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Arendt, Hannah, Antisemitismo e identità ebraica.
Trad. it. di Graziella Rotta, Torino, Comunità, 2002, pp. 197, euro 20,00, ISBN 88-24-50653-4.

[Ed. or.: Piper Verlag, München 2000]

 

Recensione di Daniela Floriduz - 05/11/2003

Filosofia politica, Storia della filosofia (contemporanea)

Indice - L'autrice - links

Il testo raccoglie una serie di articoli scritti dalla Arendt tra il 1941 e il 1945 per la rivista “Aufbau”, che rappresentava la voce degli ebrei tedeschi emigrati in America per evitare le persecuzioni naziste. Anche la Arendt era fuggita dalla Francia di Vichy proprio nel 1941 e nei suoi interventi su “Aufbau” andava riflettendo su temi di stretta attualità politica, gettando in tal modo le basi per il lavoro sul totalitarismo del 1951 (Le origini del totalitarismo, Ed. di Comunità, 1967).
Nella prima parte del volume (La guerra ebraica che non ha mai avuto luogo), la Arendt si interroga sulle ragioni che hanno impedito agli ebrei di partecipare al secondo conflitto mondiale contro i tedeschi, nonché di organizzare la resistenza alle persecuzioni naziste (ciò avverrà solo nel 1943 con l’insurrezione nel ghetto di Varsavia, accolta con favore dalla Arendt). L’autrice rivendica con forza la necessità di un esercito ebraico: “Utopica è […] l’idea che noi possiamo in qualche modo approfittare della sconfitta di Hitler se questa non è dovuta anche a noi. […] La libertà non è un articolo da regalo, non è nemmeno un premio per i dolori sopportati” (p. 10). Oltre alla mancanza di un esercito, l’autrice accusa il presunto senso di inferiorità degli ebrei, che non solo sfocia nel vittimismo sterile, ma rappresenta, molto spesso, “l’altra faccia dell’orgoglio” (p. 5), impedendo la piena integrazione del popolo ebraico con le altre nazioni. Non si può costruire una vera comunità politica senza educare nello stesso tempo i singoli alla responsabilità individuale e alla partecipazione attiva (tematiche riprese ampiamente dalla Arendt nel 1958 in Vita activa, (trad.it. Bompiani, 1991). Il vittimismo è il primo ostacolo sulla strada di tale compiuta responsabilizzazione. La Arendt affronta qui la dialettica tra paria e parvenu, recentemente ripresa da Zygmund Bauman. Il parvenu è diventato filantropo e il filantropo, secondo la Arendt, “ha fatto del povero un accattone e del paria un futuro parvenu” (p. 14). Durante la guerra e, nella fattispecie, durante la seconda guerra mondiale, però, gli ebrei possono rivendicare un destino comune a quello degli altri popoli. Scrive infatti la Arendt: “Tutte le nazioni europee sono diventate popoli di paria, tutte sono costrette ad accettare di nuovo la battaglia per la libertà e l’uguaglianza dei diritti. Il nostro destino, per la prima volta, non è un destino speciale” (p. 15). Sul solco di queste riflessioni si pone il problema dell’identità ebraica, che non dovrebbe essere vista come un rifugio dall’antisemitismo, dal quale non si è al sicuro “neanche sulla Luna” (p. 17). La Arendt scorge nei comportamenti antisemiti un alibi ulteriore alla deresponsabilizzazione, alla dipendenza dai popoli alleati: “Il gesto condiscendente, così come la pretesa arrogante di riconoscenza da parte di un protettore, ci colpiscono più a fondo dell’aperta inimicizia” (p. 9). La Arendt protesta contro la politica assimilazionista fatta propria dai sionisti, che si traduce in aiuti all’esercito americano anziché nell’organizzazione di forze armate autonome, che si affida alla beneficenza di comitati di aiuto agli ebrei privi di coordinamento e affidati alla filantropia degli alleati: “La solidarietà ebraica sarebbe una buona cosa se dietro vi fosse la coscienza della responsabilità del popolo nel prendere in mano direttamente il proprio destino politico. …] La solidarietà non nasce nemmeno da un nemico comune (solidarietà della paura)” (p. 35).
La seconda parte del libro si intitola significativamente “Tra silenzio e mancanza di parole”. Sullo sfondo si staglia la tragedia della Shoah, di cui giungeva in America un’eco fortemente ridimensionata e flebile. In linea con quanto afferma Breitman ne Il silenzio degli alleati, la Arendt scrive: “Il silenzio sul destino degli ebrei non è solo per noi l’esperienza di guerra più amara, ma è anche contemporaneamente - tanto è certo che in questa guerra la propaganda è un’arma effettiva - uno degli handicap più pesanti degli alleati” (p. 36). Nonostante questo, la redazione di “Aufbau” riceveva continue richieste di aiuto, soprattutto economico, da parte degli ebrei europei e qualche notizia filtrava sulla loro terribile condizione. Le parole della Arendt descrivono con profonda pietas i morti della Shoah:“Questi morti non lasciano nessun testamento scritto e a malapena un nome; non possiamo render loro gli estremi onori, non possiamo consolare le loro vedove e i loro orfani. Essi sono vittime come non ce ne sono mai