[Ed. or.: Über Gegenstandstheorie, Leipzig 1904]
Filosofia teoretica
(ontologia) (metafisica),
Storia della filosofia
(contemporanea)
Per chi volesse accostare per la prima volta il pensiero di Meinong o chi
ne volesse racchiudere, in un solo sguardo, le linee essenziali, il volume,
edito da Quodlibet, Teoria dell'oggetto, rappresenta un riferimento imprescindibile.
Il lettore vi troverà due saggi: il primo, appunto, Teoria dell'oggetto,
apparso per la prima volta nel 1904 come contributo d'apertura ad una raccolta
miscellanea dal titolo Untersuchungen zur Gegenstandtheorie und Psychologie,
è uno scritto metodologico e programmatico sulla disciplina della quale
Meinong può essere considerato il padre, la Gegenstandstheorie; il
secondo, Presentazione personale, apparve nel 1922 come contributo alla collezione
di presentazioni personali di filosofi e costituisce una chiara sintesi, esistenziale
e di pensiero, del percorso filosofico di Meinong. A completare il volume
la Prefazione di Emanuele Coccia, che intende la teoria dell'oggetto quale
rovesciamento della teologia: se questa tenta di accedere alla purezza dell'essere,
all'ipsum esse subsistens, quella indaga gli oggetti prescindendo del tutto
dall'essere. "Piuttosto che definire l'esistente puro come estasi del
pensiero si prova a fare del pensiero l'estasi assoluta dall'essere e dall'esistenza,
l'esodo delle cose e delle forme dall'essere e dai suoi modi" (p. 12).
Tenendo presente questa suggestiva indicazione - che è anche di Giorgio
Agamben il quale definisce Meingon "un implacabile agrimensore dell'inesistente"-
analizziamo in breve i saggi del volume.
Teoria dell'oggetto è, come si diceva, una riflessione metodologica
che intende definire la Gegenstandstheorie: per dirlo con le parole di Meingon,
"si tratta di sapere cioè dove la trattazione scientifica dell'oggetto
come tale e nella sua generalità trovi il suo luogo adeguato"
(p. 23). La ricerca inizialmente esamina le scienze esistenti, e precisamente
la metafisica, la psicologia e la gnoseologia, per verificarne la capacità
di indagare l'oggetto come tale; in un secondo momento, la Gegenstandstheorie
è definita come scienza autonoma. Prima di riassumere questo itinerario
teorico occorre, però, un rilievo previo. Una trattazione programmatica
della teoria dell'oggetto, infatti, dovrebbe, prima di tutto, occuparsi della
legittimità dell'oggetto di indagine, l'oggetto come tale in questo
caso. Insomma, come arriviamo alla posizione dell'oggetto e come facciamo
dell'oggetto, un oggetto di indagine? La risposta è sbrigativa, forse
troppo: ogni movimento intenzionale, il conoscere, il giudicare, il desiderare,
il sentire, etc, è strutturalmente orientato a qualcosa, e tale qualcosa
prende il nome di oggetto. Non c'è altro da aggiungere, nonostante
"qualche difficoltà vi si opponga" (p. 22) - ammette lo stesso
Meinong.
Trascurando queste difficoltà, peraltro taciute, consideriamo l'ipotesi
di assegnare alla metafisica il compito di indagare l'oggetto come tale. Tale
ipotesi è immediatamente da scartare poiché, sebbene la metafisica
indaghi tutto ciò che esiste, e dunque soddisfi al requisito di generalità
della Gegenstandstheorie, tuttavia il dominio di ciò che esiste è
infinitamente più ristretto rispetto al dominio di ciò che è
oggetto. Meinong così scrive: "Non v'è dunque alcun dubbio:
ciò che è destinato ad essere oggetto di conoscenza non deve
per questo necessariamente esistere" (p. 27). Si potrebbe subito obbiettare
che la Metafisica, nella dizione aristotelica, suona quale "scienza dell'essere
in quanto essere" - scienza dell'essere, dunque, e non del solo esistere.
