Filosofia teoretica (nichilismo) (tecnica), Storia della filosofia (contemporanea)
Con il presente testo, che va ad affiancarsi a L’uomo è antiquato (Bollati Boringhieri, 2003), l’editore continua l’impegno di divulgazione del pensiero di Günther Anders, fornendo un utile sostegno teorico all’interpretazione della non troppo conosciuta filosofia dell’autore tedesco.
Il volume si compone di tre saggi, di cui gli ultimi due, inediti, seguono una riflessione di Portinaro risalente al 1986, dal titolo eponimo: Il principio disperazione. In questo contributo, che svolge una funzione introduttiva e di presentazione del pensiero di Anders, l’A. avvicenda l’analisi della produzione filosofica e letteraria a varie incursioni nella biografia del pensatore, connotando così, sin dalle prime pagine, uno degli aspetti più peculiari della sua indagine, ovvero il porre l’accento sull’intima influenza che gli eventi, personali e non, hanno esercitato sulla riflessione dell’autore tedesco.
Portinaro è abile nel riassumere in poche righe un’esistenza comune a molti
ebrei tedeschi di inizio Novecento: Una vita, come tante, segnata dall’origine
ebraica. Un dramma in tre tempi: la formazione a Friburgo e soprattutto nella
Berlino degli ultimi anni di Weimar; l’emigrazione, prima a Parigi dal 1933,
poi negli Stati Uniti a partire dal 1936; nel 1950 il ritorno in Europa, a
Vienna. Tra due sponde: una storia consueta, che riproduce passaggi obbligati
della vita di intellettuali emigrati (p. 16). Allievo
di Husserl e di Heidegger, cugino di Benjamin e marito di Hannah Arendt, Günther
Anders è perennemente male integrato nell’ambiente che lo circonda: la condizione
di emigrante non favorisce l’instaurarsi di solidi rapporti sociali, né all’interno
della nuova società che lo accoglie (gli Stati Uniti), né in quella cerchia
di intellettuali con cui condivide l’esperienza dell’esilio (Marcuse, Brecht,
Mann, Schönberg, Horkeimer, Döblin). L’immediato dopoguerra lo rende consapevole
degli avvenimenti più tragici che la storia dell’umanità ha conosciuto, forgiando
la sua coscienza filosofica in maniera ineluttabile: l’olocausto degli ebrei
e le bombe atomiche gettate su Hiroshima e Nagasaki delineano, mestamente,
l’orizzonte all’interno del quale il pensiero di Anders si muove sino alla
morte dell’autore. La drastica e nichilistica interpretazione dell’estraneità
dell’uomo rispetto al mondo contemporaneo, causata fondamentalmente dall’appropriazione
da parte della tecnica del ruolo di soggetto della storia, diventa una caratteristica
connotante la quasi totalità del pensiero di Anders e su cui il libro di Portinaro
concentra molte delle proprie attenzioni.
Quale che sia, comunque, il sentimento provato dall’uomo davanti alla perfezione
(almeno apparente) dei suoi artefacta, indiscutibile resta l’acquisizione
filosofica dell’esistenza di uno scarto tra la dotazione biopsicologica dell’uomo
come animale razionale e il mondo artificiale dei suoi prodotti: Anders definisce
questo scarto dislivello prometeico, in quanto esso non è la conseguenza
di un’originaria discrepanza delle facoltà umane (o come tale almeno non viene
problematizzato), bensì il risultato di una rivoluzione storica, di quel salto
di qualità nello sviluppo della tecnologia che ha portato all’automazione
dei processi produttivi e allo scatenamento delle potenzialità distruttive
dei mezzi di dominio e sfruttamento della natura (p. 61).
Tale dislivello prometeico, che consiste nello iato esistente tra la
capacità umana di produrre le cose e l’incapacità di prevedere le conseguenze
della produzione stessa, è il tema di fondo dell’opera fondamentale di Anders,
L’uomo è antiquato: a partire da questo testo, composto di due volumi,
il primo del 1956, il secondo del 1980, l’unico filo conduttore che guida
l’indagine del pensatore tedesco è rappresentato dalla tecnica, e da come
questa abbia mutato l’essere dell’uomo. Con un taglio a dir poco pessimistico
e facendosi portavoce di quella che considera un’apocalisse giunta ormai alle
porte, l’analisi della tecnica presentata in questo testo si trova a metà
strada tra teoria critica e utopia negativa.
