[Ed. or.: Subjective, Intersubjective, Objective, Clarendon Press, 2001]
Filosofia analitica, Filosofia teoretica (gnoseologia)
La chiave di volta dell’impostazione teoretica davidsoniana in questo testo
è collocata nell’ultima parte del saggio Animali razionali, allorché
il filosofo ricorre ad una analogia, più che ad un argomento, per arrivare
al concetto di verità oggettiva: “Se fossi schiacciato a terra, non
avrei alcun modo di determinare la distanza di molti oggetti.[…] Potrei interagire
con successo con alcuni oggetti, ma non avrei modo di dare un senso alla questione
della loro posizione”. (p.135) Questa immagine ci richiama alla mente la condizione
in cui vivevano i personaggi descritti in quel piccolo jeu d’esprit intitolato
Flatland, a Romance of Many Dimensions scritto dall’inglese Edwin A. Abbott
nel 1882. Il mondo di Flatlandia (Paese del Piano) è un luogo bidimensionale
del tutto piatto come “un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette,
dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni e altre figure geometriche, […].,
si muovano qua e là, liberamente sulla superficie o dentro di essa,
ma senza potersene sollevare […] In un paese simile […] -dice il Quadrato
narrante- […] noi non siamo in grado di vedere niente […] perlomeno non in
misura tale da poter distinguere una figura da un’altra”. [Abbott, Flatlandia,
pp.31-32] Il passaggio chiave nel racconto Flatlandia si ha nel momento in
cui un oggetto tridimensionale, cioè una Sfera, irrompe sulla scena
per annunciare il “Vangelo delle Tre Dimensioni” e vista l’incredulità
del Quadrato lo porta con sé in Spacelandia (Paese dello Spazio). La
visione che viene offerta all’essere bidimensionale è al contempo affascinante
e agghiacciante, tant’è che egli esclama angosciato: “Questa è
la follia o l’Inferno!”. “Nessuno dei due” rispose calma la voce della Sfera
“questo è il Sapere; sono le Tre Dimensioni: riapri l’occhio e cerca
di guardare per un po’”. [Abbott, Flatlandia, p.127]
Un passaggio decisivo, e quasi simile, che consenta di sollevarsi e innalzarsi
sul dominio della conoscenza ci viene proposto da Davidson con l’originale
ed efficace metafora della triangolazione, proposta per la prima volta nel
saggio Animali razionali (1981), in cui egli afferma: “Non essendo schiacciato,
sono libero di triangolare. Il nostro senso di oggettività è
la conseguenza di una triangolazione che richiede due creature. Ognuna di
queste interagisce con un oggetto, ma ciò che dà a ciascuna
il concetto di come le cose stanno oggettivamente è la linea di base
formata, tra le creature, dal linguaggio”. (p. 135) Questa metafora diventa
il fil rouge che tiene incernierati e al contempo ci guida lungo i tre pannelli
di questo splendido trittico rispettivamente intitolati Soggettivo (tema:
conoscenza della propria mente), Intersoggettivo (tema: conoscenza dei contenuti
delle menti altrui), Oggettivo (tema: conoscenza del “mondo esterno”). Ecco
alcuni esempi tratti dalle tre sezioni: “[…] il triangolo fondamentale tra
due persone e un mondo comune è qualcosa di cui dobbiamo essere consapevoli,
se vogliamo avere dei pensieri”, (Soggettivo: Il carattere irriducibile del
concetto di io, p. 111); “La credenza, l’intenzione e gli altri atteggiamenti
preposizionali […] sono tutti stati [mentali] in cui una creatura non può
trovarsi senza avere il concetto di verità intersoggettiva, e questo
è un concetto che non si può avere senza condividere (e sapere
di condividere) con altri un mondo e una visione del mondo”. (Intersoggettivo:
La seconda persona, p. 156); “L’interazione sociale, la triangolazione, ci
fornisce inoltre l’unica spiegazione di come l’esperienza dia un contenuto
specifico ai nostri pensieri”. (Intersoggettivo: L’emergere del pensiero,
p. 165); “La conoscenza della propria mente è personale. Ma ciò
che individua uno stato [mentale] lo rende al tempo stesso accessibile agli
altri, poiché uno stato è individuato dall’interazione causale
fra tre elementi: il soggetto, le persone con cui si comunica e un mondo oggettivo
che sanno di condividere”. (Oggettivo: Epistemologia esternalizzata, p. 259);
“[...] la conoscenza di un’altra mente è possibile solo se si ha conoscenza
del mondo, poiché la triangolazione essenziale al pensiero richiede
che le persone che comunicano riconoscano di occupare una posizione in un
mondo condiviso”. (Oggettivo: Tre varietà di conoscenza, p. 271).
