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Braidotti, Rosi, In Metamorfosi. Verso una teoria materialista del divenire.
Milano, Feltrinelli (Campi del Sapere), 2003, pp. 360, euro 38,00

Recensione di Monia Andreani - 01/10/2003

Storia della filosofia (contemporanea), Filosofia politica (femminismo)

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Una recente campagna pubblicitaria francese mostrava enormi cartelli, fotografie di una giovane donna ritoccate in modo tale da far risaltare una trasformazione, una mutazione estetica dalla femminilità all’animalità di insetti o felini, mentre la scritta di corredo incitava: Metamorphosez vous. Il titolo dell’ultimo lavoro di Rosi Braidotti, con altrettante perentoria chiarezza di quella pubblicità, incita e spinge il pensiero delle donne ad agire una metamorfosi, e allo stesso tempo invita la comunità filosofica a fermarsi, come i distratti parigini tra i corridoi del metrò, e ad osservare la metamorfosi che quel pensiero sta agendo proprio nell’alveo del pensiero occidentale.

Il primo libro di Rosi Braidotti, pubblicato nel 1994, conteneva nel titolo: Le donne e la filosofia contemporanea; nel 1995 veniva pubblicato Soggetto Nomade. Femminismo e crisi della modernità. Il percorso di Braidotti si è inserito nel pensiero filosofico dalla parte della riflessione femminista, fino ad assumere una posizione specifica nel solco del pensiero critico della modernità. Quest’ultimo titolo mette in risalto il fatto che il pensiero delle donne in filosofia, da poco e solo parzialmente riconosciuto nel mainstream della riflessione filosofica, è in metamorfosi, si sposta e sposta una corrente interna del flusso del pensiero contemporaneo verso una teoria materialistica del divenire.
Il testo si presenta come un libro filosofico piuttosto che come un libro di filosofia, è una sorta di cantiere del pensiero in merito al quale risulta difficile prendere la parola. L’autrice intraprende una singola cartografia delle forze politiche e culturali operanti nella cultura contemporanea (p. 13), a cui fa seguire una serie di elaborazioni del pensiero nomade che prendono come riferimenti le filosofie del divenire di Gilles Deleuze e della differenza di Luce Irigaray. Si occupa dello stato dell’arte delle filosofie femministe del soggetto, prende in considerazione le filosofie del soggetto nomade a partire dal lavoro deleuziano, si dedica all’esplorazione della cultura e degli studi culturali in riferimento alle figurazioni dell’alterità nelle formulazioni di divenire donna/animale/insetto. Negli ultimi due capitoli, mette in luce alcuni aspetti della cultura contemporanea che sono particolarmente ricorrenti e popolari e che vanno dalla fascinazione per la tecnologia e le biotecnologie, fino al gotico e al mostruoso che spesso accompagnano le rappresentazioni sociali di questi fenomeni simbolico-culturali.
Il tentativo è quello di prendere le mosse da una visione nomadica della soggettività per depatologizzare e mettere in una luce positiva alcuni fenomeni culturali e sociali contemporanei, cercando di sottolinearne il potenziale creativo e costruttivo (p. 13). I concetti attraverso i quali il libro si svolge in uno zig zag verticale, in un movimento che la stessa autrice avvicina al rimbalzare della fune del bungee jumper, sono quelli di incarnazione, immanenza, differenza sessuale, rizomatica, memoria, resistenza e sostenibilità. Braidotti si rivolge espressamente alle basi che chiama materialiste della filosofia francese, che dal settecento giungono al pensiero contemporaneo di Bachelard, Canguilhem, Foucault, Irigaray e Deleuze. Una linea di pensiero nominata materialismo della carne perché mette in rilievo le tematiche relative alla sessualità, al desiderio e all’immaginario erotico. A questo contesto Braidotti connette l’elemento corporeo del femminismo della differenza sessuale. La questione che emerge come principale è quella del soggetto che decenni di dibattito post-modernista e femminista hanno articolato come rizomatico, non-unitario, diviso, nomade, in trasformazione. Alla questione del soggetto si lega indissolubilmente quella della relazionalità e della gestione della socialità in contesti molto complessi e stratificati, da un lato ipertecnologici e multietnici, privi di confini, e dall’altro strettamente controllati e rigidi e confinati.
Uno dei nodi centrali per la lettura dell’assetto cartografico presentato da Braidotti è quello del concetto di potere, inteso nel senso plurale che ha impresso a esso il lavoro di Michel Foucault: un insieme di rapporti che sono sia un fenomeno esterno, collettivo e sociale che un fenomeno interno che agisce nella costruzione sociale dell’individuo e nelle sue relazioni.

