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Besoli, Stefano - Ferrari, Massimo - Guidetti, Luca (a cura di), Neokantismo e fenomenologia. Logica, psicologia, cultura e teoria della conoscenza. Atti del convegno internazionale. L’Aquila, 29-31 marzo 2001.
Macerata, Quodlibet (Quaderni di Discipline Filosofiche), 2002, pp. 204, euro 16,50, ISBN 88-86570-79-1.

Recensione di Alessandro Salice - 15/09/2003

Storia della filosofia (contemporanea), Filosofia teoretica (fenomenologia)

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Il testo Neokantismo e fenomenologia è costituito da rielaborazioni degli interventi tenuti al convegno omonimo organizzato dall’Università dell’Aquila nel 2001 e si presenta come un contributo per mettere a fuoco il confronto teorico tra fenomenologia e filosofie neokantiane, o anche solo per acquisire un panorama più articolato e più mosso di un momento cruciale per molta parte della filosofia contemporanea (p. 7). Proprio in virtù della sua natura composita, da un lato il volume apre finestre su temi di rilevanza per un confronto tra queste due filosofie, dall’altro presenta le difficoltà proprie di ogni miscellanea (che d’altra parte possono essere viste anche come una risorsa): disomogeneità di linguaggio, presupposizione di conoscenze specifiche, mancanza di una sinossi generale.
Apre il volume la relazione Neokantismo e fenomenologia: il problema dell’intuizione di Helmut Holzhey. Partendo dalla posizione di Kant - per il quale da un lato l’intuizione ha una valenza positiva, in quanto tema della sua specifica Erkenntnistheorie, dall’altro viene rifiutata se assunta come metodo della filosofia - ci si sofferma sugli sviluppi fenomenologici e neokantiani. Fenomenologia e neokantismo distruggono l’equilibrio stabilito da Kant tra intuizione e pensiero (p. 9): secondo Holzhey, mentre la fenomenologia si interessa dell’intuizione ponendola al centro del proprio metodo filosofico, il neokantismo se ne occupa unicamente in quanto elemento della conoscenza degli oggetti. Per Husserl, l’intuizione costituisce quel riempimento dell’intenzione significante che permette di evitare una comprensione puramente simbolica delle parole e pertanto viene assunta come metodo capace di fondare la fenomenologia in quanto disciplina puramente descrittiva. Inoltre, l’intuizione non si colloca in opposizione al pensiero, non rientrando – in analogia con la percezione – nello schema pensiero/percezione, bensì in quello intenzione significante/riempimento intuitivo, tant’è che sia il pensiero sia la percezione sono ritenuti erfüllungsbedürftig, bisognosi di riempimento. L’intuizione può invece diventare superflua e rendere inintellegibile l’intera distinzione tra intuizione e pensiero se, con Cohen, si assume come metodo filosofico quello trascendentale, il quale in un primo momento presuppone la validità della conoscenza scientifica, per poi riconoscere le condizioni di tale validità nella determinazione categoriale del pensiero, senza tuttavia potersi liberare dall’ombra del momento materiale-sensibile della conoscenza.
Un nuovo tema di confronto viene discusso attorno al concetto di intenzionalità, al centro de L’intenzionalità come teorema fondamentale nella fenomenologia e nel neokantismo di Ernst Wolfgang Orth. Il concetto di intenzionalità designa un assunto basilare della fenomenologia e sembra a prima vista non giustificare alcun parallelismo con il neokantismo. Eppure, una incidenza meno esplicita del teorema dell’intenzionalità ha a lungo influenzato implicitamente il neokantismo (p. 27). Risalendo a Trendelenburg, maestro di Brentano, l’autore rintraccia nella sua concezione di movimento un importante antecedente della tesi brentaniana dell’intenzionalità (fatta poi propria da Husserl): il pensiero, secondo Trendelenburg, è creativo e conosce nella misura in cui comprende, cioè interpreta, sia la parola proferita sia gli stessi fenomeni che hanno un senso. In questo contesto, il monito neokantiano di rifarsi al factum delle scienze converge con la posizione di Trendelenburg, in quanto entrambi comprendono il lavoro filosofico come una comprensione intenzionale di movimenti di pensiero i cui prodotti giacciono dinanzi a noi come scienze (p. 29). Secondo l’autore, qui si troverebbe il punto di connessione tra le due scuole di pensiero, giacché sia per Trendelenburg che per i neokantiani (Windelband e Cassirer per primi) le scienze diventano, in quanto prodotti di pensiero, un fatto eminentemente culturale: riflettere su di esse rientra nel compito primario di una critica della cultura. La pregnanza di questo paragone cronologicamente pre-fenomenologico viene riconfermato dalla tarda riflessione husserliana sul significato culturologico della intenzionalità e dal lavoro di Cassirer sulle forme simboliche, dove entrambi giungono alla medesima conclusione: il soggetto è costituito e costituisce intenzionalmente, vale a dire, è formato e forma simbolicamente all’interno della correlazione mondo e uomo: ovvero della correlazione originaria a cui diamo il nome di cultura (pp. 33-34.).