Ad emblema delle proprie riflessioni Anders colloca la bomba atomica, ciò
che meglio rappresenta la tecnica e la sua abominevole potenzialità distruttiva:
se l’uomo è in grado di annientare la propria specie, argomenta il pensatore
tedesco, allora le cose stesse, gli artefatti creati dall’uomo, vivono di
vita propria e dominano un mondo nel quale l’uomo ricopre soltanto un posto
secondario. Bisogni, imperativi, relazioni, si sono trasferiti dagli uomini
alle cose. […] La pseudo personalizzazione delle cose, degli apparati, dei
megasistemi (ormai l’universo si sta trasformando in una macchina e l’uomo
in una parte sempre più insignificante di essa) è l’operazione concettuale
che prelude alla loro pseudo criminalizzazione (p. 69). Portinaro sottolinea
più volte come alla furia nichilistica della teoresi di Anders segua sempre
un moralismo forse inconsapevole, una spinta etica che difficilmente trova
una risorsa positiva per contrastare lo stato di cose: Tra i due poli della
vergogna e della disperazione sta così sospeso, sul vuoto di un nichilismo
che indossa ancora i panni della morale, tutto il suo pensiero. Perché, se
il primo stupore che coglie l’uomo davanti alla diabolica altezza del mondo
dei suoi prodotti è la vergogna, aura della prassi impossibile diventa la
disperazione (p. 80).
Tale disperazione, prima ancora di esperire i funesti eventi del Novecento,
Anders riusciva a comprenderla attraverso le sue frequentazioni letterarie,
che vedevano autori come Kafka e Döblin al centro dei propri interessi. A
questo proposito, il secondo saggio de Il principio disperazione, intitolato
Distopia e post-histoire, fornisce un’eccellente ricostruzione della
compagine extra-filosofica che accompagna e stimola l’indagine di Anders.
Così, se da un lato le opere di Döblin, ed in particolar modo la sua Berlin
Alexanderplatz, ben descrivono lo scenario metropolitano - un condensato
di dominio e utopia (p. 91) - dove il pensatore si trova gettato, dall’altro,
la produzione letteraria di Kafka aiuta Anders a rendersi consapevole della
situazione di scacco in cui versa l’uomo del Novecento: Kafka ha il merito
di tematizzare l’indifferenza nei confronti della mostruosità del mondo dissimulata
dai dispositivi, burocratici o tecnici, della razionalità strumentale. […]
E’ ormai un mondo senza storia seppure affollato di eventi quello che si risolve
in mera coazione a ripetere, dunque un mondo senza speranza (p. 112).
Come gli autori appena citati, neppure Anders, dal punto di vista del filosofo,
riesce mai a proporre una soluzione a ciò che sembra essere divenuto uno scarto
irrecuperabile. Portinaro segnala questa difficoltà nel commento all’opera
principe del filosofo tedesco: La vicenda dell’opera di Anders porta così
le stimmate di quel vortice di disintegrazione che aveva investito la letteratura
europea negli anni della sua formazione. Die Antiquiertheit des Menschen
non è solo un’opera incompiuta, è un’opera che non riesce a dare rappresentazione
adeguata al suo oggetto. […] Il primo volume era centrato su due fuochi e
tematizzava quegli oggetti - la bomba atomica e la televisione - la cui novità
portava allo scoperto le più profonde trasformazioni antropologiche del secolo
[…]. La selettività quasi ossessiva di quella diagnosi era al servizio di
una scelta di campo e di un impegno militante che postulavano ancora l’esistenza
di spazi di resistenza morale. Ma il secondo volume, nella dispersione e implosione
dei temi, tradisce il fallimento di quella militanza intellettuale, rivela
d’essere una meditazione filosofica sulla sconfitta del pensiero (pp. 120-121).
Così, prosegue l’acuta analisi dell’A., la condizione in cui versa l’uomo
dal dopoguerra in poi si può a buon titolo definire post-istorica: quando
il soggetto diviene impotente riguardo le conseguenze degli oggetti da lui
prodotti, la storia medesima, che per l’uomo è lo sfondo e la possibilità
della propria esistenza consapevole, muta protagonista e innalza a condottiero
l’artefatto, la macchina creata dall’intelligenza umana. Quella descritta
da Anders è quindi la fine della storia vissuta in chiave negativa, la realizzazione
di un’utopia rovesciata che vede l’essere dell’uomo soppiantato, in quanto
a capacità decisionale, dall’essere della cosa.