Ma proprio qui sta il punto: anche la totalità dell'essere è
troppo poco estesa per la teoria dell'oggetto, nella quale vale il "principio
della indipendenza dell'essere-così dall'essere" (p. 27). Eppure,
come può l'essere-così essere indipendente dall'essere, se è,
appunto, un essere-così? Ciò che è affermato a parole
sembra immediatamente contraddetto dalla forma delle parole stesse. Questa
obiezione può apparire peregrina e perfino tendenziosa, ma è
ben chiara a Meinong, il quale intende proprio sovvertire la logica che soggiace
a obiezioni simili: potremo dire che egli vuole sostituire alla logica dell'essere
la logica dell'essere-così. La necessità di questa sostituzione
è presto detta. Sia dato il giudizio: A non è, nel quale è
attribuito il non essere all'oggetto A. Il giudizio: A non è, naturalmente,
è (consiste) e, perciò, anche ciò che lo compone, l'oggetto
A, dovrà essere (consistere), ma ciò contraddice la direzione
attributiva del giudizio in questione che, appunto, attribuisce il non essere
ad A. Se dovesse valere la logica dell'essere, varrebbe il seguente principio:
"Per negare A devo assumere l'essere di A" (p. 31). Senza entrare
nei dettagli, risulta che un simile principio porta alla contraddizione, per
cui ciò che è negato è (stato precedentemente) affermato.
Se vale, invece, la logica dell'essere-così la contraddizione è
immediatamente tolta: l'essere-così di un oggetto è indifferente
all'essere o al non essere. Ritornando, dunque, al problema se la metafisica
possa indagare l'oggetto come tale, si dovrà rispondere che come scienza
dell'essere la metafisica non può indagare l'oggetto come tale, poiché
all'oggetto è estraneo l'essere ed è, invece, essenziale l'essere-così.
Un'altra scienza candidata ad indagare gli oggetti è la psicologia.
Essa si occupa di tutti gli atti psichici che terminano con oggetti, indipendentemente
dall'essere di questi oggetti; dunque, la psicologia, meglio della metafisica,
sembra potere indagare gli oggetti come tali. Tuttavia, "essa può
interessarsi solo a quegli oggetti a cui un qualche evento psichico è
effettivamente indirizzato" (p. 34). Si potrà obbiettare, però,
che non esistono oggetti al di là degli atti psichici che li colgono,
e che dunque la psicologia esaurisce la totalità degli oggetti. Ora,
a questa obiezione si oppongono due ordini di considerazioni: ammesso pure
che oltre gli atti psichici non si diano oggetti, ne consegue che la teoria
dell'oggetto sarà contratta in teoria degli oggetti corrispondenti
agli atti psichici che li colgono, ma questa è una curvatura psicologista
che si vorrebbe evitare; in secondo luogo, l'oggetto come tale deve essere
indagato di per sé, non in dipendenza da un atto che lo coglie. In
breve, la scelta della psicologia come scienza che indaghi gli oggetti, ridurrebbe
gli oggetti a costrutti psichici, laddove Meinong, sebbene sia consapevole
che gli oggetti non si danno se non in quanto afferrati, sostiene che essi
si impongono alla rappresentazione, al pensiero, al giudizio etc., con una
propria intrinsecità e indipendenza.
Se il pericolo della psicologia, come teoria dell'oggetto, è di ridurre
gli oggetti a semplici correlati degli atti psichici realmente esistenti,
la gnoseologia non sembra incorrere in questo rischio: gli oggetti della teoria
della conoscenza sono, infatti, gli oggetti conoscibili, non semplicemente
quelli conosciuti. Meinong, in più, postula la equiestensione tra dominio
oggettuale e dominio conoscibile, cosicché la scienza meglio candidata
ad indagare gli oggetti sembrerebbe essere proprio la gnoseologia. Si pone
però un problema: i residui psicologisti che contaminano la gnoseologia;
se quest'ultima può essere considerata "il luogo proprio per la
ricerca degli oggetti in quanto tali" (p. 43), è pur vero che
la teoria della conoscenza non può prescindere da considerazioni anche
psicologiche. Si dovrà, dunque, compiere un passo ulteriore e considerare
la Gegenstandstheorie una scienza autonoma.
Arrivato a questo punto, salvo qualche accenno sporadico e disorganico, Meinong
evita di determinare precisamente statuto, metodo e ambito di ricerca della
teoria dell’oggetto: “D’altra parte - scrive - il far piani è notoriamente
più volte una sontuosa e vanagloriosa occupazione dello spirito […].