Dal giudizio alla rappresentazione di Gianna Gigliotti ripercorre il motivo teoretico del rapporto tra rappresentazione e giudizio in Husserl e Rickert. Vi viene messo in luce come quella che Levinas chiama la ruine de la représentation, messa in opera da Husserl con la sua riduzione fenomenologica - la quale, mirando a mostrare l’insorgere trascendentale della rappresentazione, ne fa rovinare il suo carattere specifico di immediatezza - sia leggibile anche come salvataggio (p. 40) della rappresentazione stessa, se si considera l’esito che essa ha in Rickert e le critiche che Husserl vi muove. Secondo Rickert, soltanto il giudizio spezza il rimando inscindibile tra coscienza e contenuti, esemplare invece della rappresentazione, e pone un problema di validità e di verità (p. 43): pertanto solo il giudizio è un conoscere, rientrando così negli interessi della riflessione trascendentale sulle sue condizioni di validità e consegnando contemporaneamente la rappresentazione alla psicologia e più in generale alle scienze positive. Conseguentemente, il giudizio non si articola in una elaborazione di rappresentazioni, bensì in un prendere posizione nei loro confronti. Anche grazie a un’attenta lettura delle annotazioni di Husserl alle sue copie personali dei testi di Rickert, l’autrice riesce a rilevare come a Husserl vada riconosciuta senz’altro una maggiore attenzione posta al reciproco nesso che struttura il rapporto tra rappresentare e giudicare, soprattutto in relazione al ruolo dell’intuizione come momento riempitivo di un atto intenzionale, riassegnando lo studio della rappresentazione non più alla psicologia bensì alla fenomenologia, e quindi in un certo senso salvandola come tema filosofico.
Si giunge poi al contributo di Luca Guidetti Fenomenologia e neokantismo nella psicologia del pensiero di Richard Hönigswald, l’unico che non è stato presentato al congresso. Guidetti mette in luce lo sforzo di sintesi di Hönigswald, mosso dal fine di cogliere l’unità sistematica in cui fenomenologia e criticismo dovevano convergere per la determinazione del concetto di psicologia scientifica (p. 63). Questo sforzo si sviluppa su tre distinti livelli: quello della teoria dell’oggetto, quello del metodo e infine della concezione della monade o dell’organismo. È però soprattutto sulla teoria dell’oggetto che si gioca il confronto con la fenomenologia (definizione non casuale, visto che Hönigswald studiò a Graz presso Alexius Meinong). Ora, secondo i neokantiani, l’oggetto di conoscenza non è altro che un processo di oggettivazione secondo regole di coscienza che valgono; in questa concezione però Hönigswald fa valere l’autonomia dell’aspetto sensibile-qualitativo dell’oggettività, riuscendo così a mantenere a fianco dell’aspetto oggettuale fisicalista (eminentemente neokantiano) anche quello fenomenistico. Parallelamente a questo tentativo, si sottolinea il nuovo significato di oggettività, orientato fenomenologicamente, dal momento che non coincide più (unicamente) con la neokantiana oggettivazione, bensì anche con il riferimento a un oggetto, sebbene sempre sotto determinate regole. All’oggettivazione, quindi, nel senso di legge di connessione tra proprietà di oggetti e oggettivazione di coscienza, viene ascritto un senso fondazionale, in quanto vera condizione di possibilità degli oggetti d’esperienza.