state. …] Possiamo solo immaginare come vanno a finire i loro sogni. Adirà l’eredità di questi morti chi è abbastanza triste da essere risoluto, chi è abbastanza sconvolto da essere sicuro, chi è abbastanza fantasioso da superare la distanza con l’immaginazione, chi è abbastanza umano da piangere i morti di tutti i popoli e chi è abbastanza spaventato da emigrare dalle utopie, da quel paese inospitale che noi ebrei abitiamo così volentieri. La questione dell’esercito ebraico […] è una questione che tocca tali eredi, che lo esigeranno in nome dei vivi e dei morti” (p. 46). Dal sacrificio di queste vittime nasce dunque un nuovo senso della memoria e della convivenza civile, ma viene anche messa in questione la responsabilità del popolo tedesco: “Noi patrioti ebrei, costretti da molto tempo a combattere la doppia guerra contro schiavisti e mentalità da schiavi, saluteremo come nostro amico e alleato chiunque ci aiuti, direttamente o indirettamente, a estirpare la folle convinzione che esistano popoli superiori e ristabilire l’umanità e la solidarietà del genere umano” (p. 54). Dunque non si tratta di estremizzare il conflitto tra perseguitati e carnefici, come -secondo Hannah Arendt - intendevano fare i sionisti abdicando alla costruzione di un’identità nazionale in nome di privilegi economici, proprio perché la seconda guerra mondiale non è soltanto una guerra ebraica: “Questa guerra verrà vinta solo se, nel corso di essa, tutti i popoli verranno liberati, se cioè tutte le “razze” verranno trasformate in popoli” (p. 57).
La terza parte del libro si occupa dell’organizzazione del popolo ebraico, affrontando con sorprendente lungimiranza la questione palestinese, che attualmente campeggia drammaticamente in primo piano nel dibattito politico. La Arendt tenta di sciogliere il nesso, troppo celermente e meccanicamente stabilito, tra la Shoah e la necessità di uno Stato ebraico: il passato non dà alcun diritto e inoltre “gli ebrei dovrebbero poter andare in qualunque posto” (p. 77), non solo in Palestina, l’unica possibile patria rivendicata allora dai sionisti, una pura espressione geografica, dal momento che essi non si preoccupavano affatto di gettare le basi di una futura nazione ebraica, ma solo di cercare un rifugio all’antisemitismo. La Arendt intravede in Palestina il pericolo di un’egemonia araba e la necessità, per gli ebrei, di combattere una nuova battaglia contro forme diverse di antisemitismo, per affermare ancora la propria identità, sia pure all’interno di un contesto socio-culturale diverso. Scrive infatti profeticamente: “Non è escluso che la Palestina possa diventare il più grave problema della diaspora dopo questa guerra invece di essere il luogo dell’emancipazione nazionale ebraica” (p. 86). L’autrice propone allora una confederazione arabo-ebraica, capace di risolvere i conflitti etnici e religiosi, di consentire la libera organizzazione politica dei singoli popoli, in base alle peculiari matrici ed esigenze culturali di ciascuno. È un modello politico ricalcato su quello americano, nel quale non sono presenti rivendicazioni di supremazia di uno Stato sull’altro. Una seconda soluzione prospettata dalla Arendt sarebbe l’inclusione della Palestina in un “Commonwealth britannico” (p. 90). Si prospetterebbe infine la possibilità di creare una più vasta “confederazione del Mediterraneo” (p. 91), dato il grande contributo offerto dalla cultura ebraica alle origini di questa civiltà: si verrebbe così a creare una reciprocità tra i popoli, l’antisemitismo potrebbe essere debellato e gli arabi sarebbero aiutati a superare i rapporti feudali e la misera arretratezza in cui vivono. L’autrice avverte comunque la necessità di uscire dal sistema dei mandati che, oltre a rappresentare una “finzione giuridica” (p. 101) non permettono di porre il problema politico dell’indipendenza e della convivenza fra i popoli, subordinando ogni azione a decisioni puramente economiche: “Il significato del vicino Oriente per l’Inghilterra e l’America si può riassumere oggi nella parola petrolio” (p. 100).
Al di là del contenuto a volte utopistico delle proposte della Arendt, bisogna comunque notare un’impostazione lucida e realistica nel porre il problema della convivenza pacifica tra ebrei ed arabi: “Una Palestina puramente ebraica sarebbe una creazione sommamente precaria, senza un precedente accordo con tutti i popoli arabi con i quali confina” (p. 119). E, d’altra parte, ogni alleanza tra “la grande proprietà araba semifeudale e quella ebraica capitalistico-industrializzata, interessate entrambe nella stessa misura al lavoro arabo a buon mercato e a un’immigrazione ebraica molto limitata” (p. 121) risulta di difficile attuazione. Come si vede, “Aufbau” costituisce un vero e proprio laboratorio politico per la Arendt, permettendole di riflettere sull’attualità politica e di elaborare i tratti fondamentali del suo successivo itinerario di pensiero.