Lungo le tre sezioni sono distribuiti i quattordici saggi, molti dei quali
fino ad oggi difficili da reperire, che rappresentano l’evolversi del pensiero
davidsoniano nell’arco di tempo che va dal 1982 al 1998 e che, nel complesso,
contribuiscono a porre in risalto la figura principale di quest’opera, cioè
l’oggettività della conoscenza che “nella sua quasi totalità,
potrebbe venire espressa per mezzo di concetti che occupano un posto all’interno
di uno schema di cose pubblicamente condiviso”. (p. XXVII) Davidson ha un
modo di intendere la conoscenza in netto contrasto con la tradizionale posizione
cartesiana, infatti il caveat che si può trarre dalla prima sezione
è che il punto di partenza per la nostra conoscenza del mondo che ci
circonda non è fornito da ciò che avviene nelle nostre menti
e in base al quale per induzione cominciamo a costruire l’oggettivo; la conoscenza
emerge in modo olistico ed è interpersonale sin dall’inizio.
Considerando il triangolo i cui vertici sono dati da due interlocutori e da
un complesso di eventi tra di loro condivisi si potrebbe ritenere che, in
fin dei conti, Davidson continui ad adeguarsi alla prospettiva pragmatista
del conseguimento del consenso quale soluzione di discussioni in ambito sociale
o scientifico. Non è così. Infatti, Davidson pone come residuale
il consenso e utilizza in maniera più raffinata l’intersoggettività
quale radice del pensiero tramite il linguaggio che potenzia “la base del
triangolo (la linea che collega i due agenti) al punto da poter implementare
la comunicazione di contenuti proposizionali, […] utilizzare la situazione
triangolare per esprimere giudizi sul mondo[…] [e] apprezzare il concetto
di verità oggettiva”. (p. 166) Finché non si instaura un processo
comunicativo non possiamo dire di avere delle idee, solo quando riusciamo
a farci un’idea di cosa passa nella mente degli altri possiamo dire di avere
il concetto dell’oggettività, cioè di qualcosa esistente al
mondo indipendentemente da noi. Pertanto, per Davidson in un tale contesto:
“The mind is nothing more than the brain, and we can characterize people at
certain points as having thoughts. The basis of objectivity is intersubjectivity”
(Borradori, Interview with Donald Davidson, p. 45)
L’importanza della intersoggettività viene evidenziata oltre che ai
fini dell’oggettività anche per definire lo spazio stesso della soggettività.
Infatti dei tre tipi di conoscenza proposti da Davidson il più importante
è quello della conoscenza di ciò che è nella mente degli
altri, se abbiamo conoscenza delle altre menti dobbiamo al contempo già
avere un concetto del mondo esterno. Dalla conoscenza del mondo a noi esterno,
nel senso di mondo condiviso, deriva il terzo tipo di conoscenza: cioè
la conoscenza di ciò che accade dentro di noi. Sono due i motivi che
giustificano la necessità del binomio parlante-interprete secondo Davidson:
a) uno spazio nel cui ambito poter valutare un errore, perché: “Senza
una seconda persona non c’è alcun fondamento, come Wittgenstein ha
potentemente suggerito, per giudicare una reazione giusta o sbagliata”. (p.