Segue il saggio Husserl, Natorp e la logica pura di Massimo Ferrari. La nozione di logica pura, così come viene schizzata nei suoi Prolegomeni da Husserl, indica quella disciplina che, in quanto teoria della teoria o scienza delle scienze, si interessa di individuare le condizioni di possibilità di una teoria in generale. Uno dei compiti della logica pura è pertanto fissare le categorie pure che sono alla base di una teoria in generale, ed esse vengono suddivise tra categorie di significato (verità, proposizione e concetto) e categorie oggettuali o formali (qualità formali o a priori degli oggetti). Nel confronto con questo testo, Natorp si occuperà da un lato di mostrare come convergente con le intenzioni neokantiane lo sforzo anti-psicologistico husserliano, per quanto questa stessa convergenza verrà sempre rifiutata da Husserl, il quale ritiene il neokantismo ancora affetto da una forma di psicologismo trascendentale, intendendo le facoltà dell’anima come fonti della conoscenza e precludendo così la contemplazione dell’a priori logico autentico. Si tratta di una delimitazione dell’ideale dal reale così rigorosa, quella operata da Husserl, che a sua volta provocherà un disagio logico in Natorp, il quale, non riuscendo ad accettare la differenza assolutamente invalicabile tra scienze ideali e scienza reali o di fatto, fa proprio un costruttivismo radicale, secondo cui il reale viene fondato dall’ideale sulla base di determinazioni oggettuali del pensiero. Per un altro verso, Natorp si sforzerà di identificare logica pura e logica trascendentale kantiana. Difatti quest’ultima ha in comune con la prima proprio la ricerca di condizioni di possibilità di una teoria in generale. Eppure, questo impegno di armonizzazione tra le due prospettive si scontra con la critica di Husserl alla mancanza di radicalità della posizione neokantiana, dal momento che non è ritenuto sufficiente per una esauriente teoria della conoscenza risalire al fatto della scienza e alle sue condizioni di possibilità, quando è proprio la sfera di oggettivazione prelogica che lo precede ciò a cui invece la ricerca fenomenologica tende.
In Husserl e Natorp sull’intuizione di Karl-Heinz Lembeck, la tesi fenomenologica dell’intuizione viene trattata criticamente dal neokantismo per il quale, con le parole di Hönigswald, non ‘vedere o non vedere’ è […] il problema, bensì se nell’oggetto della visione si imprima un principio, un’istanza ultima (p. 109), giacché il problema filosofico viene riconosciuto nella giustificazione del fatto e non nel fatto stesso che l’intuizione pretende presentare. Eppure, in Natorp i toni di questa critica appaiono più smorzati in base alla distanza, che lo accomuna a Husserl, tanto dalle forme dell’intuizione kantiane quanto da ogni misterioso intuizionismo. Senza aver nulla a che fare con l’intuizione sensibile, l’intuizione categoriale o di essenza indica in Husserl un atto sintetico spontaneo che attua la precisa identificazione di qualcosa che è inteso nel pensiero (p. 110) e, di contro a ogni lettura misticheggiante, essa viene affermata da Husserl essere quotidianamente messa in atto in ogni procedimento scientifico (in primo luogo da matematica e geometria). Agli occhi di Natorp, l’intuizione sarebbe allora riabilitata se si potesse dimostrarne il carattere tetico e di libera posizione, se si potesse cioè coglierne il carattere costitutivo-genetico: In questa prospettiva l’inizio della sintesi rappresenta l’idea come ipotesi di pensiero, nella quale è posta l’unità dell’oggetto della conoscenza e alla quale compete al tempo stesso, come senso del compito da svolgere, una funzione regolativa nel portare a compimento la sintesi conoscitiva (p. 116). Parimenti, per Husserl, ma in un senso che per l’autore non vuole essere a ogni costo armonizzante, da un lato la datità intuitiva è origine della conoscenza, origine logica dell’oggettività, dall’altro è anche un compito, in quanto ricondurre metodico della conoscenza predicativa all’origine che ne è il fondamento, ossia a quell’atto ultimo e non ulteriormente riducibile di identificazione di qualcosa di oggettivamente identico (p. 117).