Testi citati nella recensione

Zygmund Bauman, Il disagio della postmodernità, 2000, trad.it. Milano, Paravia-Mondadori, 2002
Richard Breitman, Il silenzio degli Alleati, 1998, trad.it. Milano, Mondadori, 1999.

torna all'inizioIndice

Prefazione di Marie Luise Knott
PARTE PRIMA: LA GUERRA EBRAICA CHE NON HA MAI AVUTO LUOGO
La gratitudine del popolo ebraico
L’esercito ebraico
Pazienza attiva
Ceterum Censeo
Un primo passo
Cos’è il Commetee for a Jewish Army?
Mosè e Washington
Cui bono?
Carta e realtà
Tutto Israele ha garantito per se stesso
L’arte oratoria del diavolo
Il “cosiddetto esercito ebraico”
Una parola cristiana sulla questione ebraica
Non si reciterà nessun kaddish
Con le spalle al muro
Quando non si combatte il male minore
Pro e contro Paul Willich
Confusione
Il ritorno dell’ebraismo russo
Cosa succede in Francia?
La crisi del sionismo
PARTE SECONDA: TRA SILENZIO E MANCANZA DI PAROLE
La letteratura politica francese
I veri motivi di Theresienstadt
Si può risolvere la questione ebraico-araba?
PARTE TERZA: L’ORGANIZZAZIONE POLITICA DEL POPOLO EBRAICO
A onore e gloria del popolo ebraico
Stati Uniti - petrolio - Palestina
La dichiarazione Balfour e il mandato sulla Palestina
La fine di una diceria
Piccolo-borghese-esplosivo
Il nuovo volto di un vecchio popolo
I giorni del cambiamento
Una dottrina in sei colpi
Nuove proposte per l’intesa ebraico-araba
I partigiani ebrei nell’insurrezione europea
Dall’esercito alla brigata
“Liberamente e democraticamente”
Diseredati e umiliati
Intesa tra i popoli nel vicino Oriente
Le chance ebraiche
Appendice: la questione delle minoranze
Postfazione di Marie Luise Knott
Bibliografia
Indice dei nomi

torna all'inizioL'autrice

Hannah Arendt nacque ad Hannover nel 1906 da famiglia ebraica. Studiò a Friburgo, Heidelberg e Marburgo con insegnanti quali Jaspers, Heidegger e Bultmann. Con l’avvento di Hitler al potere fuggì dapprima in Francia e, nel 1941, negli Stati Uniti dove tenne corsi all’università di Chicago, a Berkeley, Princeton e, dal 1967 al 1975 (anno della morte) alla New School for Social Research di New York. È stata una figura centrale nell’ambito del dibattito politico-filosofico del Novecento. Fra le sue opere più importanti ricordiamo: Le origini del totalitarismo (Torino, Ed. di Comunità, 1967), Sulla violenza (Parma, Guanda, 1996), La banalità del male (Milano, Feltrinelli, 1964), Vita activa (Milano, Bompiani, 1952), Sulla rivoluzione (Torino, ed. di Comunità, 1996), Che cos’è la politica? (Torino, ed. di Comunità, 1995) Ebraismo e modernità (Milano, Unicopli, 1986), tra passato e presente (Milano, Garzanti, 1999).

torna all'inizioLinks

Sito americano, contiene indicazioni sui documenti conservati nell’archivio Hannah Arendt presso la Library of Congress di New York.
http://memory.loc.gov/ammem/arendthtml/arendthome.html
Sito tedesco della Fondazione Hannah Arendt di Dresda. Contiene prevalentemente ricerche e documenti sul totalitarismo.
www.tu-dresden.de/hait/
Sito in lingua francese, si occupa da un punto di vista generale della vita e dell’opera della Arendt.
www.agora.qc.ca/mot.nsf/Dossiers/Hannah_Arendt
Sito in lingua italiana, riguarda il pensiero politico della Arendt, con particolare riferimento alla questione femminile.
www.women.it/arendt/
Sito in lingua italiana, contiene una nutrita rassegna stampa che riporta gli articoli sulla Arendt pubblicati negli ultimi anni nei principali quotidiani.
http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/arendt.htm
Sito in lingua italiana dell’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche della Rai.
www.emsf.rai.it/biografie/anagrafico.asp?d=158

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