Avrei forse fatto meglio ad evitare di comporre il presente trattato su una
scienza che deve ancora nascere”. Questa ‘uscita’, un po’ fuori luogo, è
così giustificata: “Per anni, anzi per decenni, ho lavorato sotto l’influsso
di interessi propri della teoria dell’oggetto, senza carpire allora anche
il solo sentore della reale natura di questi interessi” (p. 61). In breve,
la teoria dell’oggetto indubbiamente esiste, ha un qualche statuto disciplinare,
ma per ora bisogna mantenersi cauti, e limitarsi a considerazioni comparative.
Tra gli cenni sporadici, di cui dicevano, ve n’è uno di particolare
interesse: riguarda i rapporti tra la nascente scienza e la metafisica. La
teoria dell'oggetto indaga a priori ciò che può essere conosciuto
di un oggetto; la metafisica lo indaga, invece, a posteriori. Ciò che
stupisce in questa delimitazione di ambiti è che "la metafisica
compare come scienza empirica" (p. 57), laddove essa è stata sempre
intesa quale scienza del meta-empirico. Meinong difende questa tesi sostenendo
che la scienza dell'esistente e del massimamente esistente - e tale è,
dovrebbe essere, la metafisica - "non dispone in ultima linea di altra
fonte di conoscenza che l'esperienza" (p. 57). Quando, in metafisica,
si è tentato di risolvere un problema solo aprioricamente si è
caduti in discussioni interminabili: è il caso dell'argomento anselmiano
per la dimostrazione dell'esistenza di Dio. La definizione della Gegenstandstheorie
come dottrina dell'apriori è ribadita anche nel saggio Presentazione
personale ove leggiamo: "In questa apriorità può scorgersi
addirittura una caratteristica definitoria del modo di conoscenza proprio
della teoria dell'oggetto" (p. 83).
Veniamo, dunque, alla considerazione di questo scritto, nel quale troviamo
sinteticamente esposti i quattro ambiti su cui si è concentrata la
riflessione di Meinong: la teoria dell'oggetto da lui fondata, la gnoseologia,
la psicologia e la teoria del valori. Ci limiteremo ai primi due. Iniziamo
dalla teoria dell'oggetto. "Il concetto di oggetto in generale (almeno
cum grano salis) va determinato a partire dall'afferrare [erfassen]",
cosicché "le classi oggettuali sono caratterizzabili a partire
dalla classi di esperienza che le afferra" (p. 83). Le classi di esperienza
sono: rappresentare, pensare, sentire, desiderare, e ad esse corrispondo le
classi oggettuali: obbietti [Obiekte], oggettivi [Obiektive], dignitativi
e desiderativi. Per esemplificare la complessità e finezza d'analisi
di Meinong riportiamo la classificazione degli oggettivi. Ad essi spetta in
ogni caso una tipologia d'essere, seconda la seguente triplice distinzione:
essere [sein] in senso stretto, esser-così [sosein], con-essere [mitsein].
L'essere in senso stretto (A è) può significare esistenza (il
sole esiste) oppure consistenza [Bestand] (l'uguaglianza tra le forme di due
oggetti consiste); si danno però oggettivi che né esistono né
consistono (il cerchio quadrato né esiste né consiste), ma ai
quali "compete sempre un residuo di carattere posizionale e cioè
il fuoriessere [Aussersein]", e tale fuoriessere "sembra non mancare
ad alcun oggetto" (p. 88). Qui Meinong incorre in una ambiguità
terminologica pericolosa: se altrove aveva affermato l'indifferenza rispetto
all'essere della teoria degli oggetti, qui sembra affermare il contrario,
giacché il fuoriessere - che sembra non mancare ad alcun oggetto -
è una tipologia d'essere; la contraddizione, solo terminologica - crediamo
-, è risolvibile intendendo ora essere come sinonimo di esistenza e
consistenza, ora come termine metacategoriale che include anche il fuoriessere.