Sin dall’incipit, trattando del femminismo e della necessità per questa linea di pensiero di produrre rinnovata creatività concettuale politicamente consapevole del presente, l’autrice rende esplicito che il soggetto del femminismo non è la Donna come alterità complementare e speculare all’uomo, bensì un soggetto incarnato, complesso e stratificato che ha preso distanza dall’istituzione della femminilità (p. 21). L’istituzione della femminilità a cui si fa riferimento è quella linea di rappresentazione del femminile propria del pensiero occidentale, in cui viene inteso come dialetticamente relato e dipendente dal soggetto dominante, il quale a sua volta pone la propria mascolinità come universalità, in una umanità senza specificazioni. Nuove figurazioni di soggettività femministe - che si caratterizzano per l’autoriflessività e la responsabilizzazione rispetto al loro posizionamento di soggetti incarnati - spezzano la linea rappresentativa, andando oltre le metafore del femminile istituzionale che agiscono come elementi, segni e simboli di potere del discorso concettuale dominante. Così la cyborg, la lesbica, la femminista nomade, diventano per Braidotti quasi come delle personae concettuali come tali, non sono metafore, bensì, a livello critico, resoconti materialmente radicati e incarnati delle proprie relazioni di potere. A livello creativo esse esprimono l’indice di cambiamento, trasformazione o decostruzione positiva del potere che si occupa (p. 23). Di personaggi concettuali hanno parlato Deleuze e Guattari in Che cos’è la filosofia, testo in cui gli stessi nomi propri dei filosofi rimangono sulla superficie dei concetti in trasformazione come fossero altrettanti personaggi concettuali, maschere per altri divenire. E l’intenzione di Braidotti, seppure proiettata su un altro binario rispetto a quello di uno sguardo critico sul percorso filosofico occidentale, con le maschere di Deleuze e Guattari stabilisce un nesso importante proprio nell’elemento del divenire, della trasformazione. Il tratto distintivo rispetto l’interpretazione dei due pensatori francesi si materializza nell’incarnazione della soggettività propria delle figurazioni femministe, che sfugge invece ai nomi dei filosofi - sotto la maschera - in quanto personaggi concettuali, appartenenti quasi all’evolversi dei concetti.

La nozione di soggetto incarnato è un sito di interconnessione tra un preciso percorso del pensiero continentale – che mette in evidenza la struttura corporea della soggettività e le questioni a essa connesse come la differenza sessuale e la sessualità - e l’apporto della psicanalisi. Pertanto in questa visione della soggettività, sia l’affettività, sia il desiderio, sia l’immaginazione entrano nell’attività del soggetto e si intersecano con le problematiche che investono il corpo.
Quest’ultimo ha ritrovato una posizione di primario interesse nei discorsi scientifici e tecnologici e nelle pratiche sociali e popolari: Il corpo resta un fascio di contraddizioni: un’entità zoologica, una banca dati genetica, pur continuando ad essere un’entità biosociale, vale a dire una lastra di ricordi codificati e personalizzati (p. 33). La soggettività per Braidotti è un processo in divenire, un divenire-soggetto che include l’incorporazione e l’elaborazione di precise e date variabili come classe, razza, sesso, nazionalità, cultura e allo stesso tempo un movimento di riconfigurazione e negoziazione tra diversi livelli di potere e di desiderio.
In questa linea di lettura della soggettività risulta centrale la considerazione del pensiero della differenza sessuale di Luce Irigaray come ripresa dell’importanza della materialità corporea. Il soggetto femminista non è rigidamente imbrigliato - in senso essenzialista – dall’elemento corporeo marcato sessualmente, ma proprio dalla supposta naturalità - considerata come essenziale - della differenza femminile, la soggettività femminista ha potuto elaborare un divenire soggetto. Il divenire del soggetto femminista consiste in una liberazione dall’unità del soggetto maschile e universale in un soggetto non–unitario che non si presenta più come l’assoggettato Altro dello Stesso, ma come l’altro in assenza di uno Stesso, un soggetto aperto che Braidotti chiama rizomatico in senso deleuziano. Del resto, questo soggetto altro e incarnato, quindi marcato sessualmente e in senso semiotico, prende le mosse da una nascita e da un legame corporeo determinante in senso materiale con un corpo di donna, con un corpo a sua volta sessuato e marcato semioticamente. Irigaray riconosce che - nella logica del pensiero occidentale - questo tipo di materialità corporea incarnata nel materno ha fornito elementi per l’interiorizzazione del legame speculare del materno/femminile con lo Stesso; tuttavia intravede una potenzialità creatrice nella rivisitazione, spostamento e ripetizione di questo dato corporeo ed elemento semiotico. Braidotti sostiene che tale spostamento e ripetizione possano portare a una de-territorializzazione deleuziana del simbolico materno, verso una riconfigurazione immanente di un soggetto femminista. La politica sessuale di questo progetto è chiara, anche se complessa. Per Irigaray si tratta di identificare e rappresentare i punti di uscita dalla modalità universale definita dall’uomo, in direzione di una versione radicale dell’eterosessualità, cioè del pieno riconoscimento delle specificità di ciascuna posizione soggettiva sessuata (p. 39). In questa prospettiva, non vengono misconosciute le differenze tra donne, che rientrano in quanto tali in una generale elaborazione non hegeliana della categoria della differenza sessuale come differenza che non è in relazione dialettica con nessuna presupposta identità. Nel solco di una riflessione femminista attorno alla materialità del corpo, oltre la linea che prende le mosse dal testo di Irigaray, Braidotti affianca le teorie del materialismo di genere, sviluppate negli Stati Uniti con il lavoro di Judith Butler e altre teoriche a partire dal pensiero di Simone de Beauvoir e dal materialismo radicale di Monique Wittig. Il problema si concentra sulla questione del soggetto donna come costituito attraverso l’intersecarsi dell’idea di genere e del discorso normativo eterosessuale. In questa prospettiva emerge che il soggetto donna non può contenere elementi così variabili come razze, classi sociali, identità sessuali, e altre identità costituite in maniera discorsiva. Per tale motivo, la proposta di Butler è quella di far esplodere la categoria donne anche se posta al plurale, per poter lasciare spazio a tanti generi sessuati quanti sono gli individui, oltre la rigidità di un’unica prospettiva eterosessuale in cui sono ben distinti e in relazione uomini e donne. La mediazione di Braidotti segue la linea della sintesi in un trascendentale sensibile, che consiste nel proporre posizioni soggettive alternative. Si tratta di dare voce a un materialismo incarnato della differenza sessuale di cui parla Luce Irigaray, che è l’affermazione dell’importanza di una molteplicità che può aver senso, se si dà riconoscimento simbolico al modo di essere delle donne (p. 76) senza perdere d’occhio la centralità di una immanenza radicale nell’incarnazione del soggetto.