108) b) uno specifico contenuto pubblico, interpersonale già per semplici
enunciati (per es. “quello è un elefante”) e per i predicati da essi
introdotti, infatti: “[...] le relazioni [preliminari] tra due persone in
presenza di stimoli provenienti da un mondo condiviso contengono il cuore
dell’apprendimento ostensivo, ed è solo nel contesto di queste interazioni
che giungiamo ad afferrare i contenuti proposizionali di credenze, desideri,
intenzioni e parole”. (p. 111)
Se ci interroghiamo sul criterio usato per affermare che un certo oggetto
è lungo un metro, possiamo esser certi dell’oggettività di quel
criterio nel senso che siamo d’accordo con tutti gli altri riguardo a quel
criterio. Nel caso, invece, in cui ci chiediamo: “quella persona che cosa
pensa, crede o desidera?”, le cose stanno in tutt’altro modo, perché
l’unico criterio cui possiamo ricorrere è quello di paragonare gli
stati mentali dell’altro con i nostri. In pratica, abbiamo a disposizione
un sistema soggettivo di misurazione, non possiamo trovare altri d’accordo
con noi su questo sistema. Ma se ciò non bastasse, dice Davidson, veniamo
a trovarci di fronte ad un sottile paradosso, cioè costruiamo fra noi
e gli altri qualcosa di intersoggettivo che è oggettivo, in breve l’intersoggettività
diventa il luogo in cui ciascuno di noi utilizza i propri pensieri per intendere
i pensieri dell’altro.
È bene precisare che pur essendo il volume articolato su tre sezioni,
ciò non deve far pensare ad una escalation (Soggettivo>Intersoggettivo>Oggettivo)
filosofica verso l’oggettività, anzi l’impressione è che a partire
dallo “sguardo che ogni persona rivolge al mondo” si formulano l’intersoggettività
e la soggettività senza che questo significhi sconvolgere un ordine
logico dei problemi, anzi si riesce a comprenderli meglio tramite questo sguardo.
L’oggettività si fonda simultaneamente sul mio pensiero e su quello
di coloro con cui entro in contraddittorio, e quindi “l’intersoggettività
è la radice dell’oggettività, non perché ciò su
cui le persone concordano sia necessariamente vero, ma perché l’intersoggettività
dipende dall’interazione con il mondo”. (p. 117) Persino in mancanza della
possibilità di un confronto di idee per carenza di interazione resta
pur sempre la possibilità di mettere a confronto le idee personali,
perché, in buona sostanza “non vi sarebbe alcun pensiero se gli individui
non giocassero il ruolo indispensabile dell’arbitro ultimo”. (p. 117)
Conciliare, come si propone quest’opera, la conoscenza di sé, la conoscenza
degli altri e la conoscenza del mondo in cui viviamo, non è cosa da
poco. Comunque sia, ritroviamo in questi saggi tutta l’ambizione, la continuità,
la profondità che hanno sempre caratterizzato la ricerca filosofica
di Davidson. In questo volume, quasi tutti i temi caratteristici della filosofia
analitica, sono rivisitati, approfonditi e modificati secondo uno stile accattivante,
se pure impegnativo per il lettore. In conclusione, si voglia seguire o meno
Davidson nel suo ambizioso progetto, ovvero si tenda a tutt’altro che conciliare
naturalismo e normatività, resta il fatto che è di rigore la
lettura di questo volume.
Prefazione (Sergio Levi)
Introduzione
Fonti
SOGGETTIVO 1.L’autorità della prima persona - 2.Conoscere la propria
mente - 3.Il mito del soggettivo - 4.Che cosa è presente nella mente?
- 5.Indeterminismo e antirealismo - 6.Il carattere irriducibile del concetto
di io
INTERSOGGETTIVO 7.Animali razionali - 8.La seconda persona - 9.L’emergere
del pensiero OGGETTIVO 10.Una teoria coerentista della verità e della
conoscenza -Ripensamenti -11.Il contenuto empirico -12.Epistemologia e verità
- 13.Epistemologia esternalizzata - 14.Tre varietà di conoscenza
Bibliografia
Indice analitico
Donald Davidson (1917-2003), uno dei più importanti filosofi analitici della seconda metà del XX secolo. Il pensiero di Davidson, a partire dalla fine degli anni ‘930, a seguito della profonda influenza svolta da W. V. O. Quine, si allontanò da una posizione di tipo classico e letterario per indirizzarsi verso un approccio fortemente analitico. Fra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo Verità e interpretazione e Azioni ed eventi (Bologna, 1994 e 2000).
Il seguente sito è un ottimo punto di partenza per chi è interessato
ad una panoramica ampia ed esaustiva del pensiero davidsoniano:
http://www.allianceforlifelonglearning.org/er/tree.jsp?c=40573