Il così-essere (A è B) può significare esser-che [Wassein]
(l'uomo è un animale) oppure esser-come [Wiesein] (l'uomo è
pelato). Il con-essere non contiene ulteriori distinzioni ma la sua determinazione
resta problematica: approssimativamente esso risulta da proposizioni come:
"Se A, allora B", "A oppure B", e, infine, "Poiché
A, allora B". Accanto a questa classificazione qualitativa degli oggetti,
Meinong ne affianca una quantitativa: gli oggetti si dividono, infatti, in
superiora ed inferiora, secondo un andamento ad albero di Porfirio. "I
superiora possono in qualsiasi momento costituire gli inferiora per formare
ulteriori superiora" (p. 84): nella direzione verso l'alto vale il principio
della apertura e trasgressione continua; nella direzione opposta vale, invece,
il principio degli infima obbligatori: "Una pluralità che consistesse
di sole pluralità dovrebbe costituire una serie infinita errata"
(p. 84). La geografia degli oggetti svela un territorio costituito secondo
una logica induttiva e composizionale.
Rispetto alla teoria dell'oggetto la gnoseologia, quale teoria dell'afferramento,
ne è il complemento ideale, poiché se "per gli oggetti
non è affatto essenziale l'essere affettivamente afferrati, lo è
però certamente il potere essere afferrati" (p. 89); non è
certo un caso che le classi di oggetti siano state definite in parallelo alla
classi di afferramento, o meglio - ad essere pignoli -, alle classi di afferrabilità.
Ma che cosa significa afferrare un oggetto? E che relazione sussiste tra afferrare
e conoscere? Limitiamo la riposta ad una classe particolare di afferramento,
le rappresentazioni, ma nulla toglie che possa essere analogicamente estesa
anche alle altre classi. L'afferrare "consiste di una pre-esperienza,
attraverso la quale l'oggetto è presentato al pensiero, e di un'esperienza
principale, per mezzo della quale esso viene intenzionato" (p. 89). La
distinzione tra aspetto presentativo e intenzionativo dell'affarrerare può
essere guadagnata anche attraverso la distinzione tra contenuto e atto: la
presentazione rappresentativa reca un contenuto, ma "deve essere designata
al massimo come afferramento incompiuto a causa della sua semplice passività"
(p. 89); "l'intenzionare che appartiene come esperienza principale dell'afferrare
è affare dell'atto" (p. 90), e tale atto sembra essere il giudizio,
il quale però "deve essere designato come afferramento certo compiuto
ma improprio" (p. 90). Ne viene che l'afferrare è di più
del semplice rappresentare ma è di meno del giudicare. L'atto dell'intenzionare
proprio del giudizio è di tipo penetrativo, è un intenzionare
d'essere orientato verso il fattuale; l'atto dell'intenzionare proprio dell'afferrare
deve invece limitarsi a contemplare, è cioè un intenzionare
relativo al così-essere. In breve, afferrare un oggetto dovrebbe essere:
presentare un contenuto al pensiero e intenzionare, secondo il così-essere,
tale contenuto. L'afferrare è - dicevamo - un passo indietro rispetto
al giudicare, il quale è, a sua volta, un passo indietro rispetto al
conoscere: conoscere è, infatti, giudicare secondo evidenza. Meinong
distingue tra molte tipologie di evidenza: mediata o immediata, di certezza
o di supposizione, apriori o aposteriori. Per esemplificare sommariamente:
la percezione è una evidenza aposteriori e immediata dell'esistenza
di qualcosa; se è interna è evidenza di certezza, poiché
la percezione delle proprie affezioni è immediatamente vera, se è
esterna è evidenza di supposizione, poiché la percezione dei
caratteri delle cose esterne implica una mediazione ipotetica soggetta, potremo
dire, a prova ed errore.