Al centro del testo Il luogo dell’oggetto. Brentano e Natorp nella Quinta ricerca logica di Husserl di Beatrice Centi si colloca la complessità della nozione di rappresentazione. L’attenta e scrupolosa disamina della Quinta ricerca logica chiarisce in primo luogo le relazioni di mutuazione e divergenza che sussistono tra Husserl e Brentano. Da un lato, viene rilevato il rimprovero di Husserl mosso a Brentano (immeritato, ad avviso dell’autrice) di aver scisso atto e contenuto, dualizzando l’atto e pertanto presupponendo la separazione oggetto/agente, laddove si dà invece per Husserl solo il vissuto intenzionale includente il suo correlato oggettuale. Dall’altro, si sottolinea l’interesse di Husserl alla struttura pura preposta al riferimento intenzionale (e non alla mèta raggiunta, come invece in Brentano, il quale conseguentemente si attiene a un metodo empirico) e, con esso, il ripensamento dei rapporti coscienza/contenuto che si svilupperà nel solco dell’analisi costitutiva. Più prossimo a Brentano, Natorp – nella sua Allgemeine Psychologie – si attiene ancora al concetto di oggettività immanente e assume la coscienza come presupposto, limite e tendenza, fatto peraltro salvo, in quest’ultima accezione, di assumere l’oggetto non come un reale a sé ma come un livello o grado di unificazione e di escludere ogni potenzialità dalla coscienza, la quale si risolve unicamente e attualmente nel suo contenuto. L’intenzionalità natorpiana non mira quindi a una reale correlazione fra due termini (come in Husserl), bensì verso una correlazione di momenti diversi di un solo termine. La coscienza e il soggettivo in generale non possono, infatti, essere descritti senza venir oggettivati. Un dato che di conseguenza rifiuta la resa husserliana della soggettività in termini di una seconda oggettività: Non c’è un’oggettività degli atti di coscienza (che per Husserl sarebbe il soggettivo, che egli si dichiara capace di cogliere puramente) (p. 143). Pertanto, mentre per Brentano e Husserl il luogo dell’oggetto è ‘fuori’ della coscienza, in Natorp esso è ‘al di dentro’, perché sussiste nel suo esser cosciente a qualcuno, nella sua sempre spostabile determinabilità, a cui peraltro la coscienza stessa si riduce (p. 145).
Gli interessanti testi di Möckel (La teoria dei fenomeni di base di Cassirer e il suo rapporto con Husserl e Natorp) e di Stolzenberg (L’ultimo Natorp, fondazione ultima e teoria della soggettività) riassumono momenti specifici e poco conosciuti dei due autori neokantiani, senza peraltro addentrarsi direttamente nel rapporto con la fenomenologia.
L’ultimo saggio, Emil Lask e le Ricerche Logiche di Husserl di Riccardo Lazzari, indaga le relazioni fra Husserl e Lask, che si lasciano identificare nel progetto laskiano di una logica della filosofia, grazie alla quale la filosofia dovrebbe fare luce su sé stessa e sui suoi intenti conoscitivi. Infatti, la filosofia – vera scienza in quanto unica scienza che si pone come assoluta – si interessa di sé stessa e mira ad un’autofondazione. Tale logica è una logica del piano superiore, applicando categorie a categorie e interessandosi della validità di queste ultime. Un pendant con Husserl si instaura, in primo luogo, se ci si sofferma sulla logica pura husserliana come teoria delle teorie e, in secondo luogo, sull’impostazione del problema della logica pura in termini di condizioni di possibilità obiettivo-ideali e noetiche. Impostazione che verrà ripresa da Lask, per quanto in un contesto di subordinazione del livello logico-soggettivo a quello logico-oggettivo. Quest’ultimo diventerà il problema primario della verità (che prescinde dalla relazione di soggetto e oggetto), mentre il primo costituisce il problema del conoscere in senso stretto e combacia con una teoria del giudizio. Così, l’aspetto delle Logische Untersuchungen recepito più profondamente da Lask è la teorizzazione […] di condizioni a priori della conoscenza come di condizioni puramente obiettive e ideali, che possono cioè essere considerate ‘indipendentemente da qualsiasi relazione con il soggetto pensante e con l’idea della soggettività in generale’ (p. 196), ovvero l’irriducibilità dell’apriori logico a formazioni di tipo soggettivo e psicologico. Infine, se questo confronto si colloca nel contesto teorico dei Prolegomeni, l’autore rintraccia tre ulteriori punti di vicinanza con le restanti argomentazioni delle Ricerche Logiche: 1. rinuncia di una concezione idealistica della forma categoriale, per cui essa svolge una funzione produttiva, generatrice o anche solo formatrice nei confronti dei contenuti; 2. teoria del valere della forma come in direzione di un materiale eterogeneo, per certi versi prossima all’intenzionalità husserliana; 3. idea della datità di un materiale non-sensibile e di carattere logico, che rinvia alla tesi della intuizione categoriale husserliana.

