Storia della filosofia (contemporanea), Filosofia della religione
Il libro di Rota rompe in modo significativo un lungo silenzio su Giuseppe Gangale, intellettuale calabrese nato a Cirò Marina nel 1898, personaggio ‘minore’ della storia del pensiero italiano degli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale – periodo di profonda crisi morale e intellettuale. Già Eugenio Garin, nelle sue Cronache di filosofia italiana - analizzando il pensiero di quegli intellettuali che avevano risolto il dramma esistenziale della crisi bellica in una esperienza estrema di inquietudine romantica -, rileva che per Gangale lirrequietudine ideologica e culturale era approdata alla responsabilità dell’inquietudine religiosa. Tentativo generoso, dunque, quello di Gangale, ma artificioso nelle sue conclusioni e come tale destinato a rimanere fatto culturale di piccoli gruppi (Garin 1997: 404).
Una delle motivazioni del silenzio a proposito di Gangale va rintracciata nella sua sparizione non solo dallo scenario culturale italiano, ma anche nell’esilio volontario consumato tra Svizzera, Germania e Danimarca in seguito alla chiusura della casa editrice Doxa, di cui era direttore, per le pressioni del regime fascista. Mario Alberto Collier, che raccoglie le ultime dichiarazioni di Gangale nel 1934, avanza l’ipotesi che l’abbandono sia dovuto piuttosto all’esaurimento della sua vena profetica, alla convinzione cioè di aver detto tutto quello che aveva da dire (Collier 1934).
Il documentato e brillante libro di Rota ripercorre il periodo più noto e intenso dell’esperienza di Gangale - dal 1922 al 1934 -, quello dell’attività di un intellettuale che seppe introdurre fermenti nuovi nell’ambito protestante nazionale, ma che fu anche cosciente sostenitore della necessità di salvare la specificità del cristianesimo [...] attraverso l’unica forma di oggettività che l’uomo moderno conosce, quella della filosofia (p. 64).
La rivista Conscientia e la mancata riforma in Italia.
Con la pubblicazione di Rivoluzione protestante per i tipi della casa editrice Gobetti, intellettuale con il con il quale Gangale ebbe ottimi rapporti anche dal punto di vista umano, il pensatore calabrese si inserisce in quel filone culturale - si pensi ad Alfredo Oriani e Mario Missiroli - che riteneva utile e necessario operare una rivisitazione profonda del Risorgimento, colpevole di non essere riuscito a portare l’Italia nella modernità. Quest’opera di rivisitazione era già iniziata con la rivista protestante Conscientia, di cui Gangale fu direttore ed esponente di punta e attorno alla quale riuscì ad aggregare un variegato gruppo di collaboratori (tra cui Antonio Banfi, Adriano Tilgher, Piero Gobetti e Lelio Basso), che pur non riconoscendosi nella linea del direttore, trovarono uno spazio di coagulo per una presa di posizione contro il fascismo. Rota ricostruisce con dovizia di informazioni il percorso di questa battagliera rivista, considerata il giornale di Gangale (p. 32), che si caratterizzò per le dure polemiche con il modernismo di Ernesto Buonaiuti, accusato di voler galvanizzare il cristianesimo rimanendo all’interno di un’organizzazione retriva e soffocante come era per sua essenza la Chiesa di Roma, ma anche con il socialista Treves, a cui rimproverava di aver trasformato in insipido riformismo e in gradualismo il messianesimo connaturato alla dottrina di Marx.
Nei confronti del fascismo, si passò da un iniziale apprezzamento a una dura opposizione, tant’è che la rivista rimane nel ricordo dei lettori e nel giudizio degli storici come una pagina non secondaria dell’antifascismo. Gangale fu attratto per un breve periodo da questo movimento perché da una parte rintracciava nella sua ambiguità ideologica un impulso religioso anticattolico capace di rompere la teocrazia della Chiesa cattolica a favore delle chiese nazionali e, dall’altra, intravedeva nelle sue teorizzazioni politiche l’opportunità di costruire uno Stato etico integrale, idoneo a favorire e curare lo sviluppo delle manifestazioni spirituali del popolo. Rota sottolinea tuttavia che Gangale si era assunto un ruolo di opposizione morale e culturale di controllo e di orientamento alle opposizioni militanti (p. 45), convinto che il suo giornale avesse il compito di essere un movimento spirituale e culturale autonomo (ibid.).
È con il volume Rivoluzione protestante che Gangale si inserisce nel dibattito sul problema della mancata riforma in Italia, su cui stava lavorando da altra angolazione prospettica Gobetti, considerato l’interlocutore laico privilegiato (p. 61). L’assunto di partenza sta nell’affermazione che una rivoluzione nazionale non può prescindere da una rivoluzione religiosa e che la causa principale dell’arretratezza italiana consiste nella presenza ingombrante e narcotizzante del Vaticano (p. 65), che aveva impedito lo sviluppo di un mito unificatore nazionale che avrebbe portato a uno Stato etico. La polemica investiva poi l’idealismo italiano e la sua convinzione/pretesa che l’Italia avesse avuto un riforma spirituale con la filosofia moderna. Il progetto di Gangale era quello di influire sugli orientamenti delle nuove generazioni attraverso una riaffermazione dei valori dell’autonomia, della responsabilità, dello scrupolo morale di cui era portatore un protestantesimo rivisitato e rivitalizzato. Obiettivo non raggiunto dalla filosofia neoidealistica italiana, che aveva lasciato al suo destino di incultura e superstizione la grande massa degli italiani. Il limite più evidente delle posizioni gangaliane risiede nell’astrattezza della sua analisi, incapace di superare una diffidenza radicata nei confronti del mondo della politica e di individuare ceti sociali e soggetti concreti cui affidare l’impresa riformatrice.