In sede conclusiva, consideriamo quanto dell'edificio programmatico di Meinong
ha trovato seguito in altri pensatori. Il successo e la popolarità
attuali dell'ontologia certo lo renderebbero felice; ma ancor di più
le ricerche, ad esempio, di Achille Varzi e Roberto Casati intorno a buchi,
ombre, cose che non son cose, per dirla con Leopardi, insomma, ad oggetti
che stanno fuori dal ristretto dominio dell'esistente, o meglio, che partecipano
dell’esistenza ma in modo del tutto particolare. La teoria dell’oggetto è
ormai una realtà ed è dotata di una precisa, anche se controversa,
consapevolezza disciplinare; in più: i pregiudizi della metafisica
nei confronti della realtà sembrano superati. All'opposto, quel che
è venuto meno - ma era inevitabile - sono il raffinato edificio di
termini, nozioni e concetti, e le mille distinzioni e precisazioni, di cui
qui si è dato solo un assaggio, e nei confronti del quale il lettore
contemporaneo si trova in costante imbarazzo. Al proposito, riportiamo un
passo per rendere omaggio alla finissima calibrazione concettuale propria
di Meinong: "Ho proposto il nome di oggettivo [Objektiv] e mostrato come
questo oggettivo potrà a sua volta comparire nella funzione di un obietto
[Obiekt] vero e proprio - in particolare come oggetto [Gegenstand] di un nuovo
giudizio ad esso rivolto come ad un obietto - o di altre operazioni intellettuali.
Quando dico "è vero che ci sono antipodi" non è agli
antipodi ma all'oggettivo "ci sono antipodi" che la verità
è attribuita. Ciascuno comprenderà che l'esistenza degli antipodi
è qualcosa che certo può consistere [bestehen] ma da parte sue
non può esistere. Ciò vale anche per tutti gli altri oggettivi,
così che ogni conoscenza che ha per oggetto un oggettivo rappresenta
al tempo stesso un caso di conoscenza di un non-esistente" (p. 25). A
chi non avrà chiaramente inteso il brano riportato diciamo di non scoraggiarsi;
a chi lo vorrà spiegare nei dettagli saremo grati; infine, a chi lo
ha tutto sommato inteso chiediamo se non si possa così riassumere la
provocazione di Meingon: id quod primo intellectus concipit et in quo omnes
concepotiones resolvit est non ens. Ad ognuno la libertà della riposta.
Prefazione di Emanuele Coccia
Nota al testo
Bibliografia
TEORIA DELL'OGGETTO (1904)
Il problema
Il pregiudizio a favore del reale
Esser-così e non-essere
Il fuori essere dell'oggetto puro
Teoria dell'oggetto come psicologia
Teoria dell'oggetto come teoria degli oggetti della conoscenza
Teoria dell'oggetto come logica pura
Teoria dell'oggetto come teoria della conoscenza
Teoria dell'oggetto come scienza autonoma
La teoria dell'oggetto nelle altre discipline. Teoria generale e speciale
dell'oggetto
Filosofia e teoria dell'oggetto
Conclusione
PRESENTAZIONE PERSONALE (1920)
Introduzione
Prima parte. Vita e aspirazioni
Seconda parte. Posizioni principali
Sul concetto di filosofia
Sulla teoria dell'oggetto
Sulla dottrina dell'afferramento, in particolare sulla gnoseologia
Sulla psicologia
Sulla teoria dei valori e sull'etica
Le questioni filosofiche fondamentali
Terza parte. Passato presente e futuro
Alexius Meinong (pseudonimo di Alexius von Handschuchsheim) nasce a Lemberg il 17 Luglio 1853. Studia filologia tedesca e storia presso l'università di Vienna, ove si laurea nel 1874 con una dissertazione su Arnaldo da Brescia. Nell'intento di approfondire le proprie conoscenze storiche si iscrive come uditore ordinario alla facoltà di diritto; segue le lezioni di Economia politica di Carl Menger ed entra in contatto con Franz Brentano. Nel 1875 matura la decisione di volgersi definitivamente alla filosofia. Presenta nel 1878 come tesi di abilitazione per la libera docenza due studi su Hume (Hume-Studien I e II). Nel 1882 ottiene la nomina a docente straordinario di filosofia presso l'università di Graz, ove fonderà nel 1894 il primo laboratorio di psicologia sperimentale. Morirà a Graz il 27 Novembre 1920. Tra i suoi numerosi scritti ricordiamo: Über Annahmen (1910), Über Möglichkeit und Wahrscheinlichkeit (1915), Über emotionale Präsentation (1917).
http://www.formalontology.it/meinonga.htm
http://mally.stanford.edu/meinong.html
Marcello Di Bello (Milano, 1982) studia filosofia presso l’Università
Cattolica di Milano. E’ particolarmente interessato a problemi di ontologia,
logica e teoria della conoscenza.