Per concludere, tutti gli interventi riescono senza dubbio nel loro intento di mettere a fuoco molti degli aspetti del confronto tra neokantismo e fenomenologia. Resta purtroppo, a mio avviso, il pregiudizio, comune a molte relazioni e forse anche favorito dai termini del confronto condotto nel testo, di identificare la fenomenologia con la fenomenologia husserliana tout court, talvolta persino svalutando il lavoro propositivo di molti eccellenti collaboratori di Husserl (Reinach, Daubert, Ingarden, Pfänder, per citarne qualcuno), ai quali è innegabile, pur divergendo dallo sviluppo trascendentalistico di Husserl, un merito filosofico autentico che contrassegna e al contempo legittima un modo – non husserliano – di fare fenomenologia.

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Stefano Besoli, Massimo Ferrari, Luca Guidetti, Presentazione
Helmut Holzhey, Neokantismo e fenomenologia: il problema dell’intuizione
Ernst Wolfgang Orth, L’intenzionalità come teorema fondamentale nella fenomenologia e nel neokantismo. Sulla via di una filosofia della cultura tra Ottocento e Novecento
Gianna Gigliotti, Dal giudizio alla rappresentazione. Rickert e le domande della fenomenologia al neokantismo
Luca Guidetti, Fenomenologia e neokantismo nella psicologia del pensiero di Richard Hönigswald
Massimo Ferrari, Husserl, Natorp e la logica pura
Karl-Heinz Lembeck, Husserl e Natorp sull’intuizione
Beatrice Centi, Il luogo dell’oggetto. Brentano e Natorp nella Quinta ricerca logica di Husserl
Christian Möckel, La teoria dei fenomeni di base di Cassirer e il suo rapporto con Husserl e Natorp
Jürgen Stolzenberg, L’ultimo Natorp. Fondazione ultima e teoria della soggettività
Riccardo Lazzari, Emil Lask e le Ricerche logiche di Husserl

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Stefano Besoli è professore di Filosofia teoretica (Facoltà di Scienze della Formazione) a Bologna. Pubblicazioni principali: Introduzione, traduzione e cura di K. Tardowski, Contenuto e oggetto (Torino 1988), Il valore della verità. Studio sulla "logica della validità" nel pensiero di Lotze (Firenze 1992), La coscienza delle regole. Tre saggi sul normativismo di Windelband (Firenze 1996), Conoscenza, valori e cultura. Orizzonti e problemi del neocriticismo (a cura di, Firenze 1997), Introduzione, traduzione e cura di E. Husserl, Logica, psicologia e fenomenologia. Gli Oggetti intenzionali e altri scritti (Genova 1999), Studi su Enzo Melandri (a cura di, Faenza 2000), Introduzione e cura di Il realismo fenomenologico. Sulla filosofia dei Circoli di Monaco e Gottinga (Macerata 2000). Le ricerche in corso vertono sugli scritti di Husserl che precedono la pubblicazione delle Logische Untersuchungen, sulle diverse articolazioni della nozione di Sachverhalt all'interno della tradizione di pensiero fenomenologia e sul tema dell'astrazione.

Massimo Ferrari è professore ordinario presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Le sue aree di interesse concerno il neokantismo tedesco, Cassirer, l’empirismo logico, la filosofia analitica, la filosofia italiana dall'Ottocento al Novecento.
Luca Guidetti insegna filosofia nei licei e svolge attività di ricerca presso l'Università di Bologna. Ha pubblicato saggi su Platone, Kant e Bolzano. È curatore di varie opere: E. Hoffman, Il linguaggio e la logica arcaica (Ferrara 1991), J.B. Meyer, La psicologia di Kant (Firenze 1991), M. Palágyi, Kant e Bolzano (Ferrara 1993), Conoscenza, valori e cultura. Orizzonti e problemi del neocriticismo (con S. Besoli, Firenze 1997). Le sue ricerche sono attualmente rivolte ai presupposti sistematici del neokantismo tedesco contemporaneo.

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