCIENZA E CERVELLO (Cervelletto e cervello. Sonno e veglia)
Lezione prima. L’uno e i molti.
Capitolo III. I DUE PROBLEMI DELLA COSCIENZA (Il primo problema: Galileo e
il fotodiodo. Il secondo problema: Galileo e il pipistrello)
Capitolo IV. I MOLTI, OSSIA GALILEO E IL FOTODIODO
Capitolo V. L’UNO, OSSIA GALILEO E LA TELECAMERA
Lezione seconda. Misurare la coscienza
Capitolo VI. IL REPERTORIO: MISURARE LE POSSIBILITÀ (Entropia. Informazione
effettiva)
Capitolo VII. L’INFORMAZIONE, OSSIA GALILEO SULL’ASTRONAVE
Capitolo VIII. COMPLESSITÀ E COMPLESSI: MISURARE L’INFORMAZIONE INTEGRATA
Lezione terza. La teoria del complesso cosciente
Capitolo IX. COMPLESSI E NON (Fegato e cervello. Cervello e cervelletto. Sonno
e veglia)
Capitolo X. COMPLESSI IN EVOLUZIONE (Ontogenesi. Filogenesi)
Capitolo XI. COMPLESSI MALATI
Capitolo XII. COMPLESSI ALTROVE (Coscienza e società. Coscienza artificiale)
Capitolo XIII. GALILEO FILOSOFO (Spazio, tempo e complessità. Il possibile
e l’attuale: massa e coscienza. Coscienza, conoscenza e adattamento)
Epilogo.
Note.
Giulio Tononi è docente di psichiatria a Madison, nel Wisconsin. Ha svolto la sua attività scientifica anche a Pisa, New York, San Diego. Si occupa in modo particolare della neurobiologia del sonno e della veglia, e della nozione di coscienza. È coautore con Gerald Edelman di Un universo di coscienza (Torino 2000).
Fondazione Sigma Tau
www.sigma-tau.it/fondazione/
Galileo Project, Rice University
http://es.rice.edu/ES/humsoc/Galileo