Storia della filosofia (antica)
Gorgia e Parmenide è la trascrizione degli appunti, presi da Ernesto Berti, delle lezioni di filosofia antica tenute da Giorgio Colli tra il 1965 e il 1967 all'Università di Pisa.
Il libro segue l'edizione del 1998, sempre presso Adelphi, delle lezioni su Zenone.
Gorgia
Colli sottolinea l'importanza della prima sofistica come creatrice di aporie rimaste tali nella logica moderna, che in base ad esse definisce il suo campo di potenza. I sofisti si impegnarono nella dissoluzione delle certezze culturali, dei costumi e della religione greca. Anche se la prima sofistica fu considerata una sapienza apparente che si regge sulla retorica, la filosofia successiva in Grecia è sua debitrice per quanto riguarda l'eredità lessicale dei termini filosofici.
Caratterizzata dal metodo dialettico, la sofistica ebbe come esponente eccellente Gorgia da Lentini nato tra il 500 e il 497 a.C., discepolo probabilmente di Empedocle e contemporaneo di Zenone, dalla cui concezione dialettica della realtà ricavò una sua metodologia argomentativa e logica tendente a scalfire le concezioni fisiche apprese da Parmenide.
Il sofista più antico si differenzia da Zenone per il suo nichilismo mirato a minare la realtà oggettiva del pensiero.
Le fonti che tramandano la filosofia gorgiana sono Adversus mathematicos di Sesto Empirico e l'epitome dello scritto pseudoaristotelico De Melisso Xenophane et Gorgia, nelle quali si trova la perifrasi dell'opera di Gorgia Sul non essere (Perì tou mè òntos è perì physeos).
Per Gorgia nulla è vero, e ciò lo dimostrò con la sua persuasione retorica caratterizzata dall'eccesso di dimostrazioni. Partendo dal presupposto che il non essere esiste oggettivamente, ne consegue che l'essere non esiste allo stesso modo. Con queste considerazioni preliminari il filosofo siciliano fa derivare tutta una serie di dimostrazioni, che hanno la propria origine nelle potenzialità aporetiche insite nello stesso linguaggio, nel mezzo con cui le aporie stesse vengono espresse. Le aporie hanno statuto ontologico perché sono nel linguaggio, che è anche emanazione del pensiero e creatore del pensiero. Per Gorgia non c'è studio della natura, bensì il suo metodo dialettico lo conduce a minare le facoltà umane della conoscenza, che non può sussistere dal momento che non può essere ottenuta da un siffatto universo linguistico. Il lògos si dimostra tale permettendo la deduzione che dall'essere del non essere deriva il non essere dell'essere. La lingua grazie a Gorgia dimostra tutta la sua fictio.
Come può esserci ad esempio accordo tra l'infinità dell'essere e la conseguenza del suo non essere, non essendo in nessun luogo? Non solo, Gorgia nega il valore di verità del pensiero, perché una cosa non esiste solo per il fatto di essere pensata. Gorgia dunque invalida il potere del pensiero, che può permettersi di creare cose inesistenti. Un siffatto strumento, come quello linguistico, non può dunque avere potere conoscitivo.
Un'altra contraddizione logico-linguistica riguarda la presunta non generazione dell'essere. Tale tesi è confutata dal momento che se l'essere non ha principio è senza limiti, così da risultare infinito e in nessun luogo, quindi in ultima istanza non essere, in quanto mancante di un luogo.
Certo è che Gorgia postula il fatto che dall'infinità temporale derivi l'infinità spaziale, comunque ciò che egli confuta sono anche le teorie dei suoi contemporanei o dei suoi predecessori, così come nel particolare quella dell'infinità dell'essere di Melisso.
Colli nella sue analisi filologiche delle fonti gorgiane, congetturando sulla loro corretta lettura, ci dà una rivalutata presentazione del sofista, mostrando tutti i passaggi logici delle sue confutazioni, corrette nel formalismo di una logica che si ripiega su se stessa, la quale è prerogativa dell'uomo non della natura.
Parmenide
Con Parmenide, afferma Colli, in Grecia si ebbe un salto qualitativo, che appare inspiegabile considerando le precedenti posizioni nello studio dei principi costitutivi dell'essere. Con Parmenide si approda alla concezione dell'unicità dell'essere. La realtà si fonda sul tò òn, al contrario delle varie tipologie di arché più antiche.
Così la filosofia si emancipa del tutto dalla religione, mentre ancora in Senofane c'erano accenni all'unicità dell'essere identificabile nel dio-universo, così come il brahaman, il corrispettivo sanscrito del tò òn, si riconduce al massimo dio del pantheon indiano Brahma.
La concezione della filosofia come studio dell'essere in quanto tale, avulso da un contesto empirico e privo di utilità pratiche intese come dominio dell'uomo sulla natura, è una prerogativa greca ma non ebbe poi un seguito, tranne, dice Colli, che in Kant.
Ci fu in Grecia infatti un'idea autonoma dell'essere, la cui logica poteva essere indagata in maniera logico-linguistica al fine di sviscerarne la natura, a costo di negarne l'esistenza. Già per Talete il mondo sensibile è diverso da ciò che è, nella misura in cui è manifestazione di un principio costituente nascosto nella natura delle cose. Questa che per Aristotele era una héterà tis physis, secondo Colli non sarebbe altro che una sorta di principio politico che governa il tutto.
Per gli Ionici e Parmenide la natura del molteplice è in contrapposizione all'unità, che per quest'ultimo è rappresentata dall'essere in quanto arché.
Anche se distante dalla cultura religiosa, la prima filosofia greca ha comunque contatti con l'orfismo, che per quanto riguarda il mito dello smembramento di Dioniso da parte dei Titani e la nascita degli uomini dall'incenerimento di essi da parte di Zeus, indica che la molteplicità umana è direttamente riconducibile all'unità divina dionisiaca.
Filosofia greca significa per Colli considerare l'essenza superiore all'apparenza. Su questa linea Parmenide distinse l'aletheia (la verità) dalla doxa (l'opinione). La doxa incarna la percezione sensibile degli uomini, intrisa di luce e tenebre, che li renderebbe in agonismo tra di loro. Un terzo elemento poi è costituito dal logos intorno alla verità. Così anche se l'essere è incomunicabile, esiste un mezzo razionale come il logos per poterlo in parte studiare.
L'essere dunque non ha implicazioni con la realtà, ed esiste per se stesso kath' heautò. Nelle lezioni però si dubita dell'unità dell'essere. Solo nelle interpretazioni successive, come nel Parmenide di Platone, tò òn si sostituisce a tò én. Parmenide, secondo Colli, considerava l'essere dinamico e infinito, né unico né molteplice, bensì un archè-sostrato alla maniera ionica. Anche da Parmenide così deriva una teoria logica, che identifica il pensiero (noein) con l'essere (einai). L'essere dunque è l'aspetto linguistico del pensiero, è la copula di una predicazione. Dal momento che predichiamo qualocosa, esprimiamo un pensiero sull'essere di un oggetto. In questo modo Colli trae conclusioni affermando come per quanto riguarda la filosofia parmenidea dall'oggetto deriva il pensiero che lo considera tò òn, dal tò òn deriva il noein e da questo l'einai, il tutto inserito in un rimando logico circolare.
Nota del curatore
Nota di Ernesto Berti
Corso 1966-1966: Gorgia
Corso 1966-1967: Parmenide
Note
Sigle e abbreviazioni
Note a Gorgia
Note a Parmenide
Indice dei nomi e delle fonti
Giorgio Colli (Torino 1917 - Fiesole 1979), ha insegnato filosofia antica all'Università di Pisa. Ha curato l'edizione critica delle opere di Nietzsche in cinque lingue. Adelphi ha pubblicato tra le altre le seguenti opere: La nascita della filosofia (1975), La sapienza greca I-II-III (1977-1978-1980), Scritti su Nietzsche (1980), La ragione errabonda (1982), Zenone di Elea (1998).