Calvino e Hegel.
Se nell’esperienza come direttore di Conscientia, la preoccupazione di Gangale era tutta rivolta alla contingenza drammatica della situazione politica e spirituale di un’Italia caratterizzata dalla passività delle masse popolari - soprattutto quelle contadine del Sud - e dall’inesistenza di una vera riforma religiosa in grado di porre le basi di uno Stato etico, negli anni intorno al biennio 1925-26 il suo impegno di intellettuale si prodigò nel tentativo di delineare una concezione metafisica protestante poggiante sullo hegelismo. Rota ricostruisce puntualmente questo itinerario, che coincide con l’attività gangaliana di direttore della piccola casa editrice Doxa, che in un breve arco di tempo - dal 1927 al 1933 - stampò una collana di storia, religione e filosofia per un totale di una trentina di titoli, che riuscì a esercitare un fascino enorme su un gruppo di giovani studiosi italiani tra i quali lo storico Giorgio Spini, che così la ricorda: Tutta Doxa (…) era una provocazione implacabile rispetto all’Italia di quegli anni, cioè del pieno trionfo fascista e concordatario. Al provincialismo arrogante, al becerume smargiasso, alla cartapesta littoria di quell’Italia, Doxa contrapponeva la civiltà europea della Riforma, e quindi la civiltà del sacerdozio universale dei credenti, dell’etica protestante del lavoro, della responsabilità personale e diretta di fronte a Dio (Spini 2002: 31). E Giovanni Miegge, teologo e collaboratore della rivista, in un articolo degli anni Trenta (cfr. Miegge 1977: 43) afferma che Gangale si inserì in un dibattito filosofico in cui erano a confronto una tendenza antropocentrica, preoccupata di definire la religione in funzione della coscienza umana, e una tendenza geocentrica, che faceva di Dio l’unico oggetto della ricerca, proponendo la vitalità e l’attualità del pensiero di Calvino assunto, a suo dire, a modello da Hegel e da tutta la filosofia moderna.
Il principio di contraddizione dialettica, fondante tutta la costruzione filosofica hegeliana, trovava i suoi presupposti nella teologia calvinista del contrasto fra eletti e dannati, di un Dio che contraddice sé stesso facendosi carne e determinatezza in Cristo, nella dualità della coscienza umana che, pur gravata dal peccato e dalla finitezza, anela all’assoluto. La posizione del filosofo calabrese non è tuttavia scevra da preoccupazioni verso lo storicismo dialettico hegeliano, capace di condurre alla perdita della specificità dell’individualità e della diversità di ciascun individuo: si rende conto che la sistematizzazione del principio di contraddizione operata da Hegel comporta un addomesticamento e una perdita del pathos tragico che percorreva l’originario calvinismo (p. 106).
L’impianto idealistico della formazione gangaliana sembra vacillare, agli inizi degli anni Trenta, sotto le suggestioni del Commento all’epistola ai Romani di San Paolo di Karl Barth, con cui si impone all’attenzione del dibattito teologico la teologia dialettica. Ma la radicalità della tesi di un Dio Totalmente Altro, al di là delle possibilità di comprensione umana, sconosciuto e inconoscibile attraverso gli strumenti culturali della ragione e della filosofia, non poteva soddisfare il filosofo Gangale, la cui ambizione […] era quella di trovare una chiave di lettura della storia, che consentisse di innestare in essa l’elemento religioso, di descriverlo nella sua concreta esperienza, di mostrarne la vitalità (p. 132).
Conclusioni.
La meditazione di Gangale ha avuto, senza dubbio, un’impronta religiosa e la sua preoccupazione principale è stata quella di disegnare un universo volto alla glorificazione di Dio. Ma Gangale è anche un filosofo che si è posto il problema di trovare strumenti di mediazione culturale per calare i presupposti teologici nella realtà concreta del vivere del cristiano. Ha oscillato fra storicismo e antistoricismo, hegelismo e barthismo, razionalismo e irrazionalismo, ma l’idea gangaliana della filosofia ha sempre coinciso con le varie identità dell’idealismo.
A Rota va riconosciuto il merito di aver aggiunto un altro sostanziale tassello alla riscoperta di un intellettuale che, in un periodo cruciale della storia italiana, ha fornito con la sua opera un incitamento a vivere fino in fondo il proprio essere evangelico, riscoprendo le dottrine originarie dei riformatori e accettando il confronto con il mondo della cultura laica proprio perché soltanto attraverso questa via potevano essere trovate modalità di incidere nella vita di un paese cattolico come l’Italia (p. 76). Un libro non per ‘addetti ai lavori’, ma pensato per parlare agli Ateniesi, agli italiani colti, per rendere giustizia - dopo tanta afasia - a un filosofo, a un pensatore religioso che avvertì drammaticamente lo scacco di non riuscire a tramutare in feconda mediazione culturale, in parola, la certezza interiore della fede.
Introduzione
Rivoluzione protestante
Calvino e Hegel
Protestantesimo e cultura
Il Dio straniero
Il caso Gangale
Giovanni Rota (Bergamo, 1969) si è laureato in storia della filosofia all’Università Statale di Milano e ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso l’Università degli Studi di Torino. Si occupa della filosofia italiana del Novecento. Ha scritto articoli su Martinetti, Capitini ed Evola; fa parte della redazione della Rivista di storia della filosofia.
M.A. COLLIER (1934), Congedo di Gangale, in Gioventù cristiana, n. 4
E. GARIN (1997), Cronache di filosofia italiana, 1900-1960, Roma-Bari, Laterza
G. SPINI (2002), La strada della Liberazione - Dalla riscoperta di Calvino al Fronte della VIII Armata, a cura di V. Spini, Claudiana, Torino