Il secondo capitolo è volto a proporre un percorso tra Deleuze e una lettura femminista dell’opera deleuziana. Braidotti rintraccia tra la filosofia di Deleuze e la teoria femminista alcune importanti interrelazioni, innanzitutto nei confronti di una lettura dell’alterità. Nel pensiero di Deleuze, l’altro non è marchio emblematico e invariabilmente vampirizzato dell’alterità – come nella filosofia classica. E non è neppure il feticizzato e necessariamente alterizzato altro della decostruzione. È un orizzonte mobile di scambi e divenire, verso il quale i soggetti non-unitari della postmodernità muovono e dal quale sono a loro volta mossi (p. 87). L’incontro tra il soggetto in divenire deleuziano e il soggetto del pensiero femminista della differenza sessuale non è comunque facile: la critica di Irigaray a un divenire che non passi per la differenza sessuale è centrale nella prospettiva di una ridefinizione del soggetto donna. Il punto chiave risiede nell’affermazione di una differenza differente nel soggetto femminista, che esprima la potenzialità di divenire plurale di cui parla Deleuze. Il filosofo francese è stato uno dei maggiori creatori di figurazioni alternative e post-metafisiche del soggetto: corpi senza organi, divenire, rizomi. Una di queste è quella del divenire–minoranza, divenire–nomade, divenire-molecolare, divenire-donna, tutte voci di un divenire costituito da traiettorie che segnano rapidi spostamenti verso le periferie e lontano dal centro centrato della soggettività dell’Uomo, del maschile occidentale. Se questo deve essere decostruito dal pensiero critico, in quanto si trova a essere il rappresentante del logos e della norma che stanno dalla parte della maggioranza, direbbe Deleuze, del molecolare, il divenire donna è un divenire della minoranza in quanto è un divenire minoranza, un divenire molare, che può interessare e investire entrambi i sessi. L’orizzonte del divenire-donna deleuziano è inevitabilmente nomade: È una soggettività al di là del genere nel senso di dispersa, non binaria, multipla, non dualistica, interconnessa, non dialettica e in costante flusso, non fissa (p. 100). La donna esprime la sua potenzialità di divenire decostruendo la Donna – in quanto correlato del maschile - in quelle che sono le strutturazioni che costituiscono la rappresentazione del femminile in un dato discorso, rendendo queste strutturazioni frammentate e innescando il processo di divenire altre. Per il maschile, il movimento di divenire minoranza o divenire molecolare è più difficile ed è comunque un processo che investe una sorta di imitazione del divenire minoranza del femminile. Deleuze pone come necessario il superamento delle identità sessuali basate sul dualismo di genere e sulle dicotomie maschio-femmina, pertanto vede come possibile l’imitazione e lo scombinamento proprio di un divenire donna come divenire minoranza del maschile, per una decostruzione dell’identità fallica e l’evento di soggettività nomade. In questa prospettiva, Braidotti inserisce il lavoro di quelle pensatrici femministe che si ispirano al pensiero deleluziano, pur trovandosi spesso in situazioni marginali rispetto alla linea principale e non femminista della lettura deleuziana. Questa linea di riflessione fa ricorso al concetto di desiderio in un immaginario transessuale, in cui superare le dicotomie tra i sessi utilizzando il gioco dell’imitazione e del sovvertimento delle rappresentazioni della soggettività maschile e femminile. Per questo il divenire minoritari di Deleuze si trova riproposto nella critica della soggettività femminile e dell’ascesa della soggettività lesbica - come altra dal femminile - da parte di Monique Wittig, la quale sostiene sia la nozione di polisessualità sia quella di divenire come deterritorializzazione del soggetto (p. 125). Tuttavia, secondo Braidotti risulta poco proficuo l’atteggiamento di parte della teoria femminista che ha progressivamente marginalizzato il femminile della differenza sessuale di Irigaray per favorire il nomadismo e la rizomatica di Deleuze. Secondo l’autrice, Irigaray lavora a una decostruzione del simbolico maschile patriarcale a favore di una incarnazione radicale di uomini e donne che possano negoziare sistemi simbolici e relazionali altri rispetto a quelli dati. Nonostante tutte le altre differenze, Irigaray, come Deleuze, ha dichiarato esplicitamente che la produzione di nuovi soggetti desideranti richiede una riorganizzazione e cambiamenti massicci nel tessuto materiale della società (p. 139).