Ovviamente, è difficile concepire il tema della tecnica senza un richiamo
a quanto indagato dal maestro di Anders, Martin Heidegger. Questa analisi,
ben strutturata da Portinaro nell’ultimo dei tre saggi, dal titolo Tecnica
ed etica a una dimensione, mostra come l’autore de L’uomo è antiquato
sia ad un tempo debitore e critico nei confronti della riflessione del pensatore
di Sein und Zeit. Anders, alla luce del tema heideggeriano dell’estraniazione,
approfondisce e sviluppa due categorie fondamentali del suo maestro, quelle
di produzione e rappresentazione, utilizzandole per sottolineare ulteriormente
il dislivello prometeico. Inoltre, la concezione del tempo propria
di Heidegger ritorna nelle pagine di Anders, laddove viene descritta la corrosione
delle strutture temporali umane ad opera della tecnica. Ciò che critica del
maestro, invece, riguarda l’impostazione filosofica a suo parere falsamente
concreta e troppo vicina alla pura e inutile speculazione. Ma ad un pensiero
che esige un maggiore bisogno dell’azione, fa notare Portinaro, non corrisponde
una realistica applicazione di tale necessità, nemmeno quando l’autore si
confronta con la filosofia di Marx. Persino le ultime mosse teoriche di Anders,
quelle che dichiarano la liceità dell’uso della violenza, non fanno altro
che sottolineare una singolare miopia delle conseguenze; ed è la riprova che
la debolezza dell’immaginazione e del senso morale non regge la prova neppure
di fronte alle più arcaiche tentazioni dell’agire strumentale (p. 171). E
proprio un’etica inconcludente, secondo Portinaro, è il punto più fragile
della riflessione di Anders, rispecchiando forse troppo limpidamente quella
stasi esistenziale da cui il pensatore tedesco pensava di essere esente: la
morale di Anders ci appare dunque non soltanto orfana di un fondamento ma
anche del soccorso di una prassi rivoluzionaria. Il suo moralismo è sintomo
di impotenza e di paralisi politica: e l’inattualità di qualsiasi prospettiva
rivoluzionaria, ma anche di quelle pratiche di resistenza e disobbedienza
civile collocate nell’ambito dei processi produttivi […], si accompagna in
lui al rifiuto di una strategia riformistica (p. 159). E tale rifiuto, sembra
infine voler dire Portinaro, è la diretta conseguenza del principio che muove
la riflessione del filosofo tedesco: laddove manca la speranza, ecco che la
disperazione ha il sopravvento, e questa, probabilmente, non ha la forza sufficiente
per spingere l’uomo oltre i propri attuali limiti.
Concludendo, si può dire che lo sforzo dell’A. trova la propria ragione nel
dispiegamento dei nodi problematici della filosofia e della vita di Anders:
un pensatore monotematico, complesso e spesso privo degli strumenti necessari
a far comprendere il proprio lavoro. Per questo, senza dimenticare di mettere
in luce i limiti del filosofo tedesco, il merito di Portinaro consiste nell’essere
riuscito a comunicare il significato più profondo delle denunce di Anders,
e di aver delineato un quadro quanto mai equilibrato dell’opera di un pensatore
anomalo e non sempre all’altezza delle intuizioni che hanno dominato la sua
teoresi. La compresenza di tre saggi differenti, in seno a un unico volume,
comporta saltuarie reiterazioni di medesimi argomenti ma, tutto sommato, non
si può dire che la lettura o lo studio ne vengano appesantiti.
Premessa
I. Il principio disperazione (Esilio senza asilo; Sentieri interrotti; Il sofista molussico; La vergogna prometeica; La politica è antiquata)
II. Distopia e post-histoire (La disintegrazione del mondo; Tra Berlino e Mahagonny; Verità e menzogna; Vergogna e rassegnazione; Post-histoire e apocalisse)
III. Tecnica ed etica ad una dimensione (Tecnica e nichilismo; Teoria critica come apocalittica; La morale senza fondamento; Filosofia e revisionismo storico; La collera di Giona)
Pier Paolo Portinaro è stato docente di Filosofia, Sociologia e Scienza politica in varie Università e insegna attualmente presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Fra le sue pubblicazioni più recenti, Il realismo politico (Laterza, 1999), Stato (Il Mulino, 1999) e, come curatore, I concetti del male (Einaudi, 2002).
Pagina personale di Pier Paolo Portinaro http://www.dsp.unito.it/docenti/portinaro.html