All’inizio del terzo capitolo, Braidotti introduce il concetto di met(r)amorosi, che si esplica come una linea di confine e perturbazione propria del divenire, che apre il simbolico oltre il Fallo come unico significante, verso una riconfigurazione simbolica altra e nomadica dei soggetti femminili di tipo nomade. In un percorso attento ai divenire donna/animale/insetto, Braidotti rilegge e confronta tra gli altri il divenire insetto di Deleuze e il divenire insetto/metamorfosi descritto da Clarice Lispector ne La passione secondo G. H., racconto centrale nella riflessione femminista europea. L’intreccio tra bios, zoe e technos è evidente nell’immaginario cyber-teratologico della post-modernità, e secondo l’autrice è necessario elaborare figurazioni di soggettività politiche per questo immaginario così incerto e perturbato da molteplici intrecci e variazioni. Negli ultimi due capitoli l’autrice si occupa di mostrare l’immaginario contemporaneo rispetto al soggetto corporeo tecno-teratologico, così come viene espresso dalla cultura popolare e da quella cinematografica, riferendosi in particolare all’intreccio tra corpi e macchine nelle rappresentazioni fantascientifiche, anche femministe. La questione principale è quella del soggetto cyborg e dei rischi che circondano l’ottimismo cybertecnologico: Ricreare una visione unitaria e rocciosa del soggetto, dietro la facciata di una pluralistica frammentazione. Nel linguaggio del nomadismo filosofico, ciò produrrebbe l’inganno di una molteplicità quantitativa che non implica alcun mutamento qualitativo. Per evitare questo trabocchetto, perfettamente in linea con l’euforia neoliberale di tanta politica contemporanea, penso sia importante criticare la sacrilega alleanza dei cyborg col classico concetto borghese di individualismo e con i corollari della mercificazione e del consumismo che esso comporta (p. 305).

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Prologo
1 Divenire donna. Ovvero la differenza sessuale rivisitata
2 A zig zag tra Deleuze e il femminismo
3 Met(r)amorfosi. Divenire donna/animale/insetto
4 Cybertetralogie
5 Meta(l)morfosi. Divenire-macchina
Epilogo
Bibliografia
Ringraziamenti
Indice dei nomi

torna all'inizioL'autore

Rosi Braidotti ha vissuto in Australia, si è laureata in Filosofia e Letteratura Inglese all’Università di Camberra, ha conseguito un dottorato di ricerca alla Sorbonne di Parigi dove ha studiato con Foucault e Deleuze. Insegna in Women’s Studies all’Università di Utrecht. Tra i suoi libri usciti in italiano: Dissonanze. Le donne e la filosofia contemporanea (1994); Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità (1995); Madri, mostri, macchine (1996), Nuovi soggetti nomadi (2002), Baby boomers (con Mazzanti, Sapegno e Tagliavini, 2003).

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Pagina personale di Rosi Braidotti
http://www.let.uu.nl/~Rosi.Braidotti